DOTTORATO DI RICERCA IN Storia dell’Architettura e dell’Urbanistica CICLO XXV COORDINATORE Prof. Antonio D’Auria – Prof. Mario Bevilacqua Battisteri di Milano e Firenze tra XI e XIV secolo. Analisi comparata dei modi di fruizione nell’Italia comunale Settore Scientifico Disciplinare ICAR/18 Dottorando Tutore Dott.ssa Laura Bernardinello Prof. Riccardo Pacciani Coordinatore Prof. Antonio D’Auria – Prof. Mario Bevilacqua Anni 2010/2013 Je suis l'Empire à la fin de la décadence. Paul Verlain INDICE Introduzione P. I 1 L’architettura battesimale in Italia P. 1 1.1 Le origini. Il ministero itinerante. I contenuti P. 2 1.2 In hoc signo vinces. Fase tardo antica: III - V secolo. P. 6 1.3 Tra Tarda Antichità e alto Medioevo. La cristianizzazione dei contadi P. 22 1.4 L’età carolingia. Sospensione dell’architettura battesimale P. 25 1.5 Battesimo e battisteri nell’Italia comunale P. 27 2. Milano P. 33 2.1 Il gruppo episcopale P. 34 2.2 Il battistero di San Giovanni alle Fonti. Vicende architettoniche nella città tardoantica P. 38 2.3 Ritrovamenti archeologici. Il battistero tardoantico P. 40 2.4 Vicende successive P. 44 2.5 Articolazione degli elevati P. 50 3 Il caso di Firenze. Ipotesi per un centro episcopale P. 55 3.1 Ecclesia maior. Origine e distribuzione del nucleo episcopale nel tessuto urbano P. 55 3.2 Quando la Basilica Ambrosiana diventa San Lorenzo? Analisi della letteratura agiografica fiorentina. P. 59 3.3 Consistenza del gruppo episcopale. Analisi terminologica delle fonti notarili P. 78 3.4 Considerazioni sul sito della cattedrale P. 87 4. Il battistero di Firenze P. 89 4.1 Indagini archeologiche P. 90 4.2 L’edificazione del tempio. Il battistero del nuovo gruppo episcopale P. 99 4.3 Arredi liturgici. Le fonti basso medievali P. 111 5 Tra Milano e Firenze: identità di una relazione plurisecolare P. 117 5.1 Roma e le cronache. La stratificazione dei modelli culturali nella Firenze medievale. P. 119 5.2 Tra Ambrogio e Zanobi: la matrice milanese della chiesa fiorentina P. 125 5.3 Modelli a confronto nelle fonti ecclesiastiche. Roma, Milano e la liturgia fiorentina nei secoli centrali del Medioevo P. 134 5.4 I due San Giovanni. Identità di una relazione architettonica P. 142 6 Fonti e funzioni. La polifunzionalità dello spazio battesimale P. 149 6.1 Lo spazio: fonte primaria e categoria funzionale P. 149 6.2 Firenze. Cronache, statuti, rappresentazioni P. 153 6.3 L’Arte di Calimala P. 159 6.4 Milano. Funzioni, culti e decorazione P. 173 6.5 Il culto del santo e la posizione dell’altare P. 174 6.6 Fruizione, gestione e organizzazione dello spazio sacro P. 182 7 Conclusioni P. 191 7.1 Circolazione di Modelli : tendenze sovraregionali P. 191 7.2 Perché un battistero dopo il Mille? Battesimo, battisteri, civiltà P. 196 7.3 Riflessione conclusive P. 205 Immagini P. 209 Abbreviazioni P. 283 Bibliografia P. 285 Introduzione Il battistero autonomo costituisce per l’architettura italiana del pieno Medioevo una tipologia di grande rilievo, la cui continuità edilizia nel corso dei secoli successivi alla riforma carolingia rivela nei confronti del contenuto, il sacramento iniziatico, e del contenitore stesso un’attenzione maggiore di quella che le fonti liturgiche abbiano lasciato intendere. Diversamente da altre regioni europee e mediterranee, dove l’edificio battesimale ha avuto massima diffusione durante l’età paleocristiana, nell’Italia centrosettentrionale ha fortemente caratterizzato il paesaggio urbano e rurale anche nei secoli successivi. Il battesimo è sempre stato al centro dell’azione pastorale della Chiesa cristiana, ma si osservano alcune fasi di intensificazione liturgica e simbolica, coincidenti ai periodi di maggiore sviluppo dell’architettura ad esso deputata, la Tarda Antichità e la stagione dei comuni. In entrambi i momenti, agli estremi della parabola evolutiva dell’edificio battesimale, il rito ha svolto una vera funzione iniziatica nei confronti del neofita, sacramento di rigenerazione dal peccato e appartenenza alla comunità di riferimento. Sebbene l’imposizione del pedobattesimo abbia compromesso l’aspetto misterico delle origini, l’interesse verso altri contenuti ha consentito un progressivo potenziamento delle sue facoltà sociali. Durante l’alto Medioevo, attraverso il battesimo e gli obblighi che vi si connettevano è stata creata una rete amministrativa, che ha stabilizzato le popolazioni sui propri territori, legando i fedeli ad una chiesa e a un sistema di governo. Su questa base, nei secoli centrali si è rafforzata la convinzione che l’iniziazione desse accesso a una struttura sociale e parentale più articolata, che ne ha precisato la funzione civile. Lo sviluppo su scala monumentale presentato dai battisteri pertinenti alla fase romanica lascia trasparire non solo il valore spirituale del battesimo, ma l’insieme di contenuti elaborati dalla civiltà comunale attorno alla sua celebrazione. Le forze in campo erano, infatti, diverse e afferivano tanto alle gerarchie ecclesiastiche, come il vescovo, quanto agli strati del laicato, sempre più coinvolti nelle dinamiche liturgiche del sacramento e nelle relative attività costruttive. L’intervento di queste figure che, a vario titolo, interagivano con l’edificio ha fortemente condizionato la configurazione dello spazio sacro, che se da un lato rispondeva alle esigenze dettate dall’esercizio culto divino, dall’altro doveva prevedere un sistema di fruizione più ampio. Lo scopo principale della presente ricerca è di mettere in evidenza le destinazioni d’uso riservate agli edifici battesimali diverse dall’amministrazione del battesimo; tale prospettiva consente di individuare la serie di fattori che concorrevano alla loro progettazione o al loro rinnovo in un periodo tardo e di riflettere sulle questioni sociali legate al costruire. Al fine di circoscrivere il problema ad un preciso ambito della Penisola, si è deciso di esaminare i battisteri episcopali di due importanti centri urbani, Milano e Firenze, individuando per l’Italia centro-settentrionale un ideale “asse” evolutivo tra i due vertici, costellato da noti esempi medio padani e liguri, che esclude dal campo della ricerca l’ambito aquileiese e adriatico. Il motivo principale di questa scelta risiede nell’impressionante consistenza del patrimonio architettonico battesimale conservato in Lombardia e in Toscana, cui si somma un notevole numero di casi solamente documentati dalle fonti scritte o archeologiche, corrispondenza alla quale si ritiene di dover dare attenzione. L’ipotesi di lavoro nasce in primo luogo dall’idea che tra Milano e Firenze siano intercorsi intensi rapporti culturali di varia natura, iniziati dalla venuta del metropolita Ambrogio nella romana Florentia, orientamento di studi già esplorato dalla tradizione storiografica, e continuati fino al basso Medioevo, in base a rinnovate condizioni sociali e politiche che hanno stimolato il recupero di quell’antica memoria. La posizione verso cui tenderà l’analisi si fonda sulla convinzione che l’elemento di forza della relazione fosse il centro ambrosiano, da cui provenivano modelli culturali, ecclesiastici e amministrativi impiegati, non senza una forte consapevolezza ideologica, in alcuni meccanismi di legittimazione della civiltà fiorentina. Secondo tale impostazione critica il battistero milanese di San Giovanni alle Fonti si pone al vertice della linea evolutiva dell’edificio battesimale italiano, entro la quale si colloca anche Firenze. Alcuni importanti elementi strutturali elaborati nel modello tardoantico ricorrono, infatti, nella maggior parte degli impianti battesimali costruiti sia in prossimità cronologica e topografica con il prototipo ambrosiano, sia a distanza di tempo e di spazio. Chiaramente molte e ricche sono le varianti elaborate nei diversi contesti, in base alle esigenze cultuali, sociali e materiali di ciascuna comunità, oltre alle variazioni di gusto, alle competenze tecnologiche e ai criteri edilizi propri delle diverse stagioni architettoniche. Si propone quindi un’azione archetipica costante del battistero di sant’Ambrogio, nella quale deve aver giocato un ruolo di primo piano la teorizzazione delle forme per l’iniziazione, riconosciuta allo stesso santo nel noto distico «Versus Ambrosii ad fontem», già in età carolingia. A questo si sono aggiunti altri fattori, legati allo specifico liturgico e all’autorità di Milano nelle vicende politiche italiane corrispondenti alle fasi di diffusione dell’architettura battesimale. Il primo capitolo è dedicato proprio allo sviluppo del battistero in Italia a partire dall’editto di Milano, in base ai mutamenti rituali e giuridici che hanno interessato l’iniziazione lungo la sua vicenda evolutiva. Per una migliore comprensione della diffusione degli impianti battesimali autonomi sui territori si è scelta una scansione cronologica quadripartita, volta all’individuazione dei criteri distributivi e delle ragioni sociali e culturali che ne hanno decretato la maggiore o minore necessità. Nel secondo capitolo l’attenzione si sposta su Milano, con particolare riferimento alla stagione architettonica tardoantica, momento di fondazione del battistero di San Giovanni alle Fonti. L’analisi muove dall’elaborazione del centro episcopale, articolato, al pari di altre residenze imperiali, su un doppio impianto basilicale in stretta connessione con le esigenze della liturgia, elemento costante anche nei secoli successivi. Di seguito viene esaminata la situazione archeologica del battistero ambrosiano, allo scopo di ricostruirne le originarie fattezze, attraverso confronti tipologici con edifici della città fondati nello stesso periodo e con esempi medievali dell’area diocesana, che si ritengono derivati da quel modello. Si è poi proceduto con una riflessione sul centro episcopale fiorentino e sulla vasta mitografia che lo ha interessato, nel quadro della più vasta problematica sulla chiesa primaziale in Italia nella Tarda Antichità. Con l’ausilio delle fonti agiografiche sia milanesi che locali, è stato aggredito il topos storiografico secondo cui la basilica Ambrosiana coincideva con il San Lorenzo e quindi al nucleo dell’originaria ecclesia, riconducendolo ad un’appropriata dimensione cronologica, in relazione agli scontri nati tra le istituzioni ecclesiastiche di Firenze tra XI e XII secolo. Il tema della cattedrale è strettamente connesso al battistero, indicatore della dignità vescovile di una chiesa, in particolare nelle regioni dell’Italia centrale. A tale scopo è stata fatta una revisione della documentazione notarile medievale edita, dove molti sono i riferimenti ai corpi di fabbrica che costituivano l’insula episcopalis, ma nei quali non si rintraccia la consistenza monumentale di un edificio battesimale. Questa evidenza non rispondeva necessariamente alla mancanza di un impianto per il battesimo, quanto all’inutilità per un atto giuridico di nominare un elemento in tutto appartenente alla cattedrale e, con ogni probabilità, di scarso rilievo monumentale. Anche il quarto capitolo, dedicato al bel San Giovanni, si è pertanto aperto sulla situazione archeologica delle strutture antecedenti all’attuale fabbrica, partendo dalla certezza storica, oltre che storico artistica, che il battistero oggi visibile debba rimontare alla piena età medievale. A proposito della sua fondazione si è prospettata un’ampia fase progettuale contestuale al rinnovo dell’intero gruppo episcopale tra il secondo quarto dell’XI secolo e la metà del successivo, in forza di un accresciuto status politico di Firenze e del ruolo mantenuto dalla città nelle vicende religiose di quel periodo. A sostegno dell’ipotesi sono le medesime fonti notarili prodotte a cavallo dei due secoli, dalle quali emergono nuovi profili istituzionali, indicativi di un nuovo assetto architettonico della piazza, nel quale il battistero assumeva una fisionomia giuridica, oltre che monumentale, autonoma. Nelle descrizioni di entrambe le strutture si è dato largo spazio all’arredo e alla configurazione spaziale, temi indispensabili nella disamina dei modi di fruizione dell’aula battesimale, oggetto di questo studio, e fondamentali elementi di contatto tra i due battisteri. Il quinto capitolo è dedicato al riconoscimento dei contenuti che possono aver nutrito la relazione architettonica tra gli edifici in esame e ai modelli di riferimento per la costruzione del San Giovanni fiorentino. A questo scopo sono state analizzate sia le fonti narrative di origine civica, le cronache redatte tra il XII e il XIV secolo, sia i testi agiografici dedicati alla memoria di san Zanobi, protovescovo della città del Fiore, prodotte nell’orbita culturale della cattedrale. Le diverse opere prospettano due opposti miti d’origine: quello della civitas comunale, scaturita dalla Roma repubblicana alla quale, secondo i cronisti, facevano capo le istituzioni contemporanee; e quello della gerarchia ecclesiastica che radicava la propria storia nella Chiesa ambrosiana. Il battistero rispecchiava entrambe le tendenze, anche se dal punto di vista compositivo gli elementi di derivazione milanese appaiano maggiori, a riprova di una stratificazione culturale molto ampia, ancora lontana dalla sovranità intellettuale manifestata dalla città in età umanistica. Tale condizione rende evidenti anche i principali interessi che l’edificio doveva rappresentare, quindi le diverse categorie sociali che avevano concorso alla creazione del San Giovanni. Se il nucleo episcopale è stato ricostituito su iniziativa del vescovo dalla metà dell’XI secolo, come luogo simbolico della sua dignità e con la funzione pratica di onorare il culto, ad opera del clero, allo scorcio del secolo successivo le istituzioni comunali si sono inserite nel processo di nobilitazione dell’area, proprio a partire dall’intervento economico sul battistero. Nel sesto capitolo sono quindi analizzate le fonti che attestano l’introduzione di nuovi soggetti giuridici entrati nella gestione e nell’uso dei due battisteri. Attraverso le cronache, la documentazione notarile e quella ecclesiastica si è tentato di restituire le diverse forme di partecipazione che hanno interessato gli edifici e di individuare le destinazioni d’uso che gli ambienti configurati al loro interno dovevano assolvere. Si è dunque resa necessaria una precisazione a proposito dello spazio sacro, e della sua organizzazione, come fonte primaria nell’analisi della fruizione. La disposizione e la tipologia dell’arredo liturgico cooperano alla fissazione degli assetti e aiutano a riconoscere le aree vincolate alla prassi battesimale dagli altri momenti della liturgia e della devozione. I due battisteri, accomunati da una fisionomia giuridica e istituzionale molto complessa, erano molto utilizzati anche al di fuori delle celebrazioni sacramentali, come oratori, come chiese battesimali (nel senso della cura d’anime) e come base patrimoniale del potere di coloro che detenevano alcuni diritti economici sugli edifici. Questa condizione rispecchia la multifunzionalità attestata per i battisteri già nella Tarda Antichità, ma portata a livelli estremi nei secoli centrali del Medioevo, con l’ingresso di nuovi soggetti che si aggiungevano al vescovo nella committenza, nell’amministrazione e nella fruizione di quegli spazi. Per entrambi si è definito l’insieme di funzioni che hanno caratterizzato la loro vicenda, cercando di associarle, quando possibile, ai personaggi o ai gruppi che vi partecipavano. Nel caso fiorentino, molte attività dipendevano dalla messa in scena della religione civica, grande macchina per la rappresentazione dell’identità sociale locale, elemento che ha fortemente distinto le due città. Se a Firenze il battistero coincideva con la chiesa del santo patrono, cui era riservata una particolare venerazione, a Milano la stessa riverenza era indirizzata a Sant’Ambrogio, custode della maggiore santità locale. Tale condizione deve avere giocato un ruolo non secondario nella fortuna dei due impianti: chiesa patronale e simbolo della comunità il primo, quindi esso stesso oggetto di devozione, luogo della liturgia il secondo, nonostante Ambrogio ne fosse il fondatore. In conclusione si è proposta una riflessione sulla circolazione del modello ambrosiano, sul suo valore archetipico nelle diverse fasi di diffusione dell’architettura battesimale. In particolare si è dato rilievo al tema della galleria rialzata, come elemento distintivo dell’influenza milanese, e al suo significato pratico o simbolico. Al termine della ricerca si è voluto comprendere le ragioni storiche che hanno contributo all’ultima stagione di fioritura del battistero in Italia, in relazione alle componenti sociali coinvolte nella costruzione, alla sua funzione liturgica principale e al contesto politico- culturale in cui il fenomeno si è dispiegato. L’interazione delle diverse forze ha promosso uno sviluppo monumentale inedito nei principali centri dell’Italia comunale, dove Milano e la sua architettura sacra (che era architettura del potere) avevano giocato un ruolo di primo piano nell’esportazione di modelli e contenuti. La tendenza, a proposito del battistero, sembra esaurirsi con la decadenza del sistema municipale nella città ambrosiana e l’insediamento della signoria viscontea. Alle stesse ragioni sono imputabili la dismissione e la successiva distruzione dell’edificio e dell’intero nucleo cattedrale, rappresentativi non solo della dignità ecclesiastica metropolitica della città e del suo presule, ma anche del potere comunale che in esso era cresciuto. 1 L’architettura battesimale in Italia Il termine battistero definisce un ambiente fornito di una vasca con acqua lustrale, deputato alla celebrazione del primo sacramento. Sin dalle origini dell’architettura cristiana si distinguono due tipi di struttura battesimale: l’impianto inserito nel tessuto costruttivo della basilica, cui poteva essere riservata una porzione di spazio consistente, e l’edificio autonomo, dotato di una propria identità monumentale. La coesistenza di entrambe le soluzioni nel corso dei secoli non permette di identificare nel battistero separato dalla chiesa l’evoluzione in forme complesse di un sistema elementare, gradualmente entrato in disuso, ma piuttosto una scelta di campo dettata da molteplici ragioni di ordine culturale, politico ed economico. In presenza di manifestazioni architettoniche analoghe, tali variabili devono essere prese in considerazione in riferimento al luogo e al periodo in esame, allo scopo di definirne i criteri distributivi, la committenza, le affinità tra diversi cantieri. Le due tipologie non erano in concorrenza tra loro, almeno non dal punto di vista costruttivo, potevano anzi subire la reciproca influenza in termini di suppellettile liturgica fissa o di sistemi idrici, ma le loro linee evolutive sono rimaste separate. Oggetto di questa indagine sono gli edifici battesimali propriamente detti, manufatti di grande importanza nel panorama dell’architettura sacra, che ancora oggi caratterizzano il paesaggio urbano e rurale di una parte consistente del territorio italiano. Mentre in Europa centrale e nel mondo mediterraneo l’edilizia battesimale ha avuto, infatti, la sua massima diffusione durante l’età paleocristiana, in Italia si è sviluppata con grande intensità su un lungo arco temporale che va dalla Tarda Antichità al basso Medioevo, in particolare nelle regioni centro-settentrionali. Una cronologia così dilatata permette di osservare l’andamento del fenomeno nel suo complesso, dalla pace costantiniana all’esaurirsi dell’esperienza comunale. In queste pagine si tenterà di tratteggiare una breve storia dell’edificio battesimale italiano in relazione al principale fattore che ne ha determinato la creazione e la fortuna nel corso dei secoli: la necessità di amministrare il primo sacramento. La parabola evolutiva dell’edificio battesimale si può dividere in quattro grandi fasi che sono coincise, nel periodo e nel luogo, con i principali mutamenti cui fu soggetta l’iniziazione come pratica rituale, come strumento di evangelizzazione e conversione e come atto di partecipazione collettiva. La condizione di precarietà in cui avevano vissuto le comunità cristiane prima dell’editto di Milano hanno limitato lo sviluppo di una liturgia adeguata a rappresentare la fede e, quindi, di un’architettura chiaramente identificabile con i contenuti simbolici propri della religione, sviluppata in senso istituzionale solo a partire dal 313. Il graduale consolidamento delle strutture amministrative ecclesiastiche e delle forme rituali del culto ha favorito il crescente bisogno di spazi per la celebrazione che, con la pace della Chiesa, si è tradotto nella formulazione di una nuova edilizia sacra pubblica. 1.1 Le origini. Il ministero itinerante. I contenuti Le testimonianze sul battesimo dei primi secoli sono assai parche di informazioni riguardanti i luoghi e le modalità di amministrazione del sacramento, a riprova non del disinteresse verso tale pratica, la cui importanza è rimarcata sin dai Vangeli, ma della semplicità con cui avveniva l’adesione al nuovo credo. Le comunità cristiane erano relativamente ridotte, oppresse e rette da maestri itineranti che seguivano le orme degli apostoli, fautori di un ministero che è stato definito carismatico, quindi non ordinato1; agli albori del Cristianesimo mancava un’ossatura istituzionale stabile ed organizzata alla quale, solo in seguito, sarebbero corrisposte delle forme cultuali strutturate2. 1 Didachè: insegnamento degli apostoli, a cura di G. Visonà, Milano, Paoline, 2000, pp. 15-16. E. Cattaneo, I ministeri nella chiesa antica: testi patristici dei primi tre secoli, II, Milano, Paoline, 1997, pp. 21-24. Tra il II e il III secolo viene definita un’organizzazione ecclesiastica stabile, che nel periodo precedente era stata solo abbozzata sull’esempio dell’insegnamento evangelico. 2 Victor Saxer ha osservato che nell’epoca del Cristianesimo primitivo, cioè i primi due secoli dell’era volgare, il battesimo «se caractérise essentiellement par des absence», a causa della mancanza di percorsi formativi istituzionalizzati per i candidati e di quell’insieme di rituali complementari, subentrato solo nella fase successiva; V. Saxer, L’initiation chrétienne du IIe au VIe siècle: esquisse historique des rites et de leur signification, in Segni e riti nella chiesa altomedievale occidentale, Atti della XXXIII Settimana di Studi della Fondazione CISAM, Spoleto 11-17 aprile, 1985, I, Spoleto, CISAM, 1987, pp. 173-196. L’ecclesia, intesa come insieme dei fedeli, era la base sociale che esprimeva le proprie guide spirituali e non era ancora identificata con un edificio gestito dal clero. L’assenza di un ordinamento gerarchico e liturgico propriamente detto, insieme alle condizioni di marginalità e clandestinità in cui vivevano i Cristiani, hanno reso superflua la creazione di spazi appropriati per la celebrazione del culto, onorato in modo spontaneo e senza forme codificate. Il Nuovo Testamento è la più antica fonte valida per ricostruire la prassi battesimale primitiva, caratterizzata da pochi elementi essenziali: la presenza dell’acqua, di un battezzatore e di un richiedente. Nel Vangelo secondo Matteo si legge: «In quel tempo Gesù dalla Galilea andò al Giordano da Giovanni per farsi battezzare da lui [...] Appena battezzato, Gesù uscì dall'acqua: ed ecco, si aprirono i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui.»3. Il battesimo è nato come gesto di purificazione dal peccato nel quale si realizzava la conversione del candidato al nuovo culto cristiano; non si configurava quindi come una cerimonia solenne, ma come un atto spontaneo e immediato, il cui modello si deve individuare proprio nel battesimo che Gesù aveva ricevuto da Giovanni Battista nel Giordano. 3 Mt, 3, 13-17. 4 Mc, 16, 16. 5 Gv, 3, 5-6. La discesa dello Spirito Santo è fondamentale perché si realizzi il mistero battesimale e questo può avvenire solo con la glorificazione del Cristo, cioè con la sua passione; Gv 7, 39. Sul battesimo in acqua e Spirito si vedano anche Mt, 3, 11 dove è aggiunto «in Spirito e fuoco», come anche in Lc, 3,16; Mc, 1,8; At 1,5. 6 Col, 2, 12 7 Gv, 1, 29-35. In base al racconto, si potrebbe interpretare lo stesso battesimo come prefigurazione della morte di Cristo, identificato con l’agnello sacrificale di cui Giovanni parla anche nell’Apocalisse: «Degno è l'Agnello, che è stato immolato, di ricevere la potenza, le ricchezze, la sapienza, la forza, l'onore, la gloria e la lode [...] Combatteranno contro l'Agnello e l'Agnello li vincerà, perché egli è il Signore dei signori e il Re dei re.», Ap, 5,12; 17, 14. 8 Lc, 12, 30. Anche nel Vangelo marciano si ha una simile lettura del battesimo quando, poco dopo il terzo annuncio della passione, Giacomo e Giovanni chiedono a Gesù di sedere con lui nel regno del Padre ed egli risponde: «Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e il battesimo che io ricevo anche voi lo riceverete», alludendo alla sofferenza nel martirio; Mc, 10, 38,39. 9 1G, 5,5-7. Sulle diverse interpretazioni del passo si veda K.F. A Hanna, La passione di Cristo nell’Apocalisse, Roma, Università Gregoriana, 2001, pp. 103-110. 10 Gv 3, 3. Attraverso il battesimo il neofita confermava la propria fede, accettando la Buona Novella, e guadagnava lo stato di grazia divina. L’infusione dello Spirito Santo avrebbe sancito la promessa del regno del Padre, «chi crederà e sarà battezzato sarà salvo»4, a seguito del sacrificio del Figlio, generatore del processo della salvezza: «In verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio»5 La nascita e la morte sono i termini del binomio tra cui si muove il senso ultimo dell’iniziazione cristiana, rievocazione personale del mistero pasquale di Cristo, morto per la redenzione dei peccati e risorto per concedere all’umanità la vita eterna. Una chiara spiegazione del battesimo in chiave cristologica risale alla produzione epistolare di san Paolo, che nella Lettera ai Colossesi afferma: «Con lui infatti siete stati sepolti insieme nel battesimo, in lui anche siete stati insieme risuscitati per la fede nella potenza di Dio»6. La matrice di questa interpretazione risiede negli stessi Vangeli, dove l’iniziazione è messa in rapporto alle due fasi centrali del mistero pasquale. Giovanni Battista per primo evoca la passione contestualmente alla sua attività battesimale, riconoscendo Gesù come l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo, la vittima sacrificale della tradizione ebraica7. In altri passi evangelici anche Gesù sembra alludere a un secondo battesimo, «un battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato, finché non sia compiuto!», riferendosi probabilmente alla sua morte, come suggerisce lo stato d’inquietudine che accompagna l’adempimento del proprio compito8. Ancora nella prima lettera di Giovanni si dice che Gesù è venuto con l’acqua e con il sangue e che insieme allo Spirito, che è la verità, sono elementi concordi. Secondo l’interpretazione più diffusa l’acqua si riferisce al battesimo, mentre il sangue richiama la sua passione, sostanze che riuniscono i due momenti nel medesimo sistema simbolico e in una prospettiva escatologica9. Il tema della resurrezione in relazione al battesimo è adombrato in un’unica occorrenza nel Vangelo di Giovanni, quando Gesù spiega a Nicodemo, a proposito dello Spirito Santo, che «se uno non rinasce dall'alto, non può vedere il regno di Dio»10. La rinascita spirituale, l’inizio di una nuova vita come cristiano partecipe della natura divina, è l’obiettivo principale dell’iniziazione, il contenuto dottrinale sul quale essa si fonda. Su questi presupposti, come accennato, è basata la lettura paolina dell’iniziazione, nella quale è continuamente messa in evidenza la comunione tra il neofita e il Cristo nell’atto battesimale11. 11 Il passo più significativo della produzione paolina è sicuramente quello contenuto nella Lettera ai Romani (6, 1-7) «Noi che già siamo morti al peccato, come potremo ancora vivere nel peccato? O non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova. Se infatti siamo stati completamente uniti a lui con una morte simile alla sua, lo saremo anche con la sua risurrezione. Sappiamo bene che il nostro uomo vecchio è stato crocifisso con lui, perché fosse distrutto il corpo del peccato, e noi non fossimo più schiavi del peccato. Infatti chi è morto, è ormai libero dal peccato». Si vedano anche Ga, 3, 26-29; Ef, 5, 25-27; Col, 2, 9-15. 12 Mt, 3,11; Mc, 1, 5; Lc, 3,16; Gv, 1,26. 13 At, 8, 36-39. 14 Sempre dagli Atti si può intuire che lo svolgimento del battesimo in un fiume fosse preferibile, forse proprio ad imitazione di quello che il Battista aveva amministrato nel Giordano. Si veda in proposito At, 16, 11-15. 15 «Riguardo al battesimo, battezzate così: avendo in precedenza esposto tutti questi precetti, battezzate nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo in acqua viva. Se non hai acqua viva, battezza in altra acqua; se non puoi nella fredda, battezza nella calda. Se poi ti mancano entrambe, versa sul capo tre volte l’acqua in nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo», Didachè, 7, 1-3. I Vangeli, fondamentali per l’interpretazione del significato salvifico dell’iniziazione e per la speculazione teologica dei secoli successivi, non forniscono un vero archetipo valido per la celebrazione, ma offrono solo alcuni spunti strumentali, come l’uso dell’acqua e lo svolgimento presso il fiume, mutuati dall’attività di conversione operata dal Battista nel deserto12. Solo negli Atti degli Apostoli è descritta, sebbene in modo generico, la semplice prassi seguita in quella prima fase, quando l’eunuco della regina Candace chiede a Filippo «Ecco qui c'è acqua; che cosa mi impedisce di essere battezzato? »; i due giungono quindi in un «luogo dove c’era acqua», senza specificare se si trattasse di un fiume, vi discendono entrambi e, in fine, l’apostolo battezza il compagno13. Non esistevano un’occasione particolare o un luogo fisso, nemmeno il tipo di corso d’acqua era vincolante, purché vi si potesse entrare14. Da questa indicazione si può dedurre, come hanno fatto le comunità cristiane dei secoli successivi, che la purificazione avvenisse attraverso l’immersione del richiedente e che il ministro, in atteggiamento di piena comunione con il neofita, lo accompagnasse nell’acqua, forse aiutandolo fisicamente nell’operazione. L’immersione sembra suggerita anche da san Paolo quando spiega che l’uomo nel battesimo è sepolto con Cristo e in lui resuscitato. L’immagine altamente evocativa della sepoltura emerge con forza e potrebbe riferirsi alla pratica iniziatica in uso a quel tempo, in cui il candidato si sarebbe disteso nell’acqua, come in una tomba. Importanti a questo proposito sono le regole sull’iniziazione contenute nella Didachè, primitivo ordinamento delle comunità cristiane prodotto verso la fine del I secolo, che ne illustra con maggiore precisione le modalità di amministrazione in condizioni ottimali15. L’anonimo autore prescrive che si battezzi in “acqua viva”, tradizionalmente interpretata come l’acqua corrente di un fiume o di un apposito impianto, nel nome della Trinità16. Il precetto decade, tuttavia, a fronte della necessità di battezzare a qualunque costo: in mancanza di acqua viva e fredda, si faccia con altro tipo di acqua, anche versata sul capo del candidato. La scelta di una semplice infusione, in caso di emergenza o di lontananza da un luogo in cui si potesse fisicamente entrare nell’acqua, conferma l’uso convenzionale della pratica per immersione, a riprova delle suggestioni neo testamentarie. 16 Nel Vangelo di Giovanni, l’unico in cui si riscontri tale aggettivazione, non è fatto riferimento diretto all’acqua viva in relazione al battesimo: si tratta infatti di un’espressione che indica la salvezza in Cristo, la sorgente della vita eterna, tramite lo Spirito. «Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me; come dice la Scrittura: fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno. Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non c'era ancora lo Spirito, perché Gesù non era stato ancora glorificato», Gv 7, 37-39. L’acqua è il veicolo attraverso il quale si compie la purificazione dal peccato, con il quale si partecipa alla redenzione e nel Nuovo Testamento il suo valore simbolico emerge in diversi episodi sia in senso metaforico, come nell’episodio della Samaritana al pozzo: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: Dammi da bere!, tu stesso gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva», Gv 4, 10-11; sia con azioni dirette, come nel caso della lavanda dei piedi: «Se non ti laverò, non avrai parte con me», Gv 3, 8. Con ogni probabilità l’associazione tra acqua viva e acqua corrente è stata operata dai primi esegeti in riferimento al fiume Giordano, luogo del battesimo di Cristo, e non all’infusione dello Spirito. 17 Paolo di Tarso a 2000 anni dalla nascita, a cura di G. Ghiberti, Cantalupa (Torino), Effatà Editrice, 2009. Il testo è un apocrifo prodotto da un anonimo verso il 160, sulla base dei testi evangelici e sulle lettere di san Paolo. A lui si riferisce probabilmente Tertulliano quando contesta la possibilità concessa alle donne di essere ministri della fede, descrivendolo come presbitero asiatico, destituito dal suo incarico. 18 «Nel nome di Gesù io mi battezzo nell’ultimo giorno», Atti di Paolo e Tecla, 34. L’atto autonomo della vergine era chiaramente imputabile alla condizione nella quale si era trovata, cioè nel momento del supplizio estremo. Sempre forte è la connessione tra morte e rigenerazione nel battesimo, ed evidente la variabilità del tempo dell’iniziazione, che poteva avvenire al termine della vita del fedele, anche per i diretti protagonisti della mitologia cristiana. 19 Mt, 28, 19-20. In questo brano si può leggere anche l’istituzione del sacerdozio da parte di Cristo, da cui deriva la facoltà di operare nel suo nome, attraverso l’istruzione e l’amministrazione del battesimo. Sull’immersione e sulla scarsa importanza del tipo di bacino utilizzato, informano gli Atti di Paolo e Tecla, un apocrifo redatto alla metà del II secolo, sorta di romanzo ellenistico molto diffuso e conosciuto ancora nei secoli successivi17. In occasione della seconda cattura, Tecla, discepola di Paolo e prima martire donna, decide di battezzarsi in modo autonomo, gettandosi in una grande fossa piena d’acqua18. Sebbene discorde dalla tradizione biblica ufficiale, il testo ribadisce, al di là della vicenda romanzata della santa vergine, la necessità di entrare fisicamente nell’acqua, qualunque fosse la sua natura. Altri due fattori che emergono dalle prime fonti sono l’età, evidentemente adulta, dei candidati al battesimo e la delega della sua amministrazione ad altre persone. Il battesimo in senso stretto era stato istituito da Gesù e da lui discende la possibilità per un ministro di battezzare, purché nel nome della Trinità: «Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato»19. Appare chiaro che chi chiedeva di aderire al nuovo credo, fosse consapevole della propria scelta; si trattava, infatti, di battesimi di conversione, non di atti formali vuoti, con cui ciascuno dichiarava di appartenere alla comunità cristiana. Le fonti più antiche non rivelano altri elementi utili per qualificare l’iniziazione delle origini in senso rituale, a riprova della sua semplicità e immediatezza; nondimeno ne delineano con precisione il profilo escatologico salvifico che ha trovato applicazione nella Tarda Antichità sia a livello simbolico-liturgico, sia architettonico. Questo secondo elemento, va da sé, non si è sviluppato nella fase arcaica, dominata dalla clandestinità e da un modo di vivere la spiritualità più spontaneo, di stampo più propriamente evangelico. 1.2 In hoc signo vinces. Fase tardo antica: III - V secolo Verso la fine del II secolo le comunità cristiane hanno cominciato ad acquisire una fisionomia più definita e stabile; la gerarchia ecclesiastica era ormai organizzata in diversi livelli ministeriali, più o meno ordinati, e a questo è corrisposta la messa a punto di pratiche cultuali più complesse20. 20 G. Zeiller, L’organizzazione ecclesiastica, in Dalla fine del II secolo alla pace costantiniana, a cura di G. Lebreton e G. Zeiller, Torino, SAIE, 1959, pp. 493-510. 21 V. Saxer, L’initiation chrétienne, pp. 177-178. 22 A. M. Triacca, La Liturgia Ambrosiana, in S. Marsili, et al., La Liturgia, panorama storico generale, Casale Monferrato, Marietti, 1978, pp. 88-110. 23 Ibidem; B. D. Spinks, Early and Medieval Rituals and Theologies of Baptism. From the New Testament to the Council of Trent, Aldershot, Ashgate, 2003, pp 28-29; Trad. Ap. 17. La Traditio Apostolica è una costituzione ecclesiastica che la tradizione ha attribuito ad Ippolito di Roma. In base ad argomentazioni più convincenti il testo è stato valutato come l’accorpamento di materiale di diversa provenienza, riferibile a più comunità cristiane, e assegnato ad un lungo periodo tra il II e IV secolo. A partire dal secolo successivo, una produzione letteraria relativamente ampia, a carattere liturgico (o paleo liturgico) e teologico, ha avuto come oggetto di interesse il battesimo e le sue diverse declinazioni cerimoniali. Con la diffusione del Cristianesimo e della riflessione sui suoi contenuti, l’iniziazione è stata progressivamente trasformata in un rito propriamente detto e, in quanto tale, soggetto a mutamenti significativi, principalmente aggiunte, in base al luogo, alle tradizioni precedenti, alle influenze contestuali. Victor Saxer ha definito la fase tardo antica come «l’âge d’or de l’initiation chrétienne» nella quale si colloca una serie di novità rituali e istituzionali che hanno trasformato il battesimo in un insieme cerimoniale articolato, arricchito da attività propedeutiche alla conversione e da un corollario di riti complementari21. Per quanto concerne l’Italia, diversi studiosi hanno messo in luce la probabile influenza di altre tradizioni cristiane, come quella nordafricana, di cui Tertulliano era il massimo esponente, e quella siriaca, che possono aver fornito la base culturale e letteraria per lo sviluppo di consuetudini locali22. Nel III secolo è stato istituito il catecumenato, il periodo di preparazione al battesimo, durante il quale il candidato era tenuto a superare delle prove che avrebbero attestato la sua fede e la sua idoneità a ricevere il sacramento; questa fase poteva durare anche tre anni, in base alla testimonianza della Tradizione apostolica23. Il testo informa sull’introduzione di due unzioni, una precedente al battesimo con l’olio dell’esorcismo e una successiva con l’olio santo, sul corpo del neofita che è stato per tre volte immerso nell’acqua, pura e corrente, nel nome delle tre Persone della Trinità24. 24 Trad. Ap., 21, La Tradition Apostolique, ed. B. Botte, Paris, 1984, pp. 80-94. Di grande interesse per l’evoluzione della liturgia battesimale sono l’abiura di Satana e delle sue opere che il candidato faceva rivolto ad Occidente, opposto dell’Oriente, metafora di Cristo e della nascita (non presente il tutte le varianti della Traditio); e l’imposizione della mano da parte del vescovo sui battezzati, un archetipo della confermazione. 25 «Sit aqua fluens in fonte vel fluens de alto»; Trad. Ap., 21. Il termine fons può indicare una piscina o un bagno, comunque un recipiente, nel quale l’acqua deve scorrere o scendere dall’alto. Dell’ingresso in chiesa, Botte riporta due diverse varianti «in eccleisa ingrediantur» e «ingrediantur ecclesiam», La Tradition, p. 86. 26 Trad. Ap. 21; 23. 27 Ibidem. 28 Tertulliano, De Baptismo, 4, 3-5, a cura di A. Carpin, Bologna, ESC, 2011, pp. 136-137; G. Cremascoli, Simbologia e teologia battesimali, in L’acqua nei secoli altomedievali, Atti delle settimane di studio della Fondazione Centro Italiano di studi sull’alto Medioevo, LV, Spoleto, 12-17 aprile 2007, I, Spoleto, CISAM, 2008, pp. 1149-1150. Sulla benedizione delle acque anche la Tradizione apostolica. 29 «Ideque nulla distinctio est mari an stagno, flumine an fonte, lacu an alveo diluatur», De Baptismo, 4,3, pp. 136-137. La Tradizione descrive in modo chiaro un primitivo iter liturgico in cui il bagno rituale veniva inquadrato in un sistema di gesti preparatori e conclusivi che ne rimarcavano la centralità all’interno della celebrazione. Altrettanto chiara è la separazione tra il luogo del battesimo, denominato fonte, e il luogo identificato come ecclesia, a cui i neofiti ritornano dopo essersi asciugati e rivestiti25. A questo contesto cronologico risale la prima domus ecclesiae documentata, quella di Dura Europos, non a caso in Siria, cioè una residenza privata, dove i cristiani si riunivano per celebrare in modo comunitario l’eucaristia e il battesimo, cui era riservato un piccolo ambiente distinto dalla sala principale (figg.1-3). Si suppone che contesti analoghi e sempre di natura privata esistessero anche in Occidente; tuttavia, data l’unicità del caso archeologico di Dura, non è possibile istituire un paragone valido per l’Italia. La chiesa citata nel testo era utilizzata per l’unzione post-battesimale e per l’amministrazione della comunione che, insieme al bagno nell’acqua lustrale, completava l’iter iniziatico cristiano; era indicata anche per la preghiera e la consegna delle offerte per la celebrazione dell’eucaristia26. L’ambiente con acqua pura e corrente citato nella Traditio, da cui il candidato entrava ed usciva, doveva essere una vasca vera e propria, dotata di un sistema idrico capace di far scorrere l’acqua all’interno e abbastanza grande per contenere il candidato e un diacono per aiutarlo27. Il dato più rilevante ai fini dell’analisi è, del resto, la non coincidenza tra il luogo dell’iniziazione e quello dell’adunanza e delle altre celebrazioni, caratteristica che rimarrà costante nello sviluppo delle strutture battesimali, in modo particolare in Occidente. Tertulliano, padre della riflessione teologica del mondo latino, non pone ostacoli al tipo di acqua da utilizzare per il battesimo, fondamentale veicolo della salvezza, a patto che riceva la benedizione divina con cui lo Spirito la santifica28. Tra i luoghi possibili citati nel De baptismo, il termine fonte ricorre in un unico caso e risulta equivalente a qualsiasi altro contesto naturale29; questa equiparazione conferma sia dell’esistenza nel III secolo di piscine adibite al battesimo, come quella di Dura, sia la scarsa importanza dal punto di vista cultuale del loro utilizzo (fig. 3). È stato supposto che anche in Italia esistessero fondazioni cultuali pre-costantiniane, una di queste poteva essere la fase teodoriana del complesso di Aquileia, evoluzione della tipologia della domus ecclesiae e, al contempo, archetipo del sistema a doppia cattedrale; tuttavia l’ipotesi non incontra il favore di tutti gli studiosi (fig. 4)30. Il nucleo teodoriano, tra i più precoci esempi di architettura cristiana, si porrebbe al termine della linea evolutiva di aule private dedicate al culto e in apertura del processo di monumentalizzazione avviato in età costantiniana31. Falla Castelfranchi ha suggerito che dovessero esistere strutture battesimali collegate a edifici di culto antecedenti alla Pace della Chiesa, e simili a quella di Dura, ma allo stato attuale della ricerca non ci sono prove in grado di confermare tale suggestione per un periodo così alto32. L’eccezionalità del caso archeologico siriaco e l’indifferenza delle fonti scritte a proposito di un ambiente specifico, non consentono di superare il limite del campo ipotetico33. Dal punto di vista documentario, si direbbe, infatti, che tra la domus di Dura Europos e l’avvio della prima architettura cristiana ufficiale in Occidente sia trascorso quasi un secolo. In quel lasso di tempo si deve piuttosto riconoscere un graduale consolidamento delle istituzioni ecclesiastiche e delle forme rituali legate al culto che hanno favorito una sempre maggiore adesione al Cristianesimo. L’apice di tale processo si ebbe con l’avvicinamento di Costantino alla nuova religione, in seguito alla quale è stata promulgata la libertà di culto per i cristiani nell’editto di Milano del 313. 30 Si veda in proposito M. Falla Castelfranchi, L’edificio battesimale in Italia nel periodo paleocristiano, in L’edificio battesimale in Italia. Aspetti e problemi, pp. 267-269; ivi G. Menis, Il battesimo ad Aquileia nella prima metà del IV secolo, pp. 685-708. Dalla ricostruzione dei percorsi liturgici in rapporto agli ambienti del nucleo teodoriano fatta da Menis, sembra che quell’originario sistema rappresenti una fase evolutiva della domus ecclesiae. L’organizzazione delle aule e la loro grandezza indicano l’abbandono di una dimensione strettamente privata della celebrazione; mentre la concentrazione di spazi comunicanti, raggruppati in un unico complesso senza soluzione di continuità, suggerisce il legame con una tradizione più arcaica che, quasi parallelamente, verrà soppiantata da gruppi cattedrali composti da edifici autonomi. 31 G. Cuscito, Edilizia privata ed edifici cristiani di culto: un problema aperto, in L’architettura privata ad Aquileia in età romana, Atti del Convegno, Padova, 21-22 febbraio, 2011, a cura di J. Bonetto – M. Salvadori, Padova, University Press, 2012, pp. 555-570. 32 Delle diverse strutture antecedenti e sottostanti edifici di culto tardo antichi è impossibile dimostrare la funzione di domus ecclesie, sebbene l’esistenza di tali luoghi di aggregazione sia molto probabile. In proposito G. Cantino Wataghin - J. M. Gurt Esparraguera - J. Guyon, Topografia della civitas christiana tra IV e VI secolo, in Early medieval towns in the Western Mediterranean, Ravello, 22 – 24 settembre 1994, a cura di G. P. Brogiolo, Mantova, S.A.P.,1996, pp. 17-41. In alcuni contesti è stata rilevata la presenza di una domus privata, in uso fino al momento della costruzione dell’edificio di culto e non si esclude la possibilità che gli impianti fossero parzialmente dedicati alla celebrazione; si veda in proposito P. Testini - G. Cantino Wataghin - L. Pani Ermini, La cattedrale in Italia, in Actes di XIe Congrès international d’archéologie chrétienne, I, Rome, 1989, p. 81 33 R. Krautheimer, Rome. Profile of a city, 312-1308, Princeton, Princeton University Press, 1980; S. de Blaauw, Cultus et decor. Liturgia e architettura nella Roma tardoantica e medievale. Basilica Salvatoris, Sanctae Mariae, Sancti Petri, I, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1994, pp. 42-43. L’importanza dell’evento risiede non solo nel termine delle persecuzioni o nella legalizzazione della fede cristiana, ma nella possibilità di esprimerla in forme durevoli. Solo con la Pace della Chiesa si può, infatti, parlare di un’architettura propriamente cristiana, pubblica e monumentale la cui vicenda era inaugurata, si suppone, con il sostegno diretto del principe ad alcuni cantieri delle principali città dell’impero. In Italia il Cristianesimo è stato, inizialmente e per un periodo non breve, un fenomeno culturale propriamente urbano e che aveva interessato, in larga parte, i ceti dirigenti della società34. La città era la sede del vescovo, il capo della comunità cristiana e reggente dell’ecclesia, intesa come l’insieme dei fedeli e, a partire da quel momento, l’edificio di culto che avrebbe ospitato l’attività liturgica. Alla residenza episcopale si legava la chiesa cattedrale, o meglio, la chiesa matrice di una città, spesso l’unica esistente, disposta, nella maggior parte dei casi noti, all’interno della cerchia muraria di età romana35. In breve tempo l’ecclesia matrix si è configurata come complesso episcopale di cui facevano parte, regolarmente, la domus vescovile, la chiesa per l’adunanza della comunità e, in alcuni casi, l’edificio battesimale. I diversi corpi di fabbrica costituivano un insieme inscindibile sia sul piano visivo, in termini di qualificazione del paesaggio in senso cristiano, sia a livello contenutistico, poiché ciascun luogo era deputato ad una funzione liturgica precisa, ma inscindibile dal contesto generale: la residenza identificava la presenza del vescovo, la chiesa accoglieva i fedeli per l’eucaristia, alla quale potevano partecipare solo dopo aver ricevuto il battesimo nel battistero. 34 Le trasformazioni delle élites in età tardoantica. Atti del Convegno Internazionale, Perugia, 15-16 marzo 2004, a cura di R. Lizzi Testa, Roma, 2006. 35 P. Testini - G. Cantino Wataghin - L. Pani Ermini, La cattedrale in Italia, pp. 5-231; G. Cantino Wataghin - J. M. Gurt Esparraguera - J. Guyon, Topografia della civitas, in part. pp. 30-32. Per il ruolo del vescovo G. Volpe, Il ruolo dei vescovi nei processi di traformazione del paesaggio urbano e rurale, in Archeologia e società tra tardo antico e alto Medioevo. XII seminario sul Tardo Antico e l’alto Medioevo, Padova, 29 settembre – 1 ottobre 2005, Mantova, SAP, 2007, pp.86-106. Per questo tema si rimanda al capitolo terzo. 36 E. Palazzo, Liturgie et societé au Moyen Age, Paris, Aubier, 2000, pp. 40-43. Questo aspetto puramente sociale del battesimo è stata una costante nel percorso evolutivo del rito, diventando quasi preminente sui contenuti spirituali a partire dai secoli centrali del Medioevo. Con la legalizzazione del Cristianesimo, l’iniziazione era diventata un sacramento propriamente detto, fatto di segni esteriori visibili, un istituto fondamentale nella vita del fedele, tramite cui poteva ricevere lo stato di grazia e avere accesso alla comunità cristiana. Nella società eterogenea tardo romana i cristiani erano un gruppo religioso che conviveva con altre realtà di diverso indirizzo confessionale; l’ingresso a quel sottoinsieme era codificato come rito di passaggio, atto di fede distintivo della scelta del singolo di appartenere alla famiglia spirituale di Cristo36. L’edilizia sacra delle origini rispondeva, quindi, in prima istanza, a questa necessità di manifestazione visibile agli occhi della città; nello specifico, l’edificio battesimale spiccava nella sua realtà monumentale autonoma come l’emblema del patto tra Dio e l’uomo e tra il neofita e la comunità cristiana, siglato nell’accettazione del battesimo. La centralità dell’iniziazione in quella prima fase di autodeterminazione sociale aveva reso indispensabile la creazione di una struttura apposita, adeguata ad ospitare celebrazioni di grande rilievo e complessità. Nel corso del IV secolo, la produzione letteraria sul battesimo è fiorita nell’opera catechetica dei più importanti teologi del mondo antico, che ne avevano intuito l’alto potenziale di coinvolgimento nei processi di reclutamento dei nuovi accoliti. Il battesimo era una forma rituale che consentiva l’accesso ai misteri divini a cui il fedele si avvicinava progressivamente, secondo un percorso ormai istituzionalizzato, scandito dai tempi e dai modi dettati dalla liturgia: la preparazione, l’iniziazione, la mistagogia. Il cammino terreno del credente descriveva un climax ascendente che lo introduceva a un livello sempre più alto nella comunità cristiana, fino alla condivisione del mistero eucaristico. Il battesimo era preceduto dal percorso del catecumenato, coincidente con la Quaresima, il periodo in cui un candidato, dopo essersi iscritto alle liste del battesimo, riceveva un’istruzione sulle verità della fede e sul rito che avrebbe ricevuto. In quella fase il catecumeno abbracciava l’etica cristiana, correggendo comportamenti illeciti, assolvendo agli obblighi penitenziali e assistendo ad apposite catechesi, finalizzate ad imprimere uno stile di vita del tutto nuovo37. 37 Catechesi prebattesimali e mistagogiche. Cirillo e Giovanni di Gerusalemme, a cura di G. Maestri e V. Saxer, Milano, Paoline, 1994; La teologia dei Padri, IV, a cura di G. Mura, Roma, Città Nuova, 1982; C. Alzati, Ambrosianum mysterium. La chiesa di Milano e la sua tradizione liturgica, Milano, NED, 2000, pp. 40-43; E. Ferguson, Baptism in the early church: history, theology, and liturgy in the first five centuries, Cambridge, W. B. Eerdmans, 2009. Particolarmente importanti sono le catechesi prebattesimali di Cirillo di Gerusalemme e Teodoro di Mopsuestia nelle quali sono affrontati gli elementi basilari della fede ed importanti questioni dottrinali; in linea con questo indirizzo, per l’ambito italiano, Ambrogio da Milano. In proposito Le catechesi battesimali. Giovanni Crisostomo, a cura di L. Zappella, Milano, Paoline, 1998, in part. p. 42. 38 Su questo tema si era già pronunciato Tertulliano che sconsigliava l’iniziazione a chi non avesse piena coscienza delle proprie azioni ed estendeva la prescrizione perfino a chi non avesse preso una posizione definitiva sulla propria vita, come i vedovi, i celibi e i casti. Tertulliano, De Baptismo, 17, 1-3 pp. 190-191. I bambini sono già citati nelle regole della Tradizione apostolica (21) come possibili candidati al battesimo; mentre Origene ne era diretto sostenitore. 39 L’indicazione è già presente in Tertulliano, De Baptismo, 19, 1-3, p. 191. 40 In particolare Ambrogio afferma che ovunque il battesimo era celebrato a Pasqua; Ambrosius, Exhortatio virginitatis, Liber Unus, VII, 42 (PL 16 348, D). Sullo stesso tema Ilario di Poitiers; G. Bosisio, Della varia disciplina circa il ministro, il tempo e il luogo del battesimo, solenne trattazione storica documentata, Pavia, 1848. Sul simbolismo pasquale del battesimo, Ambrogio dice: «Tene ordinem rerum in hac fide; mundo mortuus es, deo resurrexisti, et quasi in illo mundi consepultus elemento, peccato mortuus ad vitam es resuscitatus aeternam»; De mysteriis, 21. Nella definizione del battesimo Giovanni Crisostomo riprende puntualmente da san Paolo ogni singola metafora del mistero pasquale, chiamandolo anche «sepoltura» (Rm, 6,4), «circoncisione» (Col, 2, 11) e «croce» (Rm, 6,6); Seconda catechesi. I candidati erano generalmente adulti, consapevoli dell’impegno spirituale e sociale che avrebbero preso con Dio e con la società; nondimeno sono attestati casi di battesimo infantile, sebbene non fosse ritenuto un atto appropriato per coloro che non avessero maturato sufficienti capacità di discernimento38. L’iter iniziatico, come si andava definendo in questo periodo, era composto da un insieme sacramentale articolato, incentrato sul battesimo e seguito dalla confermazione e dall’eucaristia; questi tre momenti erano sintetizzati in una continuità rituale, celebrata in occasione del Sabato Santo, allo scopo di rimarcare la sovrapposizione semantica tra il battesimo e la passione, di paolina memoria39. I padri della Chiesa avevano profondamente interiorizzato i termini dell’interpretazione cristologica del battesimo e su quelli elaborarono un efficace sistema simbolico, a cui rispondevano gli aspetti materiali e immateriali dell’iniziazione, in primo luogo, il tempo della celebrazione40. Il battesimo era una rievocazione del mistero pasquale, sviluppata attorno ai due momenti cardinali dell’azione sacramentale: il bagno rituale, quando il battezzando era sepolto nell’acqua e resuscitato insieme a Cristo, e l’eucaristia, in cui il neofita entrava in comunione con la divinità attraverso le specie, testimoni del sacrificio. In base allo stesso sistema erano concepiti i gruppi episcopali, dotati di edifici battesimali per l’iniziazione e di basiliche per l’eucaristia. Certo, come già accennato, la configurazione dello spazio doveva tenere conto anche di altre necessità contingenti, come la rappresentazione della comunità cristiana nel tessuto urbano, il numero dei partecipanti e, in modo particolare, l’azione liturgica nel complesso. A questo proposito si deve puntualizzare che sin dalle origini della Chiesa, intesa come istituzione, la liturgia non è stata un contenitore unico ed uniforme, valido per tutta la cristianità; si sono sviluppati piuttosto usi liturgici locali in ogni regione, che hanno dato vita a tradizioni specifiche di un’area, sebbene fondate tutte sui medesimi principi apostolici41. Tale diversificazione, espressa dalle fonti ecclesiastiche, si manifestava dal punto di vista architettonico, nei termini di un’articolazione spaziale variabile, anche se consimile, del singolo edificio e del complesso nell’insieme. 41 Per l’età tardo antica le tradizioni rituali principali, presenti sul territorio italiano erano la romana, l’ambrosiana e l’aquileiese. Sul particolarismo liturgico P. Piva, Lo ‘spazio liturgico’: architettura, arredo, iconografia (secolo IV-XII), in L’arte medievale nel contesto, Milano, Jaca Book, 2006, pp. 141-180. 42 R. Krautheimer, Three Christian Capitals. Topography and politics, Berkeley, University of California Press, 1983, in part. pp. 30-32. In alcuni contesti è stata rilevata la presenza di una domus privata, in uso fino al momento della costruzione dell’edificio di culto P. Testini - G. Cantino Wataghin - L. Pani Ermini, La cattedrale in Italia, p. 81 43 Nella vita di papa Silvestro contenuta nel Liber Pontificalis si legge «Fontem sanctum, ubi baptizatus est Augustus Constantinus», (LP, 33, 13); H. Geertman, Hic fecit basilicam. Studi sul Liber Pontificalis e gli edifici ecclesiastici di Roma da Silvestro a Silverio, Leuven, Peeters, 2004, in part. pp. 76-78. Gli Actus Sylvestri non hanno trovato una datazione precisa: sicuramente successivi all’epoca in cui visse il papa, sono stati variamente attribuiti dalla fine del IV, all’inizio del VI secolo. Per un esame approfondito del complesso lateranense si veda S. De Blaauw, Cultus et decor. Liturgia e architettura nella Roma tardoantica e medievale. Basilica Salvatoris, Sanctae Mariae, Sancti Petri, Città del Vaticano, Biblioteca Apotolica Vaticana, 1994. 44 Al VI secolo risale l’espressione «baptisterium basilicae Costantinianae» (LP. 46, 7); H. Geertman, Hic fecit basilicam, p. 113; S. De Blaauw, Cultus et decor, I, pp. 109-113; O. Brandt, Battisteri oltre la pianta. Alle questioni di natura prettamente religiosa si aggiungevano fattori di ordine pratico, come il sito in cui il battistero era collocato, il materiale disponibile, la committenza, qualora se ne possa individuare una. La stagione dell’architettura cristiana, secondo una tradizione plurisecolare, si apriva nel segno di una commissione privata di un edificio pubblico, donato alla comunità42. È il caso della basilica lateranense di Roma e di quello che è universalmente ritenuto il più antico edificio battesimale dell’Occidente, costruiti per volontà dell’imperatore Costantino, in seguito alla vittoria riportata su Massenzio nella Battaglia di Ponte Milvio (fig. 9). Le prime fonti che associano la basilica lateranense all’iniziativa del principe risalgono solo V secolo, con forse l’eccezione della fine del IV secolo per gli Actus Silvestri che narrano, con intento chiaramente politico, le circostanze del battesimo di Costantino nel battistero di Roma entro la Vita di papa Silvestro43; negli atti del concilio di Roma del 487 è già citata una «Basilica Costantiniana», lezione replicata nel Liber Pontificalis, dove Costantino è indicato come costruttore-committente dal termine «fecit»44. Al Liber, redatto Gli alzati di nove battisteri paleocristiani in Italia, Città del Vaticano, Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, 2012. 45 Tra le preesistenze è stato individuato da Giovanni Pelliccioni un impianto termale pertinente ad una domus, ristrutturato ancora nella primissima età costantiniana, in corrispondenza del quale era sorto il battistero lateranense. Sugli scavi si vedano G. Giovenale, Il battistero lateranense nelle recenti indagini della Pontificia Commissione di archeologia sacra, Roma, Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, 1929; G. Pelliccioni, Le nuove scoperte sul battistero lateranense: con appendice sui Bolli laterizi, Città del Vaticano, Tipografia Poliglotta Vaticana, 1973; O. Brandt – F. Guidobaldi, Il battistero lateranense: nuove interpretazioni delle fasi strutturali, in «Rivista di Archeologia Cristiana», 84, (2008), pp. 189-282. 46 In modo particolare gli interventi di Sisto V che fece demolire la cappella della Santa Croce, in favore dell’attuale ingresso dalla piazza, e di Urbano VIII che dispose il rifacimento delle coperture e la decorazione pittorica degli interni. H. Menander – O. Brandt – A. Appetechia, The Lateran Baptistery in Three Dimensions. A Pilot Study in Building Archaeology of the Lateran Baptistery in Rome dnr 429-509-2010, «UV Öst rapport», 18, (2010), pp. 429-509. 47 Brandt, pur anticipando la configurazione ottagonale del battistero al IV secolo, insiste sul posticipare la concezione e la costruzione dell’edificio alla tarda età costantiniana, compresi i principati degli eredi di Costantino. Le pitture ritrovate nelle strutture precedenti l’impianto cristiano sarebbero, infatti, databili alla prima metà del IV secolo, piuttosto che al precedente, O. Brandt, Battisteri oltre la pianta, pp 42-43. 48 O. Brandt, Il battistero lateranense, pp. 234-238 e 272-275 dal VI secolo, risalgono anche le più antiche attestazioni del battistero romano, costantemente ricondotto alla memoria costantiniana. Non esiste quindi una documentazione coeva, come non esistono testi liturgici validi per questo periodo. Le indagini archeologiche che si sono succedute dalla prima metà del Novecento sul sito del Laterano hanno consentito l’individuazione degli impianti precedenti al nucleo cristiano, identificati con le caserme degli equites singulares, corpo militare che aveva combattuto con Massenzio, sciolto da Costantino nel 31245. La dismissione del complesso fornisce il terminus post quem per la prima fase dell’edificio battesimale romano, a pianta centrale su fondazione circolare, anche se è stato prospettato un breve periodo di coesistenza tra il primo insediamento cristiano e le strutture precedenti di una domus vicina alla caserma. Il battistero lateranense si presenta oggi con una struttura a doppio involucro ottagonale, in cui il profilo esterno è riecheggiato da una serie di otto colonne centrali architravate, che sorreggono un ordine minore, su cui è impostata la cupola (figg. 8-9); tra i due profili corre un deambulatorio più basso, coperto da un soffitto a cassettoni. Le basi delle otto colonne sono inserite nel parapetto dell’antica piscina battesimale, di circa 8 m di diametro, ora non più visibile al di sotto della nuova pavimentazione e della balaustra centrale. L’edificio è il risultato di modifiche apportate nel corso dei secoli che, a partire da pochi anni dopo la sua fondazione, ne hanno progressivamente alterato l’aspetto primitivo. La conformazione attuale, in particolare, gli deriva dagli interventi occorsi nella tarda età moderna, oltre i quali è apprezzabile larga parte della costruzione tardo antica46. Olof Brandt ha potuto individuare due momenti principali della fabbrica paleocristiana: le analisi murarie hanno messo in luce una fase tardo costantiniana, del secondo quarto del IV secolo, cui apparterrebbe una porzione limitata dell’alzato in laterizio, con almeno cinque ingressi dai profili marmorei, sovrastati da finestre, e un rivestimento anch’esso marmoreo esterno ed interno47; si suppone che le coperture fossero semplici, anche in base alle murature perimetrali sottili48. La seconda fase risale al pontificato di Sisto III (432-440), autore della suddivisione interna dello spazio con la sistemazione delle otto colonne centrali sul bordo esterno della piscina e, probabilmente, della cupola poggiante sui nuovi sostegni49. Le colonne descrivono un deambulatorio che era allora coperto da volta a botte50. Allo stesso papa è generalmente attribuito anche l’atrio a forcipe antistante l’ingresso meridionale e, contestualmente, l’innalzamento dei perimetrali che ad esso si ammorsano, intervento concorde con l’introduzione della nuova copertura51. Sempre nel V secolo, per volere di papa Ilario (461-468), il battistero è stato raccordato a tre ambienti: due cappelle dedicate a san Giovanni Battista e a san Giovanni Evangelista, adiacenti al corpo centrale, e l’oratorio di Santa Croce, forse un padiglione della domus, riadattato ad edificio cristiano e collegato al resto della struttura da un cortile colonnato (figg. 5-7)52. Accanto all’atrio si dispone la cappella di San Venanzio, voluta nel VII secolo dal papa Giovanni IV53, rettangolare con abside semicircolare a Nord-Ovest, ma probabilmente risultante dal riadattamento dell’antica aula A dell’impianto precedente. 49 «Hic contituit columnas in baptisterium basilicae Constantinianae, quas tempore Constantini Augusti fuerant congregatas, ex metallo purphyretico numero VIII, quas erexit cum epistulis suis et versibus exornavit», riportato in H. Geertman, Hic fecit Basilicam. Studi sul Liber Pontificalis e gli edifici ecclesiastici di Roma da Silvestro a Silverio, Leuven, 2004. B. Brenk, Spolia from Costantine to Charlemagne: Aesthetics versus Ideology, in «Dumbarton Oaks Papers», 41, 1987, p. 106. 50 R. Krautheimer, Three Christian Capitals, p. 115. 51 Ivi, pp. 241-243 e 276-282. L’autore, in realtà, non assegna a Sisto III più di quanto il Liber Pontificalis non dica, ma suggerisce, piuttosto, un progetto omogeneo sviluppato nel corso del V secolo tra i pontificati di Sisto III e di Ilario, nel clima di generale incremento degli edifici cristiani a Roma. 52 «Hic fecit oratoria III in baptisterio basilicae Constantinianae, sancti Iohannis Baptistae et sancti Iohannis evangelistae et sanctae Crucis, omnia ex argento et lapidibus pretiosis»; R. Krautheimer, Succes and failure in Late Antique Church planning, in Age of Spirituality: a Symposium, ed by K. Weitzmann, New York, 1980, pp. 135-136. L’autore datava le strutture della cappella di Santa Croce al II-III secolo, cioè alla domus antica, precedente al complesso lateranense; De Blaauw, Cultus et decor, pp. 135-136. Indagini più recenti hanno invece assegnato le fondazioni a sacco allo stesso livello del battistero tardoantico, quindi all’opera diretta di papa Ilario. Delle tre cappelle si è conservata nelle forme originali solo quella dedicata a San Giovanni Evangelista. La cappella del Battista è stata ricostruita in forma ovale nel XVIII secolo, mentre quella della Santa Croce veniva definitivamente demolita nel XVI secolo, O. Brandt, Battisteri oltre la pianta, pp. 39-43. 53 Ivi, pp. 36-39. 54 Come osserva il De Blaauw, il Liber non assegna a Sisto III il rifacimento ottagonale del battistero; tuttavia, la messa in posa di otto colonne, giacenti sin dall’età costantiniana, come a rimarcare un perimetro su quel numero conformato e la fondazione evidentemente circolare, non consentono di risolvere il problema. Si veda De Blaauw, Cultus et decor, p. 130 e seg. In generale, strutture a pianta centrale contraddistinguono la nuova fase architettonica inaugurata sotto Massenzio e proseguita da Costantino; in proposito M. Cima, Il battistero è disposto a Nord-Ovest dell’abside della basilica lateranense, anche se in origine la distanza dalla chiesa paleocristiana era di circa 60 metri. La critica ha largamente dibattuto attorno alla questione dell’originaria conformazione del battistero, ritenuta da alcuni interamente circolare e trasformata in ottagono solo in seguito all’intervento di papa Sisto III, documentato promotore di importanti modifiche all’edificio nel quarto decennio del V secolo. L’ipotesi sembrerebbe suffragata da un passo della vita del papa nel Liber Pontificalis, dove è fatto un chiaro riferimento sia alla commissione costantiniana, sia a una struttura ottagonale, suggerita dalla messa in opera delle otto colonne, già raccolte dallo stesso imperatore54. Gli horti Liciniani: una residenza imperiale della tarda antichità, in Horti Romani. Atti del Convegno Internazionale, Roma, 4-6 maggio, 1995, a cura di M. Cina e L. La Rocca, Roma, 1998, p. 451. 55 O. Brandt, Il battistero lateranense, p. 215; M. Falla Castelfranchi, L’edificio battesimale, pp. 268-271. 56 Ivi, pp. 223-231. In corrispondenza degli angoli smussati, all’interno si riscontrano fondazioni quadrangolari aggiuntive, parzialmente ammorsate alla parete circolare, utili per allogare eventuali sostegni verticali, che però non sono mai stati messi in opera. L’autore osserva altresì che i perimetrali esterni mantenevano l’angolo smussato, avevano cioè pareti minori in corrispondenza dei vertici del poligono, quasi a formare un esadecagono. Anche secondo Krautheimer il perimetro esterno potrebbe risalire alla concezione costantiniana, in Three Christian Capitals, p. 115. 57 S. De Blaauw, Cultus et decor, pp. 131-133. 58 A. Quacquarelli, Le catechesi ai misteri. Cirillo e Giovanni di Gerusalemme, Roma, Città Nuova, 1977, pp. 12-13; E. Prinzivalli, Lezioni sui Salmi: il “Commento ai Salmi” scoperto a Tura, Milano, Paoline, 2005, pp. 247-249; P. Siniscalco, Un modulo storiografico fortunato: le età del mondo dall’epoca patristica al Medioevo, in Il Batttistero di Parma: Iconografia, Iconologia, Fonti Letterarie, a cura di G. Schianci, Milano, Vita e Pensiero 1999, pp. 321-350; M. Navoni, La concezione liturgico rituale del battesimo in epoca medievale, in Il Battistero di Parma, pp. 41-76. Il numero otto, l’ogdoade, era centrale nella cosmogonia e nell’escatologia già dei culti mediterranei antichi, perché rappresentava l’infinito, la perfezione divina, il più alto dei cieli, luogo delle anime beate; questi concetti erano presenti anche nel pensiero Di tutt’altro parere è Olof Brandt, responsabile delle indagini più recenti sulle strutture del battistero, che ha proposto una sua configurazione ottagonale ab origine, insistente su di una base circolare, similmente all’aula ottagonale del palazzo di Galerio a Salonicco55. Secondo le osservazioni dello studioso, al di sopra dell’anello di fondazione si sviluppa una breve muratura circolare all’interno e ottagonale all’esterno, con angoli smussati a formare pareti di circa un metro, che costituisce una fase di fondazione ulteriore, contigua ai primi corsi di alzato del profilo poligonale oggi visibile (fig. 6)56. Questa lettura sarebbe confermata da piccole fondazioni quadrangolari, destinate a sorreggere sostegni verticali, forse le otto colonne congregate da Costantino, da disporsi lungo il perimetro interno. Secondo il De Blaauw, su intuizione già di Pelliccioni, una prima aula destinata al battesimo, possibilmente circolare, era stata trasformata in edificio poligonale nel IV secolo, durante l’età costantiniana, dunque prima del supposto intervento di Sisto III; a quel progetto appartenevano anche la vasca battesimale, circolare entro un profilo ad andamento ottagonale, e le otto colonne, che sono state però messe in opera solo nel secolo successivo57. La questione icnografica è da molto tempo oggetto di discussione, perché nell’originaria conformazione ottagonale risiede il valore archetipico del battistero lateranense, preteso modello di tutti gli edifici battesimali che, soprattutto nei primi secoli, hanno condiviso il medesimo impianto. La pianta ottagonale era, indubbiamente, lo schema più diffuso nell’architettura battesimale occidentale, perché in essa si concretizzavano i contenuti principali dell’iniziazione cristiana. Nella speculazione patristica, all’ottavo giorno corrispondeva l’inizio di un nuovo mondo, quello della vita dopo la morte; già secondo Origene, il numero otto, simbolo dell’infinito, si riferiva alla resurrezione di Cristo, la condizione in cui si realizzava l’accesso al regno dei cieli, dell’eterna ogdoade58. L’ottagono rappresentava, la perfezione divina, l’immortalità dell’anima e il mistero pasquale della rigenerazione, preludio all’indefinibile tempo dell’eternità, estraneo alla creazione. L’otto era considerato come il ritorno al pitagorico che legava all’otto l’idea dell’eternità, E. Cattaneo, Le vicende storiche, in La basilica di S: Lorenzo in Milano, a cura di G. Dell’Acqua, Milano, Banca Popolare di Milano, 1985, pp. 18-37. 59 Secondo Ambrogio la pienezza della resurrezione è nel numero otto, L. Pizzolato, Studi su Vigilio di Trento, Milano, Vita e Pensiero, 2002, in part. pp. 42-46. 60 M. Falla Castelfranchi, L’edificio battesimale, pp. 268-273. Per l’evoluzione generale del battistero e la trasmissione di modelli in età tardo antica si veda Ead., ad vocem «Battistero. Età paleocristiana – Alto Medioevo», in Enciclopedia dell’arte medievale, III, Roma, Istituto Enciclopedia Italiana, 1992, pp. 214-227 e la bibliografia proposta. 61 Di analoga conformazione, camera ottagonale formata da nicchie in spessore di muro entro un profilo quadrato, il battistero siriano di Qal’at Sim’an. 62 Per le sale ottagonali e absidate nelle ville tardo antiche C. Sfameni, Ville residenziali nell’Italia tardoantica, Bari, 2006, pp. 137-139; V. de Nittis, La villa romana di Casignana. I balnea, l’aula basilicale numero uno, l’octava die che coincideva con il primo giorno dopo il sabato, la domenica secondo il calendario cristiano, in cui Cristo era risorto59. L’associazione tra l’acqua della rigenerazione utilizzata nel battesimo e l’ottagono coglieva pienamente il binomio morterinascita sotteso ai riti dell’iniziazione, che sul piano monumentale si rifletteva negli edifici e nelle vasche battesimali così conformati. Se lo schema planimetrico del battistero lateranense di prima fase fosse stato effettivamente circolare e trasformato solo negli anni trenta del V secolo, il modello di riferimento per la diffusione di quella tipologia dovrebbe essere ricercato altrove. Marina Falla Castelfranchi, concorde con le intuizioni di Brandt, ha individuato una linea di trasmissione della formula ottagonale che dal battistero di Roma giunge in Oriente attraverso Costantinopoli, rintracciabile esclusivamente nei pochi esempi di fondazioni imperiali60. I casi a cui si riferisce sono le due fasi del battistero di Santa Sofia a Costantinopoli (fig. 10)61, di cui la prima, d’età costantiniana, è totalmente obliterata, e i due battisteri efesini della cattedrale di Santa Maria e del santuario di San Giovanni Evangelista, costruiti tra il IV e il V secolo (figg. 11-12). I tre edifici di cui sia ancora verificabile la planimetria, sono accomunati da uno schema molto elaborato, caratterizzato da concavità ricavate nello spessore murario, che determinano un andamento ottagonale non dichiarato all’esterno; il corpo centrale è, infatti, celato dallo stesso perimetrale o da una struttura concentrica quadrangolare. L’ambiente è continuo e lo spazio fruibile appare come moltiplicato dalle nicchie aperte in direzione della vasca. Gli elementi distintivi del battistero lateranense sono, invece, la nettezza del profilo ottagonale, riconoscibile all’esterno, nonostante l’atrio e le cappelle, e il deambulatorio descritto dalle otto colonne che, all’epoca della costruzione dei tre esempi orientali, doveva già essere stato messo in opera. La mancanza di corrispondenza tra l’interno e l’esterno dell’edificio e, soprattutto, l’introduzione del tema della parete scavata da nicchie allontanano l’idea di un modello romano o, quantomeno, impongono di ricercare un riferimento aggiuntivo, dotato di quelle caratteristiche architettoniche. L’architettura romana di età imperiale aveva applicato la forma ottagonale a edifici e impianti di carattere civile, come la grande sala della Domus Aurea(fig. 13), il peristilio maggiore della villa di Palazzo Pignano (fig.14), il vestibolo della piazza d’Oro a Villa Adriana di Tivoli (fig. 15), con ottagono di base e nicchie estradossate, al pari dei frigidarium della villa di Piazza Armerina (fig. 16)62. e la facciata a galleria frontale fra due torri, in «Polis. Studi interdisciplinari sul mondo antico», 2, (2006), pp. 295-316. 63 R. Krautheimer, Introduction to an Iconography of Medieval Architecture, in «Journal of the Warburg and Courtauld Institute», 5, (1942), pp. 20-33. Alla luce del parallelismo riscontrato dall’autore tra battistero e mausoleo, si deve osservare che la maggior parte degli edifici sepolcrali tardo antichi presenti a Roma erano circolari, come ad esempio i mausolei di Elena, di Santa Costanza e dei Gordiani, che possono aver suggerito la conformazione per il primitivo battistero lateranense. Krautheimer ha infatti riconosciuto i riferimenti per il battistero romano nel mausoleo della figlia di Costantino e nella rotonda del Sepolcro di Gerusalemme. 64 F. Sacchi, Ianua Leti. L’architettura funeraria di Milano romana, Milano, ET, 2003, in part. pp.64-67. 65 Ambrogio, De Mysteriis, V, 21, (PL 16, 395 A); «Tene ordine rerum in hac fide mundo mortuus es, deo resurrexisti, et quasi in illo mundi consepultus elemento, peccato mortuus ad vitam es resuscitatus aeternam». 66 M. Falla Castelfranchi, Battisteri e pellegrinaggi, in Akten des XII Internationalen Kongresses für christliche archeologie, Bonn 22-28 September, 1991, II, Città del Vaticano, 1995, pp. 234-248; P.A. Février, Baptisteres, martyrs et reliques, in “Rivista di archeologia cristiana”, 62, (1986), pp. 109-138. Secondo la brillante intuizione formulata da Richard Krautheimer nel celebre saggio del 1942 Introduction to an Iconography of Medieval Architecture, la tipologia monumentale alle base dell’edificio battesimale doveva però essere il mausoleo; nell’edilizia funeraria tardo antica è stato infatti elaborato un tipo di sepolcro a impianto centrico, circolare od ottagonale, in cui si osservano tutte le variabili strutturali riscontrate anche nei battisteri (figg. 17-19)63. Importanti precedenti ai mausolei poligonali di età tardoantica, sono le camere sepolcrali di età cesareo-augustea dell’Asia minore e dell’Africa settentrionale; più rare le attestazioni in Italia64. La scelta di emulare un certo tipo di architettura funeraria si deve ricollegare nuovamente all’interpretazione in chiave paolina del battesimo come sepoltura dell’uomo vecchio e rinascita all’eternità, che in quei primi secoli aveva dominato il pensiero cristiano sull’iniziazione. In primo luogo lo studioso, a proposito trasmissione di schemi architettonici, osserva che esisteva una relazione simbolica di rimando tra modello e copia, per cui non era necessaria la condivisione totale delle caratteristiche del prototipo, ma piuttosto una sua rievocazione attraverso elementi significativi. La pianta centrale era dunque valida, in ogni sua conformazione geometrica, a richiamare l’impianto circolare. Krautheimer evidenzia, infatti, la prevalenza del contenuto simbolico di un edificio di culto sulla sua configurazione come, principale veicolo di diffusione di modelli. In questo senso, il battistero aveva assunto le qualità semantiche dell’edilizia funeraria adeguate ad esprimere i valori della funzione cui avrebbe dato luogo, non solo le sue forme. L’idea della consepoltura insieme al Cristo e di successiva risurrezione dal peccato era molto presente nella letteratura cristiana tardo antica, coeva alla prima fase di diffusione dell’edificio battesimale, e deve avere avuto un certo peso nell’adozione di un contenitore architettonico già sperimentato in ambito funerario65. La presenza di reliquie e, in seguito, di sepolture nei battisteri avrebbe amplificato questa valenza, a riconferma della scelta tipologica66. L’ipotesi di Krautheimer è largamente condivisibile, in primo luogo perché individua opportuni raffronti sia in rapporto a contenuti culturali radicati nella coscienza religiosa, sia alle reali caratteristiche strutturali dei casi esaminati; inoltre circoscrive la riflessione tipologica ad un preciso contesto architettonico e cronologico di poco precedente ai primi battisteri occidentali, tra il III e il IV secolo. L’associazione tra una planimetria ottagonale percepibile all’esterno e le nicchie scavate nella parete interna rimonta all’età tetrarchica, proprio a partire da un mausoleo, quello costruito nel palazzo di Diocleziano a Spalato, in Croazia, contornato da peristilio ugualmente conformato (fig. 20). Alla stessa epoca risale una sala ottagonale inserita nel palazzo di Galerio a Salonicco, con sette nicchie interne e un vestibolo biabsidato in entrata (fig. 21). Non si tratterebbe della sepoltura del tetrarca, destinata alla sede di Romuliana, in Serbia, ma la corrispondenza con l’edificio dioclezianeo a livello planimetrico è evidente; si noti poi l’unione dell’ottagono con un atrio a forcipe, del tutto analoga alla configurazione conferita al battistero lateranense nella prima metà del V secolo. Ancora al periodo tetrarchico potrebbe risalire l’ottagono con nicchie nelle pareti interne rinvenuto a Milano, al di sotto del complesso di San Vittore al Corpo (fig. 22)67, interpretato come il mausoleo di Massimiano Erculio, Augusto d’Occidente che aveva promosso importanti opere di ampliamento ed abbellimento della città lombarda durante il suo lungo soggiorno. Gli scavi diretti da Mirabella Roberti hanno messo in evidenza la porzione di un edificio chiaramente ottagonale, con nicchie in profondità muraria alternativamente circolari e quadrangolari, derivato probabilmente dal prototipo di Spalato68. Le strutture emerse confermano le planimetrie redatte nel corso del XVI secolo da Vincenzo Seregni e da Galeazzo Alessi, che devono ritenersi degli studi o dei progetti per la costruzione della nuova chiesa di San Vittore (fig. 23)69. 67 M. Mirabella Roberti, Il mausoleo romano di San Vittore a Milano, in Atti del VI Convegno Nazionale di Archeologia Cristiana, Pesaro-Ancona, 19-23 settembre 1983, II, Firenze, 1986, pp.777-783. 68 M. Mirabella Roberti, Il recinto fortificato di San Vittore a Milano, in Scritti di Archeologia (1943-1979). Atti e memorie della Società Istriana di Archeologia e Storia Patria, Trieste, 1979-1980, pp. 419-436. L’ottagono è stato distrutto nel 1576 in favore della ricostruzione della nuova basilica di San Vittore, ad opera di Galeazzo Alessi, del quale si conserva un progetto con planimetria del mausoleo. Allo stesso anno risale il disegno di anonimo olandese della Staatsgalerie di Stoccarda, che ritrae il complesso prima della demolizione e nel quale si scorge l’esterno dell’ottagono. 69 A.D. Pica - P. Portaluppi, La basilica di San Vittore al Corpo, Milano, 1934; V. De Nittis, La villa romana di Casignana, pp. 305-307. 70 U. Monneret De Villard, Note di archeologia lombarda, in «Archivio Storico Lombardo», 41, I, (1914), pp. 5-70. P. Frigerio, Battisteri paleocristiani e medievali intorno al lago Maggiore, in Segni ambrosiani nella regione dei laghi prealpini, Atti del Convegno, Luino, 24 ottobre, 1998, Luino, Luinostamp, 2001, pp. 43-60. 71 M. Falla Castelfranchi, L’edificio battesimale, pp. 268-271. La medesima relazione tra edifici battesimali e sepolcri tardoantichi era stata identificata da Ugo Monneret De Villard, che rivedeva nelle originarie fattezze dell’ottagono milanese, poi chiesa di San Gregorio, e nel mausoleo di Diocleziano, il modello per molti edifici battesimali italiani70. In questo nucleo di monumenti, per il tramite del mausoleo di Massimiano, si deve quindi riconoscere il background tipologico del battistero di San Giovanni alle Fonti di Milano (fig. 24), talvolta considerato, come altri edifici dello stesso genere, una diretta filiazione del prototipo romano, con il quale, però, non condivide che il profilo ottagonale71. Ancorché primo72, dunque, il caso romano non sembra avere fatto scuola nella prima fase di diffusione dell’architettura battesimale, nemmeno sugli impianti minori della stessa città pontificia; la sua unicità era forse ricercata dalla committenza papale, che intendeva sottolineare il valore di universalità della chiesa unita nell’unico sacramento del battesimo, ricevuto nell’unico fonte73. 72 In realtà Brandt ha sostenuto che la sua costruzione, da un primitivo progetto imperiale, si dovesse completare non prima dell’età costantiniana avanzata, quindi almeno dal secondo quarto del IV secolo, Il battistero lateranense, pp. 274-275. 73 M. Sannazaro, L’edificio battesimale nella metropoli milanese e nelle diocesi suffraganee lombarde, in Albenga città episcopale. Tempi e dinamiche della cristianizzazione tra Liguria di Ponente e Provenza. Convegno Internazionale e Tavola Rotonda, Albenga, 21-23 settembre 2006, a cura di M. Marcenaro, Genova-Albenga, 2007, pp. 708-709. Sannazaro giustifica la riflessione anche in rapporto all’iscrizione in distici di Sisto III, posta nel battistero lateranense in occasione del suo restauro, in cui è espressa l’unità del corpo dei fedeli battezzati in quello stesso fonte, con parole di chiara ispirazione paolina: «Nulla renascentium est distantia, quos facit unum: unus fons, unus spiritus, una fides». 74 Per l’opera del monaco franco Dungan, autore della Silloge si veda M. Ferrari, ad vocem Dungal, Dizionario Biografico degli Italiani, 42, Roma, 1993. Il manoscritto pervenuto a Lorsch è ora conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana, codice Pal. Lat. 833. 75 Per la bibliografia sul tema si rimanda a G. Cuscito, Epigrafi di apparato nei battisteri paleocristiani d’Italia, in L’edificio battesimale in Italia. Aspetti e problemi, pp. 454-456. Alla luce di questa disamina, appare chiaro che nelle regioni orientali, l’eventuale trasmissione dell’impianto ottagonale lateranense si debba ritenere mediata dall’influenza di edifici di altra natura, in due casi mausolei, attestati nei territori dell’impero poco prima della Pace della Chiesa; la medesima osservazione vale per i battisteri occidentali, configurati, in larga misura, su schemi ottagonali, spesso con nicchie interne, in modo particolare in Italia settentrionale. La fortuna della pianta ottagonale deve essere sicuramente collegata all’esistenza di modelli eminenti, situati in centri di strategica importanza per la cristianizzazione, e all’adeguatezza delle forme già elaborate per la sepoltura ai contenuti del battesimo. A questi fattori si deve aggiungere l’impatto e il grado di diffusione della prima, e probabilmente unica, riflessione architettonica sull’edificio battesimale prodotta nella Tarda Antichità, un componimento in otto distici attribuito a sant’Ambrogio, riportato nel IX secolo da un monaco franco nella Silloge di Lorsch con il titolo Versus Ambrosii ad fontem eiusdem ecclesiae74. «Octachorum sanctos templum surrexit in usus, Octagonus fons est munere dignus eo. Hoc numero decuit sacri baptismatis aulam Surgere, quo populis vera salus rediit Luce resurgentis Christi.» Diversi studi ne hanno confermato ad Ambrogio la paternità, grazie a convincenti confronti tematici con le opere catechetiche del santo, in particolare con il De Sacramentis, dove sono approfonditi i contenuti e i significati dell’iniziazione75. I versi sono stati letti presso la fonte della chiesa di Santa Tecla, come si evince dal titolo dell’iscrizione ad essa dedicata e precedente ai Versus, cioè nel battistero di San Giovanni alle Fonti, posto alle spalle dell’abside della chiesa, in direzione Sud-Est. L’edificio doveva essere indipendente, «templum», e avere otto nicchie o recessi, octachorum, cui corrispondeva una vasca a otto angoli, «octagonus fons», degna di ospitare il sacro dono della rigenerazione spirituale. Al numero otto si legava la resurrezione di Cristo che, per opera del battesimo, liberava i fedeli dal peccato e restituiva loro la vita eterna, la «vera salus». I termini utilizzati dal vescovo non sono casuali, anzi denotano con sintetica precisione il battistero da lui, evidentemente, costruito secondo un programma iconografico immediato, ispirato alla teologia salvifica76. Di grande interesse è la scelta del verbo «surgere» in riferimento alla planimetria, che poteva indicare sia la nascita di una nuova classe monumentale, sia il reimpiego di una diversa tipologia già esistente, nell’accezione di risorgere, appropriata in questo contesto. Forzando la lettura del passo «surrexit in usus», si direbbe che Ambrogio conoscesse altri edifici ottagonali, forse proprio sepolcri, con una simbologia di fondo collaudata e che ne riutilizzasse le forme per assicurare all’iniziazione un contenitore riconoscibile. 76 M. Sannazaro ha definito il battistero come traduzione e applicazione di un concetto teologico, quello proposto da Ambrogio nel componimento, L’edificio battesimale nella metropoli, p. 710. 77 O. Brandt, Riflessioni sullo studio dell’architettura degli edifici battesimali in Italia, in Acta XV Congressus Internaionalis Archaeologiae Christianae. Episcopus, civitas, territorioum, Toleti, 8-12.9.2008, a cura di O. Brandt, Città del Vaticano, Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, 2013, pp. 1731-1748. 78 Ibidem. Brandt spiega l’adozione del modello ottagonale per i primi battisteri cristiani in base a un principio sostanzialmente rappresentativo: la scelta in quei primi contesti di altissimo livello era determinata dalla volontà di magnificenza espressa dalla committenza, che attribuiva alle grandi sale ottagonali dell’architettura palaziale romana un forte valore economico ed estetico. Caratteristiche comuni erano quindi la ricchezza, l’eleganza e il costo di tali ambienti, le cui forme venivano riproposte nei battisteri episcopali che dovevano analogamente essere manifestazioni di potere e raffinatezza. Rimarchevole è inoltre il carattere universale del secondo distico, «hoc numero decuit sacri baptismatis aula surgere», in cui si coglie un intento didascalico, un invito all’uso della pianta ottagonale al fine di qualificare in maniera inequivocabile il luogo del battesimo. Poco propenso alla lettura in chiave simbolica del battistero è Olof Brandt, che contesta l’adozione di tale criterio interpretativo svincolata da altri fattori di natura funzionale, sociale e rappresentativa77. Secondo lo studioso quello di Ambrogio era un commento teologico per un edificio già costruito, piuttosto che una base teorica a sfondo simbolico; di conseguenza, la scelta di un modello architettonico derivato da contesti di tutt’altra natura, come le aule ottagonali di ambito imperiale, deve essere spiegato secondo altri percorsi, cui l’attribuzione di un contenuto simbolico cristiano faceva seguito78. La strada più corretta sembra, tuttavia, quella in cui le diverse componenti funzionali, simbolico-teologiche e rappresentative vengono prese in considerazione, sia nella ricostruzione dei modi di trasmissione di un modello, sia nell’analisi sulla definizione del tessuto architettonico e spaziale dell’edificio. Del battistero di San Giovanni alle Fonti si conservano oggi le sole evidenze archeologiche, sotto al sagrato del Duomo di Milano (fig. 25)79; alla fine del XIV secolo ne venne disposta la demolizione in favore dell’immane progetto visconteo che prevedeva una nuova cattedrale e una piazza, forse posticipata all’inizio del successivo (fig. 26). 79 Per gli scavi E. Bignami, Ruine dell’antica Milano. Comunicazione al Collegio degli Ingegneri ed Architetti, Milano, 1870; M. Mirabella Roberi, Il battistero di Sant’Ambrogio a Milano, in «Recherches Augustiniennes», 4, 1966, pp. 3-10; S. Lusuardi Siena, M. Sannazaro, I battisteri del complesso episcopale milanese alla luce delle recenti indagini archeologiche, in L’edificio battesimale in Italia, pp. 646-674; S. Lusuardi Siena et. al., Le nuove indagini archeologiche nell’area del Duomo, in La città e la sua memoria. Milano e la tradizione di sant’Ambrogio, Milano, pp. 40-67; S. Lusuardi Siena, F. Sacchi, Gli edifici di Milano e Albenga, in Albenga città episcopale, pp. 677-704; S. Lusuardi Siena, Piazza del Duomo prima del Duomo, Milano, ET, 2009. Per il caso milanese si veda nel dettaglio il capitolo successivo. 80 S. Lusuardi Siena, F. Sacchi, Gli edifici di Milano e Albenga pp. 684-690. 81 E. Bignami, Ruine dell’antica Milano, pp. 3-4; M. Mirabella Roberti, Il battistero di Sant’Ambrogio, pp. 5- 7. 82 L’esistenza del vano è confermata da un frammento murario in corrispondenza del portale orientale, S. Lusuardi Siena, M. Sannazaro, I battisteri del complesso episcopale, p. 660. Secondo il Mirabella anche le porte nord e sud erano dotate di un protiro in facciata di cui, però, non si sono conservate tracce, M. Mirabella Roberti, Il battistero di Sant’Ambrogio, pp. 3-4. 83 Per lo sviluppo di questo tema si rimanda al capitolo successivo. 84 I metodi analitici impiegati nell’indagine sono la termoluminescenza e il radiocarbonio, L. Fieni et al., Il battistero di San Giovanni alle Fonti di Milano. Un caso di studio archeologico-archeometrico, in «Archeologia dell’architettura», 3, (1998), pp. 91-108. 85 S. Lusuardi Siena, F. Sacchi, Gli edifici battesimali di Milano e Albenga, in Albenga città episcopale, pp. 693-700 Ancora leggibile è il solido impianto ottagonale, caratterizzato da una muratura molto spessa in cui si aprono nicchie alternativamente semicircolari e quadrangolari, separate da grossi pilastri diedri. Agli angoli interni erano addossate colonne su plinti quadrati, forse distribuite su due livelli, che scandivano il ritmo dell’elevato, assolvendo anche una funzione statica nel sistema di copertura80. I resti murari di un crollo ritrovati nel primo sondaggio sono compatibili con una volta decorata a mosaico, probabilmente a otto spicchi81. Gli angoli esterni erano evidenziati da paraste angolari in laterizio su alte basi in sarizzo; in corrispondenza delle nicchie rettangolari erano posizionate le quattro porte, una delle quali era dotata di un vano antistante82. La piscina ottagonale al centro ha struttura in mattoni e rivestimento marmoreo, con due gradini d’accesso su ogni lato, fuorché a Est, dove si disponeva il celebrante. Non si esclude che l’elevato del San Giovanni fosse articolato su due diversi livelli, analogamente allo schema presentato dagli altri sacelli ottagonali costruiti a Milano in età tardo antica83. Le indagini archeometriche realizzate su campioni prelevati dal cantiere hanno prodotto risultati compatibili all’assegnazione della prima fase del cantiere all’età ambrosiana, a conferma di una lunga tradizione letteraria84. La vasca battesimale, rialzata dalla quota originale, il sistema di scarico delle acque e la decorazione in opus sectile del pavimento e delle pareti, risalgono all’iniziativa del vescovo Lorenzo (489-511), testimoniato da un coevo componimento di Ennodio85. In tali interventi il cantiere ambrosiano è stato solo parzialmente obliterato, con la sopraelevazione della vasca e del pavimento, ma l’impianto generale è rimasto inalterato86. 86 S. Lusuardi Siena - F. Sacchi, Per un riesame dei sectilia parietali paleocristiani del battistero di San Giovanni alle fonti a Milano, in Atti del IX Colloquio dell’Associazione Italiana per lo Studio e la Conservazione del Mosaico, Aosta, 20-22 febbraio 2003, a cura di C. Angelelli, Ravenna, Girasole, 2004, pp. 81-96. 87 G. De Angelis D’Ossat, Origine e fortuna dei Battisteri ambrosiani, in «Arte Lombarda», 14, (1969), pp. 1-20; M. Sannazaro, L’edificio battesimale, pp. 705-739. 88 P. Piva, Edilizia di culto cristiano a Milano, Aquileia e nell’Italia settentrionale fra IV e VI secolo, in Storia dell’architettura italiana: da Costantino a Carlo Magno, Milano, Electa, 2010, pp. 102-103. 89 M. Sannazaro, L’edificio battesimale nella metropoli, pp. 711-712; su Albenga si vedano i saggi contenuti nel volume in Albenga città episcopale: temi e dinamiche della cristianizzazione tra Liguria di Ponente e Provenza. Convegno internazionale e tavola rotonda, Albenga, Palazzo Vescovile, Sala degli Stemmi e Sala degli Arazzi, 21-23 settembre 2006, Istituto Internazionale di Studi Liguri, a cura di M. Mercenaro, Genova, 2007; per una sintesi critica sui dati di scavo O. Brandt, L’enigmatica muratura “B” del battistero di Albenga, in Marmoribus vestita. Miscellanea in onore di Federico Guidobaldi, cura di O. Brandt - Ph. Pergola, Città del Vaticano, Pontificio Istituto di Archeologica Cristiana, 2011, pp. 263-286. Interessante notare che a una conformazione strutturale prettamente ambrosiana, si associa una vasca dal profilo esterno ondulato, sul quale si ergeva un tegurium di copertura, simile a quello dell’impianto lateranense. Su Novara, per cui già Falla Castelfranchi, L’edificio battesimale, p. 277, aveva proposto una datazione al IV secolo, G. Cantino Wataghin - S. Uggè, Scavi e scoperte di archeologia cristiana in Italia Settentrionale (1993-1998), in L’edificio battesimale in Italia, pp. 24-25. 90 F. Reggiori, Dieci battisteri lombardi, minori, dal secolo V al secolo XII, Roma, Libreria dello Stato, 1935; M. Sannazaro, L’edificio battesimale nella metropoli, pp. 712-714. Il battistero di San Giovanni alle fonti di Milano è stato da molti studiosi considerato il prototipo per l’architettura battesimale italiana, soprattutto delle regioni centrosettentrionali, della Gallia, perché per primo ha sviluppato quelle caratteristiche icnografiche e strutturali, riscontrabili in una vasta gamma di casi tra l’età paleocristiana e il Medioevo87. Altra posizione è stata di recente sostenuta da Paolo Piva, il quale non crede nel valore archetipico del battistero ambrosiano, in base all’ampia gamma di varianti proposta dagli edifici battesimali di quell’area, come le nicchie estradossate o il perimetro quadrangolare88. La proposta è sicuramente interessante, ma non giustificabile con quei presupposti. Un modello si può trasmettere, infatti, sia in modo diretto, come nel caso di Albenga (figg. 27-28), dove il battistero presenta il caratteristico impianto con nicchie di forma alternata non percepibili all’esterno, sia mediato da scelte strutturali diverse, che pure derivano dal prototipo, come a Novara, dove il perimetrale è sviluppato da nicchie estradossate, ma sempre di andamento mistilineo (figg. 29-30). Entrambi gli esempi afferiscono a un gruppo episcopale, in linea con la prima diffusione del culto cristiano presso i centri urbani e si collocano tra il V-VI secolo89. La questione degli elevati presenta maggiori problematiche, data la perdita del contesto milanese. Ammessa però l’esistenza di una galleria rialzata, si potrebbe supporre che nei battisteri derivati il secondo ordine animato da finestrature o arcate cieche rimandasse a un sistema più elaborato, non ripetibile in situazioni periferiche, a causa di diverse condizioni economiche e materiali. Allo stesso momento risalgono i battisteri di Brescia (fig. 31), con il caratteristico profilo a nicchie interne iscritte in un quadrato, e quello della cattedrale di Como, più simile all’impianto novarese (fig. 32)90. Pochi sono invece gli edifici allestiti nel IV secolo, in coincidenza dei principali centri urbani: sempre a Milano, e precedente al San Giovanni, si trova parte del Santo Stefano alle Fonti, probabilmente introdotto in un’aula rettangolare (figg. 26, 33), mentre nel Meridione si attesta il battistero di Capua, anch’esso di profilo quadrangolare con abside (fig. 34)91. Sul finire del IV secolo si assesta anche il battistero degli Ortodossi di Ravenna, impianto della nuova cattedrale ursiana, sviluppato da uno schema ottagonale con nicchie sporgenti da quattro lati; attualmente si presenta interrato rispetto al piano stradale che ne occlude gli ingressi originali (fig. 35)92. Tra la fine del IV e la metà del V secolo si colloca il più antico battistero toscano, afferente alla chiesa maggiore dei Santi Giovanni e Reparata, costituito da un impianto tetraconco adattato ad una struttura antecedente, di età imperiale (fig. 36)93. 91 M. Falla Castelfranchi, ad vocem «Battistero. Età paleocristiana», in Enciclopedia dell’arte medievale, III, Roma, 1992, pp. 214-227. 92 R. Farioli Campanati, Ravenna romana e bizantina, Ravenna, 1977; F. Fabbri, Tipologie battisteriali nel litorale adriatico. Il battistero degli ariani e degli ortodossi di Ravenna, tra premesse simboliche, archetipi architettonici e geometria, in «Ravennatensia», 24, (2009), pp. 165-198. 93 G. Ciampoltrini, Il battistero di Lucca. Preistoria di un monumento del quartiere episcopale, in L’edificio battesimale in Italia, pp. 931-948; M. Frati, Spazi di gioia, I battisteri in Toscana dalle origini al tardo Medioevo, in Monumenta. Rinascere dalle acque. Spazi e forme del Battesimo nella Toscana medievale, a cura di A. Ducci e M. Frati, Ospedaletto, Pacini, 2011, pp.45-46. 94 Ibidem; L. Pani Ermini - D. Stiaffini, Il battistero e la zona episcopale di Pisa nell’alto Medioevo, Ospedaletto, Pacini, 1985. 95 M. Falla Castelfranchi, L’edificio battesimale, pp. 282-283; G. Volpe, Il ruolo dei vescovi nei processi di trasformazione del paesaggio urbano e rurale, in Archeologia e società tra tardo antico e alto Medioevo. XII seminario sul tardo antico e l’alto Medioevo, Padova, 29 settembre – 1 ottobre 2005, Mantova, SAP, 2007, pp. 101-103. Al periodo qui descritto coincide la fase di assestamento e precisazione di molte diocesi italiane, nei centri delle quali i complessi vescovili crescevano in forme più o meno monumentali a seconda del prestigio, dell’autorità episcopale e della capacità economica di ciascuna sede. 1.3 Tra Tarda Antichità e alto Medioevo. La cristianizzazione dei contadi Dal VI secolo altri importanti edifici battesimali sono stati edificati presso centri urbani dell’Italia centrale e meridionale, come il primitivo impianto di Pisa, ottagonale con angoli rinforzati all’esterno e abside nascosta da un muro rettilineo (figg. 37-38)94. A Canosa si trova il particolare impianto dodecagonale con ambienti quadrati su quattro lati, preceduto da un atrio a forcipe; al centro il fonte era circondato da colonne che creavano un deambulatorio anulare tra la vasca e il perimetro (fig. 39)95. Analoga configurazione interna, sebbene racchiusa in una pianta circolare è quella del battistero campano di Nocera Superiore (figg. 40-41)96 dove il deambulatorio che cinge il fonte è definito da un ordine di colonne binate, simile a quello di Santa Costanza a Roma (fig. 18). I due edifici rappresentano i maggiori esempi di questa categoria presenti nell’Italia meridionale, per i quali si evidenzia una certa relazione con il sito lateranense nella suddivisione dello spazio centrale in anelli concentrici. 96 M. D’Antonio, L’edificio battesimale in Campania dalle origini all’alto Medioevo, in L’edificio battesimale in Italia, pp. 1003-1036. 97 C. Violante, Le strutture organizzative della Cura d’Anime nella campagne dell’Italia centrosettentrionale (secoli V-X), in Cristianizzazione ed organizzazione delle campagne nell’alto Medioevo: espansione e resistenze, Atti della XXVIII Settimana di Studi della Fondazione CISAM, Spoleto 10-16 aprile, 1980, II, Spoleto, 1982, pp. 972-974. 98 J.Ch. Picard, Ces que les teste nous apprennent sur les équipements et le mobilier liturgique necessaire puor le baptême dans le sud de la Gaule et l’Italie du nord, in Actes du XI congrès international d’archéologie chrétienne, II, Lyon, Grenoble, Genève, Aoste, 21-28 Septembre, 1986, Città del Vaticano, 1989, pp. 1454-1455. 99 M. Falla Castelfranchi, L’edificio battesimale: architettura, ritualità, sistemi idraulici, in L’acqua nei secoli altomedievali, Atti della LV Settimana di Studi della Fondazione CISAM, Spoleto 12-17 aprile 2007, I, Spoleto, 2008, pp. 1221-122. È in questa fase che si attesta una capillare diffusione dei battisteri anche nelle aree rurali, dove aveva fatto la sua comparsa il sistema della chiesa battesimale, il nucleo architettonico e amministrativo su cui si fondava l’organizzazione religiosa delle campagne. Le chiese urbane non potevano più supportare da sole l’amministrazione del culto divino e dei sacramenti, per un numero sempre crescente di fedeli, per cui si era resa necessaria la creazione di un’ampia rete ecclesiastica sui territori97. I vescovi concedevano, quindi, ai rettori di queste chiese, alla base della futura struttura plebana, il diritto di conferire il battesimo alle comunità che risiedevano attorno a quelle istituzioni, riservandosi la sola prerogativa della confermazione. Dal punto di vista liturgico si osserva un sostanziale cambiamento nella politica dell’amministrazione del battesimo, nei tempi e nei modi. La celebrazione della Settimana Santa, pur rimanendo il momento liturgico principale, non era più l’unica occasione per ricevere il battesimo; si aggiungevano, infatti, i dies natalis dei santi e le principali festività, per cui il battesimo del re merovingio Clodoveo rappresentava un illustre precedente98. Tra i candidati all’iniziazione iniziavano ad essere compresi anche i bambini, fatto che se da un lato ha reso indispensabile la revisione del complesso sistema del catecumenato e degli scrutini di preparazione al battesimo, dall’altro ha influito sulla configurazione delle vasche, sebbene non abbia intaccato la prassi edilizia dei dispositivi autonomi99. Sebbene l’iniziazione cristiana si presenti come un fenomeno piuttosto stabile, nei contenuti escatologici e sociali fondamentali, l’introduzione del pedobattesimo e il trasferimento del diritto battesimale sulle chiese minori ha accentuato alcune dinamiche relazionali e, gradualmente, svuotato di senso le pratiche rituali ad esso connesse. Veniva meno l’unità teologica della compagine iniziatica, che non poteva più comprendere l’eucaristia, obiettivo finale di quel percorso misterico descritto dai padri; dall’insieme si è progressivamente distaccata anche la confermazione, che poteva essere amministrata solo dal vescovo in occasione di visite sporadiche alla diocesi, dunque in un tempo diverso da quello del bagno rituale100. Dal punto di vista sociale, invece, si è realizzato in forma più completa il senso di ingresso del neofita nella comunità cristiana, attraverso l’istituzione del padrinato, che abbracciava appieno l’idea di parentela spirituale con la famiglia di Cristo e con la rete di rapporti esterni alla Chiesa101. Questo elemento sarà sviluppato sino a livelli parossistici dalla civiltà comunale. 100 E. Palazzo, Liturgie et societé, pp. 41-43. 101 Ibidem. 102 V. Fiocchi Nicolai - S. Gelichi, Battisteri e chiese rurali (IV-VII secolo), in L’edificio battesimale in Italia, pp. 303-321. 103 Ibidem. L. Pejrani Baricco, Chiese battesimali in Piemonte, in L’edificio battesimale in Italia, pp. 541- 588; C. Martorelli, L'architettura dei battisteri di Napoli, Capua e Marcellianum, in L’edificio battesimale in Italia, pp. 1037-1056. 104 M. Sannazaro, L’edificio battesimale nella metropoli, pp. 714-715. 105 Ibidem; V. Fiocchi Nicolai - S. Gelichi, Battisteri e chiese rurali, pp. 303-321; P. Demeglio, “Unus fons, unus spiritus, una fides”: dalle soluzioni delle origini agli sviluppi altomedievali, in L'architettura del battistero. Storia e progetto, a cura di A. Longhi, Milano, Skira, pp. 33-53. 106 V. Fiocchi Nicolai - S. Gelichi, Battisteri e chiese rurali, pp. 303-321; L. Pejrani Baricco, San Ponso Canavese (Torino). Antica pieve e battistero, in Atti del V Congresso Nazionale di Archeologia Cristiana, Torino, Valle di Susa, Cuneo, Asti, Valle d'Aosta, Novara, 22-29 settembre 1979, Roma, Viella, 1982, pp. 151-155. Tali assestamenti sul piano istituzionale si sono riflessi principalmente sull’arredo, come sembrano attestare le fasi di restringimento di alcune piscine attorno al VI-VII secolo, ma non sugli edifici: molti sono i casi di chiese battesimali rurali dotate di un impianto autonomo per il battesimo, di notevoli proporzioni, così da poter ospitare tutti i protagonisti durante il rito lustrale, e forniti di impianti e decorazioni di un certo livello. Il quadro della distribuzione e conformazione dei battisteri rurali in questo periodo è stato descritto da uno studio capillare di Vincenzo Fiocchi Nicolai e Sauro Gelichi, a cui si rimanda per la grande completezza di analisi102. Di particolare interesse, oltre alla grande diffusione del battistero autonomo, è l’evoluzione delle planimetrie sull’esempio dei più grandi monumenti urbani. Si trovano, infatti, impianti quadrangolari, come nel caso verbanese di San Giovanni in Montorfano, presso Mergozzo, o dell’Isola Comacina che si devono probabilmente derivare dall’esperienza milanese di Santo Stefano (fig. 42-43); nella forma di aula absidata anche il battistero di Marcellianum, nei pressi di Salerno (fig. 44)103. L’icnografia quadrangolare con nicchie interne, in assonanza col battistero bresciano (ma di derivazione ambrosiana), si trova invece a Riva San Vitale (fig. 45), nel Ticino, ed è ripresa in età romanica a Baveno, sul Lago Maggiore e ad Ascoli Piceno (figg. 46-47)104. Il sistema a nicchie estradossate del tipo novarese si incontra a Lomello (fig. 48), nella prima fase del battistero di Cureggio (fig. 49), dove i recessi sporgenti sono solo quattro, aree molto vicine a Novara, e ad Arcisate (fig. 50), presso Varese105. Strettamente vicino al prototipo ambrosiano è invece l’impianto di prima fase di San Ponso Canavese, con profilo ottagonale e nicchie interne squadrate (fig. 51)106. Strutture circolari sono quelle di Palazzo Pignano (CR) e di Torcello (VE) nel Settentrione e quello di Lucera, assai prossimo al modello di Nocera Superiore (figg. 52-54)107. 107 V. Fiocchi Nicolai - S. Gelichi, Battisteri e chiese rurali, pp. 303-321; P. Demeglio, “Unus fon,”, pp. 44- 46. 108 M. Frati, Spazi di gioia, pp. 47-50. 109 G. Andenna, Pievi e parrocchie in Italia centro-settentrionale, in Pensiero e sperimentazioni istituzionale nella Societas Christiana, (1046-1250), a cura di G. Andenna, Milano, Vita e pensiero, pp. 371-406. 110 A.A. Settia, Pievi e cappelle nella dinamica del popolamento rurale, in Cristianizzazione e organizzazione ecclesiastica delle campagne nell'alto Medioevo: espansione e resistenze, Atti della XXVIII Settimana di Studi della Fondazione CISAM, Spoleto, 10-16 aprile 1980, I, Spoleto, CISAM, 1982, pp. 445- 449. Tale fenomeno non ha evidentemente intaccato lo sviluppo dell’edilizia monastica che rispondeva sia alle esigenze spirituali e normative di cui l’impero era promotore, sia alla creazione di centri di cultura e potere legati al governo centrale. 111 Ivi, pp. 445-449. Nel caso della Toscana, dove pure alcuni impianti battesimali sono attestati per il periodo a cavallo tra Tarda Antichità e alto Medioevo, non si sono conservate tracce monumentali particolarmente significanti per una classificazione108. In questa fase si osserva una grande espansione dell’architettura battesimale su tutto il territorio italiano del quale si sono qui riportati solo i maggiori esempi. Questa tendenza si è gradualmente arrestata per le epoche successive, in particolare nelle regioni meridionali; il fenomeno si è, infatti, ripresentato, nei secoli centrali del Medioevo, solo nella parte centro-settentrionale della Penisola. 1.4 L’età carolingia. Sospensione dell’architettura battesimale In coincidenza con la crescita e lo sviluppo dell’impero franco, si registra l’avvio del più significativo mutamento nell’architettura battesimale propriamente detta: tra il IX e l’XI secolo si osserva una lunga fase di sospensione dell’edilizia sacra dedicata all’iniziazione, nella quale sono attestate quasi esclusivamente modifiche degli impianti precedenti. Questo fatto appare alquanto singolare se si considera lo sviluppo istituzionale e numerico del sistema plebano, evoluzione del sistema della chiesa battesimale, alla base dell’inquadramento non solo religioso, ma anche amministrativo, dell’impero109. Aldo Settia ha tracciato il profilo delle variazioni quantitative nella prassi edilizia generale tra l’alto e il pieno Medioevo, dal quale emerge un quadro piuttosto articolato: a seguito di un picco tra il VII e l’VIII secolo, si ha un decremento delle strutture ecclesiastiche tra il IX e il X, concluso con una grandiosa ripresa a partire dall’XI secolo110. Lo studioso ha imputato la diminuzione caratteristica del periodo centrale alle normative carolinge che tentavano di contenere l’eccessiva proliferazione di edifici di culto, anche con l’obbligo di demolire le chiese superflue111. A proposito della legislazione, in materia di battesimo l’impero ha regolamentato definitivamente la sua amministrazione ai soli infanti, stabilendo «quod omnes infantes infra annum baptizantur»112. La necessità di comprendere tutti i territori conquistati in un sistema unico e stabile deve aver spinto all’imposizione del primo sacramento nella prima infanzia, al fine di evitare deviazioni confessionali, anche in forza di quel sentimento sociale che si connetteva al battesimo, che rafforzava il senso di appartenenza a un gruppo e quindi a un luogo. In questa impostazione fortemente ideologica aveva certamente avuto una parte la sottomissione dei popoli sconfitti, come i Sassoni che sono stati convertiti in modo massivo al Cristianesimo; il capitolare riportato era stato in effetti prodotto a seguito del trionfo dei Franchi su quella popolazione113. Enrico Catteneo rifiutava di vedere in tale prescrizione, circoscritta all’ambito sassone, la causa della fine dei battisteri monumentali e imputava la scomparsa degli edifici altomedievali, per il caso francese, alla distruzione dei complessi più antichi in favore di nuove costruzioni di età romanica114. La legge franca sembra, invece, aver dato luogo a una sospensione delle attività costruttive relative al battesimo, tanto nelle regioni settentrionali del regnum, quanto nei territori italiani, che secondo il Catteneo non erano stati interessati dal provvedimento o dove il suo valore era precocemente decaduto. Le motivazioni addotte in questo senso non sono affatto convincenti, perché fondate su presupposti errati115: l’interesse della giurisprudenza carolingia per l’ecclesia baptismales italiana non deve essere letto come riferimento all’edificio dedicato al battesimo, ma alla chiesa matrice di una circoscrizione plebana, al suo ruolo amministrativo e alla sua funzione di accentramento dei fedeli e abitanti dei contadi. Con il battesimo tutti erano vincolati alla fede cristiana e incardinati sul proprio territorio, quello facente capo alla pieve, dove ogni persona era costretta a ricevere il battesimo e la sepoltura, i fondamenti della cura animarum; a questo si aggiungeva il pagamento dei tributi, la decima, che ciascuno avrebbe dovuto versare alla chiesa matrice di riferimento. Nella stessa direzione andavano i provvedimenti volti all’uniformazione liturgica secondo il rito romano; il censimento proposto da Carlo Magno sulle modalità di amministrazione del battesimo nei vari territori sottoposti al suo dominio ne è ulteriore riprova. 112 Capitulatio de Partibus Saxoniae. 775-790, Karoli Magni Capitularia, in Capitularia regum Francorum, I, Leges, MGH, ed. A. Boretius, Hannover, Impensis Bibliopolii Hahniani 1883, p. 69. 113 Già Emile Mâle sosteneva che la scomparsa degli edifici battesimali in Gallia era stata causata della norma imperiale, che avrebbe favorito l’introduzione di impianti annessi alla basilica; E. Cattaneo, Il battistero in Italia dopo il Mille, in Miscellanea Gilles Gerard Meersseman, Padova, Antenore, 1970, pp. 171-195. 114 Ivi, pp. 171-173. 115 Ivi, pp. 181-182. 116 M. Falla Castelfranchi, ad vocem «Battistero. Età Paleocristiana - Alto Medioevo», in Enciclopedia dell’Arte Medievale, Roma, Istituto Enciclopedia Italiana, pp. 214, 227. Per questo periodo sono attestate principalmente, come si è accennato, fasi di modifica ad impianti battesimali già costruiti, come nel caso di Riva San Vitale (fig. 55), dove è stata aggiunta un’abside semicircolare, o in quello di Novara, per il quale si registra l’innalzamento del tiburio (fig. 56)116. Alla fine del IX secolo risale la prima attestazione del battistero di Settimo Vittone, nei pressi di Torino, un edificio ottagono restaurato in tutta la parte superiore in epoca romanica, che non costituisce una significativa eccezione117. Il medesimo processo ha interessato il battistero altomedievale di San Ponso Canavese che, dopo una serie di modifiche apportate nel corso dei secoli, è stato ristrutturato definitivamente tra la fine del X e l’inizio XI secolo (figg. 57-58)118. La dimensione più contenuta degli invasi per l’abluzione è difficilmente riconducibile all’ingresso della pratica per infusione, impiegata in Italia solo a partire dai secoli bassi, e deve essere letta in relazione ai nuovi candidati al battesimo (fig. 59). I testi liturgici di VIII e IX secolo, così come dei due secoli successivi, parlano di chierici che dall’interno delle piscine immergevano i bambini nell’acqua, in continuità con la tradizione precedente riservata però agli adulti119. La struttura del catecumenato era venuta meno nella sua complessa forma originaria e sopravvissuta con forme di preghiere ed esorcismi che caratterizzavano una catechesi più ristretta e riservata a genitori e padrini dei candidati al battesimo120 117 Il Piemonte Romanico, a cura di G. Romano, Torino, Fondazione CRT – Banca CRT, 1994, p. 60; G. Pantò, Settimo Vittone (Torino). Pieve di San Lorenzo e battistero, in Atti del V Congresso Nazionale di Archeologia Cristiana, Torino, Valle di Susa, Valle d’Aosta, Novara 22-29 settembre, 1979, Roma, Viella, 1982, pp. 158-159. 118 Il Piemonte, cit. 1994, p. 63; L. Pejrani Baricco, San Ponso Canavese (Torino), pp. 151-155. Nel 1977 i sondaggi di scavo hanno portato alla luce le tracce del battistero altomedievale che potrebbero essere significative per la datazione: alcune colonnine di marmo, ora impiegate a sostegno di una bifora, riferibili ad un altare o a un ciborio, sono state assegnate al VII secolo. Nella stessa campagna è stata parzialmente rinvenuta la vasca battesimale a immersione, forse a pianta esagonale. 119 J. CH. Picard, Ces que les teste, pp. 1463-1464. Ancora nel XIII secolo Tommaso D’Aquino ricordava la pratica per immersione come la più diffusa; M. Navoni, La concezione liturgico rituale, pp. 47-48. 120 C. Tosco, Dal battistero alla cappella battesimale: trasformazioni liturgiche tra Medioevo e Rinascimento, in L’architettura del battistero, pp. 63-83. L’importanza di questa fase di sospensione e regolarizzazione delle attività costruttive e rituali legate al battesimo risiede nella contrapposizione con il periodo successivo. L’assestamento del pedobattesimo e lo svuotamento contenutistico delle forme liturgiche da esso derivato, tipici di questo momento, hanno reso superflua la costruzione di impianti autonomi, così come la consapevolezza necessaria all’adesione iniziatica. Questo non significa che i sovrani non dessero importanza al rito battesimale, che era anzi al centro di molte questioni non solo di natura spirituale, ma anche politica e amministrativa. La decadenza del battistero autonomo nelle tradizioni architettoniche tanto delle campagne, quanto dei centri urbani, non ne ha, tuttavia, decretato la scomparsa definitiva, a riprova dell’importanza delle influenze sociali e politiche sull’evoluzione delle consuetudini liturgiche e, di conseguenza, sulle pratiche edilizie. 1.5 Battesimo e battisteri nell’Italia comunale «Pareva che la terra stessa, come scrollandosi e liberandosi della vecchiaia, si rivestisse tutta di un candido manto di chiese. In quel tempo i fedeli sostituirono con edifici migliori quasi tutte le chiese delle sedi episcopali, tutti i monasteri dedicati ai vari santi e anche i più piccoli oratori di campagna»121. Molti testi sull’attività costruttiva in età romanica si aprono con questa citazione, che sembra non esaurire mai la portata del suo contenuto, grazie alla prassi descritta, ai luoghi e ai personaggi coinvolti nell’opera e alla suggestione del simbolico candore sotto il quale le regioni dell’impero si sarebbero risvegliate. 121 Rodolfo il Glabro, Storie, III, 13, Cronache dell’anno Mille, a cura di G. Cavallo – G. Orlandi, Milano, Fondazione Valla – Mondadori, 1989, pp. 132-133. 122 Per la descrizione dei riti battesimali e dei relativi testi di riferimento si rimanda a M. Navoni, La concezione liturgico rituale, pp. 58-72, che esamina in modo accurato le principali tradizioni liturgiche italiane dei secoli centrali del Medioevo. Dietro alla celebre nota di Rodolfo il Glabro a proposito della fase di fioritura dell’architettura ecclesiastica nell’Occidente cristiano, inaugurata all’apertura dell’XI secolo, nel 1003 secondo il cronista, si cela un fermento spirituale, normativo e politico che avrebbe condotto l’Europa a un profondo rinnovamento istituzionale, sia in ambito politico, sia religioso. A questa situazione si accompagnava un importante incremento demografico e l’avvio di moderne strutture economiche che hanno cambiato profondamente gli assetti organizzativi dell’impero, a partire dalla crescita dei centri urbani, nuove sedi del potere, in relazione alle figure episcopali riconosciute come presidi stabili nel governo e nella gestione della civitas. La nuova stagione architettonica corrispondeva, infatti, a un periodo di grande sperimentazione sociale che ha portato all’ascesa politica di nuovi soggetti e alla confermazione nel proprio ruolo di vecchi esponenti della gerarchia ecclesiastica, a fronte della dissoluzione o dell’allontanamento dell’autorità imperiale, unica fonte di diritto pubblico universalmente riconosciuta. Rinnovamento che ha caratterizzato anche gli ordinamenti religiosi, nel senso della struttura clericale, sottoposta a un imponente percorso di riforma nel corso di quel secolo, e nel senso della liturgia, assestata in un’imponente produzione codicologica indirizzata principalmente ai centri episcopali. I libri liturgici trasmettono informazioni sui riti battesimali di Pasqua e Pentecoste, le occasioni istituzionali in cui l’iniziazione si disponeva ancora al centro di una compagine celebrativa più ampia, condotta in prima persona dal vescovo e dal clero cattedrale. I contenuti fondamentali erano sempre quelli individuati dalla patristica e così i momenti salienti della liturgia, sebbene partecipati da candidati inconsapevoli e dunque conservati in forme minori, come ad esempio il catecumenato, o la professione di fede, pronunciata dai ministri che accompagnavano i battezzandi nel rito122. Come accennato la pratica lustrale più diffusa era ancora quella per immersione, della quale il Sacramentario dell’arcivescovo Warmondo d’Ivrea offre alcune importanti testimonianze iconografiche123. È tuttavia possibile che esistessero alcune forme di aspersione associate all’immersione, che poteva quindi essere parziale. Indicazioni in tal senso provengono sempre dal codice eporediese: nella scena della Natività (f. 17 v.) si osserva il primo lavacro di Cristo, rappresentato come adulto in un grosso vaso, dove la levatrice infonde l’acqua tramite un’anfora conica (fig. 60); anche nell’illustrazione del Battesimo pasquale (f. 61 v.), dove è rappresentata una scena di battesimo vera e propria, ci sono ministri intenti ad immergere i candidati 123 Sacramentarium Episcopi Warmundi, I, Ed. in facsimile, Pavone Canavese, Priuli & Verlucca - Diocesi d’Ivrea, 1990. In particolare i ff. 17 v., 23 v., 24 v., 61 v. 124 Ibidem. Sull’immersione parziale è particolarmente significativa la rappresentazione del battesimo di Costantino, dove l’imperatore è al centro di una vasca quadrilobata e fuoriesce con il torace, mentre papa Silvestro gli pone una mano sul capo (f. 23 v.). 125 Codice dell’Archivio del Capitolo Metropolitano di Bari, Exultet. Rotoli del Medioevo meridionale, a cura di G. Cavallo, Roma, Istituto Poligrafico e Zecca, 1994, pp. 143-145. 126 Benedizionale della Biblioteca Casanatense di Roma, CAS. 724 (B I 13) 2, seconda metà X secolo; Ivi, pp. 88-89. nella piscina e dei diaconi reggenti brocche e ampolle, che rimandano o al crisma per l’unzione post battesimale, o ad un ulteriore impiego di acqua (fig. 61)124. La stessa suggestione è restituita da una miniatura contenuta in un Benedizionale barese dell’XI secolo, nella scena della Consacrazione del fonte, in cui si vedono quattro brocchette ai piedi della vasca (fig. 62)125. Nei principali centri italiani è attestata una grande movimentazione, gesti e percorsi della liturgia, attorno agli edifici del gruppo episcopale e, in particolare, al battistero, protagonista dell’evento pasquale dal momento della benedizione dell’acqua sino alla consegna della veste bianca, in chiusura delle celebrazioni. Tali attività erano svolte in modo processionale, secondo i tempi e le tappe imposte dalla liturgia, tra la chiesa e il fonte e, si suppone, tra i diversi ambienti del battistero in cui la vasca catalizzava l’intera azione sacramentale, ma dove anche altri elementi potevano essere coinvolti. Così l’atrio antistante le porte, l’altare, sempre più diffuso negli impianti battesimali, e i vari recessi, ambienti separati o nicchie che si ritrovano in molti edifici, offrivano spazio per la disposizione dei partecipanti, per la preghiera, per i momenti stazionali della celebrazione o il supporto per la strumentazione necessaria allo svolgimento del rito. L’intensificazione del ruolo del padrino e la crescente importanza maturata dalla parentela spirituale e sociale che si realizzava attraverso il battesimo deve aver avuto, al pari della liturgia processionale, una certa influenza sulla conformazione dei nuovi battisteri costruiti dopo il Mille. Il numero di padrini e madrine per ciascun candidato, garanti della fede del neofita e del loro ingresso sociale, era notevolmente cresciuto, fino a numeri esagerati nei secoli bassi, tanto da richiedere una sua limitazione nei lavori tridentini; nelle occasioni del battesimo festivo, nel quale erano probabilmente iniziati esponenti illustri della società, le celebrazioni dovevano prevedere, quindi, una consistente partecipazione, alla quale l’edificio doveva rispondere. Tale movimentazione è descritta da diversi testi liturgici prodotti tra la fine del X e il XII secolo, ma se ne ha una perfetta rappresentazione nella scena dell’Istituzione del battesimo conservata nell’Exultet beneventano della Biblioteca Casanatense, dove si osservano tutti partecipanti al rito attorno alla piscina: i sacerdoti che amministrano il sacramento per immersione, i bambini in attesa al collo di altri ministri, i candidati nell’acqua, e gli astanti in attesa (fig. 63)126. L’ultima fase dell’architettura battesimale è, infatti, caratterizzata, in termini di proporzione, da edifici di dimensioni considerevoli, sempre in relazione alla chiesa di riferimento e al luogo in cui erano situati, città o campagna. Questo fenomeno si è manifestato tanto nei centri urbani, contestualmente al rinnovo dei gruppi episcopali, ricordato anche da Rodolfo il Glabro, quanto nei contadi dell’Italia centro-settentrionale, in particolare in Lombardia e Toscana, con alcune significative eccezioni nell’entroterra veneto e nella Pianura Padana127. 127 Le motivazioni sottese a questo fenomeno saranno analizzate nelle conclusioni del presente lavoro. Per lo sviluppo di questa fase e la relativa bibliografia si veda A. Peroni, ad vocem «Battistero. Romanico e Gotico», in Enciclopedia dell’Arte medievale, III, Roma, Istituto Enciclopedia Italiana, 1992, pp. 227-241. 128 L. Bernardinello, Architettura sacra del potere il battistero di Arsago seprio: circolazione del modello ambrosiano nel contado di Milano, in Città e territorio. Conoscenza, tutela e valorizzazione dei paesaggi culturali, a cura di G. Galeotti – M. Paperini, Livorno, Debatte – Centro Studi Città e Terriotrio, 2014, pp. 290-291. 129 B. Brenk, La committenza di Ariberto d’Intimiano, in Il Millennio ambrosiano, La città del vescovo dai carolingi al Barbarossa, a cura di C. Bertelli, Milano, Electa, 1988, p. 121-136; M. Rossi, Il rinnovamento della basilica di San Vincenzo e del battistero di San Giovanni Battista a Galliano, in Ariberto da Intimiano: fede, potere e cultura a Milano nel secolo XI, a cura di E. Bianchi et al., Cinisello Balsamo-Milano, Silvana, 2007, pp. 87-100; sul modello e la committenza Id, Episcopato e committenze architettoniche in Lombardia tra fine X e inizio XI secolo: precedenti carolingi e innovazioni, in Immagine e ideologia: studi in onore di Arturo Carlo Quintavalle, a cura di A. Calzona - R. Campari - M. Mussini, Milano, Electa, 2007, pp. 81-87. 130 P. Blockley, L. Simone Zopfi, Mariano Comense (Co), Battistero di san Giovanni Battista. Scavi all’interno del battistero, in «Notiziario della Soprintendenza Archeologica della Lombardia», (1999-2000), pp. 215-219, M. Frati, Lo spazio del battesimo nelle campagne medievali, in L’architettura del battistero, pp. 85-103. 131 M. Frati, Spazi di gioia, pp. 50-52. 132 F. de Dartein, Etude sur l’architecture lombard et sur les origines de l'architecture romano-byzantine, Paris, Dunod, 1882; A.K. Porter, Lombard architecture, II, New Haven, Yale University Press, 1917, A. Finocchi, Architettura romanica nel territorio di Varese, Milano, Bramante, 1966; S. Chierici, La Lombardia, Milano, Jaca Book, 1984; Lombardia Romanica. I grandi cantieri, a cura R. Cassanelli, P. Piva, Milano, Jaca Book, 2010, pp. 190-200 133 F. Reggiori, Recentissime scoperte nel Battistero di Varese, «Rassegna Storica del Seprio», 8, (1949), pp. 1-7; Il Medioevo ritrovato. Il battistero di San Giovanni a Varese, a cura di L. Rinaldi, Varese, Lativa, 2000. Le prime manifestazioni si hanno in ambito rurale proprio a partire dal secolo XI, forse in relazione all’attività e all’evergetismo di alcuni presuli e delle rispettive famiglie insediate sul territorio o alla necessità di riformulare la sede matrice di una pieve in concomitanza di nuovi assetti demografici e abitativi128. Al primo caso appartiene il battistero tetraconco di Galliano (CO), legato all’iniziativa di Ariberto da Intimiano, nonché uno degli esempi più antichi di questa fase; caratteristiche fondamentali sono l’icnografia e l’articolazione dell’elevato su due livelli (figg. 64-65)129. L’edificio sviluppa un modello derivato dal San Satiro milanese (fig. 66), riprodotto anche nella vicina Mariano Comense (fig. 67) e a Biella, sempre di probabile fondazione vescovile (fig. 68)130; al sistema di Galliano si sarebbe ispirato anche il battistero romanico di Lucca, dove la pianta tetraconca è stata aggiornata e dove si suppone l’innesto di un secondo piano testimoniato da una risega d’appoggio131. Il secondo piano si ritrova anche ad Arsago Seprio (VA)132, riproduzione piuttosto fedele del battistero ambrosiano (fig. 69-70), in forma di galleria anulare, e a Varese, dove assume le forme di una tribuna sovrapposta al presbiterio dell’aula quadrangolare (fig. 71). Quello di Varese è il caso di un impianto ricostruito dalla tarda età romanica sul sito del precedente battistero poligonale133. L’impianto ottagonale è stato mantenuto nella forma tradizionale anche ad Oggiono (CO), Agliate (CO) e Agrate Conturbia (NO), con nicchie interne, nell’ambito di afferenza ambrosiana, e ancora nei battisteri rurali toscani di Coeli Aula (FI) e della pieve volterrana di Castello (figg. 72- 74)134. La pianta con nicchie estradossate del tipo novarese si diffonde largamente in Piemonte (figg. 49, 51), come a Chieri (TO) e nella seconda fase dei battisteri di Cureggio (NO) e San Ponso Canavese (TO)135. 134 M. Frati, Spazi di gioia, pp. 52-55. 135 M. Frati, Lo spazio del battesimo, pp. 92-94. 136 M. Frati, Spazi di gioia, pp. 54-56. La presenza di Lanfranco introduce il tema della circolazione delle maestranze di Lombardi nei principali cantieri battesimali d’Italia, come nel caso di Pisa, per il cui fonte è stato chiamato il maestro Guido da Como, cui si affiancano gruppi di lapicidi lombardi. Altro esempio eminente è quello parmense dove ha operato il maestro Benedetto Antelami, cioè proveniente dalla valle comasca d’Intelvi. Attestazioni anche per Volterra, Massa Marittima e suoi dintorni, G. Bianchi, Maestri costruttori lombardi nei cantieri della Toscana Centro-meridionale (secoli XII-XV). Indizi documentari ed evidenze materiali, in Maestri d’Europa eventi, relazioni, strutture della migrazione di artisti e costruttori dai laghi lombardi, Atti del convegno Como, 23-26 ottobre 1996, Milano, Nodo Libri, 1996, pp. 155-156. 137 M. Frati, Spazi di gioia, pp. 54-59; A.C. Quintavalle, Battistero di Parma. Il cielo e la terra, Parma, Silva, 1992 ; Id, Il progetto di Benedetto Antelami per il Battistero di Parma, in «Studi di storia dell’arte sul Medioevo e il Rinascimento», 1, (1993), pp. 309-352. 138 Per la bibliografia su Firenze si veda il capitolo dedicato; S. Tassini, Il battistero di Cremona, Cremona, Turris, 1988; M. Sannazaro, L’edificio battesimale nella metropoli, pp. 714-715, dove si tratta anche dell’impianto più antico rinvenuto sotto il duomo, caratterizzato da un doppio anello ottagono. Esempi a pianta circolare si ritrovano invece nel pavese, a Breme e a Velezzo Lomellina (fig. 75), preceduto da un esonartece successivo come a Galliano, nel grande battistero pisano, costruito ex novo dal 1152 da maestro Deotisalvi, in sostituzione del primitivo impianto ottagonale (fig. 76), e in quello tardo di Padova (fig. 77). I principali cantieri urbani, con l’eccezione della città veneta, si trovano in Toscana e in alcune città Padane, in coincidenza dell’Italia delle autonomie comunali, in relazione alla quale, come si vedrà in seguito, l’architettura del battistero ha conosciuto la fase di maggiore splendore. L’icnografia ottagonale ricorre nella maggior parte degli edifici, con singolari variazioni rispetto agli impianti della Tarda Antichità. Il perimetro ottagono semplice è riproposto nel battistero trecentesco di Pistoia, che doveva seguire quella conformazione anche nella fase romanica, nel quale si trova il fonte firmato da Lanfranco di Como (fig. 78)136. Il tema delle nicchie entro la planimetria ottagonale si trova a Parma, nella grandiosa opera antelamica fondata alla fine del XII secolo (fig. 79), dove si sviluppa nel numero di tre per ciascun prospetto interno, nel battistero di Volterra, costruito tra XII e XIII secolo, in cui le rientranze si presentano solo al centro della parete (fig. 80) e nello scomparso battistero di Sant’Appiano (FI), seppure in forma ridotta (fig. 81)137. Una soluzione intermedia potrebbe essere quella adottata a Cremona e a Firenze, dove lo spazio delle nicchie sembra compresso nel perimetrale e tuttavia ricordato dal disegno parietale degli elementi in appoggio e dal loro spessore; pur in mancanza di recessi veri e propri, i prospetti non appaiono lisci, ma animati da un sottile gioco di pieni e di vuoti (figg. 82-86)138. I battisteri di Parma, Cremona, Firenze e Pisa sono caratterizzati dalla presenza di gallerie rialzate sopra l’ordine inferiore (figg. 85-88); la struttura è particolarmente sviluppata nel caso parmense dove si articola su due livelli definiti da ordini di colonnette trabeate. Anche per questa soluzione si rimanda all’area ambrosiana, in particolare, come si osserverà nei capitoli successivi, al modello del battistero di San Giovanni alle Fonti di Milano, probabilmente replicato in alcuni battisteri prealpini che ad esso dovevano riferirsi. Uno degli edifici battesimali più tardi è quello della collegiata di Castiglione Olona, costruito su commissione del cardinale Branda Castiglioni allo scorcio del XV secolo, forse con l’intento di destinarvi la propria sepoltura (fig. 89). L’edificio è costituito da due piccole aule accostate e non presenta una particolare elaborazione strutturale139. Le storie del Battista dipinte attorno al 1435 da Masolino da Panicale rimandano a una sua funzione battesimale, sebbene le circostanze della sua costruzione, le piccole dimensioni, e il generale raccoglimento dell’edificio indichino un suo impiego privato, a disposizione della committenza che su quel territorio esercitava il suo dominio. La parabola evolutiva dell’edificio battesimale italiano si esaurisce con questi esempi tardi, di nuova edificazione come a Castiglione o rinnovati per nuove esigenze al di fuori della liturgia sacramentale, come nel caso di Padova dove, a seguito di un imponente restauro, il sacello è stato deputato a mausoleo per Francesco da Carrara. 139 C. Tosco, Dal battistero alla cappella, p. 81. Alcuni elementi propri dell’edificio battesimale si prestavano a deviazioni dall’onoranza del culto o dalla celebrazione sacramentale, in senso privato o riservato solo a certi gruppi sociali e verso quella direzione va la sua interpretazione con l’avvicinarsi della fine del Medioevo. 2 Milano L’attuale Duomo di Milano, costruito a partire dal 1386, si erge sui resti dell’antico complesso episcopale, demolito in diverse fasi per dare spazio all’immane e secolare impresa viscontea. La cattedrale bassomedievale aveva interessato l’area pertinente alla chiesa di Santa Maria, la basilica invernale, e del battistero di Santo Stefano, mentre per la piazza antistante, parte fondamentale del progetto, erano state sacrificate la chiesa di Santa Tecla e il battistero di San Giovanni alle Fonti. Un vasto dibattito storiografico ha interessato il complesso milanese precedente all’edificazione di Santa Maria Nascente, rispetto alla sua consistenza in età tardoantica, alla datazione dei corpi di fabbrica che lo componevano e alla loro configurazione architettonica. La vicenda paleocristiana è, infatti, strettamente connessa allo sviluppo medievale del gruppo episcopale, che si vorrebbe sostanzialmente invariato, nel numero degli edifici e nel loro orientamento, dalle origini alla sua obliterazione in favore del Duomo. Tale continuità è stata suggerita dalle più antiche fonti sulla cattedrale, sebbene sia molto difficile associare a quelle prime indicazioni, pur vicine al sedimento archeologico rinvenuto negli anni sotto la piazza, le strutture che si sono parzialmente conservate. Problema fondamentale nell’analisi del sito è l’esistenza di una basilica tardoantica, corrispondente alla Santa Maria medievale, che compare nella documentazione solo dall’età carolingia. Questo tema ha avuto grande peso nell’individuazione di un sistema a doppia cattedrale, rispondente ai modelli individuati per la Milano paleocristiana, e nella comprensione dei rapporti topografici interni al complesso rispetto alla disposizione dei due impianti battesimali. La stretta relazione cultuale e liturgica tra i battisteri e la basilica, nel caso le basiliche, di riferimento impone una qualche considerazione sull’intero sistema e sulla sua evoluzione nei secoli, in quanto componenti della medesima realtà istituzionale e monumentale. La percezione unitaria del complesso ha largamente caratterizzato l’analisi architettonica compiuta da studiosi di diversa provenienza disciplinare, e costituisce, effettivamente, il tratto identificativo di quel sito sin dalle prime testimonianze; da cui la pretesa di continuità sistematica tra i suoi elementi nella forma e nella funzione. Oggetto centrale della presente analisi è il battistero di San Giovanni alle Fonti, già brevemente illustrato nella trattazione generale sugli impianti dell’iniziazione, forse la componente maggiormente nota della cattedrale tardo antica milanese, tradizionalmente fatta risalire all’iniziativa di sant’Ambrogio. Alla base della disamina sono i dati di scavo ottenuti dai sondaggi archeologici che dal tardo Ottocento hanno interessato l’area, dai quali si crede di poter trarre alcune conclusioni valide alla ricostruzione ideale del monumento. 2.1 Il gruppo episcopale La prima notizia su un insieme di edifici di culto, insistenti sulla stessa area della città, proviene dallo stesso Ambrogio ed è trasmessa nella lettera LXXVI, De traditione basilicae, indirizzata nell’anno 386 alla sorella Marcellina (fig. 26)1. L’epistola è stata composta nel contesto delle lotte politico-religiose tra il partito ariano, sostenuto da Valentiniano II e dalla madre Giustina, e la comunità cristiana guidata dal presule che, proprio in quel momento, si contendevano la disponibilità, a vantaggio della propria fazione, di alcuni edifici di culto presenti in città2. Già in apertura Ambrogio introduce alcune nozioni di grande interesse: la molteplicità di impianti dedicati al culto, attivi simultaneamente per il servizio pubblico, la diversa possibilità distributiva entro o fuori dal perimetro murario e la gerarchia esistente tra di loro. Fuori dalla cinta c’era la basilica Porziana, la cui identificazione ha tanto appassionato la critica, mentre al suo interno si trovava la «basilica nova, quae maior est»3; si deve credere che l’«ecclesia» citata nel paragrafo successivo corrispondesse a quest’ultima4. La domenica delle palme seguente, dopo aver congedato i catecumeni prossimi al battesimo e dato loro il Simbolo «in baptisterii basilica», la stessa nella quale avrebbe recitato la messa festiva con l’offertorio, si realizzava l’occupazione imperiale della Porziana5. Ancora la chiesa nuova, oggetto del contendere, è richiamata in diverse occorrenze semplicemente come basilica o come «basilica ecclesiae»6; la sua posteriorità, evidentemente rispetto ad altra istituzione, si definisce solo con l’introduzione della «basilica vetus», dove Ambrogio si era ritirato a riflettere prima di tornare alla propria abitazione, passo che ha fatto pensare ad una certa vicinanza tra la residenza e quest’ultima chiesa7. 1 Ambrogio, Epistula LXXVI, De traditione basilicae, in Discorsi e Lettere II/III. Lettere (70-77), a cura di G. Banterle, SAEMO, 21, Milano-Roma, Biblioteca Ambrosiana-Città Nuova, pp. 136-153. 2 I termini dello scontro sono definiti in due lettere di poco precedenti, l’Epistula LXXV, Clementissimo Imperatori et beatissimo Augusto Valentiniano Ambrosius episcopus e l’Epistula LXXV-A, Contra Auxrntium de basilicis tradendis, Ivi, pp. 107-115; 115-137 3 Ivi, 1, pp. 136-137. 4 Ivi, 3, pp. 138-139. 5 Ivi, 4, pp. 138-139. Il recupero da parte imperiale della basilica Porziana sarebbe stato simboleggiato dal velario che separava nella chiesa il posto riservato all’imperatore 6 Ivi, 8-9, pp. 140-141. 7 S. Lusuardi Siena, Il complesso episcopale di Milano: riconsiderazione della testimonianza ambrosiana nella Epistola ad Sororem, in «Antiquitè Tardive», 4, 1996, pp. 124-132. Appena uscito di casa la mattina del Mercoledì Santo Ambrogio si accorge, infatti, che la chiesa è stata circondata. Nella fase più acuta dello scontro, i soldati hanno tentato di requisire il loro obbiettivo; mentre Ambrogio leggeva delle lezioni in una delle basiliche, non la nova, sembra che entrambe le chiese venissero circondate dalle milizie e che il presule rimanesse stabile nella sua posizione8. Data l’impossibilità di tornare a casa «cum fratribus psalmos in ecclesiae basilica minore diximus»9; si tratta dell’ultimo edificio citato nella lettera, probabilmente coincidente con la chiesa vetus, come sembrerebbe indicare l’immobilità del clero in quella giornata di tumulti. 8 Ivi, 11-21, pp. 142-149. 9 Ivi, 24, pp. 150-151. 10 Per le diverse interpretazioni del passo ambrosiano si rimanda alla parte dedicata a Milano in R. Krautheimer, Tre capitali cristiane. Topografia e politica, Torino, Einaudi, 1987, pp. 115-120; S. Lusuardi Siena, Il complesso episcopale di Milano, pp. 124-132. Secondo A. De Capitani D’Arzago, La chiesa maggiore di Milano Santa Tecla, Milano Ceschina, 1952, che seguiva le indicazioni del Savio, la basilica baptisterii era un vero e prorpio battistero legato alla basilica vetus. 11 R. Krautheimer, Tre capitali, pp. 111-120. 12 Piazza del Duomo prima del Duomo. Allestimento del percorso espositivo dell’area archeologica, a cura di S. Lusuardi Siena, Milano, Veneranda Fabbrica del Duomo, ET, 2009, pp. 26-27. La seconda fase della chiesa risale al V-VI secolo, in base alla testimonianza del vescovo di Torino Massimo che aveva pronunciato l’omelia In reparatione ecclesiae Mediolanesis, avvenuta a seguito dell’invasione di Attila nel 452, per iniziativa dei vescovi Eusebio e Lorenzo. Ambrogio conosceva la passione della martire paolina Tecla, ma la basilica doveva essere inizialmente intitolata al Salvatore. 13 Vita Sancti Ambrosii Mediolanensis Episcopi. A Paulino Ejius Notario, 48, (PL 14, 46, C). 14 Magni Felicis Ennodi Opera, car. 2, 56 hrsg. von. F. Vogel, in Scriptores – Auctores Antiquissimi, VII, MGH, Berlin, Weidmannos, 1885, p. 157; A. De Capitani D’Arzago, La chiesa maggiore, p. 85; G. Cuscito, Vescovo e cattedrale nella documentazione epigrafica in Occidente. Italia e Dalmazia, in Actes du XI . Congrès International d’archéologie chrétienne, Lyon, Vienne, Grenoble, Genève, Aoste, 21 – 28 septembre, 1986, I, Città del Vaticano, Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, 1989, pp. 735-776 Secondo l’interpretazione tradizionale la chiesa nuova e maggiore corrisponderebbe alla Santa Tecla, mentre la più antica, da identificare con la minore, sarebbe stata una fase antecedente alla Santa Maria di età carolingia. La basilica baptisteri sarebbe, invece, da associare ad una delle due chiese principali10. Una basilica di notevoli dimensioni doveva già esistere al tempo del concilio di Milano del 355, quando gli aderenti al culto niceno, tra cui il vescovo autoctono Dionigi, furono arrestati dal partito ariano; secondo il Krautheimer si trattava di Santa Tecla, la nova, promossa sotto il favore dell’imperatore Costante, adatta a contenere i trecento partecipanti e terminata in tempo per ospitare l’incontro11. La prima fase della chiesa risale al IV secolo, ma, secondo il parere degli archeologi, solo alla tarda età ambrosiana, in base al contesto numismatico rinvenuto durante i sondaggi della seconda metà del Novecento12. Una chiesa maior è citata da Polino di Milano, autore della Vita Ambrosii, in occasione dei funerali di Ambrogio e in relazione ad un impianto battesimale utilizzato per i riti iniziatici del Sabato Santo, lasciando il quale i neofiti avrebbero visto il santo vescovo13. Secondo il De Capitani D’Arzago, sarebbe questo il secondo battistero milanese, il San Giovanni alle Fonti, lo stesso interessato dalle migliorie promosse dal vescovo Lorenzo (489-511) trasmessi da Ennodio di Pavia nel componimento Versus in Baptisterio Mediolanensi factos14. I versi descrivono lo splendore raggiunto dall’edificio decorato da «marmora picturas tabulas sublime lacunar» per volontà del presule, ma non fanno menzione della struttura o della sua posizione all’interno del gruppo episcopale. Sempre di Ennodio è la prima attestazione del battistero di Santo Stefano, nel carme De fonte Baptisterii Sancti Stefani, dove è descritto il modo in cui l’acqua corrente proveniva dalle colonne marmoree di un maestoso pergolato15. Si tratta della più antica struttura per il battesimo rinvenuta al di sotto della Sacrestia Aquilonare del Duomo, di cui si conserva la sola piscina ad immersione16. 15 Magni Felicis Ennodi, car. 2, 149, p. 279. 16 S. Lusuardi, et al., Le nuove indagini archeologiche nell’area del Duomo, in La città e la sua memoria. Milano e la tradizione di sant’Ambrogio, Milano, Electa, 1997, pp. 40-45. 17 La chiesa di Santa Maria Maggiore è attestata dall’anno 836, quindi non prima dell’età carolingia, data che potrebbe anche rimandare alla sua consacrazione, sebbene gli Annales Mediolanenses Minores, ed Ph. Jaffé, in MGH, Scriptores, XVIII, Hannover, Bibliopolii Hahniani, 1863, p. 392, riportino «A. D. 836 edificata fuit ecclesie sancte Marie maioris de Mediolano». 18 Gli archeologi che hanno lavorato negli ultimi anni sul complesso milanese hanno ipotizzato l’esistenza di una chiesa paleocristiana sotto la Santa Maria carolingia, S. Lusuardi Siena et al., Lettura archeologica e prassi liturgica nei battisteri ambrosiani tra IV e VI secolo, in «Studia Ambrosiana», 6, (2012), pp. 89-120, nel quale si rimanda agli atti in corso di stampa del convegno Piazza del Duomo prima del Duomo del 2009. 19 Un saggio sotto la facciata della Santa Maria di età romanica ha portato in luce la fase della chiesa carolingia, prima della quale, però, si conservano solo scarsi materiali di età romana; S. Lusuardi Siena, Milano. Duomo. Saggio presso la facciata di S. Maria Maggiore, in «Notiziario della Soprintendenza per i beni archeologici della Lombardia», (2006), pp. 263-266. 20 Anche nel caso del complesso lateranense il battistero si dispone a una distanza di circa 60 m dalla basilica, con la quale è comunque in evidente relazione; tuttavia, l’esistenza in quell’area degli impianti precedenti, non del tutto smantellati durante la costruzione degli edifici, giustifica un’occupazione dell’area in base alla disponibilità di spazio concessa dalle altre strutture. Nel caso di Milano, la distanza tra l’abside di Santa In Paolino da Milano il termine basilica è sempre accompagnato dall’attributo che la distingueva (Porziana, Ambrosiana) o dalle reliquie in essa contenute, mentre l’edificio rispondente alla primaziale era identificato come ecclesia; l’autore non parla mai di due edifici separati, eppure, nell’impiego dell’aggettivo «maggiore», è adombrata la possibilità di una chiesa minore. Il problema è di non poco conto, se si considera la duplicità che denota l’intero complesso, sin dalle parole dello stesso Ambrogio e che non può essere dimostrata prima dell’VIII secolo17. L’esistenza della basilica vetus o minor non è stata, infatti, confermata da alcuna prova archeologica o da altre fonti scritte18. Eppure, la configurazione del sito e l’esistenza dei due impianti battesimali, insieme ad indizi di altra natura, depongono a favore di una fondazione antecedente alla chiesa carolingia, forse disposta in altra posizione, rispetto al palinsesto degli edifici in quell’area19. In particolare, la presenza del Santo Stefano indica l’esistenza di una struttura ecclesiastica che lo accompagnasse o lo contenesse; difficilmente si può teorizzare e argomentare l’idea di un fonte estraneo ad una chiesa. La lontananza del battistero dalla basilica di Santa Tecla, identificata come nuova rispetto a una più antica, nonché l’unica provata dalle fonti archeologiche, e la relazione spaziale tra i due corpi definirebbe, infatti, un unicum di poco senso20. A questo proposito appare molto convincente l’ipotesi interpretativa di Paolo Piva, in accordo con esempi noti di gruppi episcopali tardoantichi compositi, rinvenuti nei centri più importanti dell’impero, che condividevano con la città di Milano il riconoscimento di residenza imperiale. Alcuni dei più antichi centri religiosi si erano sviluppati secondo un modello a doppia cattedrale, derivato dal complesso del Santo Sepolcro di Gerusalemme; si tratta delle sedi di Treviri e Aquileia, secondo questa lettura accompagnati da Milano, dove il primitivo Tecla e il battistero di Santo Stefano è di oltre 100 m, ed è quindi difficile ipotizzare la mancanza di un’aula di culto prossima all’impianto. 21 P. Piva, La cattedrale doppia: una tipologia architettonica e liturgica del Medioevo, Bologna, Patron, 1990, pp. 34-39. 22 S. Lusuardi Siena, Il complesso episcopale. Il gruppo cattedrale, in La città e la sua memoria. Milano e la tradizione di sant’Ambrogio, Milano, Electa, 1997, pp. 36-39; Ead, Quale cattedrale nel 313 d. C.? Nota per una messa a punto del problema del primitivo gruppo episcopale, in Costantino 313 d. C. L’editto di Milano e il tempo della tolleranza, Mostra a cura di P. Biscottini - G. Sena Chiesa. Catalogo a cura di G. Sena Chiesa, Milano, Electa, 2012, pp. 29-33. 23 P. Piva, La cattedrale doppia, pp. 40-42; Id, Edilizia di culto cristiano a Milano, Aquileia e nell’Italia settentrionale fra IV e VI secolo, in Da Costantino a Carlo Magno, a cura di S. De Blaauw, Milano, Electa, 2010, pp. 98-100. 24 P. Piva, “Cattedrale doppia” e/o “Basilica doppia”: nuovi orientamenti, in ‹‹Arte e Documento››, 6, (1992), pp. 57-62; Id, La catterale doppia e la storia della liturgia, in «Antiquité Tardive», 4, (1996), pp. 55- 60; Id, Edilizia di culto cristiano a Milano, pp. 98-100. nucleo ecclesiastico era costituito da due aule affiancate, inframezzate da un impianto battesimale, contenute in un unico recinto (figg. 4, 90)21. L’idea di un primitivo complesso milanese a doppia aula in relazione al Santo Stefano è stato ipotizzato anche da Lusuardi Siena nell’area dell’attuale capocroce del Duomo22. Idea non del tutto peregrina, se si tiene in conto la familiarità di Ambrogio con Treviri, luogo della sua prima formazione e in generale le relazioni che tra le due sedi imperiali dovevano essersi sviluppate dall’età tetrarchica. Per il caso di Milano, Piva sostiene che a una più antica basilica, forse fondata in età costantiniana, sarebbe stata aggiunta, non sostituita, una chiesa nuova, probabilmente disposta in posizione assiale rispetto alla prima e ad essa vincolata da una certa concordanza rituale, oltre che architettonica23. In tale configurazione si deve riconoscere il modello monumentale gerosolimitano, caratterizzato da corpi di fabbrica articolati secondo uno sviluppo longitudinale e distinti nella loro funzione liturgica. Secondo la testimonianza riportata dalla pellegrina Egeria al termine del IV secolo il complesso del Santo Sepolcro era composto da una chiesa maggiore, il Martyrium, destinata alla sinassi eucaristica, cioè alla messa festiva, e da una chiesa minore, l’Anastasis, impiegata per gli uffici quotidiani e feriali (fig. 91)24. La rotonda sorgeva nei pressi del battistero e in essa era impartita la catechesi ai neofiti che avevano ricevuto il battesimo, mentre nella basilica venivano educati i catecumeni. A ciascun luogo era dunque associata una funzione liturgica, oltre che simbolica; tale associazione avrebbe dato origine alla doppia cattedrale paleocristiana “tipologia ridondante” e plausibile solo in contesti imperiali, come nei casi già citati. A Milano tale sistema si sarebbe stratificato in due momenti: prima nella modalità più comune della doppia aula affiancata, come a Treviri e Aquileia, poi secondo il tipo gerosolomitano in disposizione coassiale (figg. 4, 26, 90-91). Questo sembrerebbe confermato, dal punto di vista contenutistico, dallo stesso Ambrogio nella lettera a Marcellina: come si è accennato, durante lo scontro con il partito ariano il vescovo afferma di aver trascorso il tempo nella basilica minore, identificata con la vetus, recitando i salmi con i propri confratelli, celebrava cioè l’ufficio quotidiano; lo stesso luogo era deputato alle lezioni. La stessa prassi è attestata da Egeria per l’Anastasis di Gerusalemme. La basilica maggiore era invece destinata alla messa domenicale, quindi alla sinassi eucaristica dei giorni festivi, come nel caso del Martyrium25. Sembra del tutto probabile che la basilica baptisterii in cui Ambrogio celebrava quella parte della liturgia coincidesse con la chiesa maggiore, la futura Santa Tecla, e che la terminologia impiegata volesse associare l’edificio a un impianto battesimale che ne definiva la particolarità e forse la posizione. Come si vedrà in seguito, il battistero di San Giovanni alle Fonti, costruito alle spalle di Santa Tecla, è stato ricondotto all’età ambrosiana attraverso analisi scientifiche, datazione che concorderebbe con una sua speciale menzione nel corpo della lettera. 25 Ibidem. L’autore riferisce dei quattro inni che Ambrogio aveva prodotto per le ore principali della liturgia cattedrale e secondo Agostino (Confessioni 9, 7) il vescovo faceva cantare inni e salmi «secundum morem orientalium partium». 26 P. Piva, Lo ‘spazio liturgico’: architettura, arredo, iconografia (secoli IV-XII), in Architettura medievale. La pietra e la figura, a cura di P. Piva, Milano, Jaka Book, 2008, pp. 221-264. 27 A. M. Triacca, La Liturgia Ambrosiana, in S. Marsili et al., La Liturgia. Panorama storico generale, Casale Monferrato, Marietti, 1978, pp. 88-110. 28 Krautheimer, Tre capitali cristiane, pp. 123-127. L’autore mette in evidenza una stretta relazione della Milano ambrosiana con la politica imperiale e con Costantinopoli, dalla quale sarebbero stati derivati i modelli, non solo per il San Nazaro, ma anche per la basilica Ambrosiana e per il tetraconco San Lorenzo. 29 Sulla crescita politica e architettonica della Mediolanum antica si veda M.P. Rossignani - F. Sacchi, Perché Milano? Il destino di una città, in Costantino 313 d. C, pp. 18-21. Lo schema della doppia cattedrale, ravvisabile quindi anche prima dell’età carolingia, si precisava nell’ottica della specializzazione degli spazi, a seconda del momento della giornata, della settimana, della festività e delle attività che gravitavano attorno alla prassi sacramentale26. La relazione con la porzione orientale dell’impero doveva svilupparsi in diversi ambiti della vita ecclesiale milanese e riflettersi sugli apparati monumentali. Si va dalla matrice siriaca della liturgia ambrosiana, definita da continui scambi durante l’età tardoantica, all’innodia poi rielaborata da Ambrogio27; dall’importazione di strutture cerimoniali, all’adozione di modelli architettonici. Già De Capitani d’Arzago notava una certa assonanza tra la Santa Tecla ed edifici di area egea, come la basilica B di Nikòpolis, seppure più recente; nella stessa prospettiva si colloca la basilica Apostolorum edificata sempre da Ambrogio, oggi San Nazaro, la cui pianta cruciforme è stata derivata dall’Apostoleion di Costantinopoli28. Anche per la costruzione del battistero di San Giovanni si osserveranno chiari i riferimenti a una cultura più ampia di quella maturata nei primi secoli del Cristianesimo occidentale. 2.2 Il battistero di San Giovanni alle Fonti. Vicende architettoniche nella città tardoantica Tra il III e il IV secolo Milano è stata oggetto di un importante rinnovamento architettonico, cominciato in età tetrarchica sotto Massimiano Erculio, che aveva fatto della città una vera e propria residenza imperiale, e proseguita sotto gli episcopati di Ambrogio e del suo successore Simpliciano29. In prima battuta si osserva una nobilitazione del tessuto urbano, sia in termini monumentali sia amministrativi, arricchito dal palazzo reale, dalle nuove grandi terme pubbliche, dalla via porticata verso Roma e da una nuova cinta muraria, elementi che conferivano un’inedita dignità alla Mediolanum romana, trasformandola da sede provinciale in capitale dell’impero30. L’espansione della città aveva creato nuovi spazi e nuove opportunità costruttive che sarebbero confluite, nella seconda metà del IV secolo, nel progetto di cristianizzazione del tessuto urbano. Proprio l’eminente status politico-amministrativo di Milano, dove era presente l’imperatore, aveva favorito la crescita del suo episcopato e dell’ampio potere di cui godevano i suoi pastori31, condizione che ha probabilmente influito, anche a livello materiale, sulla monumentalizzazione del presidio ecclesiastico. Nell’attività promossa da Ambrogio si deve riconoscere il primo grande momento edilizio della Milano cristiana, sebbene sia del tutto probabile che vi fossero strutture precedenti dedicate al culto. I fondamenti di questo sviluppo si devono riconoscere non solo nella circolazione di sistemi propriamente cultuali, ma anche nella tradizione architettonica imperiale che, almeno dal secolo precedente, aveva conferito un nuovo aspetto alla città. 30 Ivi, pp. 111-113. 31 C. Alzati, Metropoli e sedi episcopali fra tarda antichità e alto medioevo, in Chiesa e società. Appunti per una storia delle diocesi lombarde, a cura di A. Caprioli - A. Rimoldi - L. Vaccaro, Brescia, La scuola, 1986, pp. 45-77. 32 Si ricorda, oltre al mausoleo nel palazzo imperiale di Spalato, anche l’ottagono di Galerio a Salonicco, probabilmente slegato da una funzione funeraria, ma sempre inserito nelle strutture palaziali. Si suppone che anche a Treviri, residenza del Cesare occidentale Costanzo Cloro, sia stato costruito un mausoleo o un altro tipo di impianto basato sullo schema ottagonale con nicchie, che tanto ha caratterizzato la parabola architettonica tetrarchica, ma le indagini in quella sede sono ancora troppo limitate. 33 M. Mirabella Roberti, Il mausoleo romano di San Vittore a Milano, in Atti del VI Convegno Nazionale di Archeologia Cristiana, Pesaro-Ancona, 19-23 settembre 1983, II, Firenze, 1986, pp.777-783. 34 R. Krautheimer, Introduction to an Iconography of Medieval Architecture, in «Journal of the Warburg and Courtauld Institute», 5, (1942), pp. 20-33. Durante l’età tetrarchica sono stati elaborati importanti modelli architettonici, che hanno avuto grande diffusione nelle sedi imperiali e nelle aree di loro pertinenza; uno di questi, fondamentale nella disamina del battistero, era l’impianto centrico, ottagono con nicchie interne, largamente impiegato nell’architettura funeraria e non solo. Come si è visto in precedenza, il mausoleo di Diocleziano a Spalato è una delle massime espressioni di questo sistema, adottato anche dai suoi omologhi nelle sedi sottoposte alla loro giurisdizione, sempre in edifici di fondazione imperiale (figg. 20-21)32. Si suppone che il modello croato abbia avuto la stessa applicazione a Milano nell’ottagono extramuraneo identificato come il mausoleo di Massimiano, poi conosciuto come S. Gregorio presso il monastero di San Vittore al Corpo (figg. 22-23)33. Secondo la chiave di lettura proposta dal Krautheimer, proprio l’architettura funeraria, intesa tanto nel suo svolgimento formale, quanto nell’apparato simbolico ad essa sotteso, era alla base dello sviluppo monumentale delle strutture battesimali paleocristiane34. Tale relazione si concretizzava senza soluzione di continuità a Milano, dove la concordanza planimetrica tra gli edifici ottagonali del periodo tetrarchico e il battistero ambrosiano risulta totale. Non si trattava, infatti, di una generica derivazione del sistema centrico dalle tipologie funerarie, ma dell’adesione, anche nel trattamento dei dettagli architettonici e della configurazione spaziale, a un preciso modello presente in città35. 35 G. Cuscito, Vescovo e cattedrale, pp. 735-776, il quale evidenzia, in base ai distici ambrosiani della Silloge di Lorsch, le reali esigenze cultuali avvertite nella progettazione del battistero secondo quello schema e quelle proporzioni, adeguate alla crescente e meglio definita comunità cristiana milanese. 36 E. Bignami, Ruine dell’antica Milano. Comunicazione al Collegio degli ingegneri ed architetti, Milano, Tipografia e Litografia degli Ingegneri, 1870. Nella stessa occasione il Bignami ha rinvenuto alcune delle sepolture pertinenti al complesso episcopale da 1 m sotto il livello della piazza, fino a oltre 3 m. 37 Ibidem. 38 Ibidem. 39 U. Monneret de Villard, L’antica basilica di S. Tecla in Milano, in «Archivio Storico Lombardo», 1, 1917, pp. 1-24; sul complesso laurenziano si veda La Basilica di San Lorenzo in Milano, a cura di G.A. Dell'Acqua, Milano, Banca Popolare di Milano, 1985. 2.3 Ritrovamenti archeologici. Il battistero tardoantico Le strutture pertinenti al battistero di San Giovanni alle Fonti sono state rinvenute da Emilio Bignami nel 1870, in occasione dello scavo effettuato sotto l’attuale piazza del Duomo per il posizionamento di un condotto fognario (fig. 92)36. Gli escavatori, a circa 1,5 m dal suolo stradale hanno trovato «le tracce di una costruzione, la quale per le forme e qualità dei mattoni, per il cemento, e per le altre particolarità fu giudicata indubitabilmente antica»37. I primi reperti che si presentavano alla loro vista erano grossi blocchi di muratura pertinenti alla demolizione di una volta, come confermato dalle tessere musive trovate in una certa quantità al di sotto di essi. Dallo strato inferiore è emersa una struttura muraria in laterizio, composta da un ambiente circolare connesso a due «locali quasi rettangolari», caratterizzati da spigoli ben conservati. Il pavimento era a circa 2,5 m e presentava forti segni di distruzione; nel deposito di terra si potevano riconoscere tracce dei marmi verdi che lo componevano frammisti a macerie, di cui solo pochi elementi erano ancora in posa. Sulle pareti dell’ambiente circolare e del settore quadrangolare contermine si conservavano uno zoccolo di marmo bianco e una cornice modanata dello stesso materiale; nel solo settore circolare, sopra queste decorazioni si trovava un rivestimento in stucco rosso e nero che rimandavano, secondo il Bignami, agli edifici pompeiani38. Tutto questo settore è stato demolito asportato per la posa della tubazione e se ne conservano solo la descrizione scritta e lo schema planimetrico dell’ingegnere. L’interpretazione dell’opera ritrovata non si spingeva oltre la sua antichità, riferibile all’età romana per l’individuazione del mattone sesquipedale. A Ugo Monneret de Villard spetta l’identificazione di questa struttura con il battistero di San Giovanni, in base al suo particolare carattere planimetrico che suggeriva una forma simile a quella «di tutti codesti edifici lombardi, cioè un ottagono a nicchie», tra cui la cappella di Sant’Aquilino di Milano (figg. 93-94)39. Secondo Monneret l’edificio risaliva all’iniziativa di Ambrogio, poi restaurato da Lorenzo I, e si collegava alla basilica di Santa Tecla, le indagini della quale hanno atteso ancora qualche decennio. L’ipotesi è stata avvallata da Alberto De Capitani D’Arzago, che nel 1942-43, durante la costruzione di un rifugio antiaereo, aveva potuto raggiungere il settore rintracciato da Bignami attraverso un cunicolo40. Lo studioso eccepiva la lettura muraria fatta dall’ingegnere e la sua restituzione planimetrica, nella quale non era stato riconosciuto un intervento di manomissione al perimetrale da cui si era costituito il secondo ambiente quadrangolare, questione di grande importanza che sarà approfondita nel corso della trattazione. 40 A. De Capitani D’Arzago, La chiesa maggiore, pp. 91-94. In questa circostanza è stato condotto sotto la sua direzione il grande scavo della basilica di Santa Tecla i cui resti sono andati distrutti per l’edificazione del rifugio. 41 M. Mirabella Roberti, La cattedrale antica di Milano e il suo Battistero, in ‹‹Arte Lombarda››, 8, 1963, pp. 77-98. 42 M. Mirabella Roberti, Il battistero di Sant’Ambrogio a Milano, in ‹‹Recherches Augustiniennes››, IV, 1966, pp. 3-14. 43 Sulla scorta del De Angelis D’Ossat, Mirabella indicava il parallelismo con la cappella di Sant’Aquilino, il cui sistema delle volte sarebbe giunto fino al battistero di Firenze. Ivi, pp. 7-10. La scoprimento definitivo dell’intero edificio si deve a Mario Mirabella Roberti, autore dello scavo archeologico condotto tra 1961 e 1963 per la realizzazione della stazione metropolitana del Duomo41. Il Mirabella aveva trovato, ad eccezione del segmento asportato da Bignami, corrispondente al settore occidentale, una planimetria integra, individuata da un ottagono con nicchie interne, alternatamente semicircolari e rettangolari, il tracciato murario visibile ancora oggi (fig. 95). Anche nelle parti più conservate si osservano i segni della demolizione, avvenuta nel tardo Medioevo in favore della nuova fabbrica del duomo, come lo strappo di ampi frammenti del rivestimento marmoreo, l’asportazione dei gradini della vasca battesimale e di qualsiasi altro elemento decorativo che potesse essere soggetto a reimpiego42. Dell’edificio si conservano comunque alcuni elementi importanti, come le tracce della pavimentazione in marmi e la struttura generale della piscina, anch’essa ottagonale, con il suo sistema di deflusso delle acque. In coincidenza delle nicchie quadrangolari sono state rinvenute le soglie dei quattro portali d’ingresso: ben conservata quella occidentale, in direzione di Santa Tecla, pur sotto alcuni livelli di rialzamento del piano pavimentale, come nel caso delle altre porte; tra l’ingresso e la parte posteriore della basilica si sviluppava un passaggio coperto caratterizzato dalla presenta di sepolture, attestato dai due muri tangenti gli angoli dello stesso prospetto. Di particolare rilievo era l’ingresso orientale, interessato in età romanica da un portale strombato ad arcate digradanti, mentre presso quelli settentrionale e meridionale, tamponati per un certo periodo, doveva svilupparsi un protiro. A proposito della copertura e dei sostegni verticali, di cui erano emerse le basi in coincidenza dei pilastri interni, Mirabella pensava ad una volta ottagonale a spicchi, in fase unitaria con l’elevato, impostata direttamente sul perimetrale, estranea quindi alle colonne cui riconosceva una mera funzione decorativa. Tale sistema rispondeva a quello impiegato a Sant’Aquilino, che doveva avere un precedente nel mausoleo presso San Vittore al Corpo, poi riecheggiato anche in edifici posteriori (fig. 98)43. Il tema delle coperture ha appassionato gli studiosi che hanno analizzato il battistero, pur unitamente inclini a riconoscere la familiarità con gli altri ottagoni milanesi, perché ad esso si lega la questione dello sviluppo in elevato del San Giovanni; Salvatore Ruffolo, come Mirabella voleva una volta a spicchi approntata in un’unica fase, a differenza del De Capitani D’Arzago che indicava due momenti costruttivi diversi tra IV e V secolo44. 44 S. Ruffolo, Le strutture murarie degli edifici paleocristiani milanesi, in ‹‹Rivista dell’Istituto Nazionale d’Archeologia e Storia dell’Arte››, N. S. 17, 1970, pp. 5-84. 45 C. Verga, L’avvio del battistero ambrosiano, in ‹‹Critica d’arte››, N. S. 45, 1980, pp. 41-50. 46 S. Lusuardi Siena et al., Le nuove indagini archeologiche, pp. 40-67; L. Fieni, et. al., Il battistero di San Giovanni alle fonti di Milano. Un caso di studio archeologico-archeometrico, in ‹‹Archeologia dell’architettura››, 3, 1998, pp. 91-108. 47 Dalle indicazioni dello stesso Ambrogio nel De officiis si apprende che il vescovo era tenuto al decoro e all’ornamento degli edifici di culto, magistero che il santo aveva onorato anche con la fondazione o la partecipazione nel processo di costruzione di alcuni importanti impianti cultuali, come attestano le iscrizioni e le notizie milanesi relative al San Giovanni alle Fonti, alla basilica martyrum e alla basilica apostolorum; Ambrogio, De officiis ministrorum, SAEMO, a cura di G. Banterle, Milano – Roma, Biblioteca Ambrosiana – Città Nuova, 1977, pp. 246-247; G. Cuscito, Vescovo e cattedrale, pp. 735-776, in part. 736. 48 S. Lusuardi Siena, et al, Le nuove indagini archeologiche, pp. 45-48. S. Lusuardi Siena – F. Sacchi, Gli edifici battesimali di Milano e Albenga, in Albenga città episcopale: temi e dinamiche della cristianizzazione Su un diverso tipo di relazione con la cappella laurenziana, che si può definire per contrasto, rifletteva Corrado Verga, secondo il quale il battistero milanese costituiva un modello di rottura rispetto alla tradizione monumentale non cristiana, cui a suo avviso apparteneva Sant’Aquilino (fig. 97). Il blocco superiore del battistero doveva restringersi e appoggiarsi su quello delle nicchie, rinunciando quindi ad un’eventuale galleria “di alleggerimento”; avrebbe costituito un tamburo concentrico su cui si sarebbe articolata la copertura a spicchi45. A partire dal 1996 e fino al 2009 l’area del battistero è stata interessata da nuove indagini archeologiche, condotte dall’Università Cattolica di Milano sotto la direzione di Silvia Lusuardi Siena, in vista di un progetto di musealizzazione del sito (fig. 24). I contributi succedutisi in quest’arco di tempo sono stati determinanti per chiarificare o ri-argomentare alcune problematiche relative al San Giovanni, sia dal punto di vista strutturale che cronologico. Le indagini hanno permesso di ricostruire le diverse fasi edilizie del battistero a partire da un elemento di cronologia assoluta: il ritrovamento di una moneta di Valente (364-375) in uno dei più recenti depositi di terra per il rialzamento dei piani pavimentali, terminus post quem per l’intero cantiere. Le analisi scientifiche svolte sui resti murari dell’edificio (14C sui residui carboniosi delle malte, termoluminescenza, analisi mineralogico-petrografica) hanno consentito di attribuire ad un’unica fase le fondazioni e le murature conservate46. La datazione, con un certo margine di errore, si assesta alla seconda metà del IV secolo, quindi al periodo dell’episcopato di Ambrogio, dando conferma di quella tradizione storiografica che associa il battistero all’iniziativa del santo, in base alle poche suggestioni letterarie pervenute47. La struttura procede dalla messa in opera di plinti a circa 30 cm di distanza dai pilastri diedri, probabilmente antecedenti al battistero (fig. 24), impiegati in un secondo momento come sostruzioni per i sostegni verticali collocati negli angoli, le cui basi sono state rinvenute e collegate a colonne di circa 4,5 m di altezza48. Il consolidamento dei plinti tra Liguria di Ponente e Provenza. Convegno internazionale e tavola rotonda, Albenga, Palazzo Vescovile, Sala degli Stemmi e Sala degli Arazzi, 21-23 settembre 2006. Istituto Internazionale di Studi Liguri, a cura di M. Mercenaro, Genova, 2007, pp. 684-687. 49 Ibidem. 50 L. Fieni, et. al, Il battistero di san Giovanni, pp. 91-108. 51 S. Lusuardi Siena - M. Sannazaro, I battisteri del complesso episcopale milanese alla luce delle recenti indagini archeologiche, in L’edificio battesimale in Italia: aspetti e problemi. Atti dell’VIII Congresso Nazionale di Archeologia Cristiana, Genova, Sarzana, Albenga, Finale Ligure, Ventimiglia, 21-26 settembre 1998, Bordighera, 2001, pp. 647-674. 52 Ibidem. 53 Ivi, pp. 662-663; S. Lusuardi Siena, F. Sacchi, Per un riesame dei sectilia parietali paleocristiani del battistero di San Giovanni alle fonti a Milano, in Atti del IX Colloquio dell’Associazione Italiana per lo suggerisce, diversamente dalle osservazioni di Mirabella, l’intento di utilizzare le colonne come strutture portanti, collegate ad arcate in grado di sorreggere una copertura pesante. A questo ordine potrebbe appartenere il frammento di capitello corinzio a foglie d’acanto (acanthus mollis della tradizione occidentale tardoantica), le cui dimensioni sono compatibili a quelle del fusto, in base alle misurazioni e alle ricostruzioni degli archeologi (fig. 100)49. Un dato interessante, se rapportato all’individuazione di un ordine al pian terreno, è fornito da un altro frammento di capitello di più piccole dimensioni e da considerarsi appartenente a un ordine minore; le altezze dei due capitelli sono in rapporto proporzionale (fig. 101). Sulla base di tali evidenze è possibile supporre l’esistenza di due ordini architettonici sovrapposti, addossati alla parete la cui funzione è ancora da chiarire; il modello di riferimento per gli studiosi, anche in questo caso, sarebbe il Mausoleo di Diocleziano a Spalato (fig. 102). Anche qualora le colonne non fossero state portanti, l’analisi dei pilastri diedri angolari, davanti ai quali l’ordine era disposto, ha evidenziato la loro capacità di sopportare una notevole sollecitazione, compreso il peso di una volta ad ombrello in concreto o di una galleria percorribile, similmente al Sant’Aquilino (fig. 99)50. I risultati delle analisi scientifiche hanno permesso di assegnare alla stessa fase anche un lacerto di muratura adiacente all’angolo esterno che lega i prospetti Nord-Est ed Est, riconducibile ad un vano antistante l’ingresso orientale del battistero (fig. 103)51; questa struttura ha fatto ipotizzare una relazione privilegiata tra il san Giovanni e quella basilica antecedente la santa Maria Maggiore carolingia (fig. 26). Il rilievo dell’ambiente presso il portale è comprovato anche dal ritrovamento di tracce d’intonaco giallo, indicative di una decorazione parietale dell’andito; in corrispondenza di alcune unità murarie vi sono, inoltre, tracce di ridipintura con pigmentazione gialla, rossa e rosacea, per cui non è attualmente possibile fornire una datazione52. Della primitiva fondazione si conservano principalmente le strutture portanti che ne definiscono la forma; quanto si è conservato all’interno del vano è, invece, riferibile in larga misura alla seconda fase tardoantica, attribuita all’iniziativa del vescovo Lorenzo. Si tratta dell’imponente restauro di cui riferisce Ennodio, teso alla nobilitazione di un edificio che doveva essere stato costruito velocemente. Il rinnovo ha interessato il piano di calpestio in cocciopesto, sostituito da una pavimentazione marmorea, e le pareti, ora decorate da un ricco opus sectile a motivi geometrici e da bande pittoriche(fig. 104-106)53. La vasca è stata rialzata, ristrutturata e ricoperta di marmi, ma ricalcando la morfologia di Studio e la Conservazione del Mosaico, Aosta, 20-22 febbraio 2003, a cura di C. Angelelli, Ravenna, Girasole, 2004; Id, Gli edifici battesimali di Milano e Albenga, pp. 694-696. 54 S. Lusuardi Siena et al., Lettura archeologica e prassi liturgica, pp. 105-107. 55 S. Lusuardi Siena et al, Le nuove indagini archeologiche, pp. 49-50; S. Lusuardi Siena – F. Sacchi, Gli edifici battesimali di Milano e Albenga, pp. 694-695. 56 Ivi. p. 667-668. L’idea si fonderebbe su un paragone con il battistero di Albenga, derivato dal battistero milanese di fase laurenziana per altri aspetti formali e decorativi. 57M. Mirabella Roberti, Il battistero di Sant’Ambrogio, pp. 3-14. 58 L. Fieni, et. al, Il battistero di san Giovanni, pp. 91-108. 59 S. Lusuardi - M. Sannazaro, I battisteri del complesso episcopale milanese, pp. 647-674. quella precedente; contestualmente è stato rinnovato il sistema di adduzione delle acque, rinvenuto in un sondaggio presso la nicchia meridionale54. Dal punto di vista strutturale sembra sia stata smontata parte della precedente architettura, come attesta la sopraelevazione del piano di posa di uno dei plinti; analoga opera d’innalzamento del piano, contestata per problemi di ordine statico da Mirabella Roberti, si riscontra anche nella cappella ottagonale di Sant’Ippolito presso San Lorenzo Maggiore55. Gli archeologi non escludono che nella fase laurenziana il blocco superiore venisse completamente stravolto, più in linea con le posizioni del Verga, e ridotto in un tamburo minore, in virtù della relazione con edifici derivati dal modello ambrosiano56. L’ipotesi di una tale semplificazione non sembra, tuttavia, in accordo con le modifiche apportate in quel periodo, evidentemente tese alla nobilitazione della fabbrica, piuttosto che a una sua diminuzione. 2.4 Vicende successive In corrispondenza degli ingressi, in particolar modo di quello orientale, sono stati individuati interventi di età medievale, come già aveva accennato Mirabella Roberti57 Una fase di riallestimento in cotto del portale Est è assegnata ad un periodo tardo, compreso tra la metà del XII secolo e l’inizio del XIV, in base ai segni di graffitura a spina pesce riportati dai laterizi di reimpiego, tecnica decorativa riscontrata per lo stesso periodo anche in casi non milanesi (figg. 107-108)58. L’asse dell’ingresso è stato spostato verso Nord, probabilmente a causa di una tomba presente sul lato destro della nicchia quadrangolare59 Altre modifiche nella stessa area, non ancora chiarificate, sono distribuibili tra l’età ambrosiana e il basso Medioevo e attestano la continuità di utilizzo del sito battesimale. Dal punto di vista documentario, due fonti ecclesiastiche di grande importanza per la liturgia della cattedrale milanese informano sull’impiego dei due battisteri nel corso dell’XI e del XII secolo e su alcuni elementi d’arredo in essi contenuti, validi a una più puntuale restituzione del loro aspetto. I due principali libri liturgici cui si farà riferimento sono il Manuale Ambrosianum detto di Valtravaglia e l’ordinario di Beroldo60. Entrambi riferiscono del largo impiego degli edifici battesimali nella liturgia itinerante, centrale nella vita cultuale ambrosiana, che si realizzava tra i diversi elementi del gruppo episcopale. Le processioni da e verso i battisteri accompagnavano il completamento dell’ufficio nelle ore canoniche del mattutino e del vespro, le più importanti; inoltre vi si recitavano i responsori e le orazioni. Mentre il Manuale si riferisce in modo generico agli edifici con le formule «baptisterium», o «de baptisterio in aliud», il Beroldo impiega in diverse occorrenze i titoli di Santo Stefano e di San Giovanni alle Fonti e approfondisce nelle proprie istruzioni alcuni aspetti liturgici capaci di dare informazioni sul loro aspetto. A proposito dell’edificio qui in esame l’autore, cicendelario della stessa istituzione, attesta la presenza di un altare nel battistero; non ne indica la dedicazione, si deve quindi supporre che si trattasse di quello maggiore61. Migliori notizie si traggono dalla descrizione delle pratiche battesimali del Sabato Santo, che per il San Giovanni si aprivano con un’antifona «ad regias baptismalis ecclesiae», davanti alla quale l’arcivescovo si preparava alla celebrazione iniziatica62. Chiaramente è testimoniata la piscina battesimale in cui i battezzatori entravano, ma con una nota sulla configurazione dell’area di sua pertinenza di particolare interesse: mentre la processione dei chierici si avviava «ad fontes» venivano accesi due grandi ceri «super cancellos», quindi sopra oppure oltre un elemento di separazione del fonte. Beroldo non si riferiva alla porta, già citata come regia, ma a una balaustra o struttura metallica che divideva l’area del battesimo dal resto dello spazio (fig. 109). La nozione sembra rafforzata nel paragrafo seguente in cui Beroldo osserva che «illi vero qui sunt super cancellos, sunt sacerdotis ecclesiae illius baptismalis»63. Sulla vasca si apprende anche che, nei momenti diversi dal battesimo, doveva essere coperta, se nel sabato in albis un ostiario minore era incaricato di aprirlo o scoprirlo, secondo la tradizione, dopo la benedizione episcopale64. 60 Manuale ambrosianum ex codice saec. XI olim in usum canonicae vallis travaliae. Monumenta Veteris liturgiae ambrosianae, a cura di M. Magistretti, (1905), rist. anastatica, Nendeln, Kraus Reprint, 1971 (d’ora in poi Manuale); M. Magistretti, Beroldus sive Ecclesiae Ambrosianae Mediolanensis Kalendarium et Ordines. Saec. XII ex Codice Ambrsiano, Mediolani, Josephi Giovanole et soc., 1894, (d’ora in poi Beroldus). 61 Nella rubrica De Matutino, in cui è spiegata la liturgia itinerante tra la chiesa e il battistero e dove sono date istruzioni di carattere pratico ai chierici della cattedrale, è citato l’altare «in baptisterio», Beroldus, pp. 45-46. 62 Ivi, pp. 111-112. 63 Ibidem. 64 Ivi, p. 118. 65 Ivi, p. 21. Beroldo cita anche un secondo fonte, quello destinato alla lavanda dei piedi, pratica post battesimale di origine ambrosiana, invalsa ancora nel XII secolo, probabilmente privo di un sistema di canalizzazione, dato che un presbitero era incaricato di portarvi l’acqua per il rito65; non si ha però notizia sulla sua disposizione, né se fosse una struttura mobile. In questa fase il San Giovanni aveva ancora un ruolo di grande importanza nel centro cattedrale; il Beroldo lo definisce «ecclesia baptismalis», dotata di un proprio clero e attiva nella liturgia processionale maggiore. Contestualmente l’autore informa sulla sua configurazione spaziale, grazie all’introduzione dei cancelli che separavano la vasca, e sull’arredo liturgico. Ancora alla fine del XIII il San Giovanni è attestato nel Liber Notitiae Sanctorum Mediolani, testo composto dal canonico Goffredo da Bussero, nel quale sono contenute le memorie delle chiese, degli altari e dei santi cui erano dedicati in tutta la diocesi ambrosiana66. L’edificio è citato come «ecclesia sancti Iohannis ad fontes» e il suo pieno utilizzo sembra confermato anche dalla presenza di un altare attivo per il culto, quello di sant’Antonio Abate, di cui però non è riferita la posizione67. 66 Liber Notitiae Sanctorum Mediolani, a cura di M. Magistretti - U. Monneret De Villard, (1917), rist. anastatica, Milano, Cisalpino-Goliardica, 1974; G. Vigotti, La diocesi di Milano alla fine del secolo XIII, Roma, Ed. di Storia e Leteratura, 1974. P. Tomea, San Giorgio in Crimea, Per una nuova edizione del Liber Notitiae Sanctorum (con una nota sulla papessa Giovanna), in «Aevum», 73, (1999), pp. 423-458; G. Colombo, ad vocem «Goffredo da Bussero», in Dizionario della chiesa ambrosiana, Milano, NED, 1989, pp. 1494-1495; M. Ferrari, ad vocem «Liber notitiae sanctorum Mediolani», in Dizionario della chiesa ambrosiana, Milano, NED, 1989, pp. 1722-1724. 67 Liber Notitiae, coll. 166-168; 44. Per l’altare antoniano si veda il capitolo 6. 68 U. Monneret de Villard, L’antica basilica, pp. 1-24. 69 Si veda la nota di Sabbadini, in «Archivio Storico Lombardo», 25, 1910, p. 220, secondo il quale al foglio 359 si trovano le note di quattro mani, tutte riferibili al XIV secolo. 70 Tra il 21 e il 22 gennaio 1394 si è tenuto un gran consiglio presso gli uffici del vicario di provvisione dove«erano congregati molti cittadini per dare il loro avviso sul progetto del Camposanto e Battisterio». Nella nota del 25 gennaio si legge, a seguito della decisione dei giorni precedenti, della richiesta ad alcuni Tradizionalmente la dismissione del San Giovanni viene portata alla fine del ‘300 in osservanza di alcune attestazioni degli Annali della Fabbrica del Duomo e di altri documenti. Secondo il codice della Biblioteca Ambrosiana ms. B. 36 inf. nel dicembre 1355 «diruta fuit ecclesia sci Johannis praedicti que erat contigua ecclesie Sancte Tegle», affermazione posta sull’ultimo foglio del manoscritto, le cui mani non sono ancora state confermate68. Degna di interesse è la notizia che precede nel testo l’affermazione appena riportata «In MCCCLV die sabati V mensis decembris fuit impositus primus lapis in fundamento sancti Johannis Ad fontes. per d. Robertum Vicecomitem Archiepiscopum Mediolani»69. Le informazioni sono alquanto contrastanti: in prima istanza l’autore afferma che il 5 dicembre 1355 è stata collocata la prima pietra fondale di un San Giovanni alle Fonti, mentre subito dopo sostiene che il 19 dicembre del suddetto anno la medesima chiesa è stata distrutta. Non c’è dubbio che la seconda affermazione faccia riferimento al battistero giacché si tratta dell’edificio contiguo a santa Tecla; è però difficile credere che nella prima frase si intendesse indicare lo stesso edificio, dato che un battistero intitolato al Battista esisteva già da dieci secoli e non era dunque necessario fondarlo, semmai rifondarlo o restaurarlo. Sembrerebbe che in quell’anno si approntasse una nuova fabbrica da destinare al battesimo con lo stesso titolo di San Giovanni alle Fonti, impresa che, come indica la nota, doveva essere patrocinata dal vescovo Roberto Visconti, titolare di quel diritto specifico che gli consentiva di fondare un edificio battesimale e di trasferire le sue prerogative ad altro luogo. Forse questo nuovo ipotetico battistero (il cui sito è sconosciuto, data la mancanza di evidenze archeologiche) coincide con quello di cui si trova traccia negli Annali della Fabbrica del Duomo, quando, nell’ultimo decennio del ‘300, le autorità si trovarono a deliberare su un «camposanto e battistero da farsi»70. Il problema principale rispetto alla fonte è, come indicava il ordinari di cedere le proprie abitazioni presso l’arcivescovado allo scopo di lasciare spazio ai nuovi impianti; Annali della Fabbrica del Duomo di Milano, I, Milano, Brigola, 1877, pp. 108-109. Nei mesi successivi si parla di progetti e disegni per il camposanto, ma non più del battistero. 71 M. Mirabella Roberti, Milano, il Battistero antico della cattedrale, in Studi e ricerche nel territorio e provincia di Milano, Milano, La Rete, 1967, pp. 129-134. 72M. Rossi, Il Duomo e la Piazza nel Quattrocento, in «Arte Lombarda», 72, (1985), pp. 9-17. 73«Pro saraturis 3 cum clavibus et catenazio uno positis hostiis 3 schurioli s. Tegle pro columpnelis marmoreis extractis de ecclesia s. Johannis ad fontes, in dicto schuriolo reponendis», ove per schuriolo si è voluto intendere cripta, in Annali della Fabbrica del Duomo di Milano, I, Milano, Brigola, 1877, p. 41; B. M. Apollonj Ghetti, Le cattedrali di Milano e i relativi battisteri. Nota sulla basilica di S. Lorenzo Maggiore, in ‹‹Rivista di archeologia cristiana››, 63, 1987, p. 23-88. 74 S. Lusuardi Siena, F. Sacchi, Per un riesame dei sectilia, pp. 84-85. 75 Annali della Fabbrica, p. 19. 76 Ivi, pp. 26-27. Sabbadini, che le annotazioni corrispondono a quattro diverse mani e si trovavano al termine di un codice allestito nel secolo XI. Ad opinione di Mirabella Roberti, il compilatore aveva trascurato una C nella scrittura della data di demolizione, la quale slitterebbe al 1455, compatibilmente alla fondazione di un fonte in Santa Tecla e alle pitture ritrovate nella nicchia meridionale del battistero71. La data, più vicina all’abbattimento della basilica (1461-1462), appare coerente con un progetto di creazione della piazza antistante il Duomo attestabile alla prima metà del XV secolo72; se l’abbattimento del battistero riguardasse la sola facciata della nuova chiesa, stesso destino avrebbe infatti avuto anche Santa Tecla, estremamente vicina al San Giovanni. La scelta di liberare lo spazio davanti al Duomo si deve credere unitaria e, dunque, contestuale. Per il novembre del 1387 è indubbiamente attestato un intervento di spoliazione indirizzato a “columpnelae marmoreae” da trasferire nella cripta della santa Tecla73; il termine colonnetta è assai vago e potrebbe indicare i sostegni di un ciborio o tegurium sovrastante la piscina battesimale, oppure, in relazione a quanto osservato sugli ordini sovrapposti, una colonna di minori dimensioni rispetto a quelle del pian terreno e disposta al piano superiore dell’edificio. Qualora si fosse trattato di colonne con funzione portante il battistero sarebbe stato parzialmente smantellato, allo scopo di ottenere una struttura più dimessa nella quale un deambulatorio o un secondo blocco non avevano più alcun ruolo concreto. Si deve inoltre considerare che il testo non fornisce alcuna informazione su come queste colonnette dovessero essere impiegate. Nella lettura di Lusuardi Siena e Sacchi il codice dell’Ambrosiana di cui parlava il Monneret attesterebbe al 1355 il momento della dismissione, quando cioè l’edificio cominciava a non essere più frequentato, seguito da un periodo di spoliazione degli arredi e degli apparati decorativi, come annotato negli Annali74. Una notizia più puntuale sull’esistenza del battistero, di natura topografica, è data dagli stessi Annali per il marzo 1388, quando gli ingegneri e maestri della fabbrica si riunirono per discutere della correzione del muro di crociera di Santa Maria, che doveva essere ridotto «dal principio verso S. Giovanni alle fonti per una intera quarta»75. Ancora nell’agosto del 1389, in occasione del compleanno di Giovanni Maria Visconti, figlio di Gian Galeazzo, è citato un sacro fonte del battesimo nel quale il signore aveva ricevuto il proprio nome, anche se non viene specificato quale fosse76. Come si accennava, nel gennaio del 1394 diverse autorità furono chiamate a deliberare «intorno al camposanto e al battistero da ordinarsi»77, affermazione che lascia intuire la chiara volontà di modificare sostanzialmente l’assetto della piazza e delle strutture satellite del gruppo cattedrale, ma non è dato sapere quale logica fosse sottesa al progetto, né quale edificio il nuovo battistero avrebbe dovuto sostituire. Nel 1387 fu, infatti, demolito il battistero di Santo Stefano ed è forse possibile che i fabbricieri stessero pensando di edificarne una nuova versione, anche perché all’edificio era associata una sede parrocchiale. Il 25 gennaio dello stesso anno si trova ancora una delibera a proposito di un camposanto e battistero «da costruirsi», per i quali alcuni canonici ordinari cedevano abitazioni in loro possesso per creare lo spazio necessario; mentre nelle note dei mesi successivi compare il solo camposanto che si intende essere disposto dietro il Duomo78. 77 La riunione si svolse nella camera dell’ufficio di provvisione del comune, con l’intervento di diverse autorità pubbliche. Annali della Fabbrica, p. 105. 78 Ivi, pp. 108-109. 79 M. Magistretti, Notitia Cleri Mediolanensis de anno 1398 circa ipsius immunitatem, in «Archivio Storico Lombardo», 27, (1900), pp. 257-304. Si tratta di una compilazione redatta per volontà di Gian Galeazzo Visconti, che andava a completare un primo rifacimento dell’estimo ordinato nel 1389, ma rivelatosi frammentario; L. Prosdocimi, Il diritto ecclesiastico dello Stato di Milano dall’inizio della signoria viscontea al periodo tridentino (sec. XIII-XVI), Milano, Cisalpino-Goliardica, pp. 111-114. 80 Il termine capella potrebbe attingere a due differenti regioni semantiche a) edificio, luogo fisico e, per traslato, edificio di culto contenente strumentazione sacra e beni propri; b) diminutivo di cappellania, quindi beneficio permanente istituito presso un altare o una chiesa. In effetti, quando nell’elenco di una singola porta di Milano vengono elencate alcune capelle, di seguito è detto capelle supradicte ecclexie. Questa seconda è anche la chiave interpretativa di Magistretti. La lettura complessiva di un elenco per singola porta, in base a queste riflessioni, induce a credere che con capella S. Johannis si volesse indicare la rendita stabile di una chiesa, esclusi i suoi beni fondiari, e con capella supradicte ecclexie pro presbytero il beneficio destinato al chierico incaricato della gestione. Forse questa seconda occorrenza si collega alla definizione di presbyer et benefitialis o rector et benefitialis che si riscontra nella documentazione notarile milanese dei secoli bassi. Ai fini della ricerca è importante evidenziare che secondo l’elenco delle chiese di Porta Romana esisteva ancora una capella sancti Johannis ad fontes del valore di 3 Lire e 7 Soldi milanesi, quindi una rendita associata a un luogo di culto conservato fisicamente e inserito nel conteggio fiscale. 81 Antichi diplomi degli arcivescovi di Milano e note di diplomatica episcopale, a cura di G. Bescapè, Firenze, Leo S. Olschki, 1937, pp. 57-60. Questa volta la cappella di San Giovanni è citata nell’elenco di Porta Orientale. Come segnalato dalla Notitia cleri Mediolanensis del 1398, stato della Chiesa milanese redatto a scopo fiscale, a quella data esisteva ancora una «Capella sancti Johannis ad fontes» che godeva di una rendita79; il termine cappella poteva avere diverse accezioni, ma si dovrebbe interpretare qui come il beneficio connesso all’edificio di culto80. La stessa «Capella sancti Johannis ad fontes» è elencata nella copia autentica dell’Extimum legatorum totius cleri civitatis et diocesis Mediolanensis, probabilmente redatta dal notaio milanese e scriba arcivescovile Roberto de Coldirariis nell’ultimo quarto del XIV secolo81. Le notizie fornite dai documenti sono molto generiche, non parlano di un vero e proprio abbattimento del battistero, eventualità certificabile solo con la datazione precisa della fondazione della facciata del nuovo Duomo tramite analisi scientifiche. L’edificazione della facciata, le cui fondamenta giungono al prospetto orientale del battistero, e la creazione della nuova piazza sono certamente le ragioni materiali per cui è stato distrutto e interrato il San Giovanni. Rispetto alla continuità e alla dismissione del sito, si possono derivare alcune indicazioni dalle tracce di decorazione pittorica parietale rinvenute nel battistero. Sulle pareti delle nicchie Nord-Est e Sud, sono state, infatti, ritrovati alcuni frammenti di pitture murali, mantenute in situ, dunque valide come elementi datanti, sebbene non sia ancora possibile associarli alla loro committenza o a degli autori. La nicchia Nord-Est presenta un palinsesto decorativo costituito da due fasce sovrapposte (fig. 110): in quella inferiore sono raffigurati due personaggi riccamente vestiti e con le mani tese in direzione di un elemento naturale, probabilmente una cascata; nella fascia superiore, molto deteriorata, si scorgono un profilo animale in posa araldica, forse una scrofa semilanuta, e due piedi nudi che suggeriscono proporzioni maggiori rispetto a quelle del registro sottostante. La parte inferiore è stata variamente attribuita al tardo XII secolo o alla metà del XIII, mentre la seconda è assegnata alla fine del XIII82. 82 R. Bossaglia - M. Cinotti, Tesoro e Museo del Duomo, I, Milano, Electa, 1978, datano le figure acclamanti al XII secolo, mentre nella lettura degli archeologi vengono assegnate al XIII; S. Lusuardi Siena, F. Sacchi, Per un riesame dei sectilia, pp. 84-85. 83 Già Mirabella Roberti, in contrasto con l’ipotesi di demolizione, assegnava le pitture all’inizio del ‘400; alla metà dello stesso secolo rimonterebbero secondo Bossaglia; M. Mirabella Roberti, Milano, il Battistero, pp. 129-134. Lusuardi e Sacchi propongono, invece, una datazione al tardo XIV secolo. 84 Ringrazio per la segnalazione il Prof. Daniele Benati. 85 «Ecclesia s. Joannis ad fontes diruta est an. 1410, quo anno, die 16 julii consecratum fuit . . . altare cimelii aquilonaris ecclesiae metropolitanae in honorem s. Joannis Bapt., ibidemque reposita fuerunt sanctorum lypsana, qui in eversa s. Joannis ad fontes ara quiescebant»; La notizia della demolizione è di Puricelli, riferita anche dal Sassi, Archiepiscoporum Mediolanensium Series Historico-chronologica ad criticae leges et veterum monumentorum fidem illustrata, I, 1755, p. 83, dal quale viene ricavata anche da M. La nicchia meridionale presenta invece due frammenti separati tra loro: del primo si conserva un nimbo circolare di santo ornato da una punzonatura floreale; nel secondo è raffigurata una donna nell’atto di pregare sulla cui testa è posata una grossa mano (figg. 111-112). La diversità dimensionale tra la figura femminile e la mano posta sul capo indica un rapporto gerarchico nel quale si può individuare una devota, forse una committente, inginocchiata ai piedi di un santo intercessore. Anche in questo caso sono state prospettate diverse ipotesi di datazione che vanno dal tardo XIV al XV secolo83. I punzoni a fiori stilizzati dell’aureola del primo, infimo frammento potrebbero essere un buon indicatore ai fini della datazione, tuttavia gli unici studi condotti in questo settore riguardano la produzione pittorica medievale della Toscana. La poco più estesa scena con donna e santo potrebbe essere effettivamente assegnata alla prima metà del XV secolo: echi di ascendenza boema richiamano il grande fermento di pittori, scultori e miniatori provenienti da diverse zone dell’Europa presenti a Milano in quel periodo proprio nel cantiere del Duomo e nelle officine viscontee84. Se le pitture possono essere assegnate al primo quarto del XV secolo, anche la demolizione del battistero deve essere rimandata rispetto alle contrastanti indicazioni fornite dai documenti. Suggerimenti in questa direzione vengono da Filippo Argelati che parla di un testo sulle rogazioni triduane redatto da Pietro Casola nel XV secolo nel quale si leggeva della demolizione del San Giovanni nell’anno 1410, quando il titolo e le reliquie sono stati trasferiti in un altare della chiesa maggiore di Santa Maria Nascente85. Lo slittamento della Magistretti, Beroldus, nota 64, p. 171; T. Bailey, Ambrosian processions to baptisteries, in ‹‹Plainsong and Medieval Music››, 15 – 1, (2006), pp. 29-42. 86 S. Lusuardi Siena – F. Sacchi, Gli edifici battesimali di Milano e Albenga, pp. 684-685. 87 Ibidem. Il gruppo archeologico milanese non scarta l’ipotesi del doppio livello, sebbene non si spinga oltre una semplice intuizione. Di altro avviso è il Brandt che ritiene di dover confrontare il battistero di Milano con impianti della stessa natura, piuttosto che con gli ottagoni tardoantichi della città, come ad esempio il caso di Albenga, che presenta la stessa planimetria; O. Brandt, Battisteri oltre la pianta. Gli alzati di nove battisteri paleocristiani in Italia, Città del Vaticano, Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, 2012, p. 313; Id, Riflessioni sullo studio dell’architettura degli edifici battesimali in Italia, in Acta XV Congressus Internaionalis Archaeologiae Christianae. Episcopus, civitas, territorioum, Toleti, 8-12.9.2008, a cura di O. Brandt, Città del Vaticano, Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, 2013, pp. 1731-1748. 88 Alcuni frammenti dovrebbero corrispondere con i resti dell’aula absidata altomedievale che si dispone a Sud del battistero, la cui abside settentrionale arriva a congiungersi col prospetto del San Giovanni. demolizione al XV secolo, come accennato, sarebbe più coerente anche con l’abbattimento della chiesa di Santa Tecla, distrutta tra 1461 e il 1462. 2.5 Articolazione degli elevati Uno dei temi centrali della presente trattazione è l’organizzazione spaziale dell’edificio battesimale, cui si legano i contenuti e le destinazioni d’uso dei singoli ambienti e dell’intera compagine architettonica. Al pari dello sviluppo che si potrebbe definire orizzontale, rappresentato dalla ripartizione planimetrica delle aree circostanti il fonte o ad esso pertinenti, è importante prendere in esame il modo in cui si distribuiscono gli elementi in elevato e la loro eventuale connessione, formale o simbolica, con il resto della struttura. L’idea da cui muove tale riflessione è la possibilità che l’alzato del San Giovanni fosse articolato su due livelli sovrapposti, come potrebbero suggerire i frammenti dei due capitelli, in rapporto proporzionale, rinvenuti dagli archeologi86. L’esistenza di una galleria percorribile, sovrapposta al blocco inferiore del battistero non è verificabile attraverso dati materiali oggettivi, ma nemmeno può essere esclusa a priori: l’imponente spessore della muratura esterna, che va da 1 m del perimetrale a 3,5 m dei pilastri d’angolo, avrebbe consentito l’aggiunta di un secondo piano e il raffronto con edifici milanesi tardoantichi, potrebbe avvallare l’ipotesi87. É bene ricordare che non sono state messe in evidenza tracce di scale entro lo spessore della muratura, tuttavia la frammentarietà dei resti murari in certi settori e le analogie con altre strutture, come il caso già citato del sacello laurenziano, potrebbero assecondare la proposta di un livello superiore. Il Bignami, a seguito del suo sondaggio, ha prodotto una planimetria dello scavo di quello che si sarebbe poi rivelato il settore occidentale del battistero di San Giovanni Battista, delineando il profilo di: una nicchia semicircolare (M), una nicchia quadrangolare (L), un ambiente quadrangolare parzialmente ostruito da un segmento circolare in muratura (H), oltre a una serie di ambienti di difficile identificazione (segmenti murari B, C, D, E, F, G), probabilmente appartenuti ad un edificio collegato al battistero (fig. 92)88. Mirabella Roberti non ha fatto alcun cenno al secondo locale quadrangolare individuato da Bignami, e asportato insieme al resto del settore per il passaggio di una fognatura, e ha, invece, ricostruito la sagoma interna del pilastro angolare sul modello degli angoli interni ancora esistenti. L’ambiente H è uno spazio ben definito disposto tra un frammento murario curvo, forse identificabile come porzione dell’estradosso di una nicchia semicircolare, e l'ambente quadrangolare L che non si uniscono però a formare l’angolo diedro verso il centro dell’edificio. Tra le due murature esisteva, infatti, uno spazio di circa un metro (in base alle misure fornite da Bignami) che designava l’accesso proprio all’ambiente H. L’elemento più problematico nell’analisi di quella porzione è proprio il setto murario curvo, che dovrebbe coincidere con la nicchia semicircolare di sud-ovest. Nel disegno la muratura appare intatta, pur ammettendo una sua elaborazione sintetica da parte dell’autore, il che non si accorda del tutto a una possibile manomissione operata in quel settore, come voleva il De Capitani D’Arzago89. L’ambiente era privo di riempimento, diversamente da un pilastro angolare con funzione portante, caratteristica non imputabile alla demolizione finale, che avrebbe lasciato cumuli di detriti nelle aree contermini, né un’alterazione priva di conseguenze strutturali. Bignami, accomunava inoltre le tre nicchie, sempre definite come ambienti, nella costruzione solida, per gli spigoli regolari, per il pavimento posto alla medesima quota e caratterizzato dalle stesse tracce di frammenti marmorei colorati misti a terra e rottami. L’unica differenza riscontrata dell’ingegnere era la mancanza nel vano H dello zoccolo e delle altre decorazioni parietali. 89 «Il suo disegno, in questi punti è quantomai incerto e dimostra che lo scavatore non comprendeva bene o non si ricordava gli elementi murari trovati. [...] L’ambiente a contorni imprecisi segnato con la lettera H che il Bignami sembra creder parte integrante dell’edificio ottagonale è invece certamente il prodotto di una manomissione, forse di carattere tombale, operata, non senza aggiunte nel corpo della muratura originale dell’edificio stesso di cui invece restavano intatti gli “ambienti” I ed M ed il perimetro esterno colla relativa lesena angolare. Vedremo a suo luogo come mi sia stato impossibile controllare questa parte centrale della trincea, perché i lavori del 1870 asportarono in essa ogni traccia anteriore sostituendola col nuovo manufatto. Senza però commettere anticipazioni, dirò che la attuale verifica ha tuttavia provato come si possa prestar fede ai dati di fatto metrici raccolti da Bignami, sotto a questo aspetto onestissimo ed anche alla sua iscrizione materiale: ed è già molto», A. De Capitani D’Arzago, La chiesa maggiore, pp. 91-94. É interessante notare che l’escavazione non abbia riscontrato ulteriori evidenze murarie al di sotto dei tre locali individuati da Bignami. Se il setto murario che conchiude l’ambiente H verso ovest coincide con il muro della struttura (corridoio di collegamento tra santa Tecla e il battistero?) assegnata dagli archeologi all’XI-XII secolo, significa che a quel periodo risale un’importante modifica all’angolo Sud-Ovest dell’edificio: il supposto angolo diedro doveva essere smantellato e così la parte occidentale del prospetto in favore di un congiungimento tra le due strutture. Il Bignami però non ha ritrovato le fondazioni dell’angolata, del prospetto o della parasta “a libro” esterna il che può significare o che l’ambiente che racchiude le tombe aveva fondazioni più profonde del battistero stesso o che il detto ambiente è successivo alla demolizione del battistero e dunque lo sovrasta o che non era necessario utilizzare la fondazione dell’angolata. Secondo la presente lettura si ritiene che l’angolo dovesse svilupparsi come tutti gli altri, raccordato dalla caratteristica parasta, e che il frammento murario dell’aula altomedievale ancora esistente fosse proprio sagomato a diedro per aderire a quella forma. La stratigrafia muraria di quest’area resta, però, di difficile lettura: i setti si sovrappongono e intersecano in modo poco chiaro; tutte le murature sono contornate da una cornice nera che delimita il pavimento del percorso espositivo; il frammento murario dell’aula altomedievale che doveva combaciare con la parasta esterna in questione è composto da due strati, il superiore dei quali sembra appoggiato o crollato e poi ricementato sulla fondazione. É indubbio che quell’area sia stata oggetto di significative manomissioni nel corso del tempo, come si può notare dallo stesso profilo superiore dell’ambiente H che, se sovrapposto alla planimetria dello stesso settore ricostruito, andrebbe a coincidere con una porzione di spazio avente come confine occidentale la sagoma costituita dai setti murari dei corpi di fabbrica successivi (fig. 113). L’elemento perturbante è, come si è osservato, il frammento di muratura semicircolare che delimita il locale H verso Est: esso è evidentemente l’estradosso di una parete circolare, facilmente identificabile con la nicchia Sudoccidentale del battistero, che in base al raffronto con le nicchie omologhe doveva essere ricavata nello spessore della muratura stessa, tramite la messa in opera dei paramenti e dei riempimenti. Se il riempimento viene a mancare ed è, quindi, possibile vedere la parete esterna di un locale circolare, significa che la stessa è, almeno parzialmente, estradossata. I due dati importanti per questa riflessione sono la presenza dell’estradosso della nicchia circolare e lo spazio interno cavo e non occupato dal riempimento o da una tomba, come supponeva De Capitani D’Arzago. Bignami identifica H come locale, quindi come spazio percorribile, nel quale è possibile immaginare l’imposta di una struttura scalare, anche non direttamente sul piano pavimentale. L’estradosso di una struttura interna introdotta nella muratura è, infatti, percepibile, anche nel suo restringersi, qualora vi passi una scala tangente. Se si ricostruisce quello che Bignami ha visto, in base anche alle misure da lui annotate, sovrapponendo la sua planimetria a quella più aggiornata, si ottiene una nicchia non perfettamente semicircolare, il che indica che i due metri di muratura curva rientravano di circa 40 cm rispetto a quanto ipotizzato dagli archeologi (fig. 114). Le dimensioni descritte corrispondono, ammessa una minima tolleranza in centimetri, a quelle reali ancora verificabili. Il restringimento dell’ambiente poteva essere provocato dall’inserimento, tra il pilastro d’angolo e la parete posteriore della nicchia, di una scala di piccola proporzione, al pari di quelle inserite in altri battisteri, nell’ambito della muratura che, come già osservato, si presentava vuota (figg. 115-116). Le dimensioni ipotizzabili per la struttura sono di circa 1, 80 m di altezza per la porta di accesso con gradini dall’alzata media di 25 cm, larghi 70-75 cm, similmente alle misure dell’ingresso e delle scale rilevate nel battistero di Arsago Seprio (VA), il caso di edificio medievale più rispondente al prototipo ambrosiano e da quello derivato (figg. 117-118) Allo stato attuale della ricerca e in base ai lavori di restauro di Mario Mirabella Roberti non è, tuttavia, possibile confermare, dal punto di vista archeologico, se l’assetto originario dell’edificio (o una fase successiva) prevedesse un piano sopraelevato accessibile da una scala interna inserita nel contesto esaminato. Si aggiunga che la sola fonte iconografica rimasta per il complesso cattedrale nella fase interessata dalla ricerca è un disegno, pervenuto in due copie da un originale del XV secolo, che mostra i vari edifici trattati con un linguaggio estremamente convenzionale e che dunque non aiuta a definire, se non a livello topografico, l’aspetto originale dei corpi di fabbrica (figg. 119-120)90. 90 A. Pracchi, La cattedrale antica di Milano: il problema delle chiese doppie fra tarda antichità e Medioevo, Roma, Laterza, 1996. Si tratta di un disegno risalente al primo ‘400 esistente nelle due copie di Puricelli del XVII secolo e di Sormani del XVIII, per altro privo della basilica di santa Tecla. La rappresentazione dei due battisteri è del tutto convenzionale e simile a quella delle chiese prossime al centro episcopale; non si distinguono tratti identificativi dei singoli monumenti, sebbene appaia verosimile che gli edifici avessero un tetto a spioventi e un ordine di finestre superiore. 91 U. Monneret De Villard, Note di archeologia lombarda. Il Mausoleo di Diocleziano a Spalato e la sua influenza sull’architettura lombarda, in «Archivio Storico Lombardo», 6, (1914), pp. 5-70. Id. Antichi disegni riguardanti il San Lorenzo in Milano, in «Bollettino d’Arte», 5, (1917), pp. 271-282. 92 Si tratta del cosiddetto Anonimo Fabriczy il cui disegno è conservato alla Staatsgalerie di Stoccarda. 93 S. Lusuardi Siena – F. Sacchi, Gli edifici battesimali di Milano e Albenga, pp. 690-691. Il manoscritto di Besta è conservato presso la Biblioteca Ambrosiana di Milano. 94 L. Caramel, Dalle testimonianze paleocristiane al Mille, in Storia di Monza e della Brianza, IV, L’arte dall’età romana al Rinascimento, I, 1976, pp. 252, 271. Sulla struttura architettonica della pieve B. Brenk, La committenza di Ariberto, 1988; M. Rossi, Il rinnovamento della basilica di San Vincenzo, 2007; M. Sannazaro, Il complesso religioso di Galliano, 2007. 95 A.K. Porter, Lombard architecture, II, 1917; A. Finocchi, Architettura romanica nel territorio di Varese, Milano, 1966; Lombardia Romanica. I grandi cantieri, a cura R. Cassanelli, P. Piva, pp. 190-200. Per avvalorare l’ipotesi dei due livelli è comunque possibile il raffronto già prospettato per altre questioni con gli ottagoni milanesi di Sant’Aquilino e San Gregorio, con i quali il battistero ambrosiano condivide alcuni importanti elementi (figg. 121-123). Il sacello laurenziano, unico edificio della serie conservato per intero, può rendere l’idea di come anche gli altri due ottagoni fossero strutturati, a parità di condizioni icnografiche, di trattazione dei perimetrali, di dimensioni e di organizzazione dello spazio. La cappella presenta, infatti, oltre ai caratteri già individuati per San Giovanni, un piano elevato accessibile da una scala inserita nella compagine muraria disposta nella porzione Nordoccidentale (figg. 126-127); il piano è costituito da un deambulatorio anulare decorato con specchiature pittoriche che imitano probabilmente l’originario rivestimento marmoreo del nucleo centrale, che, come testimoniava Giuliano da Sangallo, era «tuto di porfido» (figg. 124-125, 128)91. L’edificio ha una copertura ottagonale con tetto a spioventi sorretto da una galleria di alleggerimento esterna. Del tutto analoga sembra la configurazione del San Gregorio, o mausoleo di Massimiano, in base al disegno di anonimo olandese del XVI secolo che lo raffigura prima della distruzione, con una galleria esterna alla base del tetto, del tutto simile a quella di sant’Aquilino (fig. 129)92. Esiste poi una testimonianza quattrocentesca di Filippo Besta, che definisce l’ottagono di San Vittore percorribile: «dall’una e all’altra parte si passava per corridoio», in relazione alla quale è stata supposta l’esistenza di un piano alto93. Altri confronti possono essere istituiti con edifici battesimali costruiti nei secoli centrali del Medioevo, che dovevano avere come punto di riferimento principale il battistero della sede diocesana. Nel contado milanese si trovano, infatti, due importanti battisteri edificati attorno alla metà dell’XI secolo, il primo appartiene alla pieve di san Vincenzo di Galliano94, il secondo alla pieve di san Vittore di Arsago Seprio95, entrambi dotati di un deambulatorio al piano superiore (figg. 130-131). Quest’ultimo offre il paragone più stringente, in quanto rispecchia piuttosto fedelmente il tipico modello ottagonale ambrosiano con nicchie in spessore di muratura e colonne addossate ai pilastri angolari. Per quanto si profilasse, per i secoli in questione, una certa autonomia politica ed amministrativa dei contadi retti dalle grandi famiglie capitaneali, si deve supporre una loro dipendenza culturale dal centro episcopale, anche data la natura dell’alta aristocrazia feudale, legata all’arcivescovo di Milano. Pur ammettendo la circolazione di grandi modelli noti all’Occidente cristiano, quali la cappella palatina di Aquisgrana e il Santo Sepolcro di Gerusalemme, sarebbe fuorviante non considerare l’esistenza di un prototipo di riferimento a Milano, la città del vescovo Ambrogio che aveva fatto della catechesi e della prassi battesimale le sue armi di evangelizzazione. Si deve dunque ravvisare nel San Giovanni alle Fonti il modello dei battisteri rurali di Galliano e di Arsago, almeno per quanto concerne l’organizzazione della parete interna96. Come si vedrà in seguito, la relazione tra il prototipo ambrosiano e gli edifici battesimali dei contadi non si esauriva sotto l’aspetto strutturale della galleria sopraelevata, ma era alimentato dai contenuti che ad essa si connettevano e quindi ai possibili modi di fruizione dello spazio dell’iniziazione. 96 L. Bernardinello, Architettura sacra del potere il battistero di Arsago seprio: circolazione del modello ambrosiano nel contado di Milano, in Città e territorio. Conoscenza, tutela e valorizzazione dei paesaggi culturali, a cura di G. Galeotti – M. Paperini, Livorno, Debatte – Centro Studi Città e Terriotrio, 2014, pp. 290-291. L’insistenza sul tema della galleria è anche dovuta al suo riconoscimento, insieme ad altri elementi compositivi e formali, come trait d’union nell’ampio flusso della circolazione di modelli, tra il battistero di San Giovanni alle Fonti ed altri edifici esterni a quella diocesi, ma non alla sua influenza culturale. Nella definizione della linea evolutiva del battistero si possono identificare, infatti, alcuni elementi non scontati che si sono conservati anche distanza di molto tempo dal loro periodo di elaborazione e in diversi contesti geografici. La galleria percorribile e l’articolazione dell’elevato interno su due ordini, in base a questa analisi, sono alcuni dei punti di collegamento fondamentali tra gli edifici battesimali di Milano e Firenze. La relazione ravvisabile sul piano architettonico deve essere argomentata alla luce di ulteriori spunti sociali e contenuti culturali di natura tanto politica quanto religiosa, che riconducono all’interrogativo alla base della ricerca, ossia perché si costruivano battisteri dopo il Mille. Non sembra, infatti, frutto di una coincidenza che i principali battisteri urbani medievali, tutti disposti nell’Italia centro-settentrionale, quali Cremona, Parma e la stessa Firenze abbiano un secondo piano sopra al vano centrale, pilastri angolari in rilievo e una galleria esterna che corre al di sotto del tetto e che contorna il tamburo. 3 Il caso di Firenze. Ipotesi per un centro episcopale Il tema dell’originario centro episcopale fiorentino s’inserisce nell’annosa questione relativa alla fondazione e alla disposizione della chiesa episcopale entro la città, in età paleocristiana. Il dibattito è stato guidato da una tradizione storiografica e agiografica spesso parziale, che ha fortemente condizionato la disamina del problema, senza tenere nella giusta considerazione l’impostazione ideologica di alcune fonti e lo sviluppo generale dell’architettura cristiana urbana nei primi secoli. L’importanza della fase tardoantica della sede diocesana risiede nella possibile continuità cultuale tra il primo nucleo architettonico e amministrativo della chiesa vescovile e quello elaborato nel pieno Medioevo, momento in cui il concetto di “cattedrale” è giunto a una piena maturazione. 3.1 Ecclesia maior. Origine e distribuzione del nucleo episcopale nel tessuto urbano Il quadro che si presenta al passaggio della tarda antichità è eterogeneo e di non semplice lettura, a causa della diversa pianificazione urbana nell’ambito dell’edilizia cultuale, della scarsità di fonti documentarie riferibili ai primi insediamenti religiosi e dell’atteggiamento prettamente sperimentale con il quale la struttura ecclesiastica veniva a formarsi, in base ad esigenze politiche, economiche, materiali e cultuali contingenti, avvertite nei singoli luoghi. Chiaro è che l’esistenza dell’ecclesia propriamente intesa, la matrice, in un centro urbano individuava la presenza di un vescovo e di una circoscrizione diocesana, quindi, di un’organizzazione stabile della vita spirituale, definita, sul piano architettonico, dagli impianti dedicati al culto, che si devono immaginare proporzionati alla struttura ecclesiastica residente e alla popolazione dei fedeli. Se l’ecclesia matrix costituisce un indicatore valido a certificare l’incardinazione di una gerarchia locale, come nei casi in cui la notizia di una sede episcopale sia seriore alla fase più antica di un edificio di culto, non è altrettanto vero il contrario: l’attestazione del vescovo in una città può precedere largamente la fondazione di una basilica, in particolare nel periodo immediatamente successivo alla Pace della Chiesa, come sembra dimostrare la disparità cronologica tra evidenze archeologiche e fonti scritte, rilevata per alcune diocesi1. Le prime grandi 1 L’esistenza di un vescovo antecedente alla datazione dei primi impianti di culto cristiani potrebbe essere proprio il caso di Firenze, come si vedrà in seguito. Analoga situazione sembra profilarsi per Ravenna, dove la dignità episcopale precederebbe di almeno un secolo la costruzione dell’ecclesia. Per città come Aosta o Mantova, invece, è oramai accettata l’esistenza di una sede vescovile precedente alla prima attestazione, in relazione al rinvenimento della possibile chiesa episcopale, datata a un periodo più alto; a tal proposito si vedano le conclusioni di G. Cantino Wataghin – J. Guyon, Tempi e modi di formazione dei gruppi episcopali in Italia Annonaria e Provenza, in Albenga città episcopale. Tempi e dinamiche della cristianizzazione tra Liguria di Ponente e Provenza, Convegno Internazionale e Tavola Rotonda, Albenga, 21-23 settembre 2006, a cura di M. Mercenaro, Bordighera, Istituto Internazionale di Studi Liguri, I, 2007, pp. 285-328. 2 Il caso più antico documentato, nonché l’unico per cui sia accettabile la definizione di domus ecclesiae come luogo privato indirizzato al culto e dotato di strutture adeguate alla fruizione religiosa, è quello di Dura Europos, in Siria, datato alla metà del III secolo. Per la fase precedente l’editto di Milano non si riscontra un modello architettonico codificato e pare che l’esempio siriano non abbia prodotto contaminazioni, stante la possibilità che edifici analoghi siano stati distrutti nel corso del tempo o obliterati in favore di insediamenti permanenti, fondati a seguito della Pace della Chiesa. 3 Se il lasso di tempo intercorso tra l’abbandono degli impianti residenziali e la fondazione dell’edificio di culto fosse molto ampio, sarebbe improprio ipotizzare la stratificazione cultuale del sito e l’esistenza di una domus ecclesiae. 4 Anche nel caso romano, sebbene molte basiliche titolari siano state costruite sopra importanti domus, le abitazioni antecedenti alle aule cultuali non hanno restituito tracce utili a riconoscere un uso liturgico di quegli ambienti. Anche la domus sotto il titolo dei Santi Giovanni e Paolo al Celio, dove è stato rinvenuto un oratorio con pitture di oranti, si assesta dopo la prima età costantiniana; G. Cuscito, Edilizia privata ed edifici cristiani di culto: un problema aperto, in L’architettura privata ad Aquileia in età romana, Atti del Convegno, Padova, 21-22 febbraio, 2011, a cura di J. Bonetto – M. Salvadori, Padova, Padova University Press, 2012, pp. 555-570. basiliche sono state, infatti, costituite presso città di grande rilievo politico, dove si deve supporre l’esistenza di nutrite comunità cristiane, e sotto la spinta di personalità di primo piano. Sarebbe scorretto sostenere che subito dopo l’editto di Milano ogni centro venisse organizzato sul piano monumentale e, dunque, la precocità non giustificata da condizioni sociali favorevoli di tutte le chiese della tarda antichità. La constatazione di questa condizione introduce un tema di assai difficile argomentazione, rispetto alla possibilità di riunione delle primitive comunità cristiane occidentali, quello della domus ecclesiae, uno spazio d’incontro privato e non necessariamente fisso, che i gruppi di fedeli e i loro ministri dedicavano alle celebrazioni religiose e alla preghiera. La complessità nel riconoscere aule specificamente destinate alla congregazione nella vasta compagine dell’edilizia privata urbana rende questo spunto non indagabile, sebbene di immediata intuizione, anche in ragione di una mancanza di esempi codificabili2. Le fonti più antiche, costituzioni indirizzate ai cristiani per l’adempimento rituale, lasciano intendere la presenza, ma non la necessità, di luoghi e strumenti utilizzati dalle congregazioni, senza però darne alcuna definizione; è infatti privilegiato il senso comunitario dell’adunanza, la partecipazione dei fedeli che componevano l’ecclesia. Nemmeno la stratificazione insediativa tra strutture abitative e cultuali riscontrata in coincidenza di alcuni siti sembra un criterio valido al riconoscimento di una possibile domus dedicata al culto, per la difficoltà sia nel comprendere una precisa destinazione d’uso delle fasi precedenti alla fondazione della chiesa, sia nel determinare l’effettiva continuità d’impiego del sito, ovvero il periodo di abbandono precedente alla riedificazione dell’area3. Si deve dunque supporre che i partecipanti al nuovo credo si incontrassero dove fosse possibile, in ambienti di cui un esponente del gruppo potesse liberamente disporre, come la propria casa, eventualmente dotata della minima suppellettile, e che quello fosse il corretto significato di domus ecclesiae4. Questo a testimonianza della mancanza di istituzioni strutturate, la cui presenza non si scontrasse con la legge romana e di uno status sociale ancora da guadagnare da parte delle comunità cristiane; tale affermazione si realizzerà con la proclamazione della libertà di culto, che ha invece consentito la formulazione di un’architettura propria, spesso sotto il diretto patrocinio del principe, e pubblica, quindi codificabile, anche in base a una tradizione e a dei sistemi costruttivi già conosciuti e riadattati ad una nuova religione. Dalle diverse linee interpretative che hanno a lungo animato il dibattito storiografico sulla cattedrale originaria è, di recente, emerso un atteggiamento meno incline alla classificazione entro uno stesso schema tipologico della casistica italiana, che propende per la valutazione del problema locale, data l’impossibilità di individuare dei criteri generali utili al riconoscimento della funzione episcopale di una chiesa. L’ubicazione dell’edificio è, infatti, il nodo sul quale gli studiosi si sono maggiormente spesi, con l’obiettivo di delineare modelli validi per ampie aree geografiche. La collocazione urbana, suburbana o lontana dalla città della chiesa primaziale paleocristiana ha largamente diviso la critica, così come la possibilità di trasferimento della sede episcopale in una fase successiva; il sito poteva, infatti, condizionare la qualità funzionale della chiesa, di tipo cimiteriale o martiriale se esterna alla cinta muraria, destinata solo alla celebrazione del culto se interna al perimetro. Una precisazione propedeutica alla disamina è che l’uso della formula chiesa cattedrale risulta assai anacronistica per questi secoli, quando l’edificio di culto più importante di una città era identificato con il solo termine di ecclesia, eventualmente arricchito con attributi che ne segnalavano l’eminenza rispetto ad altri impianti, come maior o, in seguito, matrix. Diffuso era anche l’uso di basilica, cui si potevano associare aggettivi che ne suggerivano il ruolo, la gerarchia o la funzione, come osservato per il caso della Milano tardoantica. L’uso della definizione ecclesia cathedralis per indicare la chiesa del vescovo si attesta solo nel pieno Medioevo e, in particolare, dalla seconda metà dell’XI secolo con l’affermazione dei capitoli cattedrali, allo scopo di associare all’autorità episcopale l’edificio giuridicamente più rilevante della città5. 5 C. Violante, Introduzione, in Amalfi, Genova, Pisa, Venezia. La cattedrale e la città nel Medioevo. Aspetti religiosi, istituzionali e urbanistici, a cura di O. Banti, Ospedaletto, Pacini Editore, 1993, pp. 11-14. 6 C. Violante - C.D. Fonseca, Ubicazione e dedicazione delle cattedrali dalle origini al periodo romanico nelle città dell’Italia centro-settentrionale, in Il Romanico pistoiese nei suoi rapporti con l’arte romanica dell’Occidente, Atti del I Convegno Internazionale di Studi Medioevali di Storia ed Arte, Pistoia, Montecatini Terme, 27 settembre – 3 ottobre 1964, Pistoia, Ente Provinciale per il Turismo, pp. 303-352. Largo spazio dell’analisi è riservata proprio agli spostamenti, anche in più fasi, delle sedi episcopali esterne alle mura, spesso basiliche cimiteriali costituite presso aree sepolcrali paleocristiane o luoghi di sepoltura dei protovescovi delle città, poi diventati patroni. La discussione ha preso le mosse dal celebre studio preliminare del 1964 condotto da Cinzio Violante e Cosimo Damiano Fonseca Ubicazione e dedicazione delle cattedrali dalle origini al periodo romanico nelle città dell’Italia centro-settentrionale, nel quale i due storici hanno sostenuto la maggiore diffusione del tipo extra moenia, lontano dalla città o nell’immediato suburbio, evidenziando la tendenza ad avvicinarsi o a entrare nel perimetro murario a partire dalla piena età carolingia6. L’ecclesia sarebbe quindi coincisa con una basilica cimiteriale, sorta presso una necropoli paleocristiana, solitamente luogo di sepoltura del protovescovo della città, in seguito assurto a santo patrono. In questa prospettiva, il riferimento topografico fondamentale diventa la cinta muraria romana, la cui esistenza al tempo della fondazione della chiesa è data per scontata, sebbene i dati a disposizione sull’organizzazione spaziale del centro urbano, del suburbio e sulla percezione dei confini della città siano di frequente frammentari e non omogenei. Tale classificazione presentava alcune rigidità di lettura: in merito alla destinazione funzionale della chiesa, in questo caso funeraria o martiriale, quindi non indirizzata alla liturgia ordinaria; alla normalizzazione del trasferimento di sede, anche in più fasi, fino alla stabilizzazione nel centro della città, prassi che, se diffusa, avrebbe lasciato una qualche traccia normativa; all’idea dell’unica cinta muraria come punto di riferimento fisso, slegato da possibili dismissioni, rinnovamenti o rifacimenti delle strutture o dagli ampliamenti del tessuto urbano. La teoria enunciata da Violante e Fonseca è stata in seguito rivista7, alla luce dell’accurata e capillare riflessione sui gruppi episcopali italiani presentata all’XI Congrès International d’Archéologie Chrétienne da Testini, Cantino Wataghin e Pani Ermini, dalla quale sono emerse conclusioni molto diverse8. 7 C.D. Fonseca - C. Violante, Cattedrale e città in Italia dall’VII al XIII secolo, in Chiesa e città, a cura di C.D. Fonseca - C. Violante, Galatina, Congedo Editore, pp. 7-22. Si veda in particolare l’introduzione al saggio. 8 P. Testini - G. Cantino Wataghin - L. Pani Ermini, La cattedrale in Italia, in Actes du XI . Congrès International d’archéologie chrétienne, Lyon, Vienne, Grenoble, Genève, Aoste, 21 – 28 septembre, 1986, I, Città del Vaticano, Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, 1989, pp. 5-229. 9 V. Polonio Felloni, La cattedrale e la città nel Medioevo a Genova. Aspetti storico-urbanistici, in Amalfi, Genova, Pisa, Venezia. La cattedrale e la città nel Medioevo. Aspetti religiosi, istituzionali e urbanistici, a cura di O. Banti, Ospedaletto, Pacini Editore, 1993, pp. 59-69. L’idea di una specializzazione in base all’ufficiatura, anziché alla disposizione è sicuramente molto interessante e probabilmente vicina al vero, sebbene un luogo residenziale per il vescovo, nei pressi di una chiesa primaziale dovesse esistere e distinguerla in senso istituzionale. L’apertura della vicenda genovese su questo tema è molto vicina a quella fiorentina, anche se il trasferimento della sede diocesana, nel caso ligure, è ampiamente documentabile anche grazie alla titolarità della Chiesa locale a san Siro (eponimo della primitiva ecclesia), circostanza che a Firenze non si è verificata né con il culto di san Lorenzo, né con quello del protovescovo Zanobi. 10 S. De Blaauw, Cultus et decor. Liturgia e architettura nella Roma tardoantica e medievale. Basilica Salvatoris, Sanctae Mariae, Sancti Petri, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1994, pp. 28- 30. La matricità doveva essere associata ad una sola chiesa, quella rappresentativa della dignità episcopale, nonostante anche gli altri edifici di culto, comprese le basiliche cimiteriali, fossero verosimilmente officiati dal vescovo, a seconda delle circostanze e del calendario, soprattutto prima della stabilizzazione di una gerarchia ministeriale preposta al culto in diverse forme. Secondo Valeria Polonio, almeno fino all’XI secolo, esisteva l’Ecclesia di una città, cui concorrevano tutte le diverse componenti ecclesiastiche locali e in tale unità «dove è il vescovo là è la sua cattedrale», prima della separazione di ciascuna istituzione avvenuta nei secoli centrali9. Questo appare confermato per il IV secolo dal caso di Roma, dove l’incremento del numero di chiese, le prime stationes, era stato determinato dall’insufficienza del solo nucleo lateranense a soddisfare le esigenze cultuali della crescente comunità cristiana10. Il caso romano presenta delle particolarità riscontrabili solo in quella sede, per l’estensione, il ruolo politico della città e la consistenza del gruppo dei cristiani; tuttavia anche in altri centri esistevano diversi edifici, almeno dalla seconda metà del IV secolo, i quali erano assegnati in via preferenziale a uno scopo, in base alla loro natura11. Si può quindi affermare che se tutte le chiese di una città erano pertinenti al vescovo, soltanto una si distingueva come primaziale, con prerogative liturgiche e giuridiche legate all’ufficio del suo titolare, e che, anche a fronte di un alto grado di importanza, gli edifici a destinazione funeraria non avessero quel ruolo, sebbene ne completassero le funzioni. 11 Emblematico è il caso di Milano, per cui lo stesso Ambrogio fu promotore, entro gli ultimi due decenni del IV secolo, della costruzione di almeno due delle tre chiese paleocristiane diverse dalla matrice, la basilica Martyrum, l’attuale Sant’Ambrogio, e la basilica Apostolorum, oggi San Nazaro; P. Piva, Edilizia di culto cristiano a Milano, Aquileia e nell’Italia settentrionale fra IV e VI secolo, in Storia dell’architettura italiana: da Costantino a Carlo Magno, Milano, Electa, 2010, pp. 98-145. 12 G. Cantino Wataghin – J. M. Gurt Esparraguera – J. Guyon, Topografia della civitas christiana tra IV e VI secolo, in Early medieval towns in the Western Mediterranean, Ravello 22 – 24 settembre 1994, a cura di G. P. Brogiolo, Mantova, SAP, 1996, pp. 17-41. Si fa particolare riferimento alle chiese episcopali sarde e ad alcuni casi dell’Italia centrale, come Pisa e Arezzo. Ad ogni modo si considerino sempre le specificità del sito e le condizioni socio-culturali entro le quali la chiesa episcopale veniva approntata, come nel caso di Concordia dove l’elezione a sede diocesana e l’acquisizione delle reliquie destinate alla chiesa avvenivano contestualmente alla costruzione della chiesa stessa, verso cui sono state canalizzate le non molte risorse della comunità. La concentrazione di funzioni nello stesso edificio, di chiara origine martiriale, è stata ovviata nella definizione degli spazi interni, pratica che, per motivi diversi, diventerà una costante nel corso dei secoli. G. Cantino Wataghin – J. Guyon, Tempi e modi di formazione dei gruppi episcopali, pp. 291-296. 13 G. Cantino Wataghin – J. M. Gurt Esparraguera – J. Guyon, Topografia della civitas christiana, pp. 17-41. Sembra, quindi, assodato che l’ubicazione della primitiva cattedrale fosse all’interno del centro urbano e in stretto rapporto col tessuto insediativo, con alcune eccezioni documentabili, in cui la matrice coincideva con una chiesa esterna alle mura, ma in continuità con l’abitato e il cui rapporto con le sepolture ritrovate è ancora da chiarire12. Nel primo caso, quello più diffuso, non si riconosce un criterio univoco nella distribuzione entro il perimetro: il rapporto con la cinta muraria (della quale si dovrebbe almeno avere chiara la cronologia), con le strutture private, con l’area del foro è vario e deve inoltre essere valutato alla luce della funzione di quegli impianti al momento della costruzione della chiesa13. Si deve, inoltre considerare la possibilità, del tutto materiale, che gli edifici sorgessero dove ci fosse sufficiente spazio disponibile, non ancora occupato da altre strutture o in coincidenza di lotti acquistabili e riadoperati per il nuovo insediamento. 3.2 Quando la Basilica Ambrosiana diventa San Lorenzo? Analisi della letteratura agiografica fiorentina. Le prime fonti documentarie che possono indicare con certezza l’esistenza della chiesa del vescovo a Firenze risalgono all’età carolingia e fanno riferimento a una domus o a un episcopio di San Giovanni, probabilmente corrispondente all’attuale nucleo episcopale e sicuramente investito di quella dignità a partire dall’alto Medioevo. Secondo una tradizione plurisecolare, la più antica sede della cattedrale fiorentina coinciderebbe invece con il San Lorenzo, edificio che non prima dell’XI secolo è stato associato a quella basilica definita già all’inizio del V secolo Ambrosiana, in relazione al personaggio che ne presiedette la cerimonia di dedicazione, sant’Ambrogio da Milano. Ma a quale punto della storia, nella percezione comune, la basilica ambrosiana è diventata davvero il San Lorenzo? E quando il San Lorenzo è stato riconosciuto come prima sede episcopale, evidentemente in forza di quell’attributo che ne rivendicava, o contribuiva a rivendicarne, l’antichità? L’interrogativo ha a che fare con il problema della primitiva cattedrale, con un suo possibile dislocamento a distanza di un breve periodo e con l’impiego di modelli culturali nella costituzione identitaria di alcune istituzioni fiorentine. Non si conservano, infatti, testimonianze anteriori al tardo XII secolo che parlino in forma esplicita dell’originaria matricità della chiesa San Lorenzo, notizie che devono essere, peraltro, contestualizzate nel quadro delle vicende fiorentine di quel secolo, che vedevano una forte contrapposizione tra la cattedrale e gli altri istituti ecclesiastici della città, in particolare con i canonici laurenziani14. 14 E. Rotelli, Il Capitolo della cattedrale di Firenze dalle origini al XV secolo, Firenze, Firenze University Press, 2005, in part. pp. 11-13. 15 Sulla chiamata degli abitanti si veda Ambrosius, Exhortatio virginitatis, Liber Unus, I, 1 (PL 16, 337, A), d’ora in poi ExhV. Nello specifico, la vedova consacrata Giuliana doveva aver finanziato la costruzione della basilica che Ambrogio dedicava: «Ea igitur vidua sancta est Juliana, quae hoc Domino templum paravit atque obtulit, quod hodie dedicamus»; ExhV, II, 10, (PL 16, 339, B). Paolino da Milano osserva invece che il santo vescovo «basilicam constituit», predicato riferito più alla sua costruzione che alla consacrazione, sebbene sia possibile ipotizzare un certo margine di esaltazione delle opere ambrosiane da parte del biografo; Vita Sancti Ambrosii Mediolanensis Episcopi. A Paulino Ejius Notario, 29, (PL 14, 39, C), d’ora in poi VA. 16 ExhV. III, 14-15 (PL 16, 340, C-D). 17 Si deve, infatti, osservare che l’attribuzione di una titolatura precisa a date così alte, come si vedrà, fosse un gesto anacronistico. Titolo peraltro problematico se si considera la deposizione delle reliquie bolognesi e la possibilità che anche ad esse si legasse un nome. 18 Optatus Afrus, De Schismate Donatistarum Adversus Parmenianum, Liber Primus, XXIII, (PL 11, 931, A). La storiografia fiorentina ha attribuito alla chiesa di San Lorenzo l’appellativo di basilica Ambrosiana, in base alla lettura e agli spunti offerti dalla letteratura agiografica locale; l’ha identificata, cioè, con l’edificio di culto che Ambrogio, arcivescovo di Milano, aveva consacrato nel periodo pasquale del 393 o 394, in occasione del suo viaggio a Firenze, su invito degli stessi abitanti15. Il nome del santo eponimo sarebbe stato dedotto dalle numerose allusioni al protomartire Lorenzo, in onore del quale la vedova avrebbe assegnato il nome al proprio figlio, a sua volta omonimo del padre16. Si tratta forse di un iperbolico gioco onomastico in cui veniva soltanto sottolineata la grazia di un figlio maschio o, piuttosto, l’insinuare una titolarità non espressamente dichiarata17? L’evento è trasmesso dal celebre sermone sulla verginità pronunciato dal presule milanese, la cui versione scritta costituisce la prima attestazione di un contatto tra le Chiese di Milano e Firenze. Si tratta, in effetti, della più antica testimonianza circa l’esistenza di una comunità cristiana fiorentina stabile, dotata di ministri e di edifici per il culto, se si eccettua la citazione di un «Felix a Florentia Tuscorum» nell’elenco dei vescovi italiani presenti al concilio romano del 313 contro il Donatismo, riportato da Ottato di Milevi18. Nell’Exhortatio virginitatis non è fatta menzione del luogo in cui Ambrogio aveva tenuto il suo discorso, come si trattasse di un’informazione superflua per i destinatari cui era rivolto; d’altro canto, l’autore fornisce indizi molto importanti che hanno consentito, attraverso la collazione di altre fonti successive, di individuare la città in cui si era svolta la cerimonia. In quella circostanza Ambrogio aveva, infatti, concesso alla chiesa e alla sua donatrice, la vedova consacrata Giuliana, le reliquie del martire Agricola, e forse anche del suo servitore Vitale, rinvenute qualche tempo prima a Bologna, in un’area funeraria ebraica19. Sebbene gli «apophoforeta», i resti del corpo santo, fossero indirizzati ad altri, Ambrogio, come richiesto dalla vedova, li offrì agli altari del nuovo edificio. Paolino da Milano, autore della Vita Ambrosii e contemporaneo della vicenda, narra il viaggio compiuto dal vescovo a Firenze, dove si prodigò per la fondazione di una nuova basilica, «in qua deposuit reliquias martyrum Vitalis et Agricolae, quorum corpora in Bononiensi civitate levaverat»20. 19 Sulle reliquie dei martiri Agricola e Vitale Ambrosius, Epistolae Ex Ambrosianarum Numero Segregate, 487 Epistola III (Alias LV), (PL 17, 825, B – 827, C); ExhV, I, 1-8 (PL 16, 336, A – 338, D). È probabile che la vicenda di san Vitale sia stata interpolata in un momento successivo alla redazione dell’Exhortatio e che Ambrogio avesse partecipato alla traslazione del corpo del solo Agricola. L.F. Pizzolato, Ambrogio a Firenze: l’Exhortatio virginitatis, in La presenza di Sant’Ambrogio a Firenze. Convegno di Studi Ambrosiani, Firenze 9 marzo 1994, Firenze, Ventilabro, 1994, pp. 7-22; Id, L’«Exhortatio virginitatis» di Ambrogio (nel XVI centenario: 394-1994), in «Aevum», 69, (1995), 171-194, in part. nota 50. G. Scimè, Il martirio nella pastorale di sant’Ambrogio, in Martirio di pace: memoria e storia del martirio nel XVII centenario di Vitale e Agricola, a cura di G. Malaguti, Bologna, Il Mulino, 2004, pp. 279-322. 20 VA, 27-29, (PL 14, 38, D-39, C). 21 V. Borghini, Discorsi di Vincenzo Borghini con le annotazioni di Domenico Maria Manni. Se Firenze fu spianata da Attila e riedificata da Carlo Magno, IV, Milano, Società tipografica de’ Classici Italiani, 1808, pp. 179-183. Il Borghini riteneva che il più corretto titolo per il sermone ambrosiano dovesse richiamarsi proprio alla fondazione della chiesa nella quale le reliquie erano state riposte, a suo parere tema principale contenuto nel testo. 22 VA, 50 (PL 14, 47, B). Vincenzo Borghini, per primo alla metà del XVI secolo, ha ricondotto l’Exhortatio Virginitatis all’esperienza fiorentina di Ambrogio descritta da Paolino, proprio grazie alla corrispondenza delle informazioni sulle reliquie nei due scritti; come osservato dall’autore, gli elementi a disposizione sono del tutto sovrapponibili: il protagonista, la dedicazione dell’edificio di culto, le spoglie dei martiri e il loro ritrovamento a Bologna21. Lo stesso Borghini si è interrogato sul nome di quella basilica che sin dalla Vita di Paolino viene indicata con il solo aggettivo di Ambrosiana, ma di cui non è mai citato, in forma aperta, un dedicatario22. A suo avviso, il santo titolare non poteva essere altri che Lorenzo, il cui nome ricorre con insistenza nel corpo del sermone fiorentino di Ambrogio. Nonostante le tante argomentazioni addotte dal Borghini a conferma della propria tesi, l’insorgere del dubbio sulla titolarità della chiesa rivela una vicenda alquanto aperta e del tutto vincolata all’interpretazione delle fonti tardo antiche e medievali. Ambrogio indugia di frequente sul nome di Lorenzo, figlio di Giuliana, omonimo del defunto padre e, soprattutto, del santo a cui era stato rivolto il voto per la grazia di un erede maschio; tuttavia, nell’unico riferimento puntuale alla cerimonia di consacrazione, specifica che la vedova «hoc Domino templum paravit atque obtulit, quod hodie dedicamus»23. Con questa formula il vescovo intendeva, forse, l’offerta generica a Dio della chiesa, nel senso dell’ecclesia come domus Dei, e nulla osta a una sua consacrazione ad un eventuale santo. In realtà, non esistono dichiarazioni dirette sul nome dato alla basilica Ambrosiana antecedenti alle fonti medievali. È, inoltre, opportuno riflettere su cosa a quelle date si intendesse per dedicazione, che valore avesse e quale definizione avesse raggiunto tale pratica in età paleocristiana; i modi di dedicazione ad un santo maturati nel corso dell’alto Medioevo dovevano essere sconosciuti, o molto poco frequentati, in secoli così alti24. Grande attenzione era data in età tardoantica alla pratica dedicatoria degli edifici di culto da parte dei pontefici e dei concili, e altrettanto impegno aveva messo la patristica nel sottolineare come le chiese e gli altari dovessero essere edificati solo in onore di Dio, cui si tributava l’onoranza del culto, e non ai martiri di cui pure si custodivano le reliquie, ricordati come uomini, non divinità25. Analoga posizione sembra evocata nell’Exhortatio virginitatis, dove il tempio era consacrato a Dio. 23 «Considera quis te ut nasceris juverit: filius es votorum magis quam dolorum meorum. Considera cui te muneri pater tali nomine designaverit, qui vocavit Laurentium. Ibi vota deposuimus, unde nomen assumpsimus. Vota effectus secatus est, redde martyri quod debes martyri. Ille te nobis imperravit, tu restitue quod de te hujusmodi nominis appellatione promisimus», ExhV. III, 15. Il che testimonia dell’imposizione del nome al figlio, non alla basilica, per restituire al martire il favore concesso alla famiglia nel donare un maschio. Sulla dedicazione, ivi, II, 10. 24 Nella stessa Roma la basilica lateranense acquisiva il titolo di ecclesia Salvatoris in luogo del nome, o in associazione con esso, Basilica Constantiniana solo nel VII secolo, quando anche le altre chiese della città si erano stabilizzate sotto la dedica ad un santo; S. De Blaauw, Cultus et decor, pp. 161-163. 25 C.D. Fonseca, La dedicazione di chiese e altari tra paradigmi ideologici e strutture istituzionali, in Santi e demoni nell’alto Medioevo occidentale (secoli V-XI), II, Atti della XXXVI Settimane di Studi della Fondazione CISAM, Spoleto, 7-13 aprile 1988, Spoleto, CISAM, pp. 925- 946, in part. 931-933. L’autore fa riferimento, in particolare, alla posizione agostiniana sul tema della dedicazione della chiesa a Dio. 26 V. Borghini, Discorsi, pp. 185-189. La stessa difficoltà incontrata nella definizione del complesso cattedrale fiorentino prima dell’XI secolo, pur in presenza di santi di riferimento, conferma la dinamicità dell’idea di dedicazione e la fluidità dei procedimenti che hanno portato alla sua affermazione. Borghini rifiutava di vedere nei martiri Agricola e Vitale i dedicatari della chiesa, sia perché la presenza di reliquie in un edificio di culto non costituiva un vincolo per la sua consacrazione agli stessi santi, sia perché non esisteva alcuna memoria di un edificio di culto con quella denominazione26. Se la prima argomentazione del Borghini è stringente, non si può dire lo stesso della seconda: la mancanza di testimonianze su un edificio di culto non è prova tangibile della sua inesistenza, soprattutto in una situazione documentaria che si presenta altamente lacunosa fino alla piena età carolingia. Gli edifici di culto della Firenze tardoantica non hanno, verosimilmente, conservato il loro nome originario, e se ne è trasmessa la memoria solo a partire dalla vicenda medievale, in corrispondenza della ricostruzione di nuove chiese al di sopra delle strutture più antiche. Le chiese di età paleocristiana sono almeno quattro e di nessuna si conosce l’eponimo a quelle date (fig. 132): due entro l’antico perimetro murario, la basilica di piazza della Signoria e la primitiva fase della Santa Reparata; due esterne alla cinta, ma sorte nei pressi di più recenti nuclei abitati, la chiesa cimiteriale di Santa Felicita e il San Lorenzo, della cui fase più alta molto poco si conosce27. 27 Sugli scavi laurenziani si veda G. De Marinis, San Lorenzo – i dati archeologici, in San Lorenzo 393-1993. Celebrazioni per il sedicesimo centenario, A cura di G. Morolli - P. Ruschi, Firenze, Alinea, 1993, pp. 31-36; E. Scampoli, Firenze, archeologia di una città (secoli I a.C – XIII d. C), Firenze, Firenze University Press, 2011, pp. 47-56. Le datazioni delle basiliche oscillano tra la seconda metà del IV e l’inizio del VI secolo, ad eccezione di San Lorenzo che non è mai stata interessata da una campagna di scavi sistematica e la cui datazione fa affidamento proprio sulla consacrazione ambrosiana. Si tenga presente che le due basiliche centrali erano dotate di una struttura liturgica normalmente legata alla presenza dell’autorità vescovile, la solea, passerella di collegamento tra la navata e il presbiterio, impiegata anche in San Giovanni Laterano e in Santa Tecla di Milano, dedicata all’ingresso liturgico del vescovo. 28 Anonimo, De vita et meritis sancti Ambrosii, 61, in Le fonti latine su sant’Ambrogio, SAEMO, a cura di G. Banterle, Milano, Biblioteca Ambrosiana, Roma, Città Nuova, 1991, pp. 154-229. Il testo è stato riscoperto dal Paredi presso San Gallo e da lui attribuito all’età e all’iniziativa dell’arcivescovo Ansperto; Vita e meriti di S. Ambrogio. Testo inedito del secolo nono illustrato con le miniature del salterio di Arnolfo, a cura di A. Paredi, Milano, Ceschina,1964. 29 Flodoardus Remensis, De Christi Triumphis apud Italiam, 16, in Le fonti latine su sant’Ambrogio, SAEMO, a cura di G. Banterle, Milano - Roma, Biblioteca Ambrosiana - Città Nuova, 1991, pp. 250-251. Tornando alla questione del titolo della basilica ambrosiana, le poche attestazioni esistenti per l’alto Medioevo fanno chiaro riferimento alle reliquie dei martiri bolognesi che Ambrogio aveva disposto in una chiesa all’atto della sua consacrazione, senza fare mai menzione del martire Lorenzo, a riprova di una situazione non così chiara. L’anonimo autore del De vita et meritis sancti Ambrosii, testo composto a Milano nella piena età carolingia, riporta semplicemente la collocazione dei santi resti di Vitale e Agricola nella chiesa consacrata dal metropolita, su richiesta della vedova Giuliana, senza aggiungere nulla sulla città28. La fonte è chiaramente Paolino, che pure aveva annotato il luogo della celebrazione, dal quale non si apprende però alcun titolo per la basilica, informazione che deve dunque essere apparsa secondaria all’agiografo, soprattutto in ambito e per un pubblico milanese. Di maggiore rilievo per il discorso qui affrontato è il componimento agiografico in versi dedicato all’Italia, redatto da Flodoardo di Reims nella prima metà del X secolo, in cui è detto «Vitali sed Agricolae dat templa/ beatus Florentinae urbi, quos larga Bononia mittit» nella cornice riservata all’attività pastorale di sant’Ambrogio29. La fonte dello storico remense è sempre la Vita Ambrosii, dove Paolino parla della deposizione delle reliquie nella basilica fiorentina consacrata dal santo, la stessa poi definita Ambrosiana. Anche in questo caso, la coincidenza dei due contenuti principali permette di ricondurre le due narrazioni alla medesima chiesa; in Flodoardo ricorre la sola indicazione delle reliquie, che nel testo diventa lo spunto per la dedicazione della basilica ai martiri bolognesi, in evidente mancanza di precisazioni ulteriori. L’ipotesi è tanto praticabile quanto quella consolidata su san Lorenzo, di cui già Borghini diceva «per antichissima, e di mano in mano continuata fama, si è creduto e detto sempre da’ nostri, la Chiesa di San Lorenzo essere la Basilica Ambrosiana, ed è la fama comune un di quegli argomenti, de’ quali non si fece mai beffe affatto persona savia»30, a conferma di una lunga elaborazione sviluppata dalla tradizione. La motivazione addotta a favore di quella dedica è, in una certa misura, autoreferenziale, perché ricercata e rinvenuta nella 30 V. Borghini, Discorsi, p. 186. 31 Ivi, pp. 190-191. 32 La Vita del glorioso santissimo Zenobio vescovo della città fiorentina, composta e riformata per F. Gio. Maria Tolosani, in La vita di San Zanobi, vescovo fiorentino. Volgarizzamento del buon secolo della lingua toscana, altra di F. Gio. Maria Tolosani inedita, quelle di Lorenzo arcivescovo d’Amalfi e di Clemente Del Mazza e la storia in ottava rima scritta da Bernardo Giambullari, si aggiunge la vita di S. Antonino arcivescovo dello stesso F. Gio. M. Tolosani, Firenze, Antonio Cecchi dal Duomo, 1863, p. 15. 33 A. Nardini Despotti Mospignotti, Il Duomo di San Giovanni oggi Battistero di Firenze, Firenze, Landi, 1902, p. 69. L’autore non segnala la collocazione del codice, né riferisce la sua datazione, valutandolo solo come «antichissimo» breviario proveniente dalla Libreria Strozziana, da cui la difficoltà nel ricondurlo alla sua attuale posizione. La collezione Strozzi è stata divisa tra il fondo Magliabechi della Biblioteca Nazionale di Firenze e la Biblioteca Medicea Laurenziana. In quest’ultima collezione si contano due breviari strozziani: Strozzi 11, codice pisano del 1326 e Strozzi 12, breviario francescano della seconda metà del ‘200. Il testo cui fa riferimento il Nardini è, probabilmente un codice magliabechiano, poi pubblicato da Lorenzo Surio; vedi C. Nardi, La fortuna di Ambrogio nelle memorie medioevali di Zanobi, vescovo di Firenze, in Le radici cristiane di Firenze, a cura di A. Benvenuti - F. Cardini - E. Giannarelli, Firenze, Alinea, 1994, p. 107. sola Exhortatio Virginitatis, in particolare nel passo in cui la vedova Giuliana esorta il figlio alla castità e alla vita sacerdotale per la grazia ricevuta ad opera del protomartire, «che se altro non fosse stato il titolo, non ci quadrerebbono, né ci arebbono la debita conseguenza queste parole del Santo»31. Borghini ha anche riferito di una leggenda di san Zanobi, di cui non ha però riportato la data, né l’autore, dove il San Lorenzo era chiamato esplicitamente basilica ambrosiana, il luogo in cui il protovescovo fiorentino si raccoglieva in preghiera. La Vita dovrebbe corrispondere a una redazione tarda, probabilmente quella composta da Giovanni Maria Tolosani tra la fine del XV secolo e la prima metà del successivo, l’unica nella quale si trovi questa notizia, contestualmente alla narrazione della consacrazione della chiesa e delle comparizioni di Ambrogio presso il suo altare, ripresa invece da Paolino32. Probabilmente coevo è il testo proveniente dalla Libreria Strozziana di cui parla Nardini, nel quale è narrato il trasferimento del corpo di san Zanobi «ex Ambrosiana S. Laurentii ad Cathedralem Sancti Salvatori»33. Dalle attestazioni riportate, sembra che solo in età umanistica si fosse raggiunta la convinzione che ad Ambrogio spettasse in via definitiva la consacrazione di San Lorenzo e che al vescovo milanese si legasse la fortuna di quel centro religioso, ma nei secoli centrali del Medioevo questa sicurezza non doveva essere così forte, o quantomeno, doveva essere in via di definizione. L’incertezza dimostrata ancora dal Borghini conferma questa condizione, sebbene sostenuto da una tradizione da lui stesso evocata, che si deve riconoscere, almeno in parte, nella produzione agiografica pieno medievale. È dunque importante comprendere che cosa significasse in quel momento la riattivazione nella memoria dei contemporanei dell’origine della Chiesa locale e come fosse impiegato il mito ambrosiano nella costruzione dell’identità religiosa ed ecclesiastica locale. Gli autori che si sono cimentati nell’agiografia zanobiana hanno attinto a larghe mani dalla Vita Ambrosii di Paolino e alla stessa figura del santo, cioè ai contenuti del suo culto, per nobilitare l’immagine letteraria del protovescovo e del clero fiorentino. Quale fosse il peso di Ambrogio sullo scacchiere politico e religioso italiano si deduce dalle vicende che egli stesso accenna nell’Exhortatio Virginitatis. I luoghi nominati dal vescovo nel sermone e l’idea di depositare le reliquie altrove richiamano la peregrinazione compiuta da Ambrogio dal 392 al 394 tra Bologna, Faenza e Firenze; egli si trovava fuori dalla sua città a causa della venuta dell’usurpatore Eugenio, il cui favore nei confronti del paganesimo e la cui rivalità con l’imperatore Teodosio rispetto a questioni di natura religiosa e politica avevano provocato la dipartita del vescovo. Dalle testimonianze disponibili su quel breve periodo, opere dirette del santo o di Paolino da Milano, si apprende la natura straordinaria delle attività svolte durante il suo viaggio, come la celebrazione della translatio del corpo di sant’Agricola o la consacrazione di una nuova basilica, per le quali sarebbe stato sufficiente l’intervento del solo vescovo locale. L’ingerenza del presule in questioni di tale importanza per la vita cultuale di altre città si spiega, non solo con l’evidente carisma e l’autorità del suo magistero spirituale, ma anche con l’appartenenza dei centri da lui visitati al vicariato annonario (Italia Annonaria), ossia alla circoscrizione amministrativa, facente capo a Milano, che comprendeva larga parte del Nord Italia. In generale sotto il pontificato di Ambrogio si configura una circoscrizione metropolitica ampia in cui il potere del presule e la sua capacità giuridica hanno coadiuvato la costituzione di strutture stabili, modello per l’Occidente. Ambrogio, anche grazie al ruolo di Milano divenuta capitale, tendeva ad esercitare un’autorità esarcale, supermetropolitica, sulle prefetture occidentali, come dimostra la sua ingerenza nelle ordinazioni episcopali, nelle indicazioni date a vescovi non suffraganei, nei concili e negli scambi con il governo centrale34. La sua visita alle città di Bologna e Faenza e la sua attività pastorale rientravano quindi nei suoi compiti di metropolita, tanto giuridici quanto spirituali; lo sconfinamento in terre più distanti deve essere ricompreso in una continuità territoriale di natura amministrativa, entro la quale il metropolita si poteva muovere nella sua funzione ministeriale. Non è del tutto chiaro se la Tuscia, o la sua parte non Urbicaria, corrispondente alla fascia settentrionale, facesse parte di quella stessa giurisdizione, almeno in quel periodo, e il nodo storiografico sembra tutt’altro che risolto35. Un suggerimento in tale senso è fornito, attorno alla metà del secolo IV, da Ammiano Marcellino che definiva quell’area come Tuscia Annonaria, appellativo che ne rivendicherebbe l’inclusione nella metropoli retta da Ambrogio36. Secondo il Violante, l’annessione della Tuscia alla provincia ecclesiastica milanese si è verificata in ritardo, nel corso del IV secolo e, di conseguenza, l’intervento del santo nelle questioni fiorentine doveva essere di natura eccezionale37. Il peso metropolitico di Ambrogio e la sua influenza sono stati più volte discussi, in relazione alla sua attività ecclesiastica e all’intromissione in 34 G. Menis, Le giurisdizioni metropolitiche di Aquileia e di Milano nell’antichità, in «Antichità Altoadriatiche», 4, (1973), pp. 271-294. Sulla definizione della provincia metropolitana si veda C. Alzati, L’attività conciliare in ambito ecclesiastico milanese nel contesto dell’Italia Annonaria tra Tarda Antichità e Alto Medioevo, in Albenga città episcopale, I, pp, 231-266. 35 A. Benvenuti, Stratigrafie della memoria: scritture agiografiche e mutamenti architettonici nella vicenda del ‘Complesso cattedrale’ fiorentino, in Il bel San Giovanni e Santa Maria del Fiore. Il centro religioso di Firenze dal Tardo Antico al Rinascimento, a cura di D. Cardini, Firenze, Le Lettere, 1996, pp. 95-127. 36 «Hoc tempore vel paulo ante nova portenti species per Annonariam apparvit Tusciam», Ammiano Marcellino, Rerum Gestarum Libri, XXVII, 3. 37 C. Violante, Primo contributo a una storia delle istituzioni ecclesiastiche nell’Italia centrosettentrionale durante il Medioevo: province, diocesi, sedi vescovili, in La cartographie et l'histoire socio-religeuse de l'Europe jusqu'à la fine de XIIIe siècle. Colloque Varsavie, 27-29 octobre 1971, Luovain, 1974, pp. 169-204. questioni non chiaramente legate alla sua funzione38. Appare, tuttavia, chiaro che l’iniziativa e la volontà del presule travalicassero i limiti della sua effettiva autorità, senza recare necessariamente offesa alla comunità locale, proprio come nel caso di quella fiorentina, che lo aveva spontaneamente chiamato al suo servizio39. 38 G. Menis, Le giurisdizioni metropolitiche, pp. 271-294. 39 Il carisma dell’arcivescovo milanese era ancora percepito in quei termini dal Borghini che osservava, «Né paja maraviglia, o nuovo ad alcuno, che Sant’Ambrogio venisse qua a consecrarci una Chiesa, e le lasciasse il suo nome, perché il simile fece in Bologna, e forse in altre Terre d’Italia. E di vero tal fu in quel tempo il grido della dottrina e della santità di quel glorioso lume della Chiesa, e tale l’affezione e la reverenza de’ fedeli tutti verso di lui, che come di cosa divina, si tenevano per beati quei popoli che avessero favore speciale, o dono alcuno da lui, o potessero per alcun poco tempo goderne la presenza», V. Borghini, Discorsi, p. 175. Ambrogio non ha definito la basilica con quell’appellativo, ma si tratta di una derivazione da Paolino di Milano. Sullo sconfinamento di Ambrogio e sulla costituzione dell’area metropolitica si veda C. Alzati, Metropoli e sedi episcopali fra tarda antichità e alto medioevo, in Chiesa e società. Appunti per una storia delle diocesi lombarde, a cura di A. Caprioli - A. Rimoldi - L. Vaccaro, Brescia, La scuola, 1986, pp. 45-77. 40 ExhV. II, 12 (PL 16, 339, D). In questo quadro è importante valutare non solo il potere esercitato dal santo durante la sua vita, facoltà che deve avergli guadagnato un notevole prestigio presso i contemporanei, ma anche il ruolo affidato alla sua figura nella costruzione della memoria e dell’immagine di un luogo: si tratta, infatti, di comprendere il modo in cui un personaggio di indubitabile rilievo venisse impiegato ai fini dell’autorappresentazione di una società e gli scopi per cui il suo carisma veniva speso. All’identificazione della basilica che, proprio in virtù del peso di quell’autorità, è stata definita Ambrosiana, o meglio, all’evoluzione del suo mito nella produzione letteraria, si lega il problema dell’originaria cattedrale di Firenze. In base ai pochi dati a disposizione, tale istituzione si deve supporre inesistente prima di quel momento, anche alla luce dell’evidente mancanza di un vescovo locale, mai citato da Ambrogio, il quale avrebbe sicuramente registrato la presenza del suo omologo, qualora fosse esistito; il santo non fa menzione di un presule né in relazione alla basilica consacrata, attività che avrebbe dovuto presiedere, né come ospite del suo soggiorno. Sebbene al già menzionato concilio di Roma del 313 sia attestato un vescovo Felice a Florentia Tuscorum, espressione che potrebbe spiegarne tanto la provenienza diocesana quanto i natali, non esistono ulteriori elementi di continuità per stabilire la presenza di un episcopio. Si deve, tuttavia, porre l’attenzione sul passo dell’Exhortatio Virginitatis in cui Ambrogio parla del valore della perdita del primo Lorenzo, padre del giovane consacrato quel giorno, da parte di Giuliana at ista ministrum sacris ereptum altaribus amplius ingemuit, quam sibi coniugem, aut patrem filiis, che associa al marito della vedova l’attributo di ministro, forse un diacono40. L’attività presso i sacri altari, suggerisce l’esistenza di un altro edificio di culto, precedente alla basilica ambrosiana che proprio in quel momento, nel 393, si stava dedicando; il che non depone a favore della maggiore antichità di quell’istituzione tra le altre fiorentine. Date le considerazioni iniziali si potrebbe, invece, ipotizzare l’anteriorità delle istituzioni ecclesiastiche agli edifici dedicati al culto, come in altri casi italiani, a meno che Ambrogio non facesse riferimento ai già citati ambienti di natura privata, genericamente definibili come domus ecclesiae. Nemmeno Paolino da Milano cita un presule residente in città al momento del viaggio di Ambrogio e introduce la figura di Zanobi, divenuto in seguito vescovo, in qualità di testimone della vicenda da lui narrata, soltanto dopo la morte del santo, quale notazione di realtà in un contesto narrativo aderente all’immaginazione agiografica41. 41 «Ipso sancto viro sacerdote Zenobio referente». Si tratta dei miracoli che Ambrogio avrebbe operato post mortem, comparendo in forma di ombra in luoghi legati al suo soggiorno fiorentino, visto anche da Zanobi che ne diviene testimone. A proposito della carica episcopale si legge «Intra Tusciam etiam in civitate Florentina, ubi nunc vir sanctus Zenobius episcopus est», dove appare chiaro che Paolino indugiasse sulla nozione temporale, mettendo in evidenza che solo al tempo della scrittura, e non al tempo degli accadimenti, Zanobi fosse progredito nella gerarchia ecclesiastica. VA, 50 (PL 14, 47, B) 42 A. Benvenuti, Stratigrafie della memoria; E. Giannarelli, Ambrogio a Firenze: cronaca di una visita, in A. Benvenuti - F. Cardini - E. Giannarelli, Le radici cristiane di Firenze, Firenze, Alinea, 1994, pp. 33-67, la quale attribuisce alla città la scelta di aderire alla linea politico-religiosa milanese contro l’usurpatore Eugenio. 43 Nell’ipotesi del Crociani, la fama di Ambrogio era una questione secondaria per i Fiorentini, rispetto al desiderio di manifestare «un particolare rapporto di comunione ecclesiale»; L. Crociani, Testimonianze ambrosiane nella liturgia fiorentina, in La presenza di Sant’Ambrogio a Firenze, pp. 33-42. 44 «In arca marmorea et positum est in ecclesia Sancti Laurentii iuxta altare» Laurentius Monachus Casinensis, archiepiscopus Amalfitanus, Opera, Vita sancti zenobii episcopi, (d’ora in poi VZ) in Quellen zur Geistesgeschichte des Mittelalters, VII, MGH, Weimar, Hermann Bohlaus Nachfolger, 1973, p. 65. La consacrazione di una basilica da parte di un vescovo forestiero, con funzioni di metropolita in larga parte del Settentrione, non agevola l’identificazione del contesto episcopale: la venuta di tale figura potrebbe indicare tanto una sede temporaneamente vacante, quanto l’inesistenza dell’autorità vescovile, quindi dell’ecclesia, nella fase della prima cristianizzazione di Firenze. A queste si aggiunga la possibilità che la richiesta dell’intervento ambrosiano da parte dei fiorentini rientrasse in una politica di demarcazione territoriale antiariana42. Il santo aveva, del resto, ristabilito l’ordine antiereticale a Milano attraverso un’intensa attività liturgica, la difesa e la fondazione di edifici di culto che avevano sancito i confini cristiani della città e il suo impegno sul fronte delle lotte religiose doveva alimentare la sua fama di difensore dell’ortodossia43. Il nodo centrale della vicenda resta la fondazione della primitiva ecclesia: le fonti ambrosiane costituiscono il più antico e unico riferimento per la tarda antichità ad un edificio di culto fiorentino, fosse stato esso il solo esistente o, piuttosto, un insediamento ulteriore, eventualmente concepito come presidio contro il partito ariano, possibilità che ne farebbero decadere in partenza il primato. L’esegesi di tali documenti fatta nel corso del Medioevo, nel quadro di dispute intestine al clero locale sul primato istituzionale, ha portato ad un’interpretazione dei titoli che ha con ogni probabilità contaminato la percezione degli studiosi sulla fondazione della primitiva cattedrale. L’idea di fondo è che da una notizia fornita nella prima metà dell’XI secolo da Lorenzo di Amalfi, primo autore di una Vita sancti Zenobii episcopi, sul San Lorenzo come primo luogo di sepoltura del protovescovo di Firenze, si sia progressivamente costruita la suggestione per cui quella chiesa dovesse coincidere con la basilica consacrata da Ambrogio e, di conseguenza, con il primo nucleo episcopale44. In realtà l’autore non si è pronunciato sul titolo della basilica Ambrosiana, aggettivo che compare in due occorrenze, ma ha semplicemente riportato l’episodio della sua fondazione narrato da Paolino, nel quale si deve riconoscere l’unica fonte della Vita, e della comparizione del santo milanese dopo la morte45. Solo nella descrizione dell’inumazione di Zanobi compaiono i titoli degli edifici coinvolti nella vicenda del corpo del santo: in un primo momento il vescovo sarebbe stato tumulato, appunto, presso l’altare della chiesa di San Lorenzo e spostato, a causa del pericolo di invasioni, «in hanc Sanctae Reparatae basilicam»46. Il vescovo di Amalfi non ha sovrapposto la dedica al protomartire romano con l’aggettivo ambrosiana, né ha impiegato un qualsiasi termine che potesse definire la matricità della chiesa di Santa Reparata, sebbene sembri stimolare una tale lettura dei contenuti. A tal proposito si può osservare che la nozione di chiesa cattedrale, così come fissata nel corso del XII secolo, non si fosse ancora del tutto concretizzata e che l’associazione tra la basilica laurenziana e la chiesa fondata da Ambrogio fosse in stato di elaborazione, non del tutto messa a punto. I “committenti” dell’opera agiografica si devono riconoscere nei canonici della cattedrale fiorentina, gli «amabillimi fratres» che davano asilo all’esule arcivescovo, desiderosi di rendere tributo alla santità vescovile locale, portatrice di quei valori che nel successivo torno di anni avrebbe nutrito l’immagine stessa del clero metropolitano47. 45 VZ, p. 57-58. Nella prima occorrenza, Lorenzo riporta esattamente le parole di Paolino «basilica Ambrosiana», che vuole Zanobi testimone delle comparizioni post mortem di Ambrogio a Firenze. Nella seconda, l’appellativo è legato ad ecclesia. 46 Ivi, p. 65. 47 L’incipit della leggenda recita «Hortatui vestrae dilectionis, amabillimi fratres»; VZ, Prologus, p. 50; G. Braga, Lorenzo d’Amalfi, un agiografo lettore di classici nella Montecassino del secolo XI, in Virgilio e il chiostro. Manoscritti di autori classici e civiltà monastica, a cura di M. Dell’Omo, Roma, Fratelli Palombi, pp. 91-101. 48 La trascrizione in I. Lamius, Charitatonis et Hippophili Hodoeporici. Pars secunda, Florentiae, ex Typographio Io. Bapt. Bruscagli & Sociorum, 1741, pp. 548-577; C. Nardi, Ambrogio nella Vita Zenobii dello pseudo-Simpliciano, in Nec timeo mori. Atti del Congresso internazionale di studi ambrosiani nel XVI centenario della morte di sant’Ambrogio, Milano 4-11 aprile 1997, a cura di L.F. Pizzolato - M. Rizzi, Milano, Vita e Pensiero, 1998, pp. 663-672. 49 I. Lamius, Charitatonis et Hippophili, pp. 525-527. Di analoga provenienza deve essere anche l’altra leggenda zanobiana, prodotta in ambito fiorentino, e su probabile spinta del clero cattedrale, da un autore anonimo che al termine dell’opera si identifica con il vescovo Simpliciano, successore di Ambrogio sulla cattedra milanese. La Vita Zenobii, detta dello pseudo-Simpliciano è trasmessa, nella versione più antica, da un codice del XIII secolo conservato presso la Biblioteca Laurenziana, ma la datazione del suo contenuto è stata oggetto di dibattito48. Gli studiosi si dividono, infatti, tra una sua produzione di età carolingia, nel IX secolo, in relazione al vescovo Andrea, importante figura nella storia ecclesiastica fiorentina, ovvero una redazione successiva a quella di Lorenzo di Amalfi. Di questa seconda opinione era già il Lami che, dopo aver esaminato il volume laurenziano, ne escludeva in primo luogo una redazione tardoantica, a dispetto del sedicente autore, a causa dello stile barbarico con il quale il testo era stato approntato, ma ne rifiutava in genere una datazione troppo alta, giudicandolo posteriore all’opera del vescovo amalfitano, in ordine al carattere troppo prolisso e artificioso della narrazione, che avrebbe accomunato tutte le leggende successive49. A proposito della traslazione del corpo del protovescovo, vicenda attorno cui più si concentrano le informazioni pertinenti al presente discorso, Lami osservava che l’anonimo redattore aveva tralasciato l’episodio del miracolo dell’olmo, fiorito in occasione del trasferimento del corpo santo a Santa Reparata, riferito invece da Lorenzo. Questo indicherebbe che la Vita dello pseudo Simpliciano non fosse di molto posteriore e che l’autore, semplicemente, non ne era ancora venuto a conoscenza. Di altro parere è Benvenuti che associa il testo alla riorganizzazione del clero urbano promossa dal vescovo Andrea, citato come vescovo residente dallo pseudo-Simpliciano nel momento del trasferimento del corpo di Zanobi50. Quel presule è stato identificato con l’Andrea cui spetta la consacrazione di un altare in onore di Santa Reparata nella chiesa maggiore, in base alla notizia riportata nell’evangeliario conservato alla Biblioteca Vaticana, datato al IX secolo e ritenuto contestuale alla Vita Zanobii51. Allo stesso periodo rimonterebbe, infatti, il rifacimento dell’area absidale di Santa Reparata, divenuta, secondo la chiave di lettura tradizionale, il nuovo centro episcopale in quel torno di anni; è in questa prospettiva che vi erano state trasferite le reliquie del protovescovo, iniziatore della Chiesa fiorentina, la cui sede doveva coincidere con l’edificio primaziale52. 50 A. Benvenuti, San Lorenzo: la cattedrale negata, in Le radici cristiane di Firenze, a cura di A. Benvenuti - F. Cardini - E. Giannarelli, Firenze, Alinea, 1994, pp. 117-133. L’autrice ritiene invece che la mancanza del miracolo dell’olmo nel testo dello pseudo-Simpliciano ne indichi l’anteriorità rispetto alla Vita di Lorenzo d’Amalfi. 51 Il manoscritto è citato già dal Lami (Sanctae Eclesiae Florentinae Monumenta, IV, Firenze, Tip. Salutati, 1758, p.82) e ripreso da A. Nardini Despotti Mospignotti, Il Duomo di San Giovanni oggi Battistero di Firenze, Firenze, Landi, 1902, p. 78, per la consacrazione dell’altare di S. Reparata, di cui riferisce il solo fondo Barberini della Biblioteca Apostolica Vaticana. Nel descrivere il volume, Nardini riporta però la lettera secentesca redatta dal visitatore delle reliquie di Vallombrosa, Diego de Franchi, che accompagnava il codice in dono al cardinal Barberini, grazie alla quale è stato possibile riconoscere l’Evangeliarium Florentinum con segnatura Barber. Lat. 526 (olim XI, 168) del catalogo di P. Salmon, Les manuscrits liturgiques latins de la Bibliotheque Vaticane, II, Sacramentaires, epistoliers, evangeliaires, graduels, missels, Modena, Dini, 1977. Benvenuti, (San Lorenzo, p. 128) come Nardini, assegna il codice al IX secolo; a suo parere si tratterebbe del più antico testo liturgico della cattedrale fiorentina. La stessa datazione è proposta da R. Farioli Campanati, Note sulla primitiva cattedrale di Firenze: il problema dell’intitolazione, in ‹‹Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa, Classe di Lettere e Filosofia››, s. III, 5, 1975, pp. 535-554, in relazione al periodo di diffusione del culto della martire, a partire da Lucca, dove la chiesa episcopale era dedicata ai Santi Giovanni e Reparata. Dell’altare di Santa Reparata parla anche il testo liturgico della cattedrale fiorentina Ritus in ecclesia servandi (fine XII-inizio XIII secolo), codice 3005 della Riccardiana; è interessante notare che la notizia «consecratio altario Sancte Reparate, in die Sancti Leonardi […] fuit cosecratum ab archiepiscopo Andrea» sia data in una nota a margine e non nel corpo del testo. A questo proposito si veda M. Tubbini, Due significativi manoscritti della cattedrale di Firenze. Studio introduttivo e trascrizione. Estratto dalla tesi di laurea in sacra liturgia, Roma, 1996, p. 198, il quale osserva che dalla parola arcivescovo si dedurrebbe la data della notazione a margine, in quanto il primo metropolita fiorentino fu Andrea Corsini (1419), il che spiega anche la mancata contrazione del nome Reparata. 52 Sul trasferimento della sede episcopale vedi Benvenuti, San Lorenzo, p. 130-131; Ead. 1996, p. 114. P. Salmon ha sostenuto che il codice vaticano dovesse, invece, rimontare al secolo XI, il che non rivelerebbe nulla d’importante su Santa Reparata, che a quelle date era già indicata come contitolare della chiesa matrice fiorentina. Se si ammettesse questa seconda ipotesi o, comunque, una datazione più tarda della Vita dell’Amalfitano, si potrebbe rivedere in quel primo leggendario, pur molto differente, lo spunto per la rielaborazione dello pseudo- Simpliciano: è interessante osservare che l’anonimo non parla mai di una chiesa dedicata al martire Lorenzo, né in occasione della morte di Zanobi «quem viri timorati sepelierunt in Basilica Ambrosiana», né a proposito del trasferimento del suo corpo «de Basilica Ambrosiana ad maiorem Ecclesiam, quae supra dicitur Sancti Salvatoris»53. Si nota inoltre che l’autore, pur dando prova di conoscere la biografia di Paolino da Milano, ha tralasciato l’episodio in cui Ambrogio consacra la chiesa su richiesta di Giuliana, accennando solo brevemente alla deposizione delle reliquie «sub altariolo, quod ipsemet consecravit in honorem Sanctorum Martyrum Vitalis et Agricolae in parte orientis»54, quasi insinuando che quell’altare ad oriente, forse quello maggiore data la posizione, potesse dare nome alla chiesa. 53 I. Lamius, Charitatonis et Hippophili, pp. 574-575. 54 Ivi, pp. 575-576. 55 A Benvenuti, S. Lorenzo, pp. 122-123. 56 R. Farioli Campanati, Note sulla primitiva cattedrale, pp. 544-546. 57 Si fa eccezione per un placito di Matilde di Canossa tenuto nel 1075 «in Civitate Florentia in via prope Ecclesia Sancti Salvatoris juxta Palatio de Domui Sancti Battista» riportato in L. A. Muratori, Antiquitates Italicae Medii Aevi, I, Milano, Typographia Societatis Palatine, 1738, coll. 969-972. È curioso che nelle carte di un giudizio presieduto dalla madre di Matilde, Beatrice, precedente di pochi anni si abbia la lezione «infra palatium de domo Sancti Iohanni», in cui la chiesa del Salvatore non è citata; Le carte della canonica della cattedrale di Firenze (723-1149), Regesta Chartarum Italie, XXIII, a cura di R. Piattoli, Roma, Istituto Storico Italiano per il Medioevo, 1938, doc. 83, pp 213-215 (d’ora in poi Piattoli). Ancora nella notitia del 2 È possibile che questa fosse un’omissione del tutto volontaria, piuttosto che un’inconsapevole uso dei titoli attribuibile ad un’età arcaica. Alla stessa conclusione portano altri elementi narrativi che impongono di ricontestualizzare la produzione della Vita in un periodo più basso. Secondo Anna Benvenuti deporrebbero a favore di una redazione in età carolingia i temi della lotta contro l’arianesimo e la relazione, messa in forte e costante risalto, tra le Chiese di Milano e Firenze55. L’idea non sembra, però, del tutto convincente se si pensa a quanto in quella fase storica le spinte verso un particolarismo liturgico, in questo caso rappresentate da un modello di riferimento milanese, venissero ostacolate dalla politica del regnum, in favore di un preteso universalismo romano; mentre uno dei caratteri dominanti di questo testo è proprio il riconoscimento dell’origine ambrosiana delle istituzioni ecclesiastiche fiorentine. Qualche difficoltà è creata anche dal titolo con cui lo pseudo-Simpliciano chiama la chiesa episcopale, San Salvatore, in entrambe le circostanze in cui si trova a trattare della cattedrale. Se è vero che il culto della martire Reparata si stava diffondendo, su esempio della primaziale lucchese intestata ai Santi Giovanni e Reparata, come ha osservato Farioli Campanati e, nel caso di Firenze, proprio ad opera del vescovo Andrea, messo imperiale in quell’area, appare improbabile che sotto il suo episcopato non fosse dato risalto alla santa eponima della chiesa maggiore56. Il titolo di San Salvatore ricorre solo in testi di altro genere, la cui produzione si colloca tra l’inizio del XIII e la fine del XIV secolo, ma mai in atti notarili pubblici, né in privilegi imperiali del IX secolo, che pure alla chiesa episcopale facevano riferimento, ormai anche nell’ipotesi di un suo eventuale trasferimento da San Lorenzo57. Il primo è il libro ordinario della cattedrale Mores et consuetudines ecclesiae florentinae, assegnato alla prima metà del XIII secolo, nel quale è riportato «pro festo Sci. Salvatoris pulsamus tribus vicibus IIII campanas, quia olim fuit istius Ecclesie», intendendo la marzo 1100 si legge che Matilde aveva presieduto il giudizio «in palatio domus Sancti Iohannis», Piattoli doc. 152, pp 368-370. 58 Codice conservato presso l’Archivio di Santa Maria del Fiore, con segnatura I. 3 8; F. Toker, On holy ground. Liturgy, Architecture and Urbanism in the Cathedral and the Streets of Medieval Florence, Brepols, Turnhout, 2009, (d’ora in poi Toker); L. Erente - I. Mannini, Istruzioni liturgiche e libri dell’antica cattedrale di Santa Reparata. Il contributo del Riccardiano 3005 alla ricostruzione della biblioteca, in «Medioevo e Rinascimento», N.S. 15, (2004), pp. 39-58. 59 Secondo i cronisti, al tempo in cui Zanobi era vescovo, i Goti di Radagaiso attaccarono Firenze, ma furono sconfitti, anche per merito del santo stesso, il giorno di santa Reparata. In memoria della vittoria «fu a sua reverenza rimosso il nome a la grande chiesa di Santo Salvadore in Santa Reparata, e rifatto Santo Salvadore in vescovado, com’è a’ nostri dì»; G. Villani, Nuova Cronica, a cura di Giuseppe Porta, Parma, Fondazione Pietro Bembo - Ugo Guanda Editore in Parma, 1990, pp. 93-94. Versione analoga dà dell’episodio Marchionne di Coppo Stefani, Cronaca Fiorentina, in Rerurum Italicarum Scriptores, XXX, a cura di N. Rodolico, Città di Castello, S. Lapi, 1903, p. 14. 60 Come aveva, del resto, già osservato Anna Benvenuti in studi precedenti, la leggenda dello pseudo- Simpliciano si deve attestare «nel quadro di una serie di falsificazioni con cui il clero fiorentino tra XII e XIII secolo elaborava una propria mitologia delle origini», in Ead. S. Zanobi: memoria episcopale, tradizioni civiche e dignità familiari, in I ceti dirigenti nella Toscana del Quattrocento. Atti del V e VI Convegno, Firenze, 10-11 dicembre 1982; 2-3 dicembre 1983, Monte Oriolo, 1987, pp. 49-62. 61 Ad esempio il Sacramentario della Biblioteca Laurenziana Edili 121, datato all’XI secolo, che ricorda la festa di Zanobi l’ottavo giorno delle calende di giugno; Ivi, pp. 81-82. basilica di Santa Reparata58. La stessa notizia sulla mutazione onomastica si trova anche nelle cronache di Giovanni Villani e Marchionne di Coppo Stefani, dove si legge che l’antico titolo della primaziale fosse San Salvatore, rinnovato insieme alla chiesa, a seguito della sconfitta dei Goti avvenuta, appunto, il giorno di santa Reparata59. Sarebbe forse più corretto posticipare la Vita Zenobii dello pseudo-Simpliciano a ridosso di queste opere o, almeno, non farla risalire a prima del secolo XI, quando in maniera più organica sembrano definirsi i termini della contesa tra le due principali istituzioni ecclesiastiche di Firenze, le canoniche di San Giovanni e San Lorenzo60. Una datazione al IX secolo sembra anche sconsigliata dal tema stesso della traslazione delle reliquie, festività che non compare nei testi liturgici prima del XIII secolo, a differenza della festa ufficiale di san Zanobi, ricordata già nei sacramentari del secolo precedente61. Sempre il Mores et Consuetudines riporta la ricorrenza della traslazione, forse in relazione all’elaborazione della vicenda contenuta nel leggendario dello pseudo-Simpliciano, arricchita rispetto alla versione di Lorenzo di Amalfi e, come si diceva, più vicina alla produzione codicologica della cattedrale nella fase di definizione della propria memoria. La scelta dello pseudo-Simpliciano di non citare in alcun luogo la chiesa di San Lorenzo, sembra consapevole e, sicuramente, non neutra; le suggestioni per una sua identificazione con l’Ambrosiana erano già presenti nell’Exhortatio Virginitatis e, ammessa la seriorità di questa vita a quella dell’Amalfitano, si direbbe che l’anonimo avesse sostituito, non accomunato, l’«ecclesia sancti Laurentii» con una generica basilica legata ad Ambrogio e la dedica al Salvatore con quella alla martire siriaca, che pure a quelle date si era consolidata. Non appare, però, improbabile che in un periodo successivo alla redazione di entrambe le leggende si creasse una crasi tra le due notizie, che ha finalmente portato alla congiunzione del titolo laurenziano con l’epiteto ambrosiano. La prima sovrapposizione tra i titoli si trova in un breviario già della Libreria Strozziana, riferito da Nardini Despotti Mospignotti, in cui è citato il trasferimento del corpo di san Zanobi «ex Ambrosiana S. Laurentii ad Cathedralem Sancti Salvatori»62. Dalle indicazioni dello stesso si evince che nel breviario è riportata una notizia relativa al vescovo Andrea, tratta sicuramente dalla Vita dello pseudo-Simpliciano, sotto il cui episcopato era avvenuta la traslazione63. Anche nelle abbreviazioni successive si ritrova questa espressione che è, forse imputabile, all’unione delle informazioni ricavate dalle due memorie. 62 A. Nardini Despotti Mospignotti, Il Duomo di San Giovanni oggi Battistero di Firenze, Firenze, Landi, 1902, p. 69. L’autore non segnala la collocazione del codice, né riferisce la sua datazione, valutandolo solo come «antichissimo» breviario proveniente dalla Libreria Strozziana, da cui la difficoltà nel ricondurlo alla sua attuale collocazione. Vedi nota 33. 63 Lorenzo di Amalfi non parla di un vescovo Andrea, ma solo del trasferimento del corpo. L’indicazione del presule è data solo dallo pseudo-Simpliciano, la cui leggenda, più articolata e meno raffinata si pone alla base di tutta la produzione agiografica zanobiana successiva. In proposito si veda A. Benvenuti, S. Zanobi: memoria episcopale, pp. 81-83; A. Degl’Innocenti, Le abbreviazioni trecentesche della Vita S. Zenobii, in «Studi Medievali», 44, (2003), pp. 1543-1564. 64 Per Roma l’Itinerarium Salisburgense del VII secolo attesta «Basilica Costantiniana quae et Salvatoris, ipsa quoque et Sancti Iohannis dicitur». Lo stesso uso doveva essere invalso anche a Milano, come si comprende dalla rubrica dedicata al Salvatore del Liber Notitia Santorum Mediolani. Manoscritto della Biblioteca Capitolare di Milano, a cura di M. Magistretti - U. Monneret De Villard, Milano, Cisalpino- Goliardica, 1917, col. 338 D, «De sancto Salvatore sunt quinque eccesiae, scilicet, Ecclesia quae nunc dicitur sancte Tegle». Stesso titolo si ritrova a Napoli e Ravenna; R. Farioli Campanati, Note sulla primitiva cattedrale, pp. 448-451. 65 Sicuramente nel XV secolo, ma probabilmente valido anche per i secoli precedenti, lo scontro aveva una forte connotazione sociale; ciascun capitolo era espressione di un gruppo in cerca di una maggiore rappresentatività nella città, anche attraverso i canali delle istituzioni religiose, oltre che politiche. L. De Angelis, I canonici di San Lorenzo e loro disputa con i canonici della cattedrale, in Il capitolo di San Lorenzo nel Quattrocento, Convegno di studi, Firenze, 28-29 marzo 2003, a cura di P. Viti, Firenze, L. S. Gli elementi principali che emergono dalla lettura dello pseudo-Simpliciano, nelle vicende che qui interessano, sono dunque l’oblio di San Lorenzo e di una sua relazione con Zanobi, l’impiego dell’espressione «chiesa maggiore», la sua dedica al Salvatore e la stretta relazione tra le Chiese di Milano e Firenze attraverso le gerarchie ecclesiastiche e non alla fondazione della chiesa. Si direbbe quasi che l’autore volesse sottrarre una qualifica alla basilica laurenziana, che in qualche forma si era consolidata nel pensiero comune, importante per la sua definizione sul piano giuridico-istituzionale e che avrebbe invece danneggiato la chiesa episcopale. Questo sembra confermato proprio dall’uso del titolo di San Salvatore, che attingeva a un modello conosciuto per le principali chiese vescovili italiane, a partire dalla cattedrale romana del Laterano64. Se le cronache trecentesche offrono una lezione assimilata, probabilmente influenzata da una tradizione che si era ormai consolidata nella memoria collettiva, il codice liturgico Mores et consuetudines doveva, invece, esprimere una presa di posizione del clero cattedrale o, quantomeno, sottendere una strategia rappresentativa della propria vicenda, valida alla definizione di un’identità che era stata minacciata o compromessa. Verso la metà dell’XI secolo si profilava, infatti, una conflittualità in seno al clero di Firenze su diverse questioni, che è sfociata in una lotta tutta politico-culturale sulla dignità episcopale, o meglio, sulle prerogative che potevano derivare dall’aver avuto quella qualifica alle origini del cristianesimo fiorentino. In particolare, il contrasto più forte si era manifestato tra la canonica della cattedrale e quella di San Lorenzo, divenuto uno scontro aperto nel tardo Medioevo65. I piani su cui si dispiega il conflitto tra le due istituzioni sono Olschki, 2006, pp. 21-34; sui contrasti intestini si veda M. Luzzati, Firenze e l’area toscana, in Comuni e signorie nell’Italia nordorientale e centrale: Veneto, Emilia Romagna, Toscana, Storia d’Italia, Torino, Utet, 1987, pp. 563-660, in part. pp. 580-583. Lo stesso tipo di conflitto tra diverse parti della popolazione, largamente sviluppato sul piano ecclesiastico, si ritrova anche a Milano tra il clero ordinario, legato alla cattedrale, e quello decumano, preposto alle altre chiese cittadine, espressioni di due diverse categorie sociali ed economiche che, anche attraverso la carriera sacerdotale, tentavano di emergere o confermare il proprio status politico. 66 Nota è la questione sul possesso del Campo Regio, terreno evidentemente frapposto tra i confini territoriali delle due chiese, e che, donato in prima battuta da Lamberto nell’898 alla chiesa di Firenze, venne ceduto dai canonici a San Lorenzo, per poi essere riassegnato da papa Nicolò II alla cattedrale. Sulla disputa si veda E. Rotelli, Il capitolo della cattedrale di Firenze dalle origini al XV secolo, Firenze, Firenze University Press, 2005, pp. 3-8; parte della vicenda si ricostruisce dai documenti della canonica, vedi Piattoli, doc. 7, pp. 21- 23; 8, pp. 23-25; 18, pp. 54-56; 19, pp. 56-59; 22, pp. 64-66; 38, pp. 102-109; 39, pp. 109-111; 40; pp. 111- 112; 53, pp. 141-146; 54, pp. 146-150; in cui si confermano i possedimenti alla canonica dai vari sovrani e vescovi. La vertenza è descritta nelle due notitiae iudicati del 1061, doc. 65, pp. 172-176; 66, pp. 176-180. 67 W.M. Bowsky, San Lorenzo e Firenze. Una chiesa e i suoi canonici nel Medioevo, in Il capitolo di San Lorenzo, pp. 3-11. 68 «Ego Teudipertus presbiter et custodes seo et canonicus de ordine de illa canonica domui Sancti Ioanni sito intra anc Florentina civitate», Piattoli, doc. 10, pp. 29-31. 69 Ivi, doc. 34, pp. 95-96. 70 Si tratta sempre della disputa sul Campo Regio, presieduta in questo caso dall’abate di San Miniato. Il linguaggio vuole chiaramente rimarcare la differenza tra i chierici delle due istituzioni: i canonici della chiesa maggiore contro i preti di San Lorenzo. Piattoli, doc. 65, pp. 172-176. diversi e procedono, come sembrano rivelare le carte del secolo XI, da questioni di natura territoriale: le aree urbane di loro pertinenza erano contermini e i beni di cui erano dotate andavano spesso a sovrapporsi, creando delle vertenze di lungo corso66. Ulteriore imbarazzo doveva essere provocato dalla costituzione di una canonica presso San Lorenzo, in accordo con il precetto della vita comune del clero promulgato dalla riforma, come attesta una bolla del 1060 del papa e vescovo di Firenze Niccolò II, in cui si ha anche la conferma dei possedimenti67. La documentazione locale, invece, indica come canonica la sola congregazione cattedrale, così definita almeno dal quarto decennio del X secolo68. In alcune carte prodotte tra il settimo e il nono decennio dell’XI secolo si osserva la crescente preoccupazione del capitolo di rimarcare, attraverso il linguaggio giuridico, la propria identità con espressioni tese a non lasciare spazio a fraintendimenti: in una donazione del 1034 è specificato, ad esempio, che i beni in questione fossero destinati «in canonica illa in civitate Florentia, que pertinet de episcopio et domui Sancti Ioanni» e non ad altre69. Questo testimonia della possibile fondazione di un’altra canonica quasi un trentennio prima che fosse citata da papa Niccolò e che la consapevolezza di questo fatto rendesse necessaria una distinzione in sede notarile. Nella notitia iudicati del 1061, a proposito di una disputa territoriale tra le due canoniche, in due occorrenze si ritrovano i canonici «maioris ecclesiae», quelli di San Giovanni, mentre la parte laurenziana è indicata dal solo custode Ghiso70. É comprensibile quindi che il riconoscimento di un analogo collegio, nella diversa lettura delle due parti, potesse dare valore da un lato, per i laurenziani, e preoccupazioni dall’altro, per la cattedrale. Dall’età carolingia in poi era stato, infatti, messo in opera un principio di ordinamento delle istituzioni ecclesiastiche, in base al quale si fondavano canoniche per la vita comune del clero, presso quelle chiese urbane che tra XI e XII secolo sono diventate le cattedrali. Entro questi capitoli i canonici hanno acquisito un potere sempre maggiore, spesso in contrasto con quello di altre istituzioni e con quello del vescovo stesso. È, quindi, verosimile, che la creazione di un organo collegiale analogo creasse delle tensioni, via via esacerbate dalle ambizioni proprie di ciascuno e dal diverso sostegno che le autorità superiori accordavano all’uno o all’altro. In questo primo momento si colloca una produzione scritta, documentaria e letteraria, che bene rappresenta le origini dello scontro: i privilegi e le concessioni, di provenienza regia o papale, tutti orientati al sostegno dell’istituto episcopale, al quale venivano riconosciuti e aggiunti beni e gli atti provenienti dalla cattedrale stessa. In un privilegio dell’aprile 1084, in cui il vescovo Ranieri donava dei terreni ai canonici di San Giovanni, si ritrova la formula «canonica primitive ecclesie», dove il termine «primitiva» insinua una dignità vescovile che quella chiesa avrebbe detenuto si dalle origini della storia cristiana di Firenze71. Nello stesso orizzonte d’intenti si colloca la falsa donazione della corte di Cintoia fatta dal vescovo Specioso alla chiesa e ai canonici di San Giovanni Battista, datata al 723, ma prodotta alla metà del secolo XI, probabilmente dalla canonica stessa. Secondo l’atto, i possedimenti in questione erano disposti «infra plebe et episcopio beati ioannis baptiste vel reparate martiris», contitolazione ai due santi, patroni associati di Firenze solo dall’età pieno medievale, che denuncia un’elaborazione tardiva del documento, in quanto nei due secoli precedenti l’episcopato risulta dedicato al solo nome del Precursore72. È del tutto chiara, già a quelle date, la volontà del capitolo della cattedrale di affermare la propria supremazia sugli altri enti ecclesiastici, posizione che si voleva far risalire ad un periodo più alto, all’età longobarda. La retrodatazione indica anche il desiderio di portare l’attenzione su Santa Reparata, comparsa nella documentazione solo nel X secolo e che, a partire dal secondo decennio del secolo successivo risulta sede della pieve urbana73. Il termine episcopio rivendica alla chiesa la sua dignità primaziale, soprattutto se indicata col titolo della martire siriaca, che in quel torno di anni si stava definendo come preminente. 71 Ivi, doc. 112, pp. 278-282. 72 A proposito della produzione del falso documento è tuttavia opportuno osservare che la corte di Cintoia era già compresa nei possedimenti della cattedrale da almeno un secolo, rispetto alla presunta data di redazione dell’atto di donazione: nel privilegio del 983, Ottone II confermava i beni alla canonica fiorentina, tra i quali la «curtem de Cinctoria cum pertinentibus suis»che dovrebbe coincidere con la corte “donata” da Specioso. Se così fosse, tra le ragioni della falsificazione ci sarebbe quindi stata la necessità di anticipare il lascito o di ricreare un atto perduto sul possesso di quel territorio, eventualmente conteso con altri soggetti; Piattoli, doc. 18, pp. 54-56. Sulla falsificazione A. Benvenuti, San Lorenzo: la cattedrale negata, pp. 132-233; E. Rotelli, Il capitolo della cattedrale, pp. 2-3. Sul tema dei tioli si veda il paragrafo successivo. 73 Ibidem; a tale operazione sarebbe stata sottesa anche la volontà di riconoscere alla chiesa di Santa Reparata, verso cui stava confluendo la dignità cattedrale, una funzione diversificata da quella dell’episcopio La stessa basilica citata nella Vita sancti Zenobii episcopi di Lorenzo arcivescovo di Amalfi, già monaco cassinese ed esponente della riforma, in cui emerge il desiderio di promuovere una santità di tipo vescovile, simbolo del centro religioso della città. La vicenda del trasferimento del corpo di Zanobi è trasmessa per la prima volta dall’Amalfitano, ammessa una diversa cronologia delle leggende, e potrebbe configurarsi di San Giovanni. Sulla pieve si veda Piattoli, doc. 27, del 1018 in cui si legge «territorio de plebi Sancte Reparate in civitate Florentina». 74 Piattoli, doc. 136, pp. 332-333. 75 R. Davidsohn, Storia di Firenze. Le origini, I, Firenze, Sansoni, 1977, pp. 567-570. 76 Coelestini III Pontificis Romani, Epistolae et privilegia ordine chronoligico digesta, X (PL 206, 876, A – 878, B). 77 Bernardo fu priore di San Lorenzo nell’ultimo quarto del XII secolo, fino alla sua elezione come vescovo di Firenze nel 1182. La bolla di Alessandro III, primo documento in cui sia nominato il priorato di Bernardo, giunse nel novembre del 1176. Nella sua attività episcopale cercò l’appoggio del Barbarossa, in conseguenza della perdita di potere della Chiesa fiorentina a vantaggio del Comune. Ad vocem «Bernardo», in Dizionario Biografico degli Italiani, 9, 1967. Bernardo fu anche preposto della cattedrale, ufficio mantenuto durante il suo priorato, come si evince da un atto di donazione sottoscritto dal vescovo Giulio; P. N. Cianfoni, Memorie istoriche dell’Ambrosiana R. Basilica di S. Lorenzo di Firenze, Firenze, Domenico Ciadretti, 1804. come topos non tanto dello spostamento della sede diocesana da una chiesa cimiteriale a quella attuale, ma dell’eminenza di Santa Reparata in tutto il contesto ecclesiastico, che doveva essere avvalorata dalla presenza del protovescovo. Questa idea sembra ancora confermata da una charta offersionis del 1089, in cui è nominata per la prima volta l’«ecclesia et canonica Sancti Zenobi et Sancte Reparate»74. La chiesa di San Lorenzo, dove sarebbe stato deposto in un primo momento, diventava così un luogo esposto, insicuro, e dunque non adatto in caso di «infestationem quarundiam gentium», a differenza della basilica di Santa Reparata, che evidentemente offriva condizioni migliori. La superiorità della chiesa episcopale, riecheggiata dal miracolo dell’olmo fiorito proprio lì di fronte, era definita in rapporto all’inadeguatezza di quella laurenziana. La disputa tra le due canoniche si aggravava nel corso degli anni, fino ad esplodere nel XII secolo, quando la contesa aveva iniziato a svilupparsi sul piano delle prerogative liturgiche e giuridiche, in coincidenza con l’elezione del vescovo Goffredo degli Alberti (114-1142). I canonici laurenziani avevano violato il diritto della cattedrale di svolgere processioni al di fuori del sagrato, valido solo per il clero di Santa Reparata, cui corrispondeva una risposta economica che andava così dispersa. A questo si aggiungevano i disordini che il presule ha dovuto placare a fronte di un’accusa di simonia da parte del clero fiorentino, guidata dal priore di San Lorenzo, ma risolta dal papa con la condanna dei detrattori e la conferma del vescovo75. Dalla vicenda emerge il tentativo di mettere in discussione la centralità della cattedrale, attaccandone il pastore e insinuandosi nelle pratiche liturgiche che distinguevano la sua funzione. Fattore di estrema importanza nel corso della lotta istituzionale, quasi battuta di arresto per il capitolo maggiore, è costituito dalla Bolla di Celestino III del 1191, che sancì «ecclesiam Sancti Laurentii quae caput Florentinae Ecclesia fuisse»76. A seguito della controversia tra le due istituzioni, sfociata nello sciopero liturgico verso Santa Reparata, il capitolo di San Lorenzo era riuscito ad ottenere tale riconoscimento, forse a conferma della protezione apostolica e del diritto parrocchiale accordati alla chiesa già da Alessandro III, al tempo del priorato di Bernardo77. L’operazione sembrerebbe restituire alla chiesa laurenziana una dignità che era stata del tutto offuscata dalla supremazia del centro episcopale; riconoscimento che però non è supportato da precedenti testimonianze e che si deve ritenere e frutto di un’elaborazione originale, ispirata da ragioni politiche, e risultato di un processo culturale che aveva reso il San Lorenzo la cattedrale antica. A queste date, le fonti da cui il capitolo laurenziano poteva aver tratto gli spunti per la costruzione di questa memoria erano la Vita Ambrosii di Paolino e la Vita sancti Zenobii episcopi di Lorenzo Amalfitano, dato che l’Exhortatio Virginitatis non era ancora stata ricondotta all’esperienza fiorentina di Ambrogio. L’unione delle due composizioni agiografiche, attraverso la chiave interpretativa di san Zanobi, avrebbe sicuramente fornito lo strumento culturale necessario alla dichiarazione di originaria matricità della chiesa: se Zanobi testimonia le apparizioni del santo milanese presso la basilica da lui fondata e chiamata Ambrosiana da Paolino, è chiaro che quello fosse l’edificio di culto cui era più legato e in cui poteva essere sepolto. Il luogo della prima tumulazione era stato la chiesa laurenziana prima del trasferimento del corpo a Santa Reparata, come specificato dall’Amalfitano, ed è possibile che nella comparazione delle due leggende si realizzasse la sovrapposizione tra i due edifici e i due tempi della narrazione. Celestino III non si è appellato in alcun modo al valore dato dall’“ambrosianità”, ma non è improbabile che una tale lettura potesse essere alla base di quel privilegio. L’impiego del termine caput per indicare la chiesa del vescovo impone poi un’ulteriore considerazione: alla fine del XII secolo i lemmi per definirla erano solitamente maior, matrix, spesi anche nei secoli precedenti, o cathedralis; l’uso del più insolito caput, desueto una volta formulato un linguaggio proprio, rimanda ad un privilegio di Berengario I del 25 aprile 899 in cui si legge «ecclesiae Sanctorum Ioannis et Miniati, que caput est Florentini episcopatus»78. La lettera di Celestino sembra voler richiamare, nell’espressione del concetto di originaria matricità, un formula più arcaica, forse attinta proprio da quel privilegio che sanciva la preminenza della chiesa del vescovo sulle altre. Si ricorda inoltre la lezione «primitiva ecclesia» del documento prodotto in contesto vescovile un secolo prima, alla quale si viene qui a contrapporre il termine «caput», dal valore decisamente perentorio e conclusivo, perché aggiungeva all’antichità del verbo «fuisse» il concetto di guida, di vertice della Chiesa fiorentina. 78 Piattoli, doc. 8, pp. 23-25. 79 Chronica de origine civitatis Florentiae, in O. Hartwig, Quellen und Forschungen zur ältesten Geschichte der Stadt Florenz, I, Marburg, Elwert, 1875, pp. 57-58. In questa prospettiva assume rilievo una datazione più tarda della leggenda dello pseudo- Simpliciano, in cui una qualsiasi memoria di San Lorenzo e dei suoi legami con Zanobi viene demolita nei riferimenti onomastici, limitati alla basilica ambrosiana e al San Salvatore, poi Santa Reparata, «ecclesia maior». Di altrettanto forte, sebbene diverso, stampo ideologico sono le cronache relative all’origine di Firenze, che introducono il tema della chiesa episcopale in rapporto al modello dell’Urbe. Nel volgarizzamento della Chronica de origine civitatis Florentie, contenuto in un codice lucchese del XIII-XIV, secolo è narrata la fondazione della prima ecclesia da parte dei Romani che «Sancto Giovanni pusero allato e le mura de la città, si chome è a Roma San Giovanni alleterano e ordinaro che fusse, e fusse veschonato di Firenze chome Sancto Giovanni e vescovato di Roma»79. Ciò avvenne a seguito dell’invasione di Totila flagellum Dei, probabilmente confuso con Attila, quindi in età tardoantica, quando, secondo la narrazione, è stata implementata la griglia della città cristiana. Al di là del riferimento a un preciso edificio o all’intero complesso, il cronista insinua la fondazione dell’episcopio a nome di San Giovanni, nello stesso sito del gruppo medievale. Meno forte nell’assertività è il prototipo di questo testo, la Chronica che colloca l’ecclesia maior, disposta come il Laterano, nello stesso periodo; qui il gioco onomastico tra le due chiese non è esasperato come nella redazione lucchese, ma è sicuramente lasciata intuire al lettore80. 80 «Et sicut est ex una parte urbis Romae ecclesia Sancti Iohannis in Laterano, ita est major ecclesia civitatis Florentiae»; Ibidem. Tornando al tema della cattedrale, si ricorda che il dibattito si dispiega tra una lettura tradizionale per cui San Lorenzo, fondata da Ambrogio e primo luogo di sepoltura del protovescovo, era la sede episcopale antica e la corrente che individua, invece, nella Santa Reparata la prima e sola cattedrale di Firenze, sin dalle origini dell’era cristiana. Esistono elementi a sostegno di entrambe le tesi, argomentazioni valide, riferibili alle caratteristiche che una chiesa matrice urbana doveva avere in età tardo antica. A favore della tradizione è l’assenza di attestazioni antecedenti al IX secolo di una chiesa matrice nel luogo dell’attuale o con i titoli che nel corso dei secoli avrebbe acquisito il complesso al di sotto della grande Santa Maria del Fiore. Cionondimeno non si hanno testimonianze che consentano di identificare San Lorenzo con la prima cattedrale antecedenti al secolo XII. In linea con le considerazioni degli archeologi e con una più recente prospettiva della ricerca si ritiene che la più antica chiesa del vescovo, quella destinata alla liturgia ordinaria e alle funzioni sacramentali, fosse quella precedente alla Santa Reparata medievale, sul sito della quale si è stratificata la primaziale nel corso dei secoli. I tentavi compiuti dalla chiesa laurenziana per guadagnare terreno in ambito ecclesiastico devono essere ricompresi in un quadro di forte instabilità istituzionale in cui i conflitti travalicavano la ricerca del prestigio e miravano, piuttosto, all’appropriazione di diritti. A questo era proiettata la rappresentazione della propria memoria, il cui impianto narrativo ha, con ogni evidenza, avuto ragione sulla storia. In mancanza di un qualsiasi dato archeologico valido per il riconoscimento della cattedrale tardoantica o dell’attestazione documentaria di un trasferimento della sede dal contesto periurbano al centro della città, non si ritiene possibile avvallare la tradizionale lettura data del sito laurenziano. 3.3 Consistenza del gruppo episcopale. Analisi terminologica delle fonti notarili La fondazione della primitiva ecclesia e il suo sviluppo istituzionale ed architettonico nei secoli sono temi centrali nella disamina qui proposta, perché strettamente connessi al tema dell’edificio battesimale. Uno dei criteri individuati dagli studiosi per il riconoscimento della chiesa matrice, almeno nell’Italia centrale, è lo sviluppo del battistero autonomo in prossimità dell’edificio maggiore81. Si deve credere che i primi impianti battesimali sorgessero solo in relazione alle chiese episcopali, alle quali spettava il diritto di amministrare il primo sacramento, con cui formavano complessi edilizi articolati, dotati di strutture adeguate alla vita liturgica del clero, all’amministrazione della diocesi e alla residenza del vescovo. L’edificio battesimale funzionava unitamente all’aula di culto, dove erano istruiti i candidati all’iniziazione e dove, una volta divenuti neofiti, ricevevano l’eucaristia. La coppia monumentale costituiva un insieme liturgico inscindibile nel quale il battistero rappresentava una funzione distintiva della chiesa vescovile e in questo senso deve essere valutato il suo rapporto con l’ecclesia e con il tessuto urbano82 81 P. Testini - G. Cantino Wataghin - L. Pani Ermini, La cattedrale in Italia, pp. 58-63. 82 G. Cantino Wataghin - M. Cecchelli - L. Pani Ermini, L’edificio battesimale nel tessuto della città tardoantica e altomedievale in Italia, in L’edificio battesimale in Italia: aspetti e problemi. Atti dell’VIII Congresso Nazionale di Archeologia Cristiana, Genova Sarzana Albenga, Finale Ligure, Ventimiglia, 21-26 settembre 1998, Bordighera, 2001. pp. 231-265. Prima di pervenire alla questione puramente materiale, che per Firenze è ancora ampiamente dominata dall’incertezza, è necessaria un’esplorazione a tutto campo della documentazione notarile nella quale sono contenuti preziosi indizi sull’insula episcopalis. L’aspetto istituzionale è, infatti, strettamente legato a quello strutturale: l’edificio di culto dà forma tangibile non solo alla sfera spirituale della comunità cristiana, ma anche all’ordinamento sociale e politico che la sorregge e gestisce. La documentazione notarile, in particolare quella prodotta tra l’età carolingia e la prima età comunale, è strumentale alla difficile ricostruzione del complesso, della sua reale consistenza, in quel periodo: primo scopo dell’analisi è stato, quindi, quello di restituire ai termini impiegati negli atti un valore monumentale, oltre che giuridico e giurisdizionale, capace cioè di identificare un edificio nella sua realtà architettonica e spaziale. Appare chiaro che il codice linguistico notarile avesse l’intento di designare il centro religioso in genere, comprensivo delle sue strutture, inteso come sede episcopale, come riferimento istituzionale, senza soffermarsi sui singoli edifici, salvo nei rari casi in cui fosse intenzione del rogante esplicitare una questione territoriale o dare una connotazione più precisa al luogo degli accadimenti. È comunque possibile raccogliere alcune informazioni utili a una definizione parziale del contesto architettonico e dello status degli elementi principali che lo componevano. Il più antico documento conservatosi sulla cattedrale fiorentina, e presso la stessa istituzione, è un’ordinazione dell’852 in cui si conferma alla «domui Sancti iohannis» la gestione dell’abbazia fiorentina di Sant’Andrea83. La domus aggettivata con predicte dovrebbe coincidere con la «sanctae Florentinae ecclesie» dell’incipit, unica istituzione precedentemente nominata nell’atto, di cui era vescovo Radingo, cioè con la chiesa episcopale della città84. 83 Piattoli, doc. 2, pp. 6-9; «Quia dominus Hludovicis serenissimus aug(ustus) per suum preceptum per meam petitionem confirmauit predictae domui Sancti Iohannis quandam abbatiolam, ubi paruam congregationem puellarum esse videtur ». L’atto è rogato a Firenze «in eodem domo». 84 Ibidem, «Ego Radingo u(ir) u(enerabilis), sancte Florentine ecclesie episcopus». 85 In un placito conservato a Lucca si trova citata per la prima volta una basilica di San Giovanni Battista; L. A. Muratori, Antiquitates Italicae Medii Aevi, I, Milano, Typographia Societatis Palatine, 1738, coll. 497- 499; nelle carte fiorentine appare invece solo nella donazione del maggio 962, Piattoli, doc. 13, pp. 38-40; «tradere previdi in ecclesia et canonica beatissimi Sancti Ioanni batista, sito intra anc Florentina civitate». Il significato preciso del termine domus, privo di qualsiasi specificazione, è ancora incerto, sebbene sia evidente un riferimento al centro di potere vescovile urbano, alla chiesa matrice, dedicata ancora al solo san Giovanni; non è però possibile riconoscere un edificio o un insieme di edifici concentrati sotto quel titolo. Tra la seconda metà del IX e la fine del X secolo, la terminologia riferita alla chiesa principale e alle istituzioni che vi facevano capo si arricchisce di elementi che rendono più complessa l’opera di individuazione dei diversi corpi di fabbrica e della loro funzione. Si dà per assunto che sin da quel periodo, senza riferimenti alle vicende architettoniche successive, il centro episcopale fosse costituito da più edifici, quandanche il linguaggio giuridico tendesse ad accorpare in un più vasto orizzonte semantico le diverse unità in un solo vocabolo. Tali edifici dovevano essere: la chiesa matrice, l’ecclesia per antonomasia della città, la residenza del presule e gli alloggi per il personale al suo servizio, laico ed ecclesiastico, come strutture fondamentali minime; dati i confronti con altre sedi diocesane dell’Italia centro-settentrionale potevano aggiungersi, inoltre, la torre campanaria, la canonica – o residenza comune del clero – il battistero, ospedali e impianti d’accoglienza, talvolta altre chiese. Il linguaggio utilizzato nella documentazione di quel periodo è distante dalla precisione con cui solo due secoli più tardi le fonti ecclesiastiche denoteranno i singoli edifici di culto; precisione che tradisce una progressiva definizione delle competenze assegnate agli spazi dedicati alla liturgia e alla riunione. I vocaboli impiegati per indicare il centro episcopale sono domus, ecclesia, canonica, episcopatus, episcopium, tutti riferiti al titolo di san Giovanni, evidente contrazione, sciolta in san Giovanni Battista solo dall’89785. La parola che tra queste spicca per chiarezza è canonica che, anche qualora non volesse indicare un edificio, denoterebbe il collegio clericale di quell’istituzione, quindi la sua funzione. Sebbene dalla piena età carolingia fosse stato introdotto il precetto della vita comune del clero, non sempre i canonici rispettavano la condivisione dell’abitazione ed è quindi probabile che il riferimento fosse al gruppo86. 86 È possibile che un’abitazione condivisa dai canonici si sviluppasse solo nel secolo XI, quando, nel pieno della riforma, venne ripristinato il modello della vita comune del clero e dunque la canonica come istituto e come edificio, in cui alcuni membri del capitolo effettivamente risiedevano. Questo si evince e dall’espressione «canonica regolare» che compare nella documentazione a partire dal 1050; vedi Piattoli, doc. 55, pp. 150-152. 87 Ivi, Introduzione, pp. V-VI. 88 C. Du Cange, Glossarium mediae et infimae latinitatis conditum a Carolo du Fresne domino Du Cange, auctum a monachis ordinis S. Benedicti cum supplementis integris D. P. Carpenterii, Adelungii, aliorum suisque digessit G. A. L. Henschel; sequuntur Glossarium gallicum, tabulae, indices auctorum et rerum, dissertationes, III, Editio nova, Niort, L. Favre, 1883-1887, col. 177 b; J.F. Niermeyer, Mediae Latinitatis Lexicon minus: lexique latin medieval-francais/anglais, a medieval latin-french/english dictionary, perficiendum curavit C. Van De Kieft, Leiden, Brill, 1976, pp. 466-467. 89 P. Aebischer, L’Italien duomo «cattedrale» et ses origines, in «Revue linguistique romane», 31, 1967, pp. 80-88. 90 Ibidem; L. Schiapparelli, Codice Diplomatico Longobardo, II, Roma, Tip. Del Senato, 1933, p.198, 222, 261. 91 Sui criteri di individuazione della chiesa principale in età longobarda e carolingia si veda M. Ronzani, L’organizzazione territoriale delle chiese, in Città e campagna nei secoli altomedievali, Atti della LVI Settimana di Studi della Fondazione CISAM , Spoleto, 27 marzo-1 aprile 2008, I, Spoleto, C.I.S.A.M, 2009, pp. 191-218, in particolare p. 202 su Lucca. Il termine domus, si è visto, ricorre sin dalle carte più antiche e pare gradualmente coincidere, nel significato generale, con quello di ecclesia, cioè con la chiesa maggiore, ma non è del tutto chiaro quanto della sede episcopale designasse. In apertura del suo volume sulle carte della canonica fiorentina, Renato Piattoli spiegava che la domus della documentazione da lui proposta corrispondeva all’odierno «duomo», come sinonimo di chiesa cattedrale; indicava cioè l’edificio di culto e la sua funzione87. La medesima spiegazione è riportata nei principali dizionari del latino medievale, in cui il lemma viene fatto risalire all’espressione domus Dei, ossia chiesa cattedrale nel senso della casa di Dio, dei suoi fedeli e della religione cristiana in genere88. Una più stringente spiegazione filologica di domus, concentrata sull’origine e sul suo utilizzo in Toscana, è data da Paul Aebischer, il quale ritiene, in seguito alla sua disamina del materiale documentario relativo alle chiese episcopali della regione, di poter derivare il significato della parola dall’espressione domus episcoporum89. Secondo lo studioso il termine è il risultato di una graduale semplificazione nella lingua scritta, per economia di spazio, cui si accompagnava una contrazione semantica culminante nell’identificazione tra domus e chiesa cattedrale nel senso moderno. L’analisi parte da documenti lucchesi redatti nel corso dell’VIII secolo, nei quali compare una «ecclesia Beati Sancti Martini, ubi est domus episcoporum»; in quel periodo la domus in questione funzionava, nella lettura di Aebischer, come una sineddoche con cui designare tutto ciò che costituiva la sede episcopale, sebbene l’espressione celasse edifici ben distinti90. La chiesa cui si legava la dignità del vescovo, la principale istituzione urbana per la quale era stato ordinato, era quella nei pressi della sua residenza, luogo quest’ultimo che nel linguaggio giuridico diventava il simbolo dell’intero vescovato91. Non è del tutto chiaro, però, se con domus si richiamasse l’abitazione vera e propria del presule o se, piuttosto, in chiave puramente metaforica, si volesse indicare l’istituzione cui era legata la sua funzione ecclesiastica, dunque la chiesa principale intesa come casa dei vescovi. Nel corso del IX secolo la formula è stata abbreviata in diversi modi, prima con una semplice contrazione della specificazione «domus epis.», poi con l’eliminazione del complemento di luogo e del verbo «Eccl. beati Sancti Martini, domus episcoporum», infine con la ricomposizione semplificata «pertinentes domui Episc. S. Martini» in un atto dell’844, in cui la residenza stessa assorbiva il titolo della chiesa vescovile92. Anche a Firenze la chiesa principale è identificata, in alcune circostanze, dalla presenza del vescovo nella sede diocesana, sebbene la formula domus episcoporum non sia mai impiegata: nel privilegio dell’898 l’imperatore Lamberto cede dei possedimenti «ecclesiae Beati Iohannis episcopatui Florentino, cui Grasulfus venerabilis episcopus auctore Deo preesse videtur» e nella donazione del 967 fatta alla «ecclesia domui Sancti Ioanni, sito intra ac Florentina civitatem, ubi modo Sihelmo episcopus esse videtur», dove la contrazione dell’espressione è associata alla presenza del presule93. La parola ecclesia è del tutto tralasciata in una notitia iudicati dello stesso anno, memoria di un pubblico giudizio tenutosi «in atrio domui episcopatui Sancti Iohannis episcopio ipsius civitatis»94; da questa descrizione del luogo emerge la possibilità di utilizzo del nome del santo titolare in ogni circostanza, anche per indicare la sola residenza del vescovo. 92 P. Aebischer, L’Italien duomo, pp. 82-83. 93 Piattoli, doc. 7, pp. 21-23; 17, pp. 51-53. 94 Ivi, doc. 16, pp. 47-51. 95 Ivi, pp. 85-86. Si deve osservare che secondo alcuni la charta ordinationis dell’852 sarebbe un falso prodotto dal vescovo Podo II nel X secolo che, una volta riottenute dal marchese di Tuscia le rendite di Sant’Andrea, voleva assicurarsi un documento attestante l’originaria donazione al capitolo del monastero da parte di Ludovico II; in proposito si veda P. Pirillo, Firenze: il vescovo e la città nell’alto Medioevo, in Vescovi e città nell’Alto Medioevo. Quadri generali e realtà toscane, Convegno Internazionale di Studi, Pistoia, 16-17 maggio 1998, a cura di G. Francesconi, 2001, pp. 185-193. 96 Piattoli, doc. 11, pp. 31-35. Il termine domus aveva gradualmente acquisito il significato e il valore dell’ecclesia cittadina, attraverso quel procedimento di riduzione linguistica che aveva, evidentemente, avuto importanti ricadute anche sul piano del senso. Tale processo, secondo Aebischer, appare compiuto a Firenze nella charta ordinationis dell’anno 85295. In effetti in apertura dell’atto si legge che Radingo era «vir venerabilis, sancte Florentine ecclesie episcopus» e poche righe più sotto si trova la «predicte domui Sancti Iohannis»; la predetta domus può coincidere solo con la chiesa fiorentina, divenuta orami sinonimo della sola ecclesia del vescovo, la futura chiesa cattedrale. Poteva forse essere anche un rafforzativo, come nel caso dell’enfiteusi del 941in cui è detto «ecclesia et domui Sancti Ioanni», come a dire, chiesa principale96. La riduzione dell’orizzonte semantico al singolo edificio, al pari del sistema omnicomprensivo della sineddoche in atto nel secolo precedente, non agevola il riconoscimento dei diversi elementi che componevano il vescovado, che pure dovevano esistere, soprattutto quando non sia del tutto lineare il sistema delle dediche e il ruolo riconosciuto ad ogni edificio. Il quadro fiorentino appare maggiormente intricato dal subentrare di ulteriori termini che non hanno una definizione statica e che, insieme a domus complicano l’interpretazione dei dati topografici, come ad esempio episcopatus ed episcopius. Secondo le definizioni del Du Cange, le differenze sono alquanto sottili, laddove sia il primo che il secondo lemma possono indicare tanto la dignità episcopale, quanto la diocesi soggetta al vescovo. Tuttavia all’episcopium coincidono anche la chiesa cattedrale e la residenza del presule, in base all’indicazione «ut episcopium, quod domus episcopi appellatur» data dal concilio di Meaux – Paris dell’845-846. La ricchezza di definizioni e l’uso, a quanto sembra, abbastanza libero che viene fatto dei due termini nella documentazione impongono, quindi, di valutare caso per caso la loro valenza. Per quanto concerne la residenza vescovile, il significato e la definizione sembrano stabilizzarsi solo dal terzo quarto dell’XI secolo con il termine palatium, riferito alla domus di San Giovanni, che aveva ormai assunto il senso di chiesa episcopale97. La parola è impiegata in alcune notitiae iudicati per indicare il luogo in cui si teneva il pubblico giudizio, cioè la casa del vescovo, il palazzo della chiesa vescovile. È curioso che un analogo atto del 967 la seduta fosse «in atrio domui episcopatui Sancti Ioh(annis) episcopio ipsius civitatis», dove almeno uno dei due termini poteva indicare il palazzo in cui risiedeva il vescovo e l’altro la diocesi98. Sempre in un giudicato del secolo precedente, appare la forma forse più completa per distinguere il palazzo vescovile «in domum Episcopii ipsius civitatis» nei pressi della chiesa di San Giovanni99. Si potrebbe ipotizzare che a Firenze i giudizi presieduti dai membri della corte o dai signori cui era sottoposta la città si svolgessero tradizionalmente nello stesso luogo e che questo corrispondesse alla casa episcopale100. Di conseguenza, quell’episcopio usato alla metà del X secolo poteva essere diventato il palatium di quello successivo, il che darebbe una notizia certa sulla consistenza di quella costruzione, le cui tracce monumentali più antiche sono del tutto andate perdute101. 97 Il palazzo si trova nel placito di Matilde di Canossa tenuto nel 1075 «in Civitate Florentia in via prope Ecclesia Sancti Salvatoris juxta Palatio de Domui Sancti Battista» riportato in L. A. Muratori, Antiquitates Italicae, coll. 969-972. Il termine palatium ricorre anche nelle tre notitiae iudicati del 1061, del 1073 e del 1110 riferite rispettivamente all’abate di San Miniato e alle marchese Beatrice e Matilde, Piattoli, doc. 65, pp. 172-176; 83, pp. 213-215; 152, pp. 368-370. 98 Ivi, doc. 16, pp. 47-51. 99 Si tratta del placito del 4 marzo 897, tenuto dal conte palatino Amedeo, conservato presso l’Archivio diocesano di Lucca, riportato in Muratori, Antiquitates Italicae, coll. 497-499; C. Manaresi, I placiti del Regnum Italiae. 100 Fa eccezione il pubblico giudizio tenuto nell’atrio di Santa Reparata nel 987, Ivi, doc. 19, pp. 56-58. 101 Sugli scavi all’episcopio e relativa bibliografia si veda E. Scampoli, Firenze, archeologia, pp. 62-66. Una volta chiarificati, per quanto possibile, i significati generali assunti da queste parole, si ritiene necessario associare al senso giuridico dato agli organismi che volevano indicare, anche una consistenza monumentale. Nelle carte redatte tra il IX e l’XI secolo, si ritrovano almeno quattro istituzioni facenti parte del centro religioso: la canonica, come si è detto, il titolo di San Giovanni associato a tutto l’episcopio e alla chiesa maggiore, la pieve di Santa Reparata e la domus del vescovo. Come si è detto, la residenza episcopale era il luogo dell’amministrazione diocesana, sede dei giudizi pubblici e simbolo dell’autorità; era munito di un atrio, come si legge nei giudicati, si disponeva nei pressi della chiesa di San Giovanni e più precisamente davanti ad essa, in base all’attestazione dell’897 «in domum episcopii, ipsius civitatis, eius in atrio, ante basilica Sancti Iohanni batista»102. 102 Muratori, Antiquitates Italicae, coll. 497-499; C. Manaresi, I placiti del Regnum Italiae. Il Muratori dà una lezione diversa: «in domum Episcopii ipsius civitatis, in atrio ante Basilica Sancti Iohannis Baptiste». 103 Piattoli, doc. 18, pp. 54-56. 104 Ivi, doc. 19, pp. 56-59. L’atrio è confermato dal ritrovamento di otto basi di colonne davanti alla facciata della Santa Reparata romanica. 105 Ivi, doc. 27, pp. 76-79; 33, pp. 92-94; 42, pp. 117-119, redatti tra la fine del X e gli anni ’40 delll’XI secolo, dove è citato il «territurio de plebi Sancte Reparate in civitate Florentia»; doc. 72, pp. 190-191, del 1066 dove compare l’«ecclesia et plebe Sancte Reparate». Lo stesso placito permette di fare alcune considerazioni in ordine alla chiesa del Precursore, uno dei temi principali di questa ricerca. Come è noto, il problema della datazione del battistero di Firenze, quella che a un determinato punto della storia diviene la chiesa di San Giovanni, passa attraverso una documentazione non particolarmente chiara sui titoli dell’ecclesia, che si alternano e si sovrappongono, e a una situazione archeologica di difficile interpretazione. Nel placito dell’897 occorre il termine basilica che, a differenza di altri impiegati nella documentazione coeva, lascia poco margine di dubbio sull’evidenza fisica di quell’edificio; nel dare una notazione puramente topografica, il placito conferma l’esistenza di una chiesa basilicale prossima alla casa del vescovo, dedicata a San Giovanni Battista. Il titolo che appare nelle più antiche fonti fiorentine, in riferimento all’istituto primaziale, è proprio quello del Precursore, cui si legano tutti gli organismi centrali della diocesi. Altra notizia sul piano materiale è data dal già citato privilegio di Berengario I dell’899, in cui si legge che il Campo Regio, allora donato alla cattedrale, si trovava «prope ipsam ecclesia Beati Ioannis», dove l’avverbio di luogo attribuisce un valore fisico all’edificio. Nella stessa direzione potrebbe collocarsi la notizia data dal privilegio di Ottone II del 983, che conferma i beni alla Chiesa fiorentina, a seguito di un dilapidamento del patrimonio fatto dai pastori di quell’istituto, ormai «diruta et etiam a clericis ibidem servientibus omnino derelicta»103. È possibile che gli aggettivi avessero una connotazione morale e che quindi volessero indicare la corruzione del clero locale, piuttosto che un degrado materiale dell’edificio, ma il termine diruta sembrerebbe evocare proprio questa seconda eventualità. Il discorso si complica con l’introduzione del titolo di Santa Reparata, menzionata per la prima volta in un giudicato del 987; si fa riferimento a un preciso corpo di fabbrica, dotato di un atrio, entro il quale si era svolta la seduta104. Tra la fine del X e l’XI secolo le due dedicazioni compaiono in modo alternativo: in diverse circostanze Santa Reparata è menzionata come pieve105, oltre che come chiesa, mentre proseguono le formule «canonica de domui Santi Iohanni», «ecclesia Sancti Iohannis», «episcopio et domui Santi Iohanni», «ecclesia et domui Sancti Iohannis Baptiste», «ecclesia de canonica et domui Sancti Iohanni» e analoghe varianti. Le cose sembrano cambiare tra la metà degli anni ’60 e gli anni ’90 dell’XI secolo: il titolo di Santa Reparata viene sempre più speso per indicare l’ecclesia, ora quasi sempre associata alla pieve se indicata a nome della martire siriaca; il titolo di San Giovanni viene mantenuto, ma frequentemente associato all’altro. Negli stessi anni compare nella documentazione tale Rozo, che in un primo momento è nominato quale arciprete della chiesa di San Giovanni, rettore della primaziale, e dal 1078 anche come preposto106. La carica associata di archipresbiter et prepositus è riferita tanto alla canonica de ecclesia et domo Santi Iohannis107, quanto alla ecclesia et canonica Sancte Reparate di civitate Florentia108, nello stesso torno di anni; dal 1083 si trovano i titoli associati Rotio archipresbitero et prepositus de ecclesia et canonica Sancti Iohanni et Sancte Reparate, dove la coincidenza del titolare degli uffici e delle cariche, fanno intendere che si trattasse del medesimo luogo109. 106 Ivi, doc. 96, pp. 243-245, breve concessionis fatto nella chiesa di Santa Reparata, condotto da «Rozo prepositus de canonica de ecclesia et domo Sancti Iohannis» e firmato «Rozo sancte Florentine ecclesie archipresbiter et canonicorum prepositus», a riprova che la Chiesa fiorentina avesse ancora quella denominazione. 107 Ivi, doc. 98, pp.248-250, del 1078; 102, pp. 257-259, 1079; 104, pp. 261-263, del 1081, e ancora nel 1082 doc. 107, pp. 267-269 e nel doc. 111, pp. 276-278, del 1084, così nel privilegio dello stesso anno del vescovo Ranieri alla canonica del Battista, detta anche «primitiva ecclesia», 112, pp. 278-281. 108 Ivi, doc. 100, pp. 253-255; 107, pp. 265-267. 109 Ivi, doc. 108, pp. 270-271; 124, pp. 307-308; 126, pp. 311-314. 110 Tra la seconda metà dell’XI e il XII secolo, le canoniche cattedrali acquisirono un’autonomia e un potere del tutto nuovi rispetto al passato, spesso preminente anche su quello del vescovo. In questa prospettiva si può comprendere lo sforzo del clero locale di promuovere la propria immagine sia attraverso il simbolo della santità episcopale locale, assicurato dalla traslazione narrata da Lorenzo, sia con la definizione del profilo istituzionale di Santa Reparata, diverso da quello dell’episcopio; E. Rotelli, Il capitolo della cattedrale, pp. 2- 5. Certo l’associazione delle dediche non deve essere stata frutto un processo neutro, probabilmente legato alla definizione dell’identità dei membri del clero cattedrale e ai vari benefici collegati a determinati uffici; a questo proposito si nota come in un memoriale restitutionis del 1084 sia affermato con una certa forza «ad honorem itaque Sanctissimi Iohannis Baptistae, in cuius nomine Florentina ecclesia dedicata permanet», dove il senso di rimanere deve essere valutato alla luce dell’affermazione del titolo alla santa vergine. Si potrebbe, forse, intravedere una disputa tra istituti raccolti sotto lo stesso tetto: il primo titolo della pieve urbana, Reparata, che come altra matrice del contado aveva sotto la propria giurisdizione una certa porzione territoriale, e quello del Precursore che si legava alla dignità episcopale della città e all’intera diocesi. Proprio la compresenza nello stesso tempio di entrambe le funzioni deve aver gradualmente incentivato, dalla prima metà dell’XI secolo, i canonici a spingere per il riconoscimento di quel secondo titolo, come indicano la Vita Zenobii di Lorenzo d‘Amalfi, la falsa donazione della corte di Cintoia (retrodatata all’età longobarda) e la donazione del 1089 alla «ecclesia et canonica Sancti Zenobi et Sancte Reparate», per richiamare la chiesa, ma non l’episcopio110. I titoli, quindi, sono coesistiti fino a sovrapporsi, il che consente di affermare che l’edificio in questione fosse uno solo, sebbene le istituzioni fossero diverse: la canonica, la pieve e la cattedrale. Il che indurrebbe a credere che non esistesse alcun battistero, almeno nel lungo periodo che va dalla fondazione della prima basilica, poi Santa Reparata, alla citazione dello stesso in fonti narrative tarde, come le cronache. Tale confusione può essere spiegata, se non risolta con alcune considerazioni a proposito dei riferimenti ai corpi di fabbrica nelle fonti notarili e ai titoli in esse utilizzati. In primo luogo si deve considerare del tutto superflua la citazione di un impianto battesimale, in particolare negli atti di provenienza imperiale, marchionale, vescovile o papale; gli unici riferimenti effettivi ad elementi strutturali riconoscibili sono quelli fatti all’atrio degli edifici che ospitavano fisicamente i pubblici giudizi. Questo appare ancora più verosimile se parametrato al periodo coperto dalla documentazione; altra sarà la sorte riservata ad edifici come il Bel San Giovanni dei secoli successivi, divenuti espressione di altri contenuti e valori. E in generale si rimarca la tendenza a non trattare dell’edificio battesimale nelle fonti altomedievali, come ha osservato Picard a proposito delle regole scritte, non curanti dell’organizzazione dello spazio battesimale111. 111 J.CH. Picard, Ce que les textes nous apprennent sur les équipements et lemobilier liturgique necessaire pour le baptême dans le sud de la Gaule et l’Italie du nord, in Actes du XIe Congres international d’archeologie chrétienne,, II, Lyon, Grenoble, Genève, Aoste, 21-28 settembre 1986, Rome, École Francaise de Rome, pp. 1451-1474. L’autore riscontra come nelle fonti medievali non si avvertisse mai il bisogno di parlare dell’architettura del battistero e della sua configurazione, fatta eccezione per pochissime norme in cui il divieto o la prescrizione possono suggerire l’organizzazione spaziale, come il canone XV del sinodo di Auxerre «non licet in baptisterio corpora sepelire». 112 R. Farioli Campanati, Note sulla primitiva cattedrale, pp. 449-451. L’atto dell’897 che parla di una basilica di San Giovanni faceva sicuramente riferimento a un edificio longitudinale e non a un battistero, la cui esistenza non deve comunque essere compromessa, come si diceva, dalla mancanza di notizie al suo riguardo, ammesso un riscontro con fonti di altra natura. Sotto quel titolo, fino almeno al tardo X secolo, si sono concentrate tutte le istituzioni centrali della diocesi ed è probabile che, oltre a una sua generica diffusione tipica dei territori del dominio longobardo, a Firenze si radicasse in mancanza di una santità locale e che andasse a comprendere anche tutti gli edifici dell’insula episcopalis, primo tra tutti un eventuale battistero. Secondo Farioli Campanati, come nel caso di Roma e poi di Lucca, la dedica al Battista andava ad indicare o rafforzare la funzione battesimale assolta da una chiesa, in particolare della primaziale112. Quella funzione doveva esistere sin dalle origini per la chiesa matrice fiorentina, che si ritiene qui essere sempre stata in luogo dell’attuale, in accordo allo sviluppo seguito dai gruppi episcopali nell’Italia centro-settentrionale prospettato da Cantino Wataghin e colleghi. In quella disamina era anche fatto riferimento, per le regioni centrali, alla presenza del battistero autonomo come demarcatore della dignità vescovile di un edificio di culto; nel caso di Firenze, gli autori hanno sostenuto una datazione all’età tardoantica del San Giovanni, sebbene diversi indizi portino a ricondurlo a un diverso momento storico. Come si vedrà in seguito, si sono conservate tracce archeologiche che possono associare alla prima chiesa un impianto battesimale autonomo, diverso da quello oggi visibile e difficilmente riconducibile agli albori della cristianità fiorentina, ma non fonti di altro genere. Se la documentazione scritta nulla può confermare a proposito di un edificio tardoantico, è però in grado di fornire qualche nozione a proposito della struttura attuale, sulla sua costituzione e su alcune caratteristiche. Negli atti della canonica redatti tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo, come si è detto, il titolo di Santa Reparata diventa preminente, anche se mai impiegato per indicare la diocesi o la residenza vescovile, sempre intitolata al Battista, tranne in un’occorrenza113. Alle cariche di arciprete e preposito della Chiesa fiorentina, che si ritrovano sia connesse sia separate, si aggiunge nel 1113 quella di custos, della chiesa di San Giovanni. Si tratta di un privilegio in cui il vescovo Ranieri concede i propri beni alla canonica dei Santi Giovanni e Reparata, firmato, tra gli altri esponenti del clero, da un Rodolfo «presbiter et custos Sancti Iohannes» e da un Enrico «Sancti Iohannes canonicus». Normalmente non era specificata l’appartenenza istituzionale di un membro del capitolo, sebbene non sia l’unico caso sotto il governo di Ranieri, come a voler indicare una diversa provenienza; il termine di custode, al pari di un rettore di qualsiasi altra chiesa, rimanda proprio ad un incarico legato ad un edificio diverso. Questa idea è stata alimentata dalla presenza nel decennio successivo di un Giambono «prepositus et archipresbitero, custos et rector de ecclesia et canonica Sancte Reparate», il cui ruolo era evidentemente legato alla cattedrale114. 113 Si veda tra tutti il giudicato presieduto da Matilde di Canossa «in palatio domus Sancti Iohannis»; Piattoli, doc. 152, pp. 368-370. L’eccezione è in un atto del 1090 in cui è menzionato il preposito e arciprete Rozo «de ecclesia et domui Sancte Reparate», che dunque farebbe timido riferimento anche alla circoscrizione diocesana; Ivi, 143, pp. 345-348. 114 Ivi, doc. 181, pp. 432-434. 115 F.L. Del Migliore, Firenze Città nobilissima illustrata, (1684), ristampa fotografica, Bologna, Forni Editore, 1968, p. 111. Questo punto verrà ampliato nel secondo paragrafo del capitolo successivo. Nel privilegio del 1113, si ha, inoltre, la prima notizia di un altare dedicato al Precursore presso l’omonima chiesa, davanti al quale l’atto era stato siglato; se in quel periodo la chiesa era, di regola, riportata sotto il titolo della martire, si deve supporre che il luogo di rogazione fosse diverso e non lo stesso chiamato in un altro modo e che avesse un suo custode, probabilmente scelto tra i canonici del capitolo maggiore. Da queste brevi informazioni prende forma l’idea dell’esistenza di un edificio intitolato al Battista e corrispondente al battistero oggi esistente. La sua costruzione è stata a lungo oggetto del contendere tra gli studiosi di diverse epoche, spesso condizionati da tradizioni storiografiche, miti d’origine e letture viziate delle apparenze, schierati sul fronte di una datazione tardoantica, ovvero su quello di un’assegnazione ai secoli centrali del Medioevo. Sebbene sia difficile averne una riprova, si intende partire proprio da una tradizione storiografica che vuole la riconsacrazione del San Giovanni da parte del papa Niccolò II, già vescovo di Firenze, nell’anno 1061 (o 1059), come indicava Carlo Strozzi in età moderna; del ricordo strozziano fanno menzione Del Migliore alla seconda metà del XVII secolo e ancora il Davidsohn115. La prima attestazione medievale della consacrazione di San Giovanni si trova invece nel Ritus in ecclesia servandi, libro ordinario della cattedrale fiorentina, prodotto nella secondà metà del XII secolo, e sarà ripresa anche dal Mores et consuetudines ecclesiae florentinae dell’inizio del XIII secolo. Nell’ipotesi di Guido Tigler, la riconsacrazione avrebbe invece riguardato la basilica maggiore che alla metà dell’XI secolo era, in effetti, più conosciuta come San Giovanni; tuttavia, quanto riportano i manoscritti, cioè le fonti più vicine all’ipotetica bolla papale, è riferito al battistero oggi visibile. Dalla lettura delle prescrizioni liturgiche del primo ordinario si apprende, infatti, che due corpi di fabbrica già definiti, Santa Reparata e San Giovanni, fossero perfettamente funzionanti e impiegati quotidianamente nelle celebrazioni. Il che riporta alla mente il privilegio del vescovo Ranieri, firmato nella chiesa di San Giovanni Battista, davanti all’altare maggiore della stessa e alla presenza del suo custos. È, infatti, possibile che a partire dalla metà dell’XI secolo il complesso episcopale venisse rinnovato, sotto la spinta di presuli particolarmente potenti, come Gerardo di Borgogna (poi eletto al soglio pontificio) e Ranieri, e con il sostegno, in un secondo momento, della nuova élite politica comunale, nata in seno al potere vescovile urbano116. Le evidenze archeologiche attestano una nuova fase di Santa Reparata proprio nella seconda metà del secolo XI e contestualmente si deve collocare l’edificazione del battistero giovanneo, come tutte le fonti scritte sembrano suggerire. 116 Come si vedrà in seguito, la tesi che qui si vuole sostenere si fonda proprio su quest’idea: nella prima età comunale i complessi episcopali sono stati in larga parte rinnovati per ragioni di immagine istituzionale, sia per un maggiore potere acquisito dai vescovi nel periodo della riforma, sia per la loro funzione di garanti dell’autorità nella fase aurorale del comune. A questo si aggiungono cause di ordine materiale, dettate dal deperimento degli impianti precedenti e dall’inadeguatezza delle strutture alla nuova immagine urbana, implementata, come si diceva sia dal potere del episcopale, sia dalla nuova autorità civile. 3.4 Considerazioni sul sito della cattedrale Secondo la lettura di fonti incrociate qui proposta, il sito dell’odierna cattedrale corrisponde al luogo della sua primitiva fondazione, contro una tradizionale interpretazione delle fonti agiografiche che vorrebbero rivedere nel San Lorenzo l’originaria sede episcopale, in base a modelli storiografici ormai desueti che rivedono nella chiesa martiriale extramurana la sede dell’episcopato (fig. 132). Come si è visto, nel corso del tempo si è affermata l’idea che la basilica fondata da Ambrogio, per una gioco puramente onomastico, fosse la chiesa laurenziana e che l’autorità di tale dedicazione ne assicurasse la dignità di cattedrale. Ipotesi viziata da un’interpretazione poco attenta delle leggende redatte sul protovescovo fiorentino, san Zanobi. È nel quadro delle lotte tra istituzioni ecclesiastiche cittadine, dove si è sviluppata una produzione documentaria e narrativa che molto ha giocato sulle fonti paleocristiane, che si deve collocare l’identificazione della basilica laurenziana con la cattedrale delle origini, a discapito della sede ufficiale che molto potere rivendicava per sé. La rarità della pratica di trasferimento della chiesa episcopale, ove non dimostrabile da fonti dirette, rende improbabile una sua attuazione a Firenze, dove esisteva già in età tardoantica una chiesa di dimensioni considerevoli, dotata di una solea per l’ingresso liturgico del clero (come nelle principali chiese episcopali) e di un impianto per il battesimo, in quella fase amministrato solo presso le primaziali. La chiesa poteva anche aver ricevuto le spoglie di Zanobi al tempo del vescovo Andrea, riconosciuto in quella figura episcopale di spicco dell’entourage clericale toscano del IX secolo, ma questo non avrebbe denotato lo spostamento della sede diocesana, quanto una migliore sistemazione per il patrimonio devozionale locale, cui si poteva legare un modello di santità vescovile rappresentativo dell’unica istituzione episcopale urbana. La notizia deve poi essere acquisita nella giusta prospettiva storiografica: è trasmessa da due diverse lezioni, di cui solo la più tarda, che qui si ritiene essere quello dello pseudo-Simpliciano, fa menzione del vescovo Andrea, contestualizzato, per altro, nel V secolo, non nel IX. Le due leggende sembrano operare nella direzione del capitolo maggiore, conferendo particolare valore al clero e alla chiesa fiorentina delle origini, di cui quella contemporanea doveva essere specchio. La documentazione notarile, precedente alle fonti agiografiche, offre informazioni relative alla cattedrale solo a partire dalla metà del IX secolo. Sembra molto difficile ricostruire la consistenza architettonica del gruppo episcopale durante l’alto medioevo, sebbene alcuni spunti sui corpi di fabbrica e sulle relative istituzioni permettano alcune considerazioni. La chiesa principale era una sola, non esisteva il Bel San Giovanni dell’età dantesca, ma forse un impianto minore che le fonti non avevano alcun interesse di nominare. Questa era dotata di un atrio ed era disposta nei pressi, verosimilmente di fronte, alla residenza del vescovo. La dedicazione della basilica si muoveva attorno ai due titoli di San Giovanni Battista, il primo attestato e associato in genere a tutto il gruppo episcopale, e di Santa Reparata, probabilmente diffusosi da Lucca, città maggiore della marca di Tuscia. Mentre l’episcopio è rimasto sempre legato al nome del Precursore, si definiva il profilo della prima pieve urbana, dedicata alla martire siriaca e che, gradualmente, assorbirà per intero la dignità episcopale di quella chiesa. Questo è avvenuto in modo consistente nel periodo di fondazione del battistero odierno, da subito configurato come chiesa indipendente, con una dignità monumentale propria e inedita. L’edificio intitolato al Battista sembra esistere già sotto l’episcopato di Ranieri, chiuso nel 1113, e completamente in uso per le funzioni liturgiche del clero cattedrale entro la fine del XII secolo; la sua fondazione potrebbe risalire al 1061, per volontà del papa Niccolò II, che nello stesso periodo promuoveva il restauro e la riconsacrazione di altre fabbriche fiorentine, come il monastero di Santa Felicita e la basilica di San Lorenzo. Se il caso del battistero fosse analogo a quello degli altri due edifici di culto, si potrebbe trattare della nuova fase di un insediamento precedente, rinnovato insieme al resto del complesso per nuove esigenze maturate della società urbana. 4 Il battistero di Firenze Il dato che emerge con maggiore forza sulla plurisecolare vicenda critica del battistero fiorentino è il paradosso storiografico sulla sua datazione. La critica si divide tutt’ora sulla sua attribuzione all’età tardoantica, in linea con la tradizione ideologica impostata già nel XII secolo, o all’età romanica, con varianti che propendono per un’identità longobarda e perfino gotica1. 1 Per la vicenda critica si veda G. Morolli, L’architettura del battistero e “l’ordine buono antico”, in Il battistero di San Giovanni a Firenze, a cura di A. Paolucci, Modena, Panini, 1994, pp. 32-132. 2 E. Scampoli, Firenze. Archeologia di una città (secoli I a.C. XIII d.C.), Firenze, Firenze University Press, 2010, p. 59. Chiaro è che secoli di speculazione a proposito del Bel San Giovanni abbiano influenzato una sua disamina in forza delle fonti e dei dati oggettivi emersi dalle indagini archeologiche e dai raffronti con il panorama monumentale italiano. Il battistero di Firenze è palesemente caratterizzato da una facies antichizzante, scelta che deve essere necessariamente ricondotta al giusto contesto socio-politico e nella prospettiva culturale adeguata a tale elaborazione formale, in base al gusto e al sentimento sociale della civiltà che lo ha elaborato (figg. 84, 133-134). Nella presente trattazione si dà per assunto che un edificio progettato in età paleocristiana difficilmente si possa essere conservato inalterato fino ai nostri giorni e che la realizzazione di una tale struttura in una realtà provinciale, come quella della Florentia romana, avrebbe lasciato ben altre tracce nel corso della storia. Si sarebbe, infatti, trattato del più grandioso battistero della cristianità delle origini, maggiore, per dimensioni e magnificenza, a quelli delle capitali e residenze imperiali, dominanti sul piano politico e culturale, e più vasto della basilica con cui andava a costituire il gruppo episcopale. A questo si aggiunga che tra le quote pavimentali della fase paleocristiana della Santa Reparata e del battistero oggi visibile c’è almeno 1 m di differenza, iato che non può essere spiegato dalla presenza di un podio o eventuale altro basamento nel San Giovanni, elemento che non avrebbe altri riscontri in Italia2. L’ipotesi tardoantica non appare, pertanto, perseguibile, ma sicuramente degna di una qualche riflessione, per l’efficacia che tale impostazione interpretativa ha avuto a livello diacronico e per la forte impronta data agli studi. Come si vedrà nei paragrafi successivi, la necessità avvertita dalla civiltà comunale, di cui il battistero è realmente prodotto, di dare nobile fondamento alle proprie origini ha indotto la produzione di un modello culturale nel quale identificarsi, i cui riferimenti erano diversificati a seconda delle parti sociali coinvolte nella sua costituzione. Per i secoli centrali del Medioevo si deve, infatti, credere che la costruzione di un edificio di culto, soprattutto se appartenente al centro religioso della città, richiedesse uno sforzo collettivo che si rifletteva tanto nello specifico architettonico, quanto nella vicenda culturale che lo riguardava. L’aspetto antico del battistero deve dunque essere spiegato in relazione a queste istanze, e alle istituzioni che ne erano portatrici, non ricondotto a una mitica fondazione paleocristiana, sconsigliata dalle ragioni sopra citate. 4.1 Indagini archeologiche Nel 1895, sotto la direzione scientifica di Corinto Corinti, si è aperta la stagione archeologica del battistero di Firenze, parzialmente interessato dai sondaggi eseguiti durante i lavori di demolizione del palazzo vescovile verso la piazza (fig. 135)3. 3 E. Galli, Dove sorse il ‘Bel San Giovanni’, in «Rivista d’Arte», 9, 1, (1916), pp. 81-120. Un primo sondaggio è stato eseguito nel 1887 per la deposizione di tubazioni, dal quale erano emerse murature romane. Per le indagini e le riflessioni sul palazzo episcopale si veda G. Maetzke, L’episcopio: testimonianze archeologiche dai vecchi scavi in piazza S. Giovanni, in Il Bel San Giovanni e Santa Maria del Fiore. Il centro religioso di Firenze dal Tardo Antico al Rinascimento, a cura di D. Cardini, Firenze, Le Lettere, 1996, pp. 179-189. 4 E. Scampoli, Firenze. Archeologia, pp. 29-31. 5 F. Toker, Archaeological Campaigns below the Florence Duomo and Baptistery (1895-1980), Turnhout - London, Brepols - Harvey Miller Publishers, 2013, pp. 27-28 parla di una piscina a ferro di cavallo inserita in un giardino, a riprova delle modifiche strutturali avvenute nella domus. 6 E. Galli, Dove sorse, 1, pp. 95-96. Nello stesso ambito sono state scoperte alcune inumazioni medievali. 7 G. Villani, Nuova Cronica, II, 5 (d’ora in poi Villani). Le preesistenze di maggiore interesse rinvenute nello scavo sono la strada, il cardo massimo che correva davanti all’attuale facciata dell’arcivescovado, e un consistente nucleo abitativo, con impianto termale, assegnato alla prima età imperiale, con tracce di frequentazione che si spingono fino alla Tarda Antichità. Le nobili pavimentazioni musive, le dimensioni e gli impianti, hanno ricondotto la struttura a una ricca domus di età giulioclaudia4; in seguito ne sono state scoperte altre porzioni sotto e a sud del battistero (fig. 136)5. Dati i buoni risultati dei sondaggi, l’indagine si è spinta fino al prospetto Nordoccidentale del San Giovanni, dove gli scavatori hanno rinvenuto la fondazione «a filaretto di pietra forte» di quel settore, insistente sulla pavimentazione musiva romana6. È stato subito escluso un rapporto tra le strutture di età imperiale e il San Giovanni, le cui fondazioni tagliavano la pavimentazione musiva, così come è stato del tutto sfatato il mito del tempio di Marte introdotto da Giovanni Villani nel XIV secolo fig. 138)7. Presso il lato occidentale, già nei lavori del 1887 era emersa un’abside sottostante la scarsella rettangolare, fatto che ha spinto il Corinti a riaprire in quel punto e portare a scoprimento la muratura semicircolare, caratterizzata da diverse riseghe che si allargano verso il fondo (fig. 137). Si ritiene che l’abside fosse la prima versione della scarsella, introdotta solo all’inizio del XIII secolo, forse in relazione all’acquisizione della reliquia del braccio di san Filippo8. 8 F. Toker, Archaeological Campaigns, pp. 19-20. 9 Sugli scavi nel battistero e i lavori di restauro si veda L. Marino et al., Nuove indagini al battistero di Firenze, in 1983-1993: dieci anni di archeologia cristiana in Italia. Atti del VII Congresso Nazionale di Archeologia Cristiana, Cassino, 20-24 settembre 1993, a cura di E. Russo, Cassino, Edizioni Università di Cassino, 2003, pp. 271-281. 10 C. Corinti, Gli attuali scavi del Battistero di S. Giovanni. Appunti e riflessioni di Corinto Corinti, Manoscritto L 475 g del Kunsthistorisches Institut di Firenze, ff. 2-3; E. Galli, Dove sorse “il bel San Giovanni” (Continuazione e fine), in «Rivista d’Arte», 9, 3, (1918), pp. 161-217. 11 C. Corinti, Gli attuali scavi, f. 4; riteneva che l’abside maggiore trovata nel 1895 non fosse mai stata proseguita, o forse esistita in elevato per un breve periodo. Potrebbe trattarsi di un’abside incompleta, come sembra indicare la mancanza di corrispondenza nel lato settentrionale del presbiterio; L. Marino et al. L’ipogeo del battistero di Firenze, in S. Maria del Fiore. Rilievi, documenti, indagini strumentali, interpretazione. Piazza, Battistero, Campanile, a cura di G. Rocchi Coopmans de Yoldi, Firenze, Il Torchio, 1996, pp. 69-72. La seconda campagna di scavi è stata condotta sotto la direzione di Giuseppe Castellucci e di Edoardo Galli tra il 1912 e il 1915, in occasione delle celebrazioni per il sesto centenario della morte di Dante Alighieri, con lo scopo di restituire al battistero l’aspetto del tardo Duecento, quando il poeta aveva ricevuto l’iniziazione. Le indagini facevano seguito a una serie di restauri iniziati alla fine dell’Ottocento, relativi alle coperture, alle incrostazioni marmoree e a parte dei mosaici, su iniziativa dell’Opera del Duomo9. La fonte iconografica su cui si è basato il progetto è il disegno del 1576 eseguito da Bernardo Buontalenti per i lavori di rinnovo nel battistero in occasione del battesimo di Filippo de’ Medici (fig. 139). La planimetria dell’architetto, insieme alle note di suo pugno, informano sull’assetto interno dell’edificio precedente al restauro cinquecentesco, dotato di una vasca battesimale maggiore e di un coro per i sacerdoti, entrambi delimitati da un recinto. Oltre al nucleo per l’iniziazione si distingueva, quindi, anche un’area presbiteriale che ancora nel XVI secolo era destinata al clero. Per la prima volta le indagini archeologiche hanno interessato l’area interna del San Giovanni, mettendo in luce alcuni elementi di grande importanza per la definizione della cronologia relativa del sito. Con l’esplorazione sotto l’attuale piano di calpestio affidata a Castellucci, si voleva stabilire il punto preciso dell’area presbiteriale in cui era collocato l’altare maggiore medievale e il luogo dove si disponeva la vasca coeva; venne pertanto smontato l’altare settecentesco di Girolamo Ticciati, poi sostituito da un rifacimento in stile “romanico” dello stesso Castellucci. A 2 m sotto il piano pavimentale sono riemerse tracce di una pavimentazione marmorea analoghe a quelle trovate in precedenza nella piazza, secondo il Corinti pertinenti a una piccola area forense; mentre a una quota inferiore è comparso nuovamente il pavimento a mosaico, che attesta l’estensione della domus scoperta a ovest e a sud del battistero10. Sotto il presbiterio è stata ritrovata un’altra muratura semicircolare, di minori dimensioni rispetto a quella vista sotto la fondazione rettilinea della scarsella nel 1895 e ritenuta più antica, che Galli riconduceva però a una struttura scalare per l’accesso a un’eventuale cripta11. In mezzo al vano della scarsella è stata individuata una sostruzione in muratura a sacco attraversata da un arco, identificata con il basamento per l’altare maggiore, insistente sul piano dei mosaici (fig. 140)12. 12 Ivi, pp. 181-183. La pavimentazione marmorea di cui riferisce anche il Corinti è stata ricollegata dal Galli a un possibile piano della cripta sottostante la scarsella; la breve estensione del rivestimento marmoreo attestata da Castellucci, lo confermerebbe. Della struttura ipogea non sono però rimaste tracce e il pavimento marmoreo potrebbe costituire una fase successiva dell’insediamento domestico, forse di III secolo; si veda in proposito M. Cardini, L’ipotesi tardo antica del battistero, in Il Bel San Giovanni, p. 78. 13 Lo scopo di questa parte dell’investigazione, o forse del resoconto del Galli, era chiaramente quello di portare alla luce la ricca pavimentazione musiva della domus romana, come dimostrato dalla superficialità delle indagini e delle riflessioni sulle strutture murarie nell’area presbiteriale e al centro del battistero. Per l’ottagono e la controversia ad esso relativa si veda F. Toker, A Baptistery below the Baptistery of Florence, in «The Art Bulletin», 58, 1976, pp. 157-167. 14 L. Marino et al., Nuove indagini, p. 274-275. 15 C. Corinti, Gli attuali scavi, f. 11. 16 M. Cardini, L’ipotesi tardo antica, pp. 87-88. 17 G. Galli, Dove sorse, 3, pp. 189-190. L. Crociani, La liturgia battesimale, in Il Bel San Giovanni, p. 56. La struttura è stata quasi del tutto rimossa a favore del mosaico rinvenuto nell’area; il blocco era simile alla fondazione dell’altare, ma in muratura piena e aveva un condotto di scarico delle acque che confluiva nel medesimo punto dell’impianto dell’ottagono. Si rammenta che il Crociani segue l’ipotesi della fondazione tardoantica del battistero, quindi lega la vasca minore alla pratica della lavanda dei piedi e la colloca in un periodo in cui l’adesione a modelli liturgici ambrosiani doveva essere più forte. 18 L’ipotesi è di G. De Angelis D’Ossat, Il battistero di Firenze: la decorazione tardo-romana e le modifiche successive, in IX Corso di cultura sull’arte ravennate e bizantina, Ravenna, Dante, 1962, pp. 221-232; poi accolta da P. Testini - G. Cantino Wataghin - L. Pani Ermini, La cattedrale in Italia – Schede (L. Pani Ermini, scheda su Firenze), in Actes du XI . Congrès international d’archéologie chrétienne, Lyon, Vienne, Grenoble, Genève, 21 - 28 septembre 1986, I, Città del Vaticano, 1989. La presunta seriorità dell’inumazione deporrebbe a favore di una datazione paleocristiana del battistero fiorentino. Al centro dell’edificio è emerso un ottagono in pietra forte di circa 9 m di diametro, alto 2 m, letto dal Galli come fondazione della piscina originale, con un dado quadrangolare concentrico di 3 m di lato in bozze e calcina, probabile fondamento del fonte quadrangolare duecentesco, sempre insistenti sul piano dei mosaici romani (figg. 141-142, 144)13. La struttura ottagonale ha fondazioni profonde, di almeno 50 cm sotto il livello dei mosaici, e pare avesse un pavimento interno in cocciopesto, più basso di 30 cm rispetto a quello marmoreo, oggi non più visibile14; i lati misurano in media 3,4 m e circoscrivono uno spazio interno di circa 6,5 m di diametro. Secondo Corinto Corinti, il blocco centrale, «un sodo di pianta quadrata», era stato un altare dei tempi antichi, poi fondamento del fonte descritto da Dante, e presentava sul lato orientale una decorazione pittorica su intonaco di circa 20 cm15. Entrambi gli elementi presentano una risega interna larga circa 15 cm, che avrebbe potuto fornire appoggio al pavimento di una vasca a immersione16. Tra queste strutture e la fondazione dell’altare è stata ritrovata anche un’altra sostruzione rettangola, collegata da Castellucci a un fonte sussidiario, che ad opinione del Crociani poteva assolvere alla pratica post battesimale della lavanda dei piedi (fig. 143)17. Tra le fondazioni dell’angolo Sud-Ovest e della scarsella è stata ritrovata una tomba altomedievale, che aveva molto appassionato il Galli e sulla quale la critica, sin da allora, si è tanto spesa: l’elemento sembra, infatti, investito dalle murature dell’edificio, decretandone la posteriorità rispetto a quella fase di sepoltura, sebbene alcuni la ritengano in appoggio alle strutture perimetrali, dunque successiva al battistero18. In questa sessione di lavori è emersa per la prima volta la doppia fondazione del San Giovanni, costituita da due murature concentriche, ma indagate con una certa attenzione solo qualche anno più tardi (fig. 145). Altri sondaggi vennero effettuati nel settore Sud-occidentale negli anni seguenti, ma la necessità di sistemare il battistero in occasione delle celebrazioni dantesche ha costretto il Castellucci a sospendere i lavori e richiudere il pavimento. In quel periodo è stato spostato il piccolo fonte trecentesco (fig. 146) dal settore Sud-Ovest a quello Sud-Est e sono stati rinvenuti un pavimento in cocciopesto alla quota degli edifici romani e la fondazione irregolare per un sostegno verticale19 Lo stesso architetto è stato artefice della ricostruzione del fonte battesimale detto «di Dante», demolito da Buontalenti nel 1577, completo dalla recinzione ottagonale suggerita dal disegno cinquecentesco (fig. 147)20. 19 C. Nenci, Famosus Templum similis domus est sibi nulla. Il Battistero di Firenze da mito storiograficoletterario a monumento storico da tutelare, Tesi di dottorato, Università di Firenze, pp. 137-140. 20 L. Marino et al., Nuove indagini, pp. 274-275. 21 Ivi, pp. 276-277. Tra i due anelli è stato effettuato un saggio utile a determinare la loro eventuale separazione, da cui è stata dedotta la costruzione successiva della fondazione interna. 22 C. Nenci, Famosus Templum, pp. 137-140; F. Toker, Archaeological Campaigns, pp. 28-29. Lo studioso ritiene che la «piscina a ferro di cavallo» rappresenti una fase d’uso più recente della domus romana; era probabilmente pertinente a un giardino interno e la sua scarsa profondità ne suggerisce una funzione puramente decorativa o simbolica. Nel 1925 sono stati riaperti gli scavi dal settore Sud-occidentale verso Nord, sempre sotto la direzione di Castellucci, al fine di rinvenire ulteriori porzioni di pavimentazione musiva. Tra i vari elementi portati alla luce è riemersa con forza, anche critica, la questione della doppia fondazione del battistero, rinvenuta sotto il perimetrale Sud-Ovest: a sostegno dell’ordine di colonne si presentava una «panchina murale» larga circa 1.1 m, che si aggiungeva al muro perimetrale, giudicato dai contemporanei precedente all’anello interno (fig. 145)21. Tale impostazione delle fondamenta ha fatto ampiamente riflettere gli studiosi sulle possibili fasi costruttive del battistero e sullo iato temporale tra di esse. La simultaneità o la discrepanza tra la messa in opera delle due murature condizionano, inevitabilmente, lo sviluppo verticale dell’edificio e la sua interpretazione cronologica, nella misura in cui gli elementi superiori distribuiscono il loro peso su entrambe le strutture. La posa dei due anelli in momenti diversi, che non si ritengano consequenziali entro il medesimo cantiere, avrebbe comportato l’esecuzione di almeno due progetti: un primo battistero rappresentato dal supporto periferico, più leggero e forse più arcaico, seguito da una seconda configurazione o da un ripensamento nelle forme oggi visibili, quindi con il sostegno della fondazione interna. Tra le altre strutture murarie è emersa anche una piccola vasca semicircolare al di sopra della pavimentazione musiva della domus, ancora di difficile interpretazione22 Negli anni 1947-48 la Soprintendenza ai Monumenti ha promosso dei sondaggi presso alcuni dei lati esterni del battistero, dai quali sono riemerse tracce della pavimentazione in laterizio a spina pesce, forse riconducibili all’opera di riassetto della piazza San Giovanni affidata dall’autorità comunale ad Arnolfo, alcune sepolture e le strutture sottostanti le soglie, dei portali che hanno disatteso i sostenitori di una sopraelevazione dell’edificio su podio23. 23 Ibidem; F. Toker, Archaeological Campaigns, pp. 15-21. 24 L. Marino et al., Nuove indagini, pp. 276-277. La forma viene generalmente messa in relazione con quella del fonte pistoiese, opera di Lanfranco da Como. 25 L. Marino, L’ipogeo del battistero, pp. 69-72. 26 Di questo avviso sono Edoardo Galli, Marco Cardini (che contesta ampiamente l’ipotesi di Toker). 27 P.F. Menegatti, Studio critico archeologico sulle origini del Duomo di S. Giovanni di Firenze, Firenze, Tip. Santa Maria Novella, 1922, pp. 58; 65; R. Farioli Campanati, La cattedrale paleocristiana di Firenze, in La Cattedrale come spazio sacro. Saggi sul Duomo di Firenze. Atti del Convegno Internazionale di studi, Firenze 16-21 giugno 1997, II, a cura di T. Verdon - A. Innocenti, Firenze, Edifir, 2001, pp. 360-375. 28 G. Tigler, Toscana Romanica, Milano, Jaca Book, 2006, pp. 131-138. 29 F. Toker, A Baptistery below the Baptistery. Un precedente battistero è stato ipotizzato anche da P. F. Menegatti, Studio critico archeologico pp. 58; 65, costituito dall’ottagono centrale, la vasca, da una fondazione irregolare, forse di un pilastro, e dal frammento semicircolare sotto la scarsella. Nuove indagini pertinenti all’ottagono centrale sono state sollecitate da Mario Salmi, interessato alla conformazione della vasca battesimale più antica; dalla rimozione della soletta in cemento introdotta negli anni Dieci si è rivelato al centro del blocco quadrangolare una vasca ovoidale con pozzetto di scarico24. Su nessuno di questi impianti è stata fatta, ovviamente, un’indagine tecnico-scientifica, imprescindibile per la datazione di un cantiere di tale complessità; a questo si aggiunga che non sono mai state svolte investigazioni stratigrafiche, utili alla ricostruzione del palinsesto del sito. I dati rimandano necessariamente a un’interpretazione soggettiva, in base a deduzioni logiche, confronti e fonti di altra natura, che sappia coniugare le enigmatiche componenti d’arredo con l’insieme e proporli in una cronologia convincente. Dal punto di vista archeologico e architettonico, gli elementi di maggiore rilievo sono le strutture rinvenute al centro dell’edificio, con il relativo impianto idraulico, e la fondazione a doppio anello su cui è impostato il San Giovanni. L’ottagono centrale, insieme al resto della documentazione archeologica del primo Novecento, è stato sottoposto a un attento riesame che ha stabilito l’allestimento delle pareti interne in tre diverse murature, le due più basse con filaretto abbastanza regolare, la superiore in conglomerato cementizio ed elementi lapidei irregolari (figg. 142-143)25. L’ottagono centrale è stato variamente spiegato come fondazione della vasca battesimale medievale26, come vasca antica27, come sostruzione per un recinto ottagonale28, o come nucleo di un primitivo battistero29. Il dato sicuro, e che può dare veridicità a tutte le proposte avanzate, proviene dal rinvenimento di un sistema di canalizzazione delle acque (fig. 148, 150), che associa, inequivocabilmente, l’ottagono ad un impianto per il battesimo e non a un eventuale corpo diaframma disposto tra il livello pavimentale romano e l’edificio medievale. La struttura ottagonale è dotata, infatti, di condutture per lo scorrimento dell’acqua: nel lato Est se ne conserva un tratto che giunge fino al blocco centrale, con pendenza verso l’interno, che indica il percorso d’immissione; una trave marmorea segna il livello di sbocco del canale sopra la risega interna. Tra i vertici Sud del dado e Sud-Ovest dell’ottagono si trova il canale di deflusso che corre poco sopra il livello dei mosaici romani in direzione di un pozzo scavato nel prospetto lungo la stessa direttrice (fig. 149). Nel medesimo punto confluisce il canale di scarico pertinente alla seconda “vasca”, rinvenuta tra gli elementi centrali e la fondazione dell’altare30. 30 M. Cardini, L’ipotesi tardo antica, pp. 87-89. 31 G. de Angelis D’Ossat, Il battistero di Firenze: la decorazione tardo-romana e le modifiche successive, in IX Corso di cultura sull’arte ravennate e bizantina, Ravenna, Dante, 1962, pp. 221-232; P. Testini – G. Cantino Wataghin – L. Pani Ermini, La cattedrale in Italia – Schede (L. Pani Ermini, scheda su Firenze), in Actes du XI . Congrès international d’archéologie chrétienne, Lyon, Vienne, Grenoble, Genève, 21 – 28 septembre 1986, I, Città del Vaticano, 1989, pp. 122-126. 32 R. Farioli Campanati, La cattedrale paleocristiana, pp. 360-375. La vasca del battistero ambrosiano misura tra gli spigoli interni 5,56 m, mentre il diametro interno dell’ottagono fiorentino è di circa 6 m. Per una misurazione precisa della vasca milanese, in base alle più recenti indagini archeologiche, si veda S. Lusuardi Siena et al., Lettura archeologica e prassi liturgica nei battisteri ambrosiani tra IV e VI secolo, in «Studia Ambrosiana», 9, (2012), pp. 91-122. 33 M. Cardini, L’ipotesi tardo antica, pp. 87-89. 34 C. Corinti, Gli attuali scavi del Battistero, f. 11. 35 Sulle quote del complesso episcopale si veda E. Scampoli, Firenze. Archeologia, p. 59. 36 M. Cardini, L’ipotesi tardo antica, pp. 87-89. Il problema di questo impianto è di grande importanza nella valutazione della stratigrafia del sito di San Giovanni e sembra lontano da una soluzione, proprio a causa della mancanza di analisi scientifiche sulle murature e sulle malte che potrebbero invece stabilizzare la costruzione dell’ottagono in un arco cronologico preciso. Le diverse soluzioni prospettate dagli studiosi hanno tutte una loro coerenza intrinseca, in particolare se considerate insieme alle relative ipotesi di datazione del battistero. Per i sostenitori del partito tardoantico, la struttura centrale era, senza ombra di dubbio, una vasca per il battesimo a immersione, precedente l’impianto romanico, in cui la risega di 15 cm indicava la presenza di gradini per la discesa del candidato31. Capofila di questa lettura era Guglielmo De Angelis D’Ossat, che ravvisava nel battistero fiorentino una certa assonanza con gli ottagoni milanesi di Sant’Aquilino e San Gregorio (figg. 22, 94, 97); nella stessa direzione va Farioli Campanati, che in anni recenti si è posta al di fuori del dibattito sulla datazione dell’edificio, per cui l’ottagono centrale era pertinente a una prima vasca con diametro paragonabile a quello del San Giovanni alle Fonti di Milano32. Secondo Cardini la struttura avrebbe, invece, supportato una vasca a immersione, poggiante sulla risega interna dell’ottagono33. Il Corinti aveva dato analoga lettura del muro poligonale che circondava il sodo centrale, come fondazione di un fonte più antico, cui sarebbe seguito l’impianto dantesco34. La proposta deve però essere respinta in base a diverse considerazioni: l’assegnazione del battistero a un periodo troppo alto, come si è detto, renderebbe il San Giovanni l’impianto battesimale più grande della cristianità occidentale, incompatibile con il ruolo politico e amministrativo della Florentia romana, con le dimensioni della basilica di riferimento e con la consistenza della comunità locale. L’ottagono si conclude poco al di sotto dell’attuale piano di calpestio, vi poggia infatti la soletta in cemento costruita per la fruizione dell’ipogeo, e si dispiega in altezza per quasi due metri; il battistero paleocristiano si sarebbe dunque sviluppato a quella quota, similmente alla prima fase di Santa Reparata35. Ammessa la posa di una vasca sulla risega della fondazione ottagonale, a circa 70 cm dal fondo36, come osserva il Toker, si sarebbe trattato di una piscina profonda quasi il doppio di quella lateranense, progettata per la grande cattedrale di Roma e per il servizio liturgico a una comunità cristiana molto numerosa37. Di contro, alle ragioni dello studioso americano, si obbietta che la mancanza al fondo dell’invaso di un rivestimento lapideo o laterizio, in grado di contenere l’acqua, non sembra argomento valido a decretare l’inesistenza di una vasca, dato che il cocciopesto della pavimentazione rinvenuta (non indagata) avrebbe potuto costituire la base di un sistema più complesso. 37 F. Toker, Archaeological Campaigns, pp. 31-33. La profondità della piscina lateranense (70 cm) secondo l’autore è, infatti, la maggiore attestata nell’Occidente cristiano. Si osserva invece che analoga profondità avevano le vasche dei battisteri milanesi, almeno in seconda fase (fine V-inizio VI secolo), con i 70 cm dell’invaso di Santo Stefano e gli 80 cm del San Giovanni alle Fonti; S. Lusuardi Siena et al., Lettura archeologica e prassi liturgica, pp. 100; 107. 38 F. Toker, A Baptistery below the Baptistery, pp. 157-167; Id, Archaeological Campaingns, pp. 31-33. In quest’ultimo testo l’autore ha dichiarato che si pronuncerà definitivamente sulla funzione dell’ottagono solo nel prossimo volume della collana The duomo project, previsto per il 2014. La tesi della fondazione per il parapetto è sostenuta invece dal Tigler, Toscana Romanica, pp. 131-138, sulla scorta di A. Garzelli, Sculture Toscane del Dugento e del Trecento, Firenze, Marchi & Bertolli, 1969, pp. 28-34. 39 Si tratta del codice Barber. Lat. 4103 della Biblioteca Apostolica Vaticana; J.C. von Fichard, Italia, in «Frankfurtisches Archiv Für Ältere Deutsche Literatur Und Geschichte», 2, (1815), p. 105; F. Toker, Archaeological Campaigns, nota 9, p. 473. Altri sono i codici che illustrano il passo dantesco dedicato ai simoniaci, in cui il Poeta parla dei battezzatori, paragonandoli ai fori in cui i dannati dovevano scontare la propria pena. Insieme a Toker, si ritiene possibile che l’ottagono al centro del battistero fosse la fondazione di un precedente edificio di minori proporzioni, impiegata in un momento successivo per il sostenimento del parapetto che recingeva il fonte medievale (figg. 151- 152)38. La costruzione di una tale struttura per la posa di una recinzione di circa 30 cm di spessore appare, in effetti, come un eccesso di preoccupazione per la statica dell’impianto, che si deve, quantomeno spiegare in modo più approfondito e in relazione alla vasca. Se si accetta che il fonte originario fosse quello lasciato immaginare da Dante, quadrangolare con pozzetti ai vertici e vasca centrale, cioè del tipo più diffuso nella Toscana medievale, sembra chiaro che la fondazione cui era attribuito il maggiore carico di peso fosse il blocco centrale, disposto all’interno dell’ottagono. La configurazione è suggerita, non tanto dal Poeta fiorentino, che offre piuttosto una suggestione simbolica, ma da alcune fonti successive che inducono a scartare una soluzione ottagonale, analoga a quella adottata a Pisa. Si tratta di un’illustrazione inserita ne L’ottimo commento alla Divina Commedia della Biblioteca Vaticana (fig. 169), redatto prima del 1343, e della testimonianza di Johann Fichard, che nel 1536 annotava «in medio Baptisterium est quadratum»39. Ammesso che la recinzione di tale fonte fosse un semplice parapetto, composto dalle formelle rinvenute nelle coperture del battistero, e non si discostasse di molto dallo schizzo fattone da Buontalenti, è difficile credere che la sostruzione venisse approntata solo allo scopo di sorreggerlo. Si potrebbe ipotizzare che il quadrato fosse circondato da un baldacchino o da analoga struttura a colonne, di peso maggiore rispetto alla balaustra, ma anche una sua dismissione precedente al disegno cinquecentesco, dove sono annotate, oltre che rappresentate, con puntualità le caratteristiche di quel settore. Le dimensioni dell’ottagono centrale, assimilabili a quelle di altri edifici battesimali tardoantichi, e sicuramente compatibili con l’impianto di una sede episcopale provinciale, sono considerevoli: il diametro complessivo è di circa 9 m all’esterno, di oltre 6 m all’interno, con lati di lunghezza media 3,5 m, spessi 1,3 m e alti almeno 1,87 m40. A questo si aggiunga la complessità del sistema idraulico, le cui canalizzazioni si dispongono a livelli differenti, indice di più fasi d’impiego, e sono pertinenti a tre diverse strutture, l’ottagono, il blocco centrale, e la vasca verso l’altare41. 40 F. Toker, A Baptistery below the Baptistery, p. 163. Secondo il riesame di Marino, L’ipogeo del battistero, pp. 69-72, «Le caratteristiche dimensionali e costruttive della parte inferiore dell’ottagono centrale sembrerebbero giustificare l’ipotesi di un muro per una struttura fuori terra di una certa consistenza e non di un fonte battesimale» anche se è, a suo avviso, difficile accettare l’ipotesi di un più antico battistero corrispondente all’ingombro. 41 L. Marino et al., Nuove indagini, p. 280. 42 Tale possibilità è stata prospettata, in modo dichiaratamente provocatorio, da Scampoli, che rispetto alla frammentarietà dei dati archeologici e documentari ha proposto che un battistero più antico fosse collocato accanto all’abside della basilica, a Nord, preceduto da un ambiente con panca parallelo al prospetto settentrionale di Santa Reparata, interpretato come cathecumeneum; E. Scampoli, Firenze, archeologia, pp. 61-62; G. Tigler, Toscana Romanica, pp. 131-138. Una visione generale sulla disposizione dei battisteri entro i gruppi episcopali tardoantichi si trova in P. Testini - G. Cantino Wataghin - L. Pani Ermini, La cattedrale in Italia; M. Falla Castelfranchi, L’edificio battesimale in Italia nel periodo paleocristiano, in L’edificio battesimale in Italia. Aspetti e problemi. Atti dell’VIII Congresso Nazionale di Archeologia Cristiana, Genova Sarzana Albenga, Finale Ligure, Ventimiglia, 21-26 settembre 1998, Bordighera, 2001, pp. 267-269. 43 Sul problema milanese si veda S. Lusuardi Siena - M. Sannazaro, I battisteri del complesso episcopale milanese alla luce delle recenti indagini archeologiche, in L’edificio battesimale in Italia, pp. 647-674. 44 F. Toker, Archaeological Campaigns, pp. 27-29. 45 M. Cardini, L’ipotesi tardo antica, pp. 73-75. La fondazione terminale della scarsella è invece impostata su una struttura unica. All’idea di un battistero più antico sul luogo dell’attuale è stato ribattuto che il rapporto topografico con l’ecclesia non dovesse essere necessariamente coassiale, e che un eventuale altro impianto si sarebbe potuto disporre accanto o alle spalle della basilica, come in altri centri episcopali della Tarda Antichità (figg. 153-154)42. Tale ipotesi è però verificabile solo con un’ulteriore indagine sotto l’attuale Santa Maria del Fiore, nelle immediate vicinanze della prima fase di Santa Reparata, mentre per la disposizione in asse si possiedono gli elementi già citati e i confronti con i gruppi episcopali di Novara, Aquileia, Piacenza e anche di Milano, se si considera la relazione del San Giovanni alle Fonti con la basilica prospicente (fig. 26)43. L’altra scoperta di precipua importanza è il doppio anello di fondazione dell’ottagono (FIG. 145): quello del perimetrale esterno e un ulteriore basamento che rientra di circa 1,5 m, su cui, a opinione del Galli, insistono le colonne a supporto della galleria e la cupola44. La muratura più esterna è costruita a sacco, con grosse pietre legate a calcestruzzo, e ha uno spessore di 2,9 m, mentre la fondazione interna è spessa circa 1,2 m e presenta una fattura più raffinata con pietre squadrate, disposte in corsi orizzontali45; questa struttura si appoggia al perimetrale esterno, rapporto che ne stabilisce la seriorità. Non è chiaro però se le due basi appartengano a due momenti diversi o, piuttosto, a due fasi consecutive dello stesso cantiere. Gli scavatori, come attestano i giornali di scavo e le osservazioni citate del Galli, erano convinti che la base interna fosse successiva all’anello esterno. Nello stesso senso il Corinti propone una riflessione accurata sugli elementi verticali d’angolo in rapporto alle fondazioni, individuando tra il muro perimetrale e il relativo «sprone» esterno un rapporto solidale, che non ricorre nei piloni e lesene che vi si appoggiano in coincidenza dei vertici interni; questi ultimi elementi sarebbero stati impostati in un momento successivo, al fine di ringrossare il muro, come dimostrato dalla «banchina che ricorre intorno»46. 46 La banchina corrisponde all’anello di fondazione interno e la sua messa in opera, insieme ai relativi elementi verticali aggiunti, rappresenta una variazione o rifacimento del battistero, C. Corinti, Gli attuali scavi del Battistero, ff. 4-5. 47 Ivi, ff. 8-9. 48 G. Rocchi Coopmans de Yoldi, Lo svolgimento della fabbrica, in Santa Maria del Fiore, pp. 27-77. 49 Ivi, pp. 41-43. Rocchi sostiene che il progetto di quel tipo di copertura avesse condizionato l’impostazione dell’intera ossatura, adottando una struttura trasversale, a partire dall’introduzione del guscio interno con le colonne, su cui poggiano gli architravi immorsati nel perimetrale. 50 G. Tigler, Toscana Romanica, pp. 131-138, riconduce l’iniziativa al vescovo Ranieri o al periodo del suo episcopato, in congiuntura con il patrocinio di Calimala, contestuale all’inizio del cantiere e alla circolazione del modello pisano impostato da Buscheto nella cattedrale. Si potrebbe trattare di una differenza cronologica consistente, come sostenuto da alcuni studiosi, oppure di momenti ravvicinati tra loro; sembra comunque certo che il sistema a doppia ghiera sia stato concepito per sopportare un notevole carico e in quel senso adoperato una volta realizzate entrambe le fondazioni. I plinti alla base delle colonne insistono, infatti, sulla fondazione interna, ma si appoggiano anche su di una risega non molto pronunciata della muratura esterna, fattore che ne conferma un impiego strutturale in senso solidale, almeno nel momento della posa dei sostegni verticali, qualunque fosse stato il periodo della loro messa in opera. La questione della doppia fondazione è dirimente e si lega a un problema di progettualità e di intenzioni, nella misura in cui la contemporaneità (anche nel senso di una breve distanza tra la loro realizzazione) dei due elementi deporrebbe a favore di una creazione unitaria, mentre l’aggiunta posteriore del sistema interno suggerirebbe una modifica dell’idea primitiva in corso d’opera. Di questa opinione era il Corinti, che ha ipotizzato una primitiva fase antecedente la consacrazione del tempio nell’XI secolo, caratterizzata da un peristilio interno più spostato verso il centro, quindi da un deambulatorio, collegata al primo emiciclo absidale47. L’idea di un cantiere in espansione è anche quella di Giuseppe Rocchi, la cui suggestiva analisi strutturale dell’intelaiatura del battistero e delle sue coperture rimanda ad almeno due importanti fasi progettuali, anche se consecutive, realizzate tra XII e XIII secolo (fig. 123). L’autore propone, infatti, la concezione di un blocco primitivo costituito dai perimetrali con i relativi pilastri angolari, la “panca” che corre dietro le colonne e l’imposta del sistema scalare orientale di accesso a un secondo livello; su questo piano, cui poteva addossarsi una teoria di archi ciechi, avrebbe potuto svilupparsi un camminamento «di guardia», attestato dalla presenza dei gradini. Il nucleo insisterebbe sull’anello di fondazione periferico, al quale si sarebbe aggiunto un secondo apparecchio per la posa delle colonne, al fine di edificare una galleria vera e propria, più ampia e pesante48. A questa logica, secondo l’autore, presiedeva la volontà di erigere una cupola unica, fattore determinante nella scelta di alcune soluzioni statiche49. Di tutt’altro avviso è Guido Tigler, che propone una lettura univoca del cantiere, concepito sin dall’origine come struttura doppia e, pertanto, terminata secondo questo schema in tempi piuttosto brevi, a partire dalla fine del secondo decennio del XII secolo50. L’intelaiatura risponde, a suo avviso, a una concezione statica largamente applicata nel Medioevo, secondo cui il peso degli elementi superiori si distribuiva su diverse fondazioni; nel caso specifico l’anello più interno costituiva lo stilobate del battistero, che funzionava di concerto a quello periferico, sintomo di un programma edilizio unitario che dalla base si sviluppa fino alla posa della lanterna51. 51 La tesi è sostenuta anche da M. Frati, Spazi di gioia. I battisteri in Toscana dalle origini al tardo Medioevo, in Monumenta. Rinascere dalle acque. Spazi e forme del battesimo nella Toscana mediavale, a cura di A. Ducci - M. Frati, 2011, pp. 54-55. 52 M. Cardini, L’ipotesi tardo antica, p. 81. Secondo lo studioso, la struttura sarebbe servita da vera e propria panca: nella sua ricostruzione il piano pavimentale originario è stato rialzato di almeno 15 cm, strappati quindi alla giusta altezza della seduta. Nell’ipotesi di Rocchi, la panca appartiene invece al nucleo originario, insieme ai perimetrali. 53 E. Scampoli, Firenze, archeologia, p. 59. 54 M. Cardini, L’ipotesi tardo antica, pp. 75; 83. Per l’impluvium si veda E. Galli, Dove sorse, pp. 163-167. 55 Ritus in ecclesia servandi, codice 3005 della Biblioteca Riccardiana di Firenze. Per la trascrizione e il commento si veda M. Tubbini, Due significativi manoscritti della cattedrale di Firenze. Studio introduttivo e trascrizione. Estratto dalla tesi di laurea in sacra liturgia, Pontificia Università Sant’Anselmo Roma, 1996; sulla datazione entro l’arco temporale 1173-1205, L. Erente - I. Mannini, Istruzioni liturgiche e libri dell’antica cattedrale di Santa Reparata. Il contributo del Riccardiano 3005 alla ricostruzione della biblioteca, in «Medioevo e Rinascimento», N.S. 15, (2004), pp. 39-58; M. Tacconi, Cathedral and Civic Ritual in late Medieval and Reinassance Florence. The Service Books of Santa Maria del Fiore, Cambridge, Cambridge University Press, 2005; F. Toker, On holy ground. Liturgy, Architecture and Urbanism in the Cathedral and the Streets of Medieval Florence, Turnhout, Brepols, 2009. Successivo alla posa delle colonne potrebbe essere invece l’inserimento della panca (fig. 149), la grossa risega, oggi alta 25 cm e larga mediamente 63 che corre alle spalle dell’ordine, tagliando la parte posteriore di tutte le basi e alcuni collarini52. Nella panca Sud-occidentale, dietro la colonna più prossima alla scarsella si osserva l’imbocco di un pozzo, riscontrato anche al livello delle fondazioni, nel quale dovevano confluire le acque piovane, come dimostrano le due tubazioni interne alle murature che lì confluiscono. Il pozzo è disposto tra i due muri di fondazione ed è costituito da anelli di pietra; nella sua direzione sono disposte le condutture di deflusso delle vasche al centro dell’edificio53. È possibile che l’impianto fosse collegato all’impluvium dell’abitazione romana rinvenuto negli scavi condotti nel 1897 di fronte al prospetto meridionale del battistero, anche se non sono state fatte verifiche in questo senso (fig. 150)54. 4.2 L’edificazione del tempio. Il battistero del nuovo gruppo episcopale Le date riferibili con sicurezza alla costruzione del San Giovanni non sono molte ma consentono, una volta ammessa la sua costituzione in piena età medievale, di impostare una periodizzazione relativamente puntuale, legata ad avvenimenti certi. La prima fonte ecclesiastica valida per la definizione cronologica del cantiere è il Ritus in ecclesia servandi, libro ordinario conservato alla Biblioteca Riccardiana, prodotto tra il 1173 e il 120555. Il codice è stato composto per il clero della cattedrale preposto agli uffici sacri, tratta quindi, nel dettaglio, delle attività che si svolgevano durante tutto l’anno negli edifici che componevano il gruppo episcopale, Santa Reparata e San Giovanni Battista, secondo il tempo dettato dal calendario liturgico. L’edificio battesimale, come si apprende dalle rubriche, era ampiamente utilizzato sia in occasione delle celebrazioni pasquali, quindi per l’iniziazione e i riti complementari della Settimana Santa, sia per la liturgia ordinaria e festiva, che comprendeva le ore canoniche e le cerimonie scandite dal proprium sanctorum. In particolare si evidenzia la frequenza dell’attività processionale che collegava i due edifici nella gran parte delle ricorrenze. Ciò significa che entro la fine del XII secolo, il San Giovanni era pienamente funzionante, consacrato, attrezzato per l’amministrazione del battesimo, per la recita dell’ufficio e organizzato per il dispiegamento delle processioni. Le fonti liturgiche fiorentine non consentono di confermare lo stato di avanzamento della decorazione parietale e delle finiture, o di accertare se il cantiere fosse giunto al livello di una copertura definitiva; permettono, tuttavia, di affermare senza dubbio alcuno che il battistero fosse operativo, quindi sufficientemente completo per dare luogo, quotidianamente, alla celebrazione del culto divino. Un avvenimento che potrebbe valere per la datazione dell’edificio è la morte del vescovo Ranieri nel 1113, la cui tomba è disposta all’interno, entro il settore Nord-occidentale verso la scarsella (fig. 155). Come ha giustamente osservato Tigler, che propone una datazione coincidente con l’episcopato di quel presule, la data del decesso non è vincolante rispetto alla costruzione del sepolcro, e nel caso di una sua progettazione antecedente alla morte e nell’eventualità di un suo allogamento successivo56. Non si esclude poi l’eventualità di un trasferimento del corpo da una situazione provvisoria precedente alla sua sistemazione definitiva, ma nemmeno si deve scartare l’ipotesi dell’inumazione di Ranieri direttamente in battistero in un periodo prossimo alla morte. 56 G. Tigler, Toscana Romanica, pp. 131-138. Non è del tutto convincente, invece, l’idea che a Ranieri fosse concessa sepoltura nel battistero come favore eccezionale al suo committente: non è qui in discussione il ruolo del vescovo nella costruzione dell’edificio, ma la possibilità d’inumazione. A partire dal sinodo di Auxerre (573-603) è fatto divieto di seppellire nei battisteri, norma chiaramente imposta per frenare un abuso di quella pratica e puntualmente disattesa, come mostra il grande numero di tombe di rilievo negli edifici battesimali; Concilium Autissiodoriense, c. a. 573 – c. a. 603, in Concilia Aevi Merovingici, Leges, III, Concilia, I, MGH, ed. F. Maassen, Hannover, Impensis Bibliopolii Hahniani, 1893, p. 181. 57 Le carte della canonica della cattedrale di Firenze (723-1149), Regesta Chartarum Italie, XXIII, a cura di R. Piattoli (d’ora in poi Piattoli) Roma, Istituto Storico Italiano per il Medioevo, 1938, doc. 159, pp. 387-389. Durante l’episcopato di Ranieri sembra, in effetti, definirsi un profilo istituzionale proprio della chiesa di San Giovanni, differente da quello di Santa Reparata, e dunque una sua consistenza monumentale, come si evince dalla documentazione notarile fiorentina prodotta tra la fine dell’XI e il principio del XII secolo, esaminata nel capitolo precedente. L’atto più significativo a questo proposito è un privilegio di Ranieri alla canonica dei Santi Giovanni e Reparata del 28 aprile 1113, nel quale è citato per la prima volta un altare dedicato a san Giovanni, posto nell’omonima chiesa, davanti al quale il documento è stato rogato57. In questo periodo si osserva l’affermazione definitiva del titolo di Santa Reparata per indicare la chiesa maggiore, la cui fase romanica doveva già essere stata ultimata, il che lascia intendere che l’altare di san Giovanni fosse proprio quello del battistero. Nello stesso decennio si rilevano, inoltre, due diversi profili di custodi, uno legato al San Giovanni e uno alla Santa Reparata; l’esistenza delle due cariche rimanda a istituzioni, quindi a realtà monumentali distinte, ma sempre parte dello stesso complesso58. 58 Si veda paragrafo 3.4, in part. nota 113. 59 Villani, V, 31. 60 G. Tigler, Toscana Romanica, pp. 131-135. 61 G. Tigler, Toscana Romanica, pp. 131-135. 62 Ibidem. Tigler avvalla la ricostruzione della titolazione proposta da Raffaella Farioli Campanati, probabilmente la più convincente e scarta correttamente le ipotesi tardo ottocentesche di una cattedrale di San Giovanni, riconosciuta nel battistero, prossima a una chiesa di Santa Reparata. Rifiuta anche l’idea di un piccolo battistero in luogo dell’attuale proposta da Toker, in base a una supposta mancanza di spazio tra l’episcopio e la basilica preceduta da un atrio. Quest’ultima argomentazione appare piuttosto fragile perché la disposizione di un corpo aperto di fronte alla chiesa non è in contrapposizione con l’inserimento di un edificio di minori dimensioni, nemmeno nel caso (che l‘autore sembra supporre) in cui si trattasse di una struttura porticata di collegamento tra la basilica e la residenza. La costruzione del Bel San Giovanni doveva inserirsi in quel contesto, dal quale emerge come corpo di fabbrica autonomo e con valore analogo a quello della basilica, del tutto diverso da quello ipotizzabile per un precedente impianto battesimale di minori dimensioni. Si ritiene quindi che la fondazione dell’altare del Precursore, citato per la prima volta nel 1113, e la definizione di un ufficio sacerdotale ad esso specificamente consacrato, siano dati probanti l’esistenza del battistero a quelle date. Con questo non si intende che l’edificio fosse stato terminato e dotato della suppellettile necessaria allo svolgimento di tutte le funzioni liturgiche, condizione confermata dal Ritus solo per l’ultimo quarto del secolo. La presenza dell’altare ne suggerisce però la funzionalità e la consacrazione, requisito che si deve ritenere necessario alla legittimità che il luogo sacro sapeva conferire alla rogazione di un atto notarile. Allo stesso momento risale l’acquisizione da parte dei Fiorentini delle due colonne porfiretiche, regalate dai vicini Pisani nel 1117 per «guardare loro la citade» durante le imprese militari nelle isole Baleari e poste di fronte alla porta orientale del battistero59. Di maggiore complessità è l’individuazione del momento in cui l’edificio è stato fondato, altra questione particolarmente controversa e che si deve, in mancanza di fonti dirette, necessariamente rimettere alla valutazione del contesto storico, delle condizioni politicoculturali e delle parti sociali coinvolte. Alla luce delle recenti osservazioni di Tigler60, secondo cui l’atto di consacrazione o riconsacrazione del 1059 da parte di Niccolò II si riferiva al cantiere di Santa Reparata e non di San Giovanni, inteso come impianto battesimale, si propone una riflessione più ampia a proposito del rinnovo del centro episcopale fiorentino. Secondo lo studioso la cattedrale è stata ricostruita nella prima metà dell’XI secolo, parallelamente all’imposizione della vita comune del clero (attestabile a Firenze dal 1036), in forme molto vicine a quella della seconda fase di Cluny (970-1040) e di altre strutture ad essa legate61; tale analogia si spiega alla luce dell’origine borgognona del vescovo Gerardo e dall’adesione fiorentina ai moti riformisti che dal polo cluniacense si diffondevano in Europa, tra cui la regola della vita cenobitica per i capitoli secolari (fig. 156). Il termine dei lavori sarebbe stato sancito dalla famigerata bolla di Niccolò II del 1059, con l’atto di consacrazione della chiesa, a quei tempi stabilizzata sul titolo di San Giovanni e, solo occasionalmente, associata al nome della martire antiochena62. La cronologia proposta sembra convincente, sebbene presenti qualche complicazione all’affacciarsi delle variabili della fruizione segnalate da Tigler: al 1036 rimonta la consacrazione nella basilica di un altare di san Giovanni Evangelista da parte del vescovo d’Arezzo Tedaldo, cioè al principio del nuovo cantiere; nella stessa chiesa si sarebbero svolti il sinodo del 1050 alla presenza di Lieto di Cluny e il concilio del 1055 presieduto da Vittore II; nel 1058 vi è stato sepolto papa Stefano IX morto a Firenze in quell’anno63. A conclusione della vicenda, come si diceva, la consacrazione di Niccolò II nel 1059. Non si critica la durata del cantiere proposta, del tutto plausibile, ma la pretesa che la sua esecuzione consentisse il regolare svolgimento di tutte queste attività che, ad eccezione della sepoltura papale narrata dal Villani, non sono mai state certificate per la cattedrale, ma supposte64. A questo proposito si deve considerare che un atto di dedicazione non indicava necessariamente il completamento dei lavori di un edificio di culto, ma la possibilità di officiarvi e quindi di utilizzare gli altari in esso consacrati. La datazione di Tigler si può considerare convincente ammesse queste variabili che prospettano un cantiere ancora aperto e non solo relativamente alla basilica. 63 Villani, V, 16, il quale riferisce anche che Stefano venne fatto papa sempre a Firenze e del concilio di Vittore II contro i simoniaci, datandolo però al 1059. 64 Tra i lavori della fase romanica di Santa Reparata si ricordano l’introduzione di nuovi pilastri, indice di una sopraelevazione delle navate e dell’introduzione di coperture più complesse (forse più pesanti), del nuovo transetto con cappelle laterali e dell’innalzamento del piano pavimentale con nuova decorazione. 65 F.L. Del Migliore, Firenze Città nobilissima illustrata, (1684), rist. fotografica, Bologna, Forni Editore, 1968, pp. 111-112. 66 ASF, Diplomatico, Normali, 00000946, (Santa Felicita-benedettine 8 gennaio 1059), presente anche una copia. 67 ASF, Diplomatico, Normali, 00000947 (Santa Felicita-benedettine 16 gennaio 1059). 68 I. Lamius, Sanctae ecclesiae florentinae monumenta, II, Florentia, Angelo Salutati, 1758, p. 934. La notizia della dedicazione di San Giovanni è stata trasmessa da Carlo Strozzi, che afferma di aver rinvenuto il documento papale, oggi perduto, presso l’archivio di Santa Felicita, dove si conservano atti della medesima natura riferiti ad altri enti della città65. La fragilità di questa informazione può essere ovviata con due considerazioni rese possibili da altre fonti documentarie: la prova che il papa stesse praticando la riconsacrazione di alcuni edifici fiorentini durante il suo breve pontificato e il riscontro della dedicazione di San Giovanni in testi liturgici di poco successivi. Nel fondo del monastero benedettino di Santa Felicita, confluito nell’Archivio di Stato di Firenze, si trova la pergamena relativa alla riedificazione e nuova consacrazione della stessa chiesa ad opera del papa66; si tratta del medesimo quadro documentario in cui lo Strozzi avrebbe preso visione dell’atto riguardante il San Giovanni, la cui data di dedicazione si assestava al 6 novembre. La stessa sorte sarebbe toccata alla chiesa dei Santi Michele ed Eusebio67 e ancora alla basilica laurenziana, in base a una bolla dello stesso pontefice riportata da Lami e riferita al 105968. Se si crede alla veridicità di questi atti di nuova consacrazione, così come all’attendibilità di tutta la documentazione fiorentina perduta e ricopiata dal senatore Strozzi, è del tutto possibile che la bolla relativa al San Giovanni sia andata perduta e riportata dall’erudito. La prima attestazione effettiva della data di consacrazione, pur con l’omissione dell’anno, si trova nel Ritus in ecclesia servandi, nel quale, tra le feste di novembre, è riportato l’ufficio «dedicationis ecclesiae» per San Giovanni Battista «qui occurrit octavo ydus Novembris». Il testo, assegnato all’ultimo quarto del XII secolo, sembra aver conservato la memoria di quanto accaduto circa cento anni prima, cioè la bolla di Niccolò II, ripresa con precisione nel giorno della festività anche dal Mores et consuetudines eclesiae florentinae dell’inizio del XIII secolo69. 69 F. Toker, On holy ground, p. 243; 249. La celebrazione della dedicazione è riportata anche nel calendario del codice laurenziano Pluteo 16.8, prodotto attorno alla metà del XII secolo, dove però l’annotazione, accanto alla festività di san Leonardo, sembra un’aggiunta posteriore, come indicato dallo slittamento di «Baptiste» nel rigo sottostante a margine e da un in inchiostro più chiaro. 70 Sulla figura e l’attività di Gerardo si veda la voce «Niccolò II, papa» a cura di A. Ambrosioni - A. Lucioni, in Dizionario Biografico degli Italiani, 78, 2013. Voce di grande rilievo della riforma della chiesa, ha dedicato particolare attenzione alla diffusione della vita comune del clero, con importanti risultati anche a Firenze, dove si attesta la presenza di una canonica maggiore, cioè della cattedrale, e di una riferita alla chiesa di San Lorenzo. 71 E. Scampoli, Firenze, archeologia, pp. 141-143; 209. 72 M. Luzzati, Firenze e l’area toscana, in Comuni e signorie nell’Italia nordorientale e centrale: Veneto, Emilia Romagna, Toscana, Storia d’italia, Torino, Utet, 1987, pp. 580-583. In questo periodo si osserva Le due circostanze da cui muove il ragionamento sulla fondazione del battistero sono diverse e si legano, in prima istanza, alla figura di Niccolò II: Gerardo di Borgogna era diventato papa nel 1059, pur mantenendo la reggenza del soglio zanobiano, ottenuta nel 1045 circa, carica che teneva in grande considerazione, data la sollecitudine e la partecipazione attiva alle questioni religiose della propria città riscontrata nella documentazione di quegli anni70. Una di queste attività strettamente connesse al tessuto urbano sembra proprio la riconsacrazione di alcuni dei principali edifici sacri della città, pratica cui si legava, con ogni probabilità, anche un programma di rinnovo della loro compagine architettonica, in relazione a mutate esigenze spaziali, liturgiche, estetiche o materiali. Questo interessò, come si è visto, le chiese di Santa Felicita, riedificata in età romanica, e di San Lorenzo, per cui le tracce di XI secolo si rivelano le più antiche mai rinvenute, prima del cantiere brunelleschiano71. Non sembra del tutto casuale che l’articolazione di tale politica architettonica sulla maglia cristiana della città rimontasse proprio agli anni del pontificato di Niccolò, come se in quella funzione e con quell’autorità il papa decidesse di dare un nuovo aspetto a Firenze, attraverso la ricostruzione dei luoghi di culto più antichi e rappresentativi della vicenda religiosa cittadina, sebbene si debba ipotizzare una pianificazione antecedente al momento delle consacrazioni. Come si vedrà più nel dettaglio, la figura di un presule, in questo caso anche pontefice, aveva una parte fondamentale nel processo costitutivo di un centro cattedrale, in modo particolare del suo impianto battesimale, cui si legava attraverso un diritto derivante dalla sua dignità ecclesiastica. Si attribuisce, infatti, all’iniziativa del papa un ampio programma di rinnovo dell’intero gruppo episcopale, del quale egli era ancora titolare e forse già elaborato nella veste di vescovo fiorentino, ma portato a compimento solo nella prima metà del secolo successivo. Firenze era diventata nello stesso periodo nuovo centro della marca di Tuscia, per volontà di Beatrice e Goffredo di Lorena, e residenza della curia pontificia sotto il governo di Niccolò II, congiuntura favorevole nella quale si riconosce il punto da cui ha preso avvio lo sviluppo socio-economico della città72. È quindi molto probabile che le autorità di governo, anche un primo incremento demografico e la nascita del sistema economico che ha portato Firenze allo splendore dell’età tardomedievale, fattori che avevano un certo peso nello sviluppo architettonico e urbanistico della città. 73 E. Scampoli, Firenze, archeologia, pp. 187-191. 74 «Numquid oblitus es, quod ante fere quinquennium Victor apostolicae sedis episcopus in plenario concilio Florentiae celebrato, cui simul et imperator Heinricus interfuit», Die Briefe des Petrus Damiani, ed. K. Reindel, in Die Briefe der deutschen Kaiserzeit, II, MGH, Munchen, 1988, N. 74, p. 370. Pier Damiani non fa menzione del luogo fisico in cui si è svolto il concilio, nemmeno nelle lettere successive che facevano riferimento a Firenze. J.D. Mansi, Sacrorum Conciliorum Nova Amplissima Collectio, 19, Venetia, Antonium Zatta, 1774, coll. 835-838. 75 Il testo dell’iscrizione recita: «Concilium generale. Florentiae habetur difficillimis temporibus praesentibus. Victore II pont(ifice) max(imo) et Enrico imperat(ore) augusto», G. Richa, Notizie Istoriche delle Chiese Fiorentine divise ne’ suoi Quartieri. Parte seconda del Quartiere di S. Giovanni. Della Chiesa Metropolitana di Santa Maria del Fiore, VI, Firenze, Viviani, 1757, pp. 213-214; T. Gramigni, Iscrizioni medievali nel territorio fiorentino fino al XIII secolo, Firenze, Firenze University Press, 2012, p. 405. 76 C. Nenci, Gli scavi nella piazza e all’interno del Battistero e del Duomo, in Santa Maria del Fiore, pp. 15- 26; E. Scampoli, Firenze, archeologia, p. 197. 77 Dagli anni ’50 dell’XI secolo la carriera ecclesiastica di Gerardo ha avuto un’accelerazione consistente, proprio grazie alla frequentazione dei principali ambienti della riforma. Si attesta, infatti, al sinodo di Roma del 1050, indetto da Leone IX per arginare la simonia, a quello dell’anno successivo, dove la sua rete di rapporti doveva essersi notevolmente ampliata, se solo pochi anni più tardi ha potuto aggiudicare la celebrazione di un concilio alla sua città. prima tra tutte il vescovo, il solo residente, si adoperassero per dare a Firenze un nuovo aspetto, e che il programma partisse dal rinnovo delle principali basiliche paleocristiane. Tra la seconda metà dell’XI e la fine del successivo si osserva un incremento generale delle attività edilizie che hanno caratterizzato l’ampiamento del centro urbano in funzione dei nuovi assetti demografici ed economici e in stretta connessione con la proprietà ecclesiastica, nella cui disponibilità era larga parte dei lotti disponibili73. Le basiliche erano, in certo senso, fonti di urbanizzazione, cioè luoghi attorno ai quali si organizzava il nuovo tessuto insediativo dei borghi, presidiati dall’edificio di culto di riferimento. Da alcuni è stata avanzata l’ipotesi che il centro religioso, in particolare la chiesa di Santa Reparata, fosse stato restaurato entro il 1055, anno della celebrazione del concilio fiorentino contro la simonia, indetto da papa Vittore II e svolto alla presenza di Enrico III74. La suggestione deriva da un’iscrizione che rimanda a quell’incontro, collocata sulla facciata della cattedrale, ma composta probabilmente nel XVII secolo con l’intento di collegare la chiesa al concilio75. Santa Reparata era stata, come si è visto, interessata da una grande fase di restauro datata dagli archeologi al secolo XI in base a diversi elementi, tra cui il ritrovamento negli scavi della piazza antistante la chiesa di due fornaci da calce, attive nel terzo quarto dell’XI secolo secondo le analisi al C14, che sono state ricondotte proprio al cantiere della Santa Reparata romanica76. Si deve credere che, contestualmente alla sua riedificazione, venisse reimpostato l’intero centro episcopale, con strutture adeguate alla crescita dell’episcopio fiorentino, che avrebbe espresso alla metà del secolo un papa, e alla posizione della città nel panorama religioso e politico italiano. Il ruolo riconosciuto a Gerardo e il potere evidentemente acquisito negli anni fiorentini, entro la rete dei grandi riformatori ecclesiastici, gli valsero la nomina papale su spinta di Ildebrando di Soana, il futuro Gregorio VII77. Tale notorietà e capacità di azione si riflettevano sul benessere e sull’immagine della città, cresciuta anche grazie alla forza politica e culturale del suo vescovo, rappresentata in termini monumentali dal gruppo episcopale, la sede di quel potere. Attorno al 1040 si attesta la costruzione di un ospedale intitolato a San Giovanni Evangelista78, mentre entro il 1105 doveva essere definito il nuovo profilo della domus episcopii, altra manifestazione monumentale dello status guadagnato da quell’istituzione79. 78 Così in un documento del 4 novembre 1040, dove è nominato l’ospedale, legato all’altare di san Giovanni Apostolo dedicato in Santa Reparata dal vescovo aretino Tedaldo, posto «juxta Ecclesiam, et Domos S. Ioannis Baptistae», ASF, Diplomatico, Normali, 00000627 (S. Felicita-benedettine); I. Lamius, Sanctae ecclesiae florentinae monumenta, II, Florentia, Angelo Salutati, 1758, p. 1059; R. Davidsohn, Storia di Firenze. Le origini, I, Firenze, Sansoni, 1977, pp. 267-268; E. Scampoli, Firenze, archeologia, pp. 200-201. 79 Nel 1105 viene citato un «palatium vetus», che indica la costruzione di un nuovo impianto o di una nuova alla della residenza vescovile, R. Davidsohn, Storia di Firenze, p. 1244; E. Scampoli, Firenze, archeologia, pp. 154-155. 80 Ivi, pp. 196-197. 81 M. Tacconi, Catedral and civic ritual, pp. 59-62. I testi liturgici in uso alla cattedrale antecedenti al Ritus (e anche diversi esemplari successivi) provengono, infatti, da altri centri, principalmente dell’Italia settentrionale o dall’area renana. Tra la metà dell’XI secolo e il principio del successivo si assesta, quindi, un grande progetto di monumentalizzazione dell’insula episcopale entro il quale si deve collocare anche la concezione dell’impianto battesimale: i diversi corpi di fabbrica andavano progressivamente delineando l’ingombro del quartiere della cattedrale, al centro del quale è stato disposto il Bel San Giovanni, non in modo estemporaneo o tardivo, ma a seguito di una programmazione organica sull’intero complesso. La Santa Reparata era caratterizzata da una struttura più imponente rispetto a quella di età altomedievale, come dimostrano l’introduzione dei grandi pilastri nella navata, in luogo delle colonne, e del transetto, elementi che suggeriscono un notevole sviluppo sia verticale, sia longitudinale80; alla nuova chiesa si associava un impianto battesimale di inedite proporzioni, tali da raggiungere l’ampiezza della basilica e sulle quali è opportuno riflettere. In questa prospettiva si assumono le conclusioni del Tigler a proposito della consacrazione di San Giovanni ad opera del papa Niccolò II. La difficoltà nell’interpretazione dell’atto rispecchia il problema generale sulla dedicazione della chiesa matrice e di eventuali altri edifici, che accompagna lo studio della cattedrale fiorentina. Nella documentazione medievale disponibile, la chiesa maggiore di Firenze è, effettivamente, ricordata col solo titolo del Precursore fino alla prima metà del secolo XI, cui si va progressivamente ad associare il nome della martire siriaca, divenuto predominante solo nel secolo successivo. Fino a quel momento, con lo stesso titolo si identificava l’interno gruppo episcopale, ma anche la sua chiesa matrice, per cui il nome del Battista doveva rappresentare la funzione battesimale; è quindi verosimile che all’insieme si riferisse l’atto di dedicazione del 6 novembre 1059 visto da Carlo Strozzi, data topica cui si attribuisce qui una stagione più ampia di lavori. A questi cambiamenti architettonici corrispondevano novità sul piano istituzionale, almeno nella definizione delle competenze giuridiche del centro cattedrale, e sul piano liturgico (diretta conseguenza del nuovo assetto), come dimostra il codice Ritus in ecclesia servandi, forse prima opera autoctona prodotta direttamente per la sede fiorentina81. Il primo mutamento in ambito giuridico doveva riguardare il luogo della pieve cittadina: nell’unica primaziale di San Giovanni, poi dei Santi Giovanni e Reparata, aveva sede la pieve urbana, attestata dal 1018 proprio col titolo di Santa Reparata, cui faceva riferimento anche la sua estensione territoriale82. 82 Piattoli, doc. 27, pp. 76-79, dove è citato il «territurio de plebi sancte Reparate». 83 G. Del Rosso, Ricerche storico-architettoniche sopra il singolarissimo tempio di S. Giovanni annesso alla Metropolitana di Firenze, Firenze, All’Insegna di Dante, 1820, pp. 30-32. L’autore riteneva che il trasferimento del fonte significasse l’origine non battesimale dell’ottagono fiorentino. La notizia è stata derivata dalle carte di Calimala da Carlo Strozzi, nucleo non più rintracciabile, e riportate dal preposto Anton Francesco Gori nel XVIII secolo; A. Lumachi, Memorie storiche dell’antichissima basilica di S. Gio Battista di Firenze, Firenze, Lorenzo Vanni, 1782, p. 19-21. 84 G. Tigler, Toscana Romanica, pp. 131-135; M. Frati, Spazi di gioia, pp. 54-55. 85 M. Ronzani, La plebs in città. La problematica della pieve urbana in Italia centro-settentrionale fra IX e XIV secolo, in Chiesa e città, a cura di C.D. Fonseca - C. Violante, Galatina, Congedo Editore, 1990, pp. 23- 43. Il tema della pieve è strettamente collegato al problema dell’eventuale funzione battesimale della chiesa di Santa Reparata e dell’esistenza di una struttura antecedente al battistero attuale. L’amministrazione del battesimo era, infatti, l’elemento fondamentale e distintivo dell’istituzione plebana, in città come nelle campagne, perché attraverso il sacramento si legavano la popolazione dei fedeli e la tassazione da essa derivante al singolo edificio a capo della circoscrizione territoriale. Al 1128 si attesterebbe il trasferimento del fonte battesimale da Santa Reparata a San Giovanni, da quel momento retto da un «Plebanus S. Iohannes de Florentiae», notizia trasmessa nel XVIII secolo da Pier Antonio Burgassi e riportata da Giuseppe del Rosso nel successivo83. A quel momento viene attribuita la piena funzionalità come battistero al San Giovanni e la fase conclusiva dei lavori84, sebbene la presenza dell’altare almeno dal 1113 debba far pensare a un suo utilizzo almeno come luogo di culto. La traslazione del fonte, sulle cui circostanze non si hanno notizie precise, doveva consistere in una cerimonia o evento simbolico, non uno spostamento materiale, col quale la dignità battesimale e le prerogative ad essa connesse erano trasferite nel nuovo edificio. Anche in forza di quell’avvenimento è stata sostenuta l’inesistenza di un impianto autonomo precedente, sostituito da una struttura minore compresa nella basilica o disposta in altra posizione. È tuttavia possibile che anche in questo caso la chiesa da dove era stato rimosso il privilegio rappresentasse, nel senso generale, la cattedrale, ormai con il titolo di Santa Reparata, alla quale era annesso il piccolo battistero precedente, privo cioè di un profilo istituzionale autonomo e di un titolo, e che in quello risiedesse materialmente il fonte battesimale. Con la predisposizione del nuovo centro episcopale, in cui ciascuna struttura veniva concepita con una propria autonomia istituzionale, le cose erano però cambiate: il battistero di San Giovanni diventava una chiesa distinta e con funzioni proprie, tra le quali quella di pieve, dove proveniva il diritto sul primo sacramento. A questo proposito si riporta la considerazione di Mauro Ronzani sui battisteri edificati dopo il Mille in prossimità delle chiese maggiori, dotati di una «fisionomia giuridica» propria, tale da permettere l’acquisizione della dignità plebana85. Così nel caso di Siena dove nel 1186 si trova un «plebanus et rector plebis S. Iohannis» e in quello di Firenze, dove il pievano è attestato solo dal secolo successivo, ma si deve credere che esistesse anche al momento della traslazione del fonte86. 86 Ivi, pp. 42-43. Tale fisionomia non è mai stata acquisita dal battistero pisano dove ancora nel ‘200 il sacerdote incaricato dal capitolo al battesimo era definito «cappellanus baptismi pisane maioris ecclesie». All’estremo il caso di Parma, dalla fisionomia molto complessa, dove operavano due dogmani beneficiati dal capitolo della cattedrale, ma dove fu istituita a fine ‘200 anche una collegiata con un preposto. Secondo il Ronzani Santa Reparata sarebbe diventata definitivamente ecclesia maior nel 1129 quando si attesta Giambono arciprete, preposito «rector et custos» di quella chiesa e quando le consegne battesimali passano al battistero; l’autore parte tuttavia dal presupposto che il San Giovanni esistesse in epoca precedente con funzione di matrice. Notizia del plebano fiorentino è del 1264, registrato nell’Obituario di Santa Reparata «IV non. Jan. presbiter Recuperus plebanus sancti Johannis Baptiste MCCLXIIII», in K. Frey, L’anno di morte di Arnolfo di Cambio, in Arnolfo alle origini del Rinascimento fiorentino, a cura di E. Neri Lusanna, Firenze, Polistampa, 2005, pp. 523-528 (nota 18), già comparso in «Sitzungsberichte der Königlich Preussischen Akademie der Wissenschaften zu Berlin», 29, (1883), p. 705. 87 ASF, Arte di Calimala, Statuto 1, c. 14 r.; G. Filippi, L’Arte dei mercanti di Calimala in Firenze ed il suo più antico statuto, Torino, Fratelli Bocca, 1889; Villani, XI, 94. Il Villani riporta che sotto la giurisdizione della pieve erano cinquantasette parrocchie urbane con popolo. 88 G.W. Dameron, Florence and Its Church in the Age of Dante, Philadelphia, University of Pennsylvania Press, 2005, pp. 40-42. 89 Si vedano, ad esempio, l’affresco daddesco del 1352 La Madonna della Misericordia dell’Ospedale del Bigallo e l’affresco strappato di fine XIV secolo con L’arrivo dei frati minori a Firenze (Firenze, Museo Un plebanus è sicuramente esistente al principio del XIV secolo, quando è nominato nel primo statuto dell’Arte di Calimala, e ancora nella Nuova Cronica di Giovanni Villani ricordato nella sua funzione di battezzatore87. La nuova chiesa di San Giovanni Battista, mai riconosciuta con il termine di battistero, era la sede fisica della pieve urbana, retta da un sacerdote nominato dal capitolo, che presiedeva all’amministrazione del sacramento e alle altre pratiche liturgiche legate al suo ufficio88. Si osserva quindi che nella prima metà del XII secolo si definivano i ruoli degli edifici di culto costituenti il gruppo episcopale fiorentino, caratterizzati da diversi profili giuridici, sebbene collegati dalla comune appartenenza e dalla dipendenza dal capitolo: la chiesa maggiore, la cattedrale vera e propria, facente funzione di chiesa del vescovo e massimo presidio del collegio canonicale; e il battistero, la chiesa minore, delegata alla cura d’anime dell’area urbana. Nell’insieme rappresentavano il nucleo religioso episcopale, la sede dell’istituzione centrale, e in modo coordinato erano impiegate nell’adempimento liturgico, ma separatamente operavano su diversi livelli dell’onoranza del culto divino. Non è chiaro se questa dinamica potesse corrispondere appieno al progetto originario secondo il quale era stato concepito il riassetto dell’insula, la cui effettiva realizzazione si distribuiva nel corso di circa un secolo e sotto la tutela di diversi soggetti. Per quanto concerne il San Giovanni, la sua monumentalità e la tipologia delle sue fondazioni suggeriscono una concezione unitaria che, quandanche partita da una visione più modesta, ha dato luogo alla creazione di una chiesa vera e propria, minore in termini liturgici, ma dominante sul piano architettonico. Le proporzioni assunte dal battistero lo ponevano in evidente competizione con Santa Reparata, eguagliata in ampiezza e, probabilmente, in altezza, in base alla testimonianza delle fonti iconografiche che attestano l’evoluzione della fabbrica di Santa Maria del Fiore, dietro la cui facciata era mantenuta la struttura precedente (fig. 134, 157-158)89. L’ideazione in queste forme e dimensioni sembra dell’Opera di Santa Croce); nella prima fonte, in particolare, si osserva un forte vantaggio nello sviluppo verticale del San Giovanni. confermata proprio dal doppio anello di fondazione, perché, anche se la base interna risulta in appoggio alla sostruzione periferica, e da alcuni giudicata più tarda, l’area dell’ottagono è definita dal muro perimetrale insistente sul primo anello, così come i possenti pilastri angolari, capaci essi stessi di garantire un notevole sviluppo verticale (figg. 145, 159). Non si riscontrano, infatti, particolari ripensamenti strutturali che facciano supporre un mutamento di scala dimensionale in corso d’opera; tutti gli elementi convergono verso una pianificazione ab origine del battistero secondo le forme oggi visibili. Certo all’idea primitiva devono essersi aggiunti nuovi spunti, altri fattori di natura sociale che agivano tanto sul profilo giuridico del battistero, quanto sull’assetto architettonico, intervenuti forse sin dall’apertura del cantiere o in corso d’opera. L’attenzione data qui agli aspetti istituzionali è finalizzata a una migliore comprensione delle condizioni e delle circostanze che hanno determinato lo sviluppo del San Giovanni fiorentino, è rivolta cioè alla contestualizzazione storica e culturale dell’edificio più rappresentativo della città, per il quale le dinamiche del costruire, più di altri casi, appaiono strettamente connesse a questioni di natura giuridica. A questo proposito si aggiunge un’altra data importante per la definizione cronologica del cantiere, il 1150, anno della terminazione del battistero con la lanterna apicale, che introduce il tema del patrocinio comunale sulla fabbrica giovannea. Villani riferisce che in quell’anno, dopo la seconda riedificazione di Firenze, «si fece fare il capannuccio di sopra levato in colonne, e la mela, e la croce dell’oro ch’è di sopra, per li consoli dell’arte di Calimala, i quali dal Comune di Firenze ebbono in guardia la fabbrica della detta opera di Santo Giovanni» (fig. 157-158)90. Se, come si è visto più sopra, il programma di rinnovo del centro episcopale era sicuramente partito dall’iniziativa del vescovo, o dei vescovi, nell’ambito di una congiuntura socio-economica favorevole per la città, si deve attribuire allo stesso processo l’immissione della sfera pubblica nello svolgimento del cantiere. Alla metà del XII secolo si stabilizza il completamento del battistero, dove la lanterna concludeva la grande cupola, e si configura la complessità del tessuto istituzionale su cui si fondava, formato dal vescovo, dal capitolo, dal suo diretto rettore e dal comune, declinato nell’Opera di San Giovanni sotto la tutela dell’Arte Calimala. Due considerazioni sono necessarie su questo punto a proposito della data fornita da Villani: la committenza della lanterna da parte dell’Opera nel 1150 suggerisce un suo insediamento in un tempo più alto di quello ricostruibile da altre fonti e, quindi, il suo possibile intervento nella progettazione dell’edificio, in concorso con la volontà episcopale. Tale binomio, matrice ecclesiastica – matrice civile, dominerà tutta la vicenda storica del San Giovanni, nella gestione, nei riferimenti culturali e anche, come si vedrà nel prossimo capitolo, nella struttura. In secondo luogo, si osserva che Villani contestualizza gli avvenimenti recenti della fabbrica con precisione, come in altre circostanze lontane dalla fondazione mitica dell’edificio, fatto che spinge a credere all’attendibilità sia del patronato comunale, sia della conclusione della copertura a quelle date. 90 Villani, II, 23. Ai suoi giorni il cronista attesta l’esecuzione delle decorazioni musive all’interno del battistero. 91 G. Morolli, L’architettura del Battistero, pp. 58-60, al quale si rimanda per l’accurata e puntuale descrizione della complessa macchina architettonica del San Giovanni. 92 La studiosa ha infatti parlato di «struttura cellulare», C. Pietramellara, Battistero di S. Giovanni a Firenze, Firenze, Poligrafica, 1973, pp. 17 e seg. 93 Per ragioni di coerenza con la ricerca si preferisce utilizzare il termine galleria in luogo di matroneo, parola che rinvia a una tradizione interpretativa dei piani alti degli edifici di culto difficile da comprovare. 94 G. Morolli, L’architettura del Battistero, pp. 61-63; E. Scampoli, Firenze, archeologia, pp. 201-201, il quale riferisce dell’impiego di laterizi sesquipedali provinciali di reimpiego per la parte terminale della cupola, compatibili con una datazione tra XI e XII del battistero: a Firenze, data la prossimità delle cave, si costruiva in pietra forte e il fabbisogno di mattoni precedente al XIII secolo, quando si attesta la ripresa della produzione, era soddisfatto da materiali di reimpiego procurato attraverso le vie commerciali o da edifici antichi locali. 95 Ibidem. L’articolazione della struttura procede, si è visto, da un doppio anello di fondazione, bipartizione che caratterizza tutto lo svolgimento in elevato del battistero, pur con una certa dose di compenetrazione degli apparati verticali, congiunti in più punti da elementi trasversali che rendono solidali i due gusci. Sull’anello esterno insistono, in larga parte, gli otto pilastri cantonali, che si estendono fino all’imposta della cupola, e la muratura perimetrale. Sul blocco interno si ergono le colonne monolitiche che, insieme ai pilastri, sostengono l’architrave, elemento di congiunzione e omogeneità tra tutti i prospetti. Le colonne sono connesse al sistema periferico in due punti: all’altezza dei capitelli tramite le “leghe”, brevi architravi lapidei di andamento perpendicolare rispetto alla trabeazione91; e alla base, che gli scavi hanno dimostrato essere in appoggio sulla risega dell’anello esterno (fig. 160). La correlazione tra i due gusci si accentua ai piani superiori, come aveva già osservato Carla Pietramellara92, del cosiddetto “matroneo”93, suddiviso in tre porzioni per ogni lato da setti radiali che attraversano la struttura, legati tra loro e ai cantonali da volte a botte; e dell’attico dove la connessione è ripetuta in senso assiale grazie ad altri setti murari che legano il piano d’imposta della cupola al perimetrale su cui spiccano le falde del tetto piramidale. La stretta e continua corrispondenza tra i due blocchi e tra tutti gli elementi che costituiscono l’ossatura del battistero, riscontrata fino all’imposta della copertura, è indicativa della concezione unitaria della struttura del San Giovanni. Tutti gli elementi sono orditi con cura e secondo moduli ripetuti sui vari livelli e concatenati sia in senso verticale sia orizzontale, probabilmente al fine di realizzare l’imponente cupola a padiglione (fig. 161-162). Tale struttura era composta da otto spicchi a sesto acuto impostati sull’anello interno al di sopra delle volte della galleria, in lastre di pietra forte per i primi otto metri e terminati in laterizio94. La copertura esterna ha la forma di una piramide ottagonale e insiste sul blocco esterno a partire dalla parete perimetrale dell’attico (fig. 163); è sostenuta da setti murari che poggiano sull’estradosso della cupola e si raccordano tramite volticelle coniche95. Anche a questo livello si osserva uno stretto collegamento tra i due gusci di copertura, connessi dai muri radiali e dalle volte, che ripartiscono il peso sui due anelli. L’organicità del progetto, insieme alle notizie documentarie sulla funzionalità del battistero, dà credito alla data del 1150, anno in cui, secondo Villani, è stata posta la lanterna, quando cioè è stato concluso il cantiere (fig. 163)96. 96 È, invece, difficile credere che esistesse un oculo al centro della copertura, precedente il «capannuccio», a mo’ di «Santa Maria Ritonda di Roma», cioè il Pantheon, come vorrebbe il Villani, che inventava in quelle pagine il mito del tempio di Marte, antecedente al battistero. Dal foro sarebbe, infatti, affiorata la statua del dio guerriero, il patrono pagano di Firenze, ricordato anche da Dante nel XIII canto dell’Inferno. 97 La data del 1202 si apprende sempre dallo spoglio strozziano ed è riportata da G. Del Rosso, Ricerche storico-architettoniche, pp. 47-48. Villani, VI, 14, attesta la data di arrivo del braccio di san Filippo al 1290, mentre nel codice riccardiano Ritus in ecclesia servandi è riportata la data 2 marzo 1205; L. Erente - I. Mannini, Istruzioni liturgiche e libri dell’antica cattedrale, pp. 39-58. 98 G. Tigler, Toscana Romanica, pp. 131-135. 99 M. Cardini, La “reinvenzione” del S. Giovanni, in Il Bel San Giovanni, pp. 169-177. 100 Villani, IX, 3; XI, 175. Per il rivestimento e le relative tecniche di finitura si veda M. Frati, “De bonis lapidibus concis”: la costruzione di Firenze ai tempi di Arnolfo di Cambio. Strumenti, tecniche e maestranze nei cantieri fra XIII e XIV secolo, Firenze, Firenze University Press, 2006, in part. pp. 36-37; 125; 165-166. 101 Sulle porte del battistero si trovano molte notizie nelle carte di Calimala, cui si mescolano quelle dell’Opera di San Giovanni, riportate nelle serie delle Carte Strozziane dell’Archivio di Stato di Firenze (d’ora in poi Strozzi). Si utilizzerà la numerazione delle carte moderna, che differisce da quella data dal senatore di nove numeri). La prima menzione di un maestro Andrea d’Ugolino, incaricato delle porte è del gennaio 1329, a seguito di uno studio sul campo condotto da tale Piero d’Iacopo, mandato prima a Pisa a ritrarre le porte bronzee e poi a Venezia in cerca di un artefice; vicenda conclusa con l’affido al Pisano del lavoro, Strozzi, Serie II, 51, tomo 1, Ex Libro Offitial. Artis Calismale comenciato 1313 e finito 1320 c. 159 r. Nella c. 172 r. del libro Inquisizioni e Riformagioni dell’Arte de Mercatanti 1334 e 1335 conservato nella stessa filza, si chiede agli ufficiali del mosaico dell’Opera di sollecitare maestro Andrea da Pisa a concludere le porte entro la prossima festa di san Giovanni del 1335. L’unica grossa modifica alla fabbrica è rappresentata dell’inserimento della scarsella nel 1202, al posto dell’abside circolare rinvenuta negli scavi di fine Ottocento, intervento che è stato messo in relazione all’acquisizione della reliquia del braccio di san Filippo97. Secondo Tigler si tratta dell’unico cambiamento in corso d’opera al corpo di San Giovanni98, cui si deve legare un rinnovo dell’area presbiteriale, innalzata e recinta, e del piano pavimentale, caratterizzato dal ricco intarsio marmoreo. La scarsella è un corpo rettangolare aggiunto all’ottagono sul lato occidentale, rialzata di circa 70 cm dal piano del battistero, in appoggio all’arco trionfale (figg. 164-165)99. Il muro di fondo poggia direttamente sul livello della domus romana, mentre i lati corti, di maggiore spessore, insistono sull’abside semicircolare. Nei segmenti laterali si aprono a Nord una porta che dà verso l’esterno, a Sud un piccolo vano adibito a sacrestia del San Giovanni. Lungo tutti i lati corre una panca, più alta di quella dell’ottagono, che doveva servire da seduta per i canonici, a riprova della costituzione di un «coro de pretti [che] era di marmo», come riportato nel disegno di Buontalenti del 1577 (fig. 139). Gli ultimi interventi significativi documentati da Villani risalgono al 1293, quando «si feciono intorno a San Giovanni i pilastri de’ gheroni di marmi bianchi e neri per l’arte di Calimala, che prima erano di macigni, e levarsi tutti i monumenti e sepolture e arche di marmo ch’erano intorno a San Giovanni per più bellezza della chiesa»100; e al 1330 anno di inizio delle porte in metallo commissionate ad Andrea Pisano101. L’introduzione del rivestimento marmoreo zebrato sui cantonali doveva concludere la stagione della decorazione esterna del battistero, elemento che ne ha largamente modificato l’aspetto e la percezione (fig. 133)102. È possibile che si trattasse, invece, della fase inziale della decorazione, che si deve comunque ritenere conclusa entro la metà del XIV secolo, come indicato dalle testimonianze iconografiche (figg. 157-158). In questa prospettiva di nobilitazione del paramento il comune aveva, infatti, deciso di rimuovere le sepolture che si addossavano alle pareti, a continuazione della necropoli che si era sviluppata già nei secoli alti attorno alla chiesa del vescovo103. Questo progetto di riqualificazione doveva prendere avvio nel 1288 con la decisione del comune di ripavimentare la piazza del centro episcopale, del quale doveva essere incaricato Arnolfo di Cambio104. Piazza che sarebbe stata ampliata nel quarto decennio del XIV secolo, con l’acquisto da parte dell’Opera di San Giovanni di alcuni lotti di terreno dal comune di Firenze, probabilmente verso il campanile, porzione da lastricare, con lo stesso ammattonato a spina pesce rinvenuto negli scavi di metà Novecento105. 102 G. Tigler, Toscana Romanica, pp. 131-135. Secondo l’autore e in base alle osservazioni del Salmi, il rivestimento si presentava strettamente connesso al muro retrostante, era cioè stato messo in opera subito dopo la costruzione dell’edificio. 103 Sulla necropoli si veda G. Maetzke, Il cimitero alto medievale e medievale, in Il Bel San Giovanni, pp. 191-201. Villani, VII, 33, nell’episodio della cacciata dei guelfi e la distruzione dei loro beni da parte dei ghibellini, parla della torre del Guardamorto, così denominata «però che anticamente tutta la buona gente che moria si soppelliva a San Giovanni». Ancora sul cimitero si hanno notizie dal Boccaccio, Decameron, IX, 6, in cui Guido Cavalcanti sfugge ai suoi persecutori nascondendosi tra le arche prossime al battistero. 104 G. Morolli, L’architettura del Battistero, pp. 46-47. Tracce di quest’operazione sono emerse negli scavi all’esterno del battistero, dove è stato rinvenuto l’ammattonato precedente all’attuale piano stradale. 105 L’acquisto, riportato nelle Provvisioni e Reformagioni dall’anno 1331 al 1342, è del 28 febbraio 1336, Strozzi, Serie II, 51, tomo 1, c. 179 v. Dal Libro di Commissioni Citazioni Riformagioni de Consigli dell’Arte de Mercatanti 1340 e 1341, Strozzi, Serie II, 51, tomo 1, c. 184 r., si parla della pavimentazione e dell’area di estensione della piazza «5 Febb.o Lastrico si fa sulla Piazza di S. Gio dalla parte del Campanile di S. Reparata». 106 D. Alighieri, Commedia. Inferno, XIX. Entro la metà del XIII secolo il battistero era stato completato in termini strutturali e nella maggior parte della sua compagine decorativa. L’unico senso di fabbrica nel tempo, cioè realizzata lungo un arco temporale esteso, si deve riconoscere in questo secondo aspetto, più soggetto ai mutamenti di gusto, mentre dal punto di vista della macchina architettonica si ritiene concluso entro la prima metà del XII secolo. 4.3 Arredi liturgici. Le fonti basso medievali La prima fonte scritta sulla vasca battesimale del San Giovanni è il XIX canto dell’Inferno dantesco, dove, con un’efficace metafora a proposito della pena dei simoniaci, il poeta descrive la piscina fiorentina: «Io vidi per le coste e per lo fondo/ piena la pietra livida di fori/ d’un largo tutti, e ciascun era tondo./ Non mi parean men ampi, né maggiori/ che que’ che son nel mio bel San Giovanni,/ fatti per luogo di battezzatori/ l’un delli quali, ancor non è molt’anni/ rupp’io per un che dentro v’annegava»106. Il fonte è stato smantellato nel 1577 da Bernardo Buontalenti in occasione del battesimo di Filippo de’ Medici, primogenito del granduca Francesco. L’architetto ha prodotto un prezioso disegno prima di intervenire sull’arredo del battistero, nel quale si osserva il recinto ottagonale che circondava «il fonte magiore che era in san gio.ni», riconoscibile come tale grazie allo scorcio che ne mostra i prospetti, al suo proseguimento nella recinzione presbiteriale e all’ingombro dell’accesso posto a Est della struttura (fig. 139)107. Non vi sono, tuttavia, riportate le forme della vasca, ricostruite attraverso altro tipo di testimonianze e alcuni confronti, a partire dalla descrizione dantesca; in particolare, la critica fa riferimento ai prototipi di Pisa e di Pistoia, entrambi con quattro pozzetti in corrispondenza dei vertici interni, il primo ottagonale, il secondo di profilo quadrato con invaso centrale rotondo (figg. 166-167)108. 107 Il disegno è conservato presso il Gabinetto dei Disegni degli Uffizi, con segnatura Arch. 2483. 108 Altra ipotesi sarebbe il tipo di Calci o di Massa Marittima, quadrangolare con pozzetti a embrice nei quattro angoli interni, morfologia che però molto si discosta dal suggerimento dantesco. 109 M. Tavoni, Sul fonte battesimale di Dante, in Il Battistero di San Giovanni, pp. 205- 228. 110 E. Neri Lusanna, L’antico arredo presbiteriale e il fonte del Battistero. Vestigia e ipotesi, in Il Battistero di San Giovanni, pp. 189-204. 111 Per la possibile stratigrafia del fonte si veda il paragrafo precedente. 112 A. Garzelli, Sculture toscane nel Duecento e nel Trecento, Firenze, Marchi e Bertolli, 1969. 113 Strozzi, Serie II, 51, tomo 1, Uscite di S. Gio 1306, c. 108 r. La natura del pagamento 25 fiorini (?) d’oro, che corrispondevano solo a una parte dell’ammontare complessivo, suggerisce un lavoro imponente per il materiale e le dimensioni, che poteva corrispondere effettivamente a un cancello di recinzione. Come ha giustamente colto Mirko Tavoni, l’episodio dantesco presenta diversi problemi, primo tra tutti quello della rottura di un elemento lapideo di un certo spessore, che l’autore risolve, attraverso un’interessante ipotesi interpretativa basata sui contenuti biblici e politici del passo, con l’impiego di anfore d’argilla per il battesimo degli infanti (fig. 169)109. Del canto infernale sembra dover, però, trattenere la sola informazione sui pozzetti circolari, riconducibile alla tradizione toscana di quel periodo, qualunque fosse il profilo esterno del fonte, sul quale si hanno informazioni contrastanti. Da un disegno di Giuliano da Sangallo prodotto alla fine del XV secolo, si apprende che al centro del battistero era un ottagono, o forse due ottagoni concentrici, come suggerito dal notevole spessore dato alla struttura (fig. 168)110. Questo impianto non concorda con il blocco di fondazione quadrato rinvenuto sotto il piano pavimentale, probabile sostruzione del fonte impostato in questi anni, che poteva essere stato preceduto da un impianto diverso, forse da una piscina ad immersione incassata nel pavimento111. Verso un impianto genericamente quadrangolare spingono anche le testimonianze iconografiche e la nota di Johan Fichard già ricordate; questa è anche la tesi di Annarosa Garzelli che ha proposto la costruzione di un fonte simile a quello pistoiese, anzi modello per quel manufatto opera del 1226 di Lanfranco da Como, datato quindi attorno al 1220112. Dalle carte dell’Opera poco si apprende su questa componente dell’arredo liturgico, come la notizia di pagamento del dicembre 1307 a Nicolò Spronai per una «graticola per la fonte del Battesimo», che potrebbe consistere in una copertura per l’invaso, oppure di una forma di recinzione113. Un’informazione interessante è trasmessa dal quarto statuto dell’Arte di Calimala del 1332, in cui è prescritto che gli ufficiali dell’Opera Moyse (incaricati principalmente della decorazione) dovessero «far fare condotto dell’acqua, dalla casa dell’opera infino alle fonti della Chiesa del detto san Giovanni, si che le dette fonti s’empiano, per colonna di marmo, lo meglio e più bellamente che fare si puote ad onore di Dio e del beato santo Giovanni predetto. E del detto condutto siano tenuti di fare, anzi che sia domenica d’olivo, a pena di soldi cento per ciascuno»114. I funzionari erano stati cioè incaricati di far eseguire un grande lavoro di rifacimento del sistema idraulico che avrebbe coinvolto necessariamente anche le pavimentazioni, le fondamenta e il fonte stesso, nel quale, i condotti precedenti sarebbero stati sostituiti con un impianto più moderno115. La colonna di marmo poteva coincidere con una delle due canalette, quella d’immissione, rinvenute sulla faccia superiore del blocco di fondazione quadrato, al centro della sagoma ovoidale, e che da quella sgorgasse l’acqua, ora distribuita dall’alto116. Se così fosse, il fonte richiamerebbe un modello più tipicamente paleocristiano, anche in relazione all’idea di acqua viva, cioè corrente, ritenuta fondamentale per il battesimo nei secoli alti117. Questo tipo di scelta sarebbe assimilabile al più generale clima spirituale pauperistico diffuso in Italia dagli ordini mendicanti proprio tra XIII e XIV secolo che a Firenze erano sicuramente in contatto con l’Opera di San Giovanni, che invitava i padri ad officiare in battistero118. 114 ASF, Arte di Calimala, Statuto IV, Libro III, R. 12; pubblicato anche da P. Emiliani Giudici, Storia politica dei municipj italiani, III, Firenze, Poligrafia Italiana, 1859. 115 Un’opera di tale portata dovrebbe aver lasciato tracce inequivocabili nell’area di terreno coinvolta e sulle strutture murarie, qualora fosse stata realmente eseguita; si potrebbe pensare che i condotti dell’ottagono centrale, del blocco inscritto e l’altra canalizzazione sospesa si riferissero proprio a quel sistema rinnovato. Sulla stratificazione delle canalette si veda L. Marino et al., L’ipogeo del battistero, pp. 69-72. 116 Ibidem. Le canalette sembrano, infatti, due: una sicuramente in discesa, quindi di scarico, che va verso il muro Sud-Ovest dell’ottagono, cioè verso il pozzetto di scarico delle acque; la seconda a sezione quadrata sembra sempre in discesa, ma la particolarità di questa identica inclinazione potrebbe indicare modifiche della direzione avvenute nel tempo. 117 Sul tema dell’acqua viva si veda il primo capitolo. L’acqua sgorgante da colonne o da elementi simili si attesta per il fonte lateranense e per il battistero milanese di Santo Stefano (o forse di San Giovanni). 118 Per questo punto, trattato diffusamente negli statuti dell’Arte di Calimala, si rimanda al capitolo successivo. 119 Strozzi, Serie II, 51, tomo 1, c. 26 r. Si tratta dell’altare d’argento oggi conservato al Museo dell’Opera del Duomo, restaurato di recente dall’Opificio delle Pietre Dure, opera iniziata come dossale nel 1366 e rielaborata fino al secolo successivo in forma di altare mobile. Nel 1371 la grande vasca sarebbe stata sostituita nell’uso dal fonte gotico ancora esistente, prima disposto in corrispondenza del pozzetto di scarico, quindi a ridosso del prospetto Sud-occidentale del San Giovanni, trasferito poi sul lato Sud-Est prossimo al portale maggiore (fig. 146). Il nuovo impianto potrebbe indicare un nuovo modo di celebrare il battesimo, non più ad immersione, ma per infusione dell’acqua sul capo del bambino, come sembra suggerire la rappresentazione a rilievo del Sacerdote battezza i fanciulli su una delle facce della vasca orcagnesca (fig. 170). Dell’area presbiteriale molto si è già detto: la recinzione che delimitava il coro dei canonici, e l’altare già citato nel 1113, al termine dell’episcopato di Ranieri, e confermato dalle fondazioni rinvenute negli scavi del primo ‘900. Il presbiterio era rialzato di alcuni gradini, gli «scaglioni» cui fa riferimento una carta dell’Opera del 1366 a proposito del dossale d’argento da porsi di fronte all’altare (fig. 171)119. Per il presbiterio era stata programmata una serie di sculture di marmo raffiguranti gli apostoli e gli evangelisti, da disporsi «intorno intorno», che si dovevano aggiungere a quella di san Bartolomeo, già accanto all’altare nel 1321, specularmente alla quale era prevista la collocazione di un san Barnaba120. 120 La notizia del san Bartolomeo, effettivamente messo in opera, risale al 1321, Strozzi, Serie II, 51, tomo 1, Riformagioni e Provisioni dell’Arte de Mercatanti, c. 168 v., così come di tutta la serie di apostoli ed evangelisti, di cui però non si ha traccia. La prescrizione è anche riportata nello statuto del 1332, ASF, Arte di Calimala, Statuto IV, Libro III, R. 12. 121 Ancora nel maggio del 1338 è citato un «pergamo e fonti di marmo nella Chiesa di S. Gio», forse non ancora portato a compimento. Di difficile interpretazione è il riferimento alle fonti, forse riferibile all’opera di restauro delle condutture prescritta nello statuto del 1332. Strozzi, Serie II, 51, tomo 1, Provisioni e Riformagioni dall’anno 1331 al 1342, c. 180 v. 122 ASF, Arte di Calimala, Inventario dell’Opera e sacrestia di Santo Giovanni sec. XIV, 118, cc. 1 r., 3 v., 7 r. 123 Ivi, c. 4 r. Nell’inventario è fatto riferimento all’arredo liturgico tramite i vari drappi conservati negli armadi della sagrestia e ad altre suppellettili liturgiche, che nel caso della sedia del vescovo sono «una vesta di domasco afiori» e un guanciale di cuoio ricordato a c. 8 r. La presenza del vescovo nelle cerimonie del battistero è evocata anche da un «calice grande Smaltato co patena per vescovo» riposto nell’armadio degli argenti, c. 3 v. 124 Ivi, cc. 4 r., 4 v.; Strozzi, Serie II, 51, tomo 1, Provisioni e Riformagioni dall’anno 1331 al 1342, cc. 177 v.-178 r. Anche il Boccaccio, Decameron, VIII, 3, parla del tabernacolo dipinto e intagliato «il quale è sopra l’altare della detta chiesa, non molto tempo davanti postovi», cioè poco prima del 1348, anno in cui è ambientato il racconto. Alla stessa carta del 1321 risale la commissione di «un bel pergamo di marmo dove sia scolpita tutta l’Historia di S. Gio», elemento andato perduto, forse sempre durante i lavori per il battesimo di Filippo de’ Medici del XVI secolo, ma cui Buontalenti non fa riferimento121. Il pergamo è attestato anche nell’inventario della sacrestia di San Giovanni del XIV secolo, dove sono elencati i diversi complementi d’arredo ad esso pertinenti, come il leggio e i paramenti per ricoprirlo122. Non è indicato, tuttavia, il punto in cui dovesse essere installato, sebbene sia probabile che si trovasse nei pressi della scarsella. Un’idea sull’organizzazione dell’area può essere fornita dalla disposizione degli arredi nel battistero di Pisa, dove il presbiterio, anch’esso dotato di altare e sedili per i canonici, forma un blocco rialzato insieme alla vasca, a lato del quale è disposto il pulpito scolpito da Nicola Pisano nel 1260 (fig. 172). La presenza del deambulatorio anulare nell’edificio costruito da maestro Deotisalvi ha imposto la sistemazione del coro e del pergamo nella zona centrale del battistero, in mancanza di un recesso nella parete di fondo, mentre nel caso fiorentino la scarsella ha permesso una separazione dei due poli cultuali, il fonte e l’altare, inclusi poi nella medesima recinzione. A ridosso del parapetto di San Giovanni, che occupava larga parte del settore occidentale, doveva situarsi il pulpito, facilmente accessibile per i canonici che sedevano nella tribuna e che ne usufruivano, probabilmente, in occasione delle messe. Si ipotizza che l’elemento fosse in legno, materiale più facilmente rimovibile e deperibile, piuttosto che in pietra, magari scolpita, caratteristica che avrebbe giocato a favore della sua conservazione. Lo stesso inventario informa su diversi elementi d’arredo liturgico esistenti nel battistero ancora nel Trecento: la sedia per il vescovo, che rimanda al presidio episcopale in occasione delle principali cerimonie, come il battesimo pasquale o le festività maggiori del santorale123; un tabernacolo, ricordato anche nelle carte dell’Arte per accomodare meglio un crocifisso, che secondo il catalogo raffigurerebbe anche una Maddalena124. Nel presbiterio, qui definito «palcho dello altare dellariento», dove cioè era posto il già citato dossale d’argento, oltre alla sedia per il presule, c’erano anche altre quattro panche con spalliera nuove, una panca più vecchia sempre con spalliera, una panca con l’inginocchiatoio e una panca minore, che danno forma concreta al coro dei canonici125. 125 ASF, Arte di Calimala, Inventario dell’Opera, 118, c. 8 r. 126 Ibidem. 127 G. Boccaccio, Decameron, VIII, 3. 128 Strozzi, Serie II, 51, tomo 1, Provisioni e Riformagioni dall’anno 1331 al 1342, cc. 178 v, del 1334 e 180 v. del 1338 in cui si ricorda la doratura. 129 Ivi, c. 179 r. del 26 agosto 1335. 130 A.M. Guasti, Le pitture parietali nel matroneo, in Il Battistero di S. Giovanni, pp. 363-372. 131 Ibidem. Per la parte esterna al presbiterio sono invece elencate altre sedici panche di varia conformazione, cui si aggiunge una «Chassetta colla spalliera per bapteziere», che potrebbe essere un elemento impiegato dal sacerdote incaricato del battesimo durante le celebrazioni pasquali126. Delle sedute in battistero, probabilmente quelle esterne, accenna anche il Boccaccio, dicendo che il pittore Calandrino, avvicinato dai suoi canzonatori, ammirava il tabernacolo sull’altare mentre «solo si sedea» (fig. 173)127. La novella non solo conferma le panche citate dall’inventario, ma testimonia anche della visibilità dell’altare e, quindi, dell’altezza ridotta della recinzione presbiteriale. Infine si attesta la presenza di strutture messe in opera per la posa e l’accensione dei ceri che venivano offerti al San Giovanni, in particolare dei beccatelli lignei, di difficile collocazione, fatti dorare nel 1338, sopra i quali si doveva disporre anche il crocifisso128, e un «ballatoio di legno» che doveva correre intorno alla chiesa129. Si tratta di elementi mobili non più conservati, molto difficili da ricondurre a una posizione originale. L’importanza della ricostruzione dell’arredo liturgico concepito per un edificio di culto risiede nella sua capacità di fornire informazioni sull’impiego dello spazio sacro. Così le recinzioni precisano la diversificazione di isole entro il battistero che corrispondevano ai diversi momenti della liturgia o della devozione, il fonte richiama la funzione sacramentale del luogo, le sedute all’interno e all’esterno del coro informano sulle categorie di fruitori e sulla loro disposizione e l’altare conferma la molteplicità di destinazioni d’uso cultuale cui era soggetto l’impianto battesimale. I documenti presi in esame non fanno alcun riferimento alla struttura della galleria superiore, tema centrale nella presente disamina, né in termini strutturali, né in relazione all’arredo, fatto che complica notevolmente la ricostruzione delle sue dinamiche d’uso. Gli unici elementi validi in questo senso sono le decorazioni bicrome parietali a motivi geometrici, animali e vegetali, con l’aggiunta di alcuni oggetti di tipo liturgico, realizzate nel XIII secolo da maestranze fiorentine e comunque precedenti ai mosaici di primo Trecento che le ricoprono nel settore orientale (figg. 175-177)130. La datazione è stata proposta in base ai raffronti con le tarsie fiorentine dello stesso periodo e con altri elementi decorativi presenti nel battistero, in particolare nel pavimento (fig. 178); è stato, infatti, ipotizzato che le due campagne decorative prendessero avvio nel medesimo periodo131. Proprio la decorazione della galleria, sebbene manchino le componenti d’arredo, che potevano essere mobili, suggerisce un suo ruolo funzionale, e non solo statico, nella fruizione del battistero. Suggestiva a questo proposito è l’osservazione del De Angelis D’Ossat, sulle tracce di un’apertura più ampia, secondo lui una porta, in corrispondenza di una finestra della galleria, che avrebbe connesso il battistero al palazzo episcopale attraverso una struttura pensile. Il dato non è comprovabile, ma imposta la riflessione nella giusta direzione, cioè quella di uno spazio alternativo a quello battesimale, ma ad esso strettamente connesso per ragioni simboliche o di opportunità materiale, utilizzato solo da alcune figure o predisposto per richiamarne la presenza. 6 Fonti e funzioni. La polifunzionalità dello spazio battesimale 6.1 Lo spazio: fonte primaria e categoria funzionale L’esame di un corpo architettonico non può prescindere dalla lettura della configurazione spaziale conferita dall’ossatura portante e dall’insieme degli elementi che compongono l’arredo, nel caso di un edificio sacro, arredo liturgico. La struttura e lo spazio da essa delineato costituiscono la compagine monumentale di una qualsiasi costruzione, e non possono, pertanto, essere considerati separatamente ai fini di un’analisi funzionale, ma in assoluta continuità e dipendenza. L’insieme dei due elementi definisce la forma, cui si associano dei contenuti e dei significati derivati dalla natura del luogo e dai suoi destinatari. Ciascun pezzo di questo meccanismo complesso attiva, tra le parti e tra ogni singola parte e il tutto, rapporti intuitivi sia di tipo puramente formale, secondo i binomi di apertura e chiusura, visibilità e occultamento, sia di tipo comportamentale, nelle categorie di accessibilità e inaccessibilità; tali connessioni si riflettono sulle dinamiche della fruizione e sugli attori sociali che utilizzano il manufatto. Viceversa, il processo si può leggere in senso contrario, senza alterarne la validità: le esigenze dettate dall’uso finale si manifestano nella morfologia di un edificio e nelle relazioni tra le parti e delle parti con l’insieme. La prospettiva della ricerca, ma non il senso, muta a seconda del punto di partenza, cioè se si intende proporre una ricostruzione dello spazio in base al suo impiego o, piuttosto, delle destinazioni d’uso in base alla lettura dello spazio1. In questa sede si vuole percorrere la seconda strada: a partire da dati spaziali e volumetrici noti, e con il supporto della documentazione scritta, sarà condotta una lettura degli ambienti interni degli edifici battesimali in esame, allo scopo di comprenderne le funzioni e, di conseguenza, il loro impatto semantico sui monumenti. Questo procedimento metodologico si presta a due ordini di considerazioni: le fonti scritte possono dare informazioni dirette sull’utilizzo e sulla specializzazione degli ambienti per determinati scopi; allo stesso modo, la mancanza 1 È nota l’attività di ricerca condotta da Carol Heitz a proposito dei complessi monastici carolingi, attraverso la quale lo studioso ha potuto ricostruire le fattezze e le caratteristiche architettoniche di alcuni edifici di culto, come nel caso di Centula, a partire dalle fonti liturgiche che ne spiegavano il funzionamento. Si vedano in particolare C. Heitz, Recherches sur les rapports entre architecture et liturgie à l’époque carolingienne, Paris, S.E.V.P.E.N, 1963; Id, Architecture et liturgie processionelle à l’époque préromane, in «Revue de l’Art», 24, (1974), pp. 30-47. Per una riflessione su questi temi e per la possibilità di analisi nella direzione opposta si fa riferimento a P. Piva, Lo ‘spazio liturgico’: architettura, arredo, iconografia (secolo IV-XII), in L’arte medievale nel contesto, Milano, Jaca Book, 2006, pp. 141-180; sull’applicazione del metodo al caso romano S. De Blaauw, Cultus et decor. Liturgia e architettura nella Roma tardoantica e medievale. Basilica Salvatoris, Sanctae Mariae, Sancti Petri, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1994. di notizie a proposito di pratiche tradizionalmente attribuite ad alcuni assetti spaziali consente di rivalutare il ruolo di quelle aree in rapporto ad altre circostanze. In secondo luogo, lo spazio stesso si impone come fonte primaria nella disamina contenutistica di un edificio, il punto di partenza per una riflessione sulla funzione, in sintonia con le categorie sopra individuate. Si dovrebbe più precisamente parlare della molteplicità di spazi concepiti all’interno di una struttura, che devono essere valutati in base allo sviluppo dimensionale, alla configurazione e alla loro reciproca articolazione o estraneità. «L’edificio di culto diviene architettura interna», osserva Sible De Blaauw a proposito dell’edilizia cristiana, diversamente dalla tradizione templare greca e romana, dove era privilegiata la dimensione esterna del corpo architettonico 2 ; l’orientamento, la configurazione, la fruizione sono quindi calibrate secondo una visione da dentro. 2 S. De Blaauw, In vista della luce. Un principio dimenticato nell’orientamento dell’edificio di culto paleocristiano, in Arte Medievale. Le vie dello spazio liturgico, a cura di P. Piva, Milano Jaca Book, 2012, pp. 19-48, in part. p. 35. 3 O. Brandt, Riflessioni sullo studio dell’architettura degli edifici battesimali in Italia, in Acta XV Congressus Internaionalis Archaeologiae Christianae. Episcopus, civitas, territorioum, Toleti, 8-12.9.2008, a cura di O. Brandt, Città del Vaticano, Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, 2013, pp. 1731-1748. 4 S. De Blaauw, Cultus et decor, 1994 ; Id, Kultgebäude, in Reallexikon für Antike und Christentum, 22, Stuttgard, A. Hiersemann 2008, pp. 227-393. Tale premessa è di fondamentale importanza per uno studio aggiornato dell’architettura sacra, troppo spesso vincolato ai soli dati edilizi o estetici in senso evenemenziale, incurante della definizione degli ambienti destinati al culto e ad altre pratiche, e dunque lontano dalla realtà storica dei monumenti, nei quali si riconosce, invece, una particolare cura nell’organizzazione dei partiti architettonici e nella distribuzione delle decorazioni e dei vari elementi d’arredo in rapporto ai contenuti e alle persone che li avrebbero frequentati. Lo spazio diventa, di conseguenza, una categoria funzionale, oltre che uno strumento critico efficace, attraverso cui progettare ed esaminare l’architettura, intesa come disciplina capace di dare forma fruibile e simbolica alle necessità umane, cioè che concretizza le esigenze d’uso e di rappresentanza di chi partecipa all’impresa. Se la concezione dei monumenti non poteva prescindere dall’elaborazione di un piano circostanziato capace di far emergere tali bisogni, nemmeno lo studio loro rivolto si deve distanziare dallo stesso criterio pratico. Interessante in questo senso è il ragionamento proposto da Brandt, a partire dalla riflessione sullo spazio sociale di Henri Lefebvre, secondo cui l’architettura conferisce un contenitore ad un insieme di azioni, ad uno spazio rituale che viene così delimitato dall’involucro monumentale3. Dai movimenti maggiori, “gesti primari”, o dal bisogno di attuarli scaturiscono le strutture, entro le quali si adattano, invece, i movimenti “piccoli” o secondari. Quest’idea si ricollega alla lettura dello spazio battesimale in base allo svolgimento del rito fatta De Blaauw, in cui la funzione liturgica diventa fonte di spazio e lo spazio costituisce lo scopo fondamentale della forma4. L’analisi dello spazio e quindi dell’ambientazione delle attività in esso svolte consente una lettura contestualizzata non solo dell’edificio, ma anche delle componenti sociali che ad esso si legavano e con cui interagivano in maniera dinamica e diversificata. La configurazione spaziale, tanto quanto l’ossatura monumentale o gli altri aspetti materiali del costruire (progettazione, maestranze, tecniche edilizie, finanziamenti, gestione), racchiude informazioni di grande rilievo per lo studio di quell’universo di comportamenti e di significati che sono alla base della produzione di un qualsiasi manufatto, alla cui comprensione volge questa ricerca. Dal punto di vista strutturale, come si è visto, gli elementi che connettono il battistero di Firenze all’esperienza architettonica milanese risiedono nella pianta, nel trattamento degli angoli, sia all’interno che all’esterno (pilastro diedro, evidenza dello spigolo con elementi verticali, contrafforte esterno su base), nella galleria sopraelevata interna, quindi l’articolazione della parete su due livelli, e nell’attico sotto il tetto (figg. 186-192). Anche la copertura a padiglione ottagonale doveva prendere spunto dagli ottagoni tardoantichi di Milano, sebbene la maturazione delle tecniche edilizie e delle competenze avvenuta nel corso di circa sette secoli abbiano portato a soluzioni estremamente avanzate nella cupola fiorentina. In termini di organizzazione spaziale, come accennato, sia nel battistero di San Giovanni alle Fonti, sia in quello di Firenze si trovano un nucleo centrale destinato alle pratiche iniziatiche, la vasca battesimale isolata da una recinzione, un’area per l’altare maggiore e, soprattutto, un corridoio rialzato che corre lungo il perimetro dell’edificio5. 5 Si rammenta che la galleria superiore per il caso milanese è stata supposta in base ai raffronti con la serie di analoghi sacelli ottagonali, costruiti in età tardoantica nella stessa città ambrosiana. 6 Sulla questione etimologica e semantica relativa a profanus e sacer si veda G. Romaniello, Dalla tenebra alla luce semantica: nei segreti della glottologia, Roma, Sovera, 2002, pp. 65-77. 7 M. Sannazaro, L’edificio battesimale nella metropoli milanese e nelle diocesi suffraganee lombarde, in Albenga città episcopale. Tempi e dinamiche della cristianizzazione tra Liguria di Ponente e Provenza, Convegno internazionale e tavola rotonda, Albenga, 21-23 settembre 2006, a cura di M. Mercenaro, Genova, Istituto Internazionale di Studi Liguri, 2007, pp. 705-740. Spesso sotto o presso i battisteri medievali era costituito un pozzo o una cisterna in cui confluivano le acque impiegate nel battesimo, in particolare per edifici di diretta commissione episcopale. L’interpretazione di questo assetto muove dalle modalità di fruizione dettata dai tempi della liturgia sacramentale, l’adempimento principale cui il battistero doveva rispondere. La circoscrizione del fonte entro un parapetto o cancello esplica la necessità di dividere il polo liturgico fondamentale dal resto dello spazio, quindi da eventuali contaminazioni con altre attività diverse dal battesimo e da interazioni proibite a persone non autorizzate al contatto con l’elemento sacro. Il senso etimologico di profanus spiega perfettamente tale contrapposizione: ante fanum, fuori dal recinto sacro, fuori dal tempio che è, invece, consacrato; così come sacer racchiude in sé la nozione primaria di separazione e inviolabilità dell’elemento, la persona o il luogo6. Marco Sannazaro ha parlato della concezione dell’acqua come res sacra maturata nei secoli centrali del Medioevo, anche quando aveva esaurito la sua funzione lustrale, che non poteva quindi essere corrotta e perfino dispersa in terreno non consacrato 7 . Questo potrebbe essere il caso di Firenze, dove, presso il prospetto interno Sud-occidentale è stato ritrovato un pozzetto in muratura che giunge fino al piano della domus romana, sottostante l’area del San Giovanni (fig. 149). Se la vasca era il fulcro liturgico del battistero e le acque erano considerate elemento inviolabile, seppur residue, appare chiaro il senso di isolare l’impianto dal resto dell’aula. Anche la separazione dell’altare andava nella stessa direzione, come negli altri edifici di culto in cui l’area presbiteriale si presentava rialzata o divisa dallo spazio per i fedeli, focus dell’azione eucaristica e luogo di custodia delle reliquie. La galleria proponeva un’ulteriore suddivisione interna tra l’area riservata alla liturgia e un corpo sopraelevato, che doveva superare il senso generale di specializzazione degli spazi destinati al culto, dato il forte distacco, anche percettivo, generato dall’altezza. Nei termini di una relazione tipologica, come si è visto, questo elemento si presenta come punto di congiunzione tra i due battisteri analizzati: la galleria al piano era, infatti, caratteristica degli ottagoni e degli edifici battesimali lombardi e da quella regione si deve credere provenisse il modello applicato a Firenze 8 . Risulta, tuttavia, difficile comprendere le destinazioni d’uso per cui tale soluzione fosse stata progettata, oltre ad un’eventuale funzione nello scarico o distribuzione del peso delle coperture. Gli apparati decorativi conservati nel deambulatorio fiorentino, come in Sant’Aquilino e negli altri battisteri lombardi, sconsigliano un suo impiego puramente statico, così come la creazione di passaggi che ne consentivano la percorribilità lungo il perimetrale. Le fonti scritte disponibili, narrative, ecclesiastiche e notarli, non danno alcuna informazione sulla loro funzione, né accennano a percorsi tra l’aula centrale e il piano alto. L’unica eccezione, ammessa la validità dell’interpretazione datane dalla critica, è rappresentata da un codice liturgico della Biblioteca Ambrosiana prodotto tra XI e XII secolo, studiato da Cyrille Lambot, in cui è riportata una prescrizione di complessa lettura: dopo il battesimo e la consegna della veste bianca si legge «Hoc finito, descendant cum letaniis ad fontem et cum letaniis veniant ante altare et incipiant missam»9. È Stato supposto che la discesa potesse riferire di un collegamento tra le due aree nei riti post-battesimali celebrati nella diocesi ambrosiana, sebbene l’indicazione sia davvero minima. Difficilmente la galleria poteva essere impiegata contestualmente al battesimo, in particolare nella confermazione, perché le dimensioni ristrette dei sistemi scalari e degli stessi corridoi dovevano rendere molto impervio il movimento del gruppo di chierici con bambini al seguito, anche a Firenze, dove la superficie calpestabile è più ampia che altrove 10. Non si riscontrano, inoltre, motivi teologici e dottrinali che possano confermare tale lettura: la compagine iniziatica delle origini, l’insieme sacramentale che attraverso il battesimo portava alla comunione, era 8 Si esclude volontariamente il caso pisano che, ad avviso di chi scrive, deve essere ricondotto al modello gerosolimitano della rotonda del Sepolcro. Anche per la fase romanica del battistero di Lucca è stata supposta l’esistenza di un secondo piano, ma sempre in relazione a modelli ambrosiani; M. Frati, Spazi di gioia, I battisteri in Toscana dalle origini al tardo Medioevo, in Monumenta. Rinascere dalle acque. Spazi e forme del Battesimo nella Toscana medievale, a cura di A. Ducci e M. Frati, pp. 45-80. 9 C. Lambot, North Italian services of the eleventh century. Racueil d’ordines du XI siècle provenant de la haute-Italia, London, Henry Bradshaw Society, 1931, pp. XXXVI; 34-35. Si tratta del codice T. 27 sup. della Biblioteca Ambrosiana di Milano, che secondo l’interpretazione del Lambot è stato prodotto in una città importante dell’Italia settentrionale, in ambito vescovile e utilizzato a Milano. L’autore non è certo del significato di questa rubrica, collegato alla presenza di una galleria alta in un battistero da Beat Brenk, a proposito del San Giovanni della pieve di Galliano; B. Brenk La committenza di Ariberto d’Intimiano, in Il Millennio ambrosiano, La città del vescovo dai carolingi al Barbarossa, II, a cura di C. Bertelli, Milano, Electa, 1988, pp. 124-155. 10 La galleria è spesso associata ai riti di confermazione, M. Frati, Spazi di gioia, pp. 45-80. considerata un mistero della fede, termine impiegato dallo stesso Ambrogio, al quale si accedeva per gradi; l’elemento proibito ai non battezzati era l’eucaristia, che si svolgeva separatamente nella basilica, da cui erano allontanati prima della sua celebrazione. Un volta ricevuto il sacramento, superati i diversi passi verso lo stato di grazia, i neofiti non erano più interdetti da alcuna celebrazione ed erano loro rivelati i contenuti misterici del culto. Lo svolgimento di una parte della liturgia battesimale, concepita come un continuum di professione di fede-battesimo-confermazione, al riparo dalla vista dei partecipanti appare, pertanto, incongruo, in particolare durante il Medioevo, quando il carattere arcano dell’iniziazione era venuto meno. È più corretto ipotizzare che i momenti precedenti e successivi l’immersione avvenissero nella proliferazione di ambienti creati con l’isolamento della vasca, deambulatori e nicchie, oppure in altre strutture, disposte però in direzione della chiesa, meta finale del percorso iniziatico. Talvolta la cerimonia si svolgeva nella basilica stessa, presso la cattedra episcopale, dove i padrini conducevano i neofiti; si trattava quindi di un luogo diverso, ma non separato dalla vista dello spettatore. Se la galleria rialzata fosse stata destinata alla confermazione, dunque codificata o acquisita dalla tradizione edilizia come struttura a funzione sacramentale, la sua diffusione sarebbe stata maggiore, ripresa in forma diretta o anche secondo significative varianti, almeno nelle due principali fasi di diffusione dell’architettura battesimale11. 11 Il consignatorium è un elemento architettonico molto complesso da identificare, anche in base alla grande scarsità di attestazioni dirette di strutture di quel genere, come nel caso di Napoli, dove il termine appare secondo tale lezione e in riferimento a un ambiente per l’unzione cresimale, Gesta Episcoporum Neapolitanorum, MGH, Scriptores rerum Langobardicarum et Italicarum. Saec. VI-IX, Hannover, Bibliopolii Hahniani, 1878, p. 414; come ha osservato Picard, il termine viene attribuito al vescovo Giovanni nel VII secolo, mentre il testo risaliva solo al IX, J.CH Picard, Ce que les textes nous apprennent sur les équipements et lemobilier liturgique necessaire pour le baptême dans le sud de la Gaule et l’Italie du nord, in Actes du XIe Congres international d’archeologie chrétienne,, II, Lyon, Grenoble, Genève, Aoste, 21-28 settembre 1986, Rome, École Francaise de Rome, pp. 1465-1467. Il sacrarium di cui parla Alcuino potrebbe essere tanto un ambiente separato, quanto un recesso di un battistero, Du Cange, Glossarium mediae et infimae latinitatis conditum a Carolo du Fresne domino Du Cange, auctum a monachis ordinis S. Benedicti cum supplementis integris D. P. Carpenterii, Adelungii, aliorum suisque digessit G. A. L. Henschel; sequuntur Glossarium gallicum, tabulae, indices auctorum et rerum, dissertationes, III, Editio nova, Niort, L. Favre, 1883-1887, col. 516 c. 12 R. Fevreau, Les autels portatifs et leurs inscriptions, in «Cahiers de civilisation Médiévale», 46, (2003), pp. 327-352. 13 B. Brenk La committenza di Ariberto, pp. 124-126. Non si esclude tuttavia che il secondo piano rispondesse ad un uso liturgico, magari riservato al solo clero, con l’ausilio di altari mobili portatili, che non hanno quindi lasciato tracce di installo nella pavimentazione, e diffusi nell’Europa cristiana sin dal VII secolo12. La direzione corretta è probabilmente indicata da Beat Brenk a proposito del battistero della pieve di Galliano, dove la galleria è stata collegata al fondatore e committente dell’edificio, l’arcivescovo milanese Ariberto da Intimiano, che avrebbe riservato per sé quello spazio13. Se per i battisteri prealpini della diocesi ambrosiana è stato possibile ricostruire delle dinamiche d’uso per la galleria, in base alle fonti disponibili e all’arredo liturgico in essi conservato, non è altrettanto semplice proporre una soluzione per i casi urbani in esame, sebbene una destinazione ad ambiente “privato” sembri la corretta chiave di lettura 14 . Corretta anche in termini di circolazione di modelli nell’Italia centrosettentrionale, al di là di un suo effettivo impiego a quello scopo: si ipotizza, infatti, che la galleria fosse diventata emblematica di certi contenuti, come la committenza o la rappresentanza dell’autorità vescovile, in linea con l’uso fattone nei territori in cui era stata sviluppata e in questo senso deve essere considerata, in mancanza di attestazioni. 14 L. Bernardinello, Altare sancti Michaelis in ecclesia sancti Iohannis. Il culto angelico negli edifici battesimali di Arsago Seprio e Galliano, in Medioevo in formazione. I giovani storici e il futuro della ricerca, Livorno, Centro Studi Città e Territorio – Debatte, 2013, pp. 138-147. 15 P. Piva, Lo ‘spazio liturgico’: architettura, arredo, iconografia (secoli IV-XII), in Architettura medievale. La pietra e la figura, a cura di P. Piva, Milano, Jaca, 2008, pp. 221-264. L’area esclusa da questi spazi recinti, la cui vista era volontariamente occlusa alla maggioranza dei fruitori dell’edificio, era invece teatro di una molteplicità di azioni, gesti e comportamenti che esulavano dallo specifico sacramentale, il battesimo, sia afferenti all’ambito proprio del culto divino, sia generati da altre circostanze dettate dalle categorie sociali che vi interagivano. Il tema della fruizione è strettamente connesso alle persone che, a diverso titolo, entravano in contatto con il battistero che, nei tempi e nei modi dell’Italia comunale, era diventato una chiesa vera e propria, quindi avente funzioni aggiuntive a quella iniziatica. Se l’uso liturgico e, in generale, la celebrazione del culto divino, era la ragione istituzionale per cui una chiesa era fondata e in base al quale era configurata, anche le diverse categorie di utenza potevano influenzare la sistemazione di alcuni elementi nello spazio del sacro15. Con ciò non si intende affermare che la moltitudine dei fedeli condizionasse l’assetto particolare dell’edificio di culto, se non nella capacità o nella disposizione di massima, ma che alcune componenti sociali eminenti, religiose e laiche, e le loro necessità fossero all’origine di molte scelte organizzative. Per gli edifici battesimali di Milano e Firenze si attestano dinamiche d’uso complesse e partecipate da un numero crescente di persone, che contribuivano al loro valore polifunzionale. In entrambi i casi si osservano personaggi o gruppi sociali la cui capacità giuridica sul bene ha notevolmente influito sull’organizzazione dello spazio e, in definitiva, sulla diversa fortuna delle fabbriche nel corso del tempo. 6.2 Firenze. Cronache, statuti, rappresentazioni ‹‹I’ fui della città che nel Batista Mutò il primo padrone; ond’e’ per questo Sempre con l’arte sua farà trista›› Dante Alighieri, Commedia – Inferno, XIII Dall’esame delle fonti bassomedievali emerge chiaramente il ruolo di primo piano avuto dal battistero di San Giovanni nella storia di Firenze, città in cui i diversi strati del laicato partecipavano attivamente alla vita pubblica e miravano, quindi, ad esprimere il proprio potere anche amministrando quei luoghi altamente simbolici per l’intera società, originariamente appannaggio delle sole istituzioni religiose, e organizzando la propria strategia comunicativa attorno ad essi. Il battistero rappresentava uno dei centri nevralgici della città e della vita associata e agli occhi degli abitanti si proponeva come punto di congiunzione tra il sempre glorioso passato della Florentia romana e il tempo presente della rinascita economica, religiosa e culturale avviata con l’età comunale: nel Trecento era credenza diffusa che il San Giovanni sorgesse sui resti dell’antico tempio di Marte, smantellato in favore del nuovo edificio all’epoca di Costantino16. Le indagini archeologiche succedutesi tra la fine del XIX e il XX secolo non hanno mai confermato la tesi suggerita dalla tradizione; le fondazioni dell’edificio battesimale attuale poggiano infatti sui ruderi di abitazioni romane utilizzate almeno fino al IV secolo, prossime ad un impianto termale, pertinenti ad una domus, ritrovati al di sotto dell’attuale piazza San Giovanni17. 16 Giovanni Villani, Nuova Cronica, II, 5, (d’ora in poi Villani) specifica che una statua equestre di Marte svettava sulla cima del San Giovanni, poi rimossa e spostata sulla cima di una torre già in età costantiniana. Nella Nuova Cronica illustrata del codice vaticano Chig. L VIII 296 il battistero fiorentino è rappresentato quattordici volte, quattro delle quali sormontato dalla statua del dio a cavallo, il che dimostra, insieme ad altri elementi culturali, l’affezione ad entrambi i personaggi come cardini della mitologia propria della città. Si veda in proposito C. Frugoni, Il ruolo del battistero e di Marte a cavallo nella Nuova Cronica del Villani e nelle immagini del codice Chigiano L VIII 296 della Biblioteca Apostolica Vaticana, in ‹‹Melanges de l’Ecole française de Rome – Moyen Âge››, 191 – 1, (2007), pp. 57-92. 17 In proposito si veda il capitolo quarto e la bibliografia ivi proposta. La presenza del culto di Marte nella memoria collettiva e nella rappresentazione della vicenda fiorentina, seppur in forma blanda e giustificabile in termini di superstizione, era strumentale all’affermazione di alcuni valori che, come s’intuisce dalle parole di Giovanni Villani, erano fondamentali per la percezione storica della città. La Firenze che voleva immaginare il cronista rivaleggiava con lo splendore della Roma antica e il battistero, l’edificio che aveva sostituito e riattivato un luogo di culto di grande importanza, permetteva di conservare la memoria dell’identità romana pur nella sua nuova veste di polo religioso cristiano. Anche Dante nel XIII Canto dell’Inferno pone l’accento sulla continuità tra la fase antica e quella medievale della città utilizzando l’espressione «mutò il primo padrone», come si fosse trattato di un passaggio di consegne tra Marte e il Precursore per un patronato perpetuo su Firenze, che dal punto di vista topografico si espletava nel medesimo luogo. In virtù dell’antichità promossa dalla narrativa e della stratificazione culturale cui era stato soggetto dal momento della sua costruzione, il battistero era considerato il punto di riferimento cultuale imprescindibile per l’autorappresentazione della città. Nel suo racconto Villani utilizza il San Giovanni per inserire Firenze nella vasta trama della storia ufficiale e, forse, come metafora di una città capace di sopravvivere alle avversità nel corso dei secoli. Questo punto di vista risulta evidente nella Nuova Cronica, particolarmente nella vicenda di Totila flagellum dei (Attila) il cui esercito distrusse quasi tutto ma non «il Duomo di Santo Giovanni, chiamato prima casa di Marti. E di vero mai non fue disfatto, né disfarà in etterno, se non al die iudicio; e così si trova iscritto nello ismalto del detto Duomo»18. Il battistero era dunque un edificio non solo maestoso tanto che «per più genti che hanno cerco del mondo dicono ch’elli è il più bello tempio, overo duomo, del tanto che truovi»19, ma anche indeperibile, caratteristica garantita sia dalla monumentalità che ne ha permesso la conservazione a seguito dell’invasione attilana, sia dalla continuità cultuale di cui è stato oggetto. 18 Villani, III, 1. 19 Ivi, II, 23. 20 Come si è visto il Battista era santo titolare dell’episcopio fiorentino sin dall’età carolingia, ma è in seno all’età comunale che il suo culto si è sviluppato nella forma dell’avvocazia permanente, dell’intercessione presso la corte celeste e della tutela dell’intera civitas, così come accedeva nelle altre città comunali. 21 Marchionne di Coppo Stefani, Cronica Fiorentina, a cura di Niccolò Rodolico, in Rerurum Italicarum Scriptores, Raccolta degli storici italiani dal cinquecento al millecinquecento. Ordinata da L. A. Muratori. Nuova edizione riveduta ampliata e corretta con la direzione di Giosué Carducci e Vittorio Fiorini, Città di Castello, S. Lapi, 1903, I, R. 24, p. 13-14 (d’ora in poi Stefani). 22 Per tutti si veda A. Nardini Despotti Mospignotti, Il Duomo di San Giovanni oggi Battistero di Firenze, Firenze, Landi, 1902. 23 Le carte della canonica della cattedrale di Firenze (723-1149), Regesta Chartarum Italie, XXIII, a cura di R. Piattoli, Roma, Istituto Storico Italiano per il Medioevo, 1938. Sul tema della chiesa episcopale fiorentina si veda il paragrafo dedicato. Villani ha saputo rappresentare quell’affezione collettiva al San Giovanni con espressioni e aneddoti, forse iperbolici, in grado di concretizzare il sentimento che la città aveva progressivamente maturato verso il monumento. L’edificio era, del resto, lo scrigno che custodiva il prezioso culto del santo Precursore, il patrono maggiore della città, affermatosi in quella forma preponderante tra XI e XII secolo, periodo della costruzione del tempio a lui dedicato20. Nell’orizzonte sociale della Firenze comunale san Giovanni è diventato progressivamente patrimonio devozionale e culturale tutelato da tutte le istituzioni urbane e, viceversa, tutore dell’intera comunità, al vertice del fitto sistema patronale cittadino. «Ordinarono che Santo Ioanni il dì della sua nattività fosse la maggior festa della città, e qui solenne festa e giuochi si facessono, e corressono uno palio di sciamito e altre cirimonie assai; e statuirono ch’ogni persona maschio e femmina da’ dodici anni in su v’andasse la vigilia a visitare e offerere per contrade a certa pena infallante; e chi non potesse andare, mandasse [...] Et qui deliberarono che si battezzassono i fanciulli quando nascessono, e fosse capo e maestra chiesa di Firenze»21. Così Marchionne di Coppo Stefani tramanda l’istituzione del patronato del Battista, titolare della chiesa percepita dalla società trecentesca come principale, insinuando l’idea, di grande successo nella tradizione storiografica fiorentina22, che si trattasse del duomo episcopale, sullo spunto delle fonti notarili alto e pieno medievali23. Più verosimilmente, si è visto, il senso giuridico di caput ecclesie doveva connettersi alla sede della pieve urbana, istituzione chiaramente legata alla cattedrale, ma dalla funzione autonoma. Nel santo e nella sua chiesa i Fiorentini si identificavano perché lì, iniziati alla società civile e ai misteri della fede sotto le insegne del Precursore, cominciavano la loro vita. É dunque comprensibile che il battistero fosse al centro degli interessi di una parte dei gruppi maggiorenti della Firenze comunale, i quali hanno fatto di quel polo cultuale un luogo di aggregazione e un simbolo del proprio potere. Almeno dalla prima metà del XII secolo le autorità cittadine hanno iniziato a delegare l’amministrazione di alcuni edifici ecclesiastici e di certi istituti di beneficienza alle corporazioni laiche che si affacciavano in maniera sempre più consistente alla vita politica e che animavano il nuovo tessuto sociale della città. Questa pratica era in linea con la politica dei principali comuni italiani, che da quel periodo, cioè quasi dalle origini della stagione delle autonomie, avevano tentato di ampliare il proprio potere sulle chiese, soprattutto sui gruppi episcopali che detenevano diritti di natura pubblica, oltre ai possedimenti fondiari e alla giurisdizione sulle decime24. 24 A. Castagnetti, Le decime e i laici, in La chiesa e il potere politico dal Medioevo all’età contemporanea. Storia d’Italia, IX, a cura G. Chittolini - G. Miccoli, Torino, Einaudi, 1986, pp. 509-533. La volontà di estendere la giurisdizione comunale sulla decimazione si era poi rafforzata nella fase popolare dei comuni. 25 «Ma poi dopo la seconda redificazione di Firenze nel MCL anni di Cristo, si fece fare il capannuccio di sopra levato in colonne, e la mela, e la croce dell’oro ch’è di sopra, per li consoli dell’arte di Calimala, i quali dal Comune di Firenze ebbono in guardia la fabbrica della detta opera di Santo Giovanni.” Villani, II, 23. 26 A questo si aggiungano il vassallaggio vescovile, sistema in cui al fedele era concesso un territorio con i beni ecclesiastici relativi e le rendite ad essi pertinenti, e la concessione dell’avvocazia, cioè il diritto di disporre delle decime di una chiesa, ai laici; C. Violante, Ricerche sulle istituzioni ecclesiastiche dell’Italia centro-settentrionale nel Medioevo, Palermo, 1986; A. Castagnetti, Le decime e i laici, pp. 516-520. Per quanto concerne il San Giovanni, sappiamo sempre da Villani che nel 1150 l’Arte dei Mercanti o di Calimala era già preposta al suo patrocinio: entro quella data, infatti, i suoi consoli avrebbero ottenuto dal comune il compito di gestire la fabbrica e provveduto all’innalzamento della lanterna al di sopra del battistero.25 Alle soglie del Medioevo tardo si prospettava in Firenze un sistema strutturato di gestione comunale dei beni ecclesiastici, che custodivano un valore altamente rappresentativo per la collettività, in forma di Opera, di consiglio d’amministrazione si direbbe oggi. Questo fatto risulta tanto più importante se si considera il progressivo allargamento dei poteri dei singoli enti gestionali nel corso dei due secoli successivi, come è attestato dalle fonti dirette, che ha portato all’acquisizione di alcuni diritti sul bene, anche afferenti allo specifico ambito religioso – devozionale, da parte del laicato. L’ingerenza dei laici sugli edifici di culto non era certo una dinamica inedita: si devono ad esempio rammentare il sistema dell’Eigenkircke (la chiesa privata), radicato nell’Europa cristiana già dall’alto Medioevo, in base al quale una famiglia potente era in grado di attuare una sorta di patrimonializzazione di un luogo di culto se collocato sul proprio territorio26; nella stessa direzione andavano la dotazione di chiese, cappelle e monasteri da parte di privati e la richiesta di messe di suffragio per i propri defunti che si inserivano così nello svolgimento quotidiano della liturgia. La situazione che si consolidava in quella nuova società, commerciale e comunale, introduceva però uno scenario diverso: le autorità pubbliche delegavano a gruppi di laici compiti amministrativi che, nel corso del tempo, hanno ampliato la loro capacità decisionale sul bene non solo in termini economici, ma anche nell’organizzazione delle attività proprie al culto. Nel caso particolare del battistero fiorentino, si aggiungeva anche un fattore squisitamente culturale, perché l’edificio non rappresentava l’interesse e l’immagine di una singola famiglia sul territorio, ma quelli della collettività che in esso si identificava e che nel suo titolare, il Battista, riconosceva il proprio intercessore presso la corte celeste. Ancora un passo di Villani permette di chiarificare quest’ultimo punto, l’episodio della torre del Guardamorto: dopo aver scacciato i guelfi da Firenze, i ghibellini vollero distruggere le torri che ne rappresentavano il potere, tra cui quella detta del Guardamorto che si affacciava sulla piazza di San Giovanni e che fu tagliata al piede e puntellata perché cadesse sul battistero. «Ma come piacque a Dio, per reverenza e miracolo del beato Giovanni, la torre, che era alta CXX braccia, parve manifestamente, quando venne a cadere, ch’ella schifasse la santa chiesa, e rivolsesi, e cadde per lo diritto della piazza, onde tutti i Fiorentini si maravigliarono, e il popolo ne fu molto allegro»27. Villani ha posto l’accento sull’aspetto miracoloso dell’evento, in cui il santo patrono era venuto in soccorso della sua chiesa, simbolo di resistenza alla fazione nemica, e alla politica che essa rappresentava, e quindi della stessa città28. É evidente l’intento dell’autore di utilizzare il San Giovanni quale emblema della civiltà fiorentina, luogo di memoria e santità, di ritrovo e festeggiamenti e che godeva direttamente della protezione del Battista. Protezione attiva e tempestiva descritta anche dal cronista Marchionne di Coppo Stefani con la semplice espressione «San Giovanni sa fare quando vuole», come a dire nel momento in cui la sua città e il suo popolo ne avevano bisogno, cioè «quando la torre cadde, parve che la spingesse con quella sua insegna per modo che si stese sulla piazza, e solo una pietra non ne toccò»29. 27 Villani, VII, 33. 28 Il battistero ha, in termini puramente politici, strette relazioni con la parte guelfa fiorentina, per via dell’Arte di Calimala, come si vedrà più oltre, così come lo stesso Villani che ne narra le vicende. 29 Stefani, I, R. 83, p. 35. 30 A. Vauchez, Esperienze religiose nel Medioevo, Roma, Viella, 2003, pp. 247-252. 31 P. Racine, Saint patrone et religion civique en Italie: l’exemple milanais, in «Le moyen age. Revue d’histoire et philologie», 2, (1999), pp. 475-479. 32 A Vauchez, Esperienze religiose, pp. 247-252. Attraverso lo studio di tali meccanismi è possibile, almeno parzialmente, individuare l’insieme di passaggi storici che hanno portato alla formazione di quella che Andrè Vauchez ha chiamato “religione civica”, cioè l’assunzione da parte del potere pubblico del sistema di valori e delle manifestazioni esteriori propri della sfera religiosa, allo scopo di legittimare la sua autorità, non tanto o non solo per spodestare il clero da una posizione privilegiata nella gestione di una parte fondamentale della vita della popolazione, ma perché il culto divino veniva ormai considerato come una questione di interesse collettivo30. Secondo Pierre Racine la religione civica era, infatti, la spiritualità propria della popolazione dell’età comunale, nella misura in cui ciascuno era chiamato a partecipare collettivamente a un culto comune, cui tutti gli abitanti si sentissero legati31. Vauchez ha affermato, inoltre, che la condizione propedeutica allo sviluppo della religione civica era l’esistenza di un rapporto tra la gerarchia ecclesiastica e l’autorità municipale mediato da gruppi di laici, titolari di diritti amministrativi e di privilegi, animati dalla volontà di esprimere gli interessi della propria classe attraverso i simboli appartenenti al culto, spartendo così con il clero la gestione del sacro32. Una funzione sociale divenuta di primaria importanza e che permetteva di tradurre in forme sempre più comprensibili e adatte al “consumo” quotidiano dei fedeli, le istanze di una religione distante e spesso scollegata dalla realtà concreta. Il comune e le sue corporazioni potevano, tramite il rituale civico, interpretare le esigenze di spiritualità che interessavano l’intera comunità, coinvolgendola nelle diverse modalità di autorappresentazione, lacerando la cortina dell’aulica dimensione sacerdotale che separava la Chiesa dai suoi fruitori. Alla formazione di questo sistema di valori para-religioso non dovevano essere estranei i meccanismi di interferenza, sovrapposizione o appropriazione giuridica, amministrativa ed economica che gli ordinamenti civili attuavano nei confronti delle istituzioni religiose. In termini pratici, come accennato, l’ingresso massivo della sfera profana nell’ambito ecclesiastico fiorentino ha preso le mosse dalla delega ai gruppi di laici dei diritti gestionali su alcuni edifici di culto; ed è proprio nella compagine spaziale ed architettonica che si cercheranno le tracce della loro presenza, secondo l’obbiettivo di quest’indagine volta all’individuazione dei modi di utilizzo e di reimpiego di strutture apparentemente destinate ad uno scopo intrinseco, l’onoranza del culto divino. 6.3 L’Arte di Calimala A partire dal XII secolo, come attestato dal Villani, l’Arte della Calimala, una delle principali corporazioni fiorentine, è stata preposta dal comune alla tutela della fabbrica di San Giovanni Battista. La testimonianza del cronista presenta due importanti aspetti sulla gestione o sul patrocinio dell’edificio: la connessione con l’autorità comunale e il successivo affidamento dei compiti amministrativi all’Arte. Il primo punto riguarda il livello di coinvolgimento del comune con il San Giovanni, e quindi la sua capacità di concedere la rappresentanza ad altri, che è documentato nel 1173 in un atto in cui i consoli di Firenze ricevevano a nome di quella chiesa i beni di due donatori33. Tale diritto è stato trasferito a Calimala, che ha dato progressivamente luogo ad un’Opera, un ente in grado di amministrare le proprietà del battistero e di provvedere ai suoi bisogni sia con mezzi pecuniari, sia con iniziative volte a promuovere la riverenza pubblica del santo titolare. 33 Documenti dell’antica costituzione del Comune di Firenze, a cura di P. Santini, Firenze, Vieusseux, 1895, doc. 5, pp. 6-7 (d’ora in poi Santini). Sulla precoce emancipazione di Calimala dubitava A. Doren, Le arti fiorentine, I, trad. italiana di G.B. Klein, Firenze, Le Monnier, 1948, pp. 2-4. 34 I consules mercatorum sono nominati per la prima volta nel 1182 in occasione del giuramento di sottomissione degli abitanti di Empoli, come sostituti delle autorità comunali nella riscossione delle offerte dedicate al patrono, quindi in qualità di personalità eminenti della società fiorentina, ma non in relazione a San Giovanni; nel testo non ci sono infatti riferimenti all’opera o al battistero che possano far pensare ad un patronato sull’edificio. Si osservi come a queste date il Battista fosse già il patrono principale della città, nella ricorrenza del quale le città sottomesse dovevano recare offerte a Firenze. Santini, doc. 12, pp. 17-18. G. Gandi, L’Arte dei Mercanti o di Calimala in Firenze, Firenze, Valgiusti, 1926. 35 In un atto di vendita datato 9 dicembre 1192 viene usata per la prima volta l’espressione consulibus mercatorum Callemala come procuratori dell’ospedale di S. Eusebio. Santini, (Parte III, Miscellanea diplomatica dall’anno 1172 all’anno 1250) doc. 3, p.365. Calimala era una delle principali corporazioni fiorentine, evoluta dalla prima Arte dei mercanti34, il cui nome sarebbe derivato dalla strada dove svolgeva le proprie attività, Callemala, a sua volta riferito alla merce trattata, la bella lana35. L’arte commerciava, infatti, in tessuti di particolare pregio, i «panni franzeschi» provenienti dai mercati dell’Europa settentrionale e lavorati a Firenze. Ad essa appartenevano i grandi mercanti ed era per questo una corporazione di particolare prestigio, fortemente legata al governo cittadino. Non è tuttavia fissato il momento in cui si è costituita l’Opera, né quando l’Arte sia effettivamente entrata in carica; la prima attestazione in cui i due dati coincidono è contenuta in un atto del 30 novembre 1215, in cui si parla dei «mercatoribus Kallismale de opere sancti Iohannis»36. Al 25 novembre 1210 risale una sentenza emessa per una disputa, che permette di fare chiarezza almeno sul primo punto: l’atto riferisce di una decima che Ardovino «operarium domus sancti Iohannis» e i suoi predecessori percepivano già da trentasei anni, quindi almeno dal 1174, data che permette di stabilire il terminus ante quem per la fondazione dell’ente37. La data trasmessa dalla sentenza non si discosta da quel 1150 indicato da Villani, forse inteso più come momento storico, che come anno preciso di concessione a Calimala del diritto di patrocinio. Sulla delega da parte del comune alla corporazione si deve credere che il passaggio avvenisse in concomitanza con l’acquisizione da parte dell’Arte di altre funzioni pubbliche, in vece dell’autorità consolare. 36 Santini, (Estratti dal Bullettone), doc. 30, p. 505. 37 Si tratta di una controversia sul diritto di decima tra l’operaio di San Giovanni e la badia di Santa Maria di Firenze, Santini (Parte II, Atti di giurisdizione e procedura civile dall’anno 1172 all’anno 1250) doc. 19, p. 236. Il documento attesta l’esistenza dell’ente Opera, attivo probabilmente nella seconda metà del XII secolo, ma non parla mai dell’Arte; ASF, Diplomatico, Normali, 00008478, (25 novembre 1210 Arte dei Mercatanti o Arte di Calimala). 38 G. Filippi, L’arte dei mercanti di Calimala in Firenze ed il suo più antico statuto, Torino, Fratelli Bocca Editori, 1889 (d’ora in poi Filippi). I primi due codici in latino, ASF, Arte di Calimala, Stuto I e II, sono ampiamente corrispondenti e utilizzati parallelamente nella presente trattazione. 39 P. Emiliani Giudici, Storia politica dei municipj italiani, Parte III – Appendice alla Storia politica dei municipj italiani, Firenze, 1851 (d’ora in poi Emiliani Giudici). Lo statuto trascritto dall’autore deriva dai Fonti importantissime per l’esame delle attività affidate a Calimala sono gli statuti dell’Arte prodotti nel XIV secolo, nei quali è possibile riscontrare la serietà e la sollecitudine con cui i suoi membri affrontavano il magistero loro delegato. Dei cinque statuti della corporazione conservati presso l’Archivio di Stato di Firenze solo due sono stati pubblicati: il più antico, redatto in latino nel 1301 e completato con dei nova capitula nel 1302, è stato trascritto e commentato da Giovanni Filippi nel 1889, il quale ha supposto l’esistenza di versioni precedenti e più rozze di quella pervenuta, in virtù della sua organizzazione testuale «vagamente sistematica»38; lo statuto del 1332, composto in lingua volgare e pubblicato nel 1851 da Paolo Emiliani Giudici, che in quell’edizione aveva già indicato la presenza del primo codice nell’Archivio fiorentino39. Ai fini di questo lavoro si è rivelato fondamentale il testo del 1332, contraddistinto dalla completezza di informazioni circa gli ordinamenti relativi alla religione, che hanno dato garanzia giuridica a provvedimenti o, forse, incursioni nell’ambito specifico del culto, che si collocavano sull’ormai fragile e sfumato confine dell’ambito di pertinenza all’ente. Per quanto concerne l’organizzazione vera e propria dell’Opera, l’Arte eleggeva all’inizio di ogni anno un vice operaio, cioè un funzionario incaricato della sua gestione e guardia in codici originali, cinque in cartapecora, provenienti dalla casa di Francesco Sassi, poi giunti alla Biblioteca Magliabechiana tramite il libraio Angelo Garinei; ASF, Arte di Calimala, Statuto IV. 40 Ivi, Della famiglia dell’Opera di san Giovanni e dell’altre case poste al reggimento dell’arte, della lor vita e ordine, Libro III, R. VII, pp. 151-154 41 Filippi, Libro I, R. VI, pp. 76-77. 42 Emiliani Giudici, Di chiamare il vice – operario dell’Opera di san Giovanni, Libro III, R. VI, pp. 150-151. 43 «Né si possa per alcun tempo intromettere alcuno nel governo dell’entrate sue et amministrazioni delle sue cose che non dipenda dall’arte nostra et da lui non n’habbia l’autorità secondo la forma dei presenti Statuti et quello che in contrario si facessi sia di niun valore et non s’attenda et sia come fatto non fusse», A. Doren, Le arti fiorentine, I, trad. di G. B. Klein, Firenze, 1948, p. 248. Lo studioso ha tratto la memoria strozziana da Ms. Riccardiana, n. 3113 (Codice Riforma 1. II R. 1). luogo dei consoli di Calimala, che figuravano come i veri titolari di tale ufficio. Il vice operaio era coadiuvato da una “famiglia” di collaboratori che gestiva la manutenzione ordinaria e il funzionamento del San Giovanni e della casa dell’Opera. Secondo lo statuto del 1332 il vice operaio e suoi aiutanti erano tenuti ad indossare per uniformi guarnacche di panno bigio con lo stemma raffigurante il Battista «di quella forma che è dipinta nelle case della detta Opera»; tutti coloro che appartenevano alla famiglia oltre ad essere sani per sostenere il lavoro e di non umile condizione non potevano essere sposati o avere figli, dovevano vivere in modo comunitario e in concordia.40 A questo proposito sono necessarie alcune precisazioni in ordine alla terminologia usata e al personale di servizio. Se nello statuto del 1301 era stabilito che un vice operaio dovesse semplicemente essere un «probum virum et fidelem, quem putaverint meliorem», 41 nel 1332 si richiedeva «uno buono, discreto e fedele uomo laico, e sano delle membra, di buona fama e condizione e d’onesta vita, come migliore potranno»42; accanto a basilari caratteristiche comportamentali, nello statuto più tardo Calimala specificava la necessità che il suo esponente nella cura dell’Opera fosse un laico. Tale puntualizzazione si inserisce nel panorama descritto poc’anzi: l’Arte era il punto di mediazione tra Chiesa e comune, ma principalmente emanazione diretta del secondo, nel senso della tutela del bene, dunque non accettava che l’autorità clericale interferisse con il suo operato e con i mezzi messi a disposizione. Una fonte più tarda illustra ancor più chiaramente la volontà dell’Arte di estromettere il clero dalla gestione e con tale veemenza da far supporre reiterati tentativi di prevaricazione vicendevole tra le due parti ancora in età moderna; in una memoria del 1592 Carlo Strozzi tuonava «sia prohibito a ciascuno il trattar l’opera di S. Giovanni o sue cose come cose ecclesiastiche, ma si habbia e si tenga et sia veramente cosa di laici» i quali, in caso di bisogno, avevano anche dato fondo alle ricchezze dell’Arte per il mantenimento di tutti gli impiegati dell’Opera43. In secondo luogo Calimala imponeva ai suoi funzionari un abito e delle regole per la convivenza come se si trattasse di un collegio canonicale o di una fratellanza insignita degli ordini minori; qualsiasi fosse la definizione della famiglia dell’Opera è certo che i membri dovevano essere distinti e immediatamente riconoscibili da tutti come custodi di San Giovanni, il cui stemma era sempre portato sul petto. Da queste brevi note è già possibile intuire quanto fosse capillare quel processo di scambio, sovrapposizione, contaminazione tra il sacro e il profano che ha portato alla definizione di una formula rituale propriamente civica, approntata in via sperimentale da più forze contemporaneamente. La gerarchia religiosa in questo caso aveva fornito il modello organizzativo. Una delle mansioni principali dell’Arte dei mercanti era quella di gestire le donazioni che le diverse parti sociali erano tenute a versare all’Opera per il mantenimento della chiesa e le offerte di ceri che dovevano essere recate in battistero in occasione della festa del Precursore e di altri santi il cui culto era patrocinato da Calimala. Alcuni ufficiali erano preposti al recupero delle donazioni provenienti dai pivieri e dai castelli del contado servendosi dei registri dell’Opera e del comune, in modo da rintracciare sistematicamente ogni soggetto giuridico obbligato a versare «offerta di ceri o fare alcuno censo»44. La gestione delle risorse della chiesa doveva dare un certo prestigio, oltre che un’eventuale base patrimoniale, all’Arte che riscuoteva, a nome del comune e tramite i suoi strumenti organizzativi, i tributi esterni alla città che passavano da San Giovanni, prodotti in forma di ceri (che sarebbero poi stati venduti). 44 Emiliani Giudici, De gli ufficali eleggere a ricevere l’offerta di san Giovanni, e d’altre feste, Libro III, R. X, pp. 156-157. 45 È il caso di un privilegio del 1217 di Giovanni da Velletri, nel quale il presule concede all’Opera le decime di alcune pievi, tra cui Empoli, Calenzano e Ripoli, «que ad episcopum er episcopatum pertinebant» per il sostentamento dei maestri e della famiglia della casa dell’Opera, ASF, Diplomatico, Normali, 00009274, (Arte dei Mercatanti o Arte di Calimala 17 novembre 1217). Nella stessa direzione va la bolla di Innocenzo III che concedeva all’Opera la protezione apostolica, dunque un certo margine di autonomia rispetto all’autorità episcopale, ASF, Diplomatico, Normali, 00008146, (Arte dei Mercatanti o Arte di Calimala, 29 maggio 1207). 46 Ivi, Di onorare la festa di san Giovanni e san Filippo, Libro III, R. V, p.150; Filippi, De honorando festo Sancti Johannis, Libro I, R. 5, p.76. La consuetudine di ricevere e gestire beni, anche spettanti all’episcopio, si fa risalire almeno al secolo precedente, momento in cui sia l’autorità papale, sia quella vescovile accoglievano le petizioni dell’Opera per la riconferma della decimazione di alcuni pivieri, destinata al mantenimento della casa45. Tali elargizioni sono trasmesse da documenti, prodotti al principio del XIII secolo, i quali richiamano una tradizione precedente che non era ancora stata suggellata da atti scritti, entro la quale si devono cogliere i primordi della libertà di movimento dell’ente. È alquanto singolare la decisione di Innocenzo III, di concedere nel 1207 la protezione apostolica all’Opera che gestiva San Giovanni anziché a un’istituzione propriamente ecclesiastica, rivendicando alla sede pontificia il diritto sulla chiesa e ai suoi conduttori l’indipendenza dal vescovo. Si potrebbe supporre che a quelle date l’organo fosse composto da membri del capitolo o, comunque, da chierici; eppure nel 1215 si attestano già i mercanti di Calimala come rettori dell’Opera ed è quindi probabile che pochi anni prima la situazione fosse la stessa. Compito delle Arti era quello di organizzare la festa del proprio patrono che, nel caso di Calimala, coincideva con il «padrone» di tutti i Fiorentini, cui si aggiungevano, nel corso del tempo le feste degli altri santi legati a quella corporazione o di cui il battistero custodiva le reliquie. La vigilia di san Giovanni e di san Filippo i consoli dovevano sollecitare e radunare le autorità cittadine e i maggiori esponenti della società in un luogo di loro piacimento e condurli in battistero per depositare i propri ceri.46 Questo atto corale e puramente votivo può essere osservato come l’introduzione della città nella compagine cerimoniale dedicata ai patroni ed amministrata dal clero cattedrale, secondo uno strumento proprio della liturgia, la processione. La forza della liturgia itinerante risiedeva nell’invasione dello spazio ecclesiastico e urbano, nel caso di ampi spostamenti, da parte di un gruppo socialmente rappresentativo, che sfociava nel coinvolgimento emotivo di persone e luoghi. Lo spazio della processione diventava uno spazio di significazione che, nel caso della struttura architettonica, era già stato progettato per sollecitare un insieme di significati simbolici, cui si aggiungevano i contenuti dei nuovi partecipanti47. I consoli di Calimala accompagnavano i vertici della città ad espletare una devozione collettiva, approntando un corteo diretto verso la chiesa depositaria di quel culto specifico, dunque una processione civile 48 . Le feste dei santi Giovanni e Filippo erano, peraltro, tra le ricorrenze principali del santorale e quindi le funzioni loro dedicate iniziavano dalla vigilia, come attestano i due libri ordinari della cattedrale, sebbene relativi a un periodo precedente. Il Ritus in ecclesia servandi, composto proprio nel periodo in cui il braccio dell’apostolo era giunto a Firenze, attesta lo svolgimento di una processione da Santa Reparata al battistero dopo la messa principale, nel quale si sarebbe svolta una serie di inni, preghiere, letture e canti49. Il Mores et consuetudines canonice florentinae conferma che anche nella vigilia della festa di san Filippo parte della liturgia delle ore si svolgeva «in ecclesia sancti Iohanis Baptiste»;50 si potrebbe allora pensare ad un incontro che avesse luogo nel San Giovanni tra le due parti della società che, in maniera differente, celebravano e sostenevano il culto di un santo. Sembra uno scenario plausibile in una città in cui le forze pubbliche cercavano di interagire e familiarizzare con il sacro, assumendo i modi di una tradizione ben radicata, quella ecclesiastica. I canonici dovevano, inoltre, essere i riceventi delle offerte condotte dalla cittadinanza, elemento a riprova della compresenza e interazione dei due mondi nello stesso contenitore. 47 Sulla significazione dello spazio per la liturgia si veda in particolare R. Salvarani, La fortuna del Santo Sepolcro nel Medioevo. Spazio, liturgia, architettura, Milano, Jaca Book, 2008, pp. 18-23. 48 Anna Benvenuti, a proposito delle celebrazioni dedicate al Battista, ha così decritto la religione civica «cerimonie d'omaggio che sono in realtà momenti di autocelebrazione, fasi ben scandite, nel tempo e nella progressione degli spazi urbani dedicati alla pubblica ritualità, di una liturgia del potere in cui si può cogliere il divenire dei tempi politici e storici, il fluttuare degli interessi dei ceti dirigenti e le loro forme di rappresentazione del prestigio» A. Benvenuti, Il sovramondo delle arti fiorentine, in Arti fiorentine. La grande storia dell’artigianato. Il Medioevo, Firenze, Giunti, 1998, p. 103. 49 «DE VIGILIA ET FESTO NATIVITATIS SANCTI JOHANNIS BAPTISTE facimus processionem per ecclesiam sancte Reparate in ecclesiam sancti Johannis, in qua cantamus R Precursor. Quo finito, incipitur trophus Hodie, officium De ventre matris, postea Kyrie cum ynno angelico et graduali et alleluia et sequentia et omne istius misse officium sollemnissime ac devotissime decantetur.». M. Tubbini, Due significativi manoscritti della cattedrale di Firenze. Studio introduttivo e trascrizione. Estratto dalla tesi di laurea in sacra liturgia, Roma, 1996; F. Toker, On holy ground. Liturgy, Architecture and Urbanism in the Cathedral and the Streets of Medieval Florence, Brepols, Turnhout, 2009, (d’ora in poi Toker) edizione cui si farà riferimento per le citazioni dal Ritus; Toker, p. 238. 50 «IN FESTO SANCTORUM PHYLIPPI ET JACOBI. In festo sanctorum Phylippi et Jacobi, pulsamus in vesperis, vigilia et mattutino iiij . . vicibus, sicut in summis festis, et dicimus vesperas vigiliam et mattutinum in ecclesia sancti Iohannis Baptiste», Mores et consuetudines canonicae florentinae, Toker, pp. 233-234. Si osserva che il culto di San Filippo era divenuto di pubblico interesse anche grazie alla promozione che ne fece Calimala, dal momento in cui le sue reliquie arrivarono a Firenze e furono custodite in San Giovanni. Tornando allora alla materia della ricerca, si introduce il primo aspetto del problema: il battistero si prestava come luogo di congiunzione cerimoniale in cui confluivano, forse al contempo, la liturgia ordinaria per una festa precipua e il corteo civile che si approcciava al culto di quel santo in via sperimentale e secondo i modi della devozione51. Come lo spazio fosse realmente occupato dagli attori in campo non è chiarificato dalle poche testimonianze dirette, ma qualora l’azione fosse stata effettivamente collettiva si suppone una sistemazione separata dei due gruppi: i canonici negli stalli del coro e i laici distribuiti nella zona circostante il fonte per depositare le offerte. Come indicato dall’inventario dell’Opera redatto nel XIV secolo esistevano delle sedute, panche lignee, da disporsi fuori dal presbiterio, dove i partecipanti avrebbero potuto disporsi e dalle quali osservare l’azione (fig. 173)52. Villani fa rifermento al coro, recintato con un parapetto marmoreo, effettivamente approntato nel corso del XIII secolo.53 Le strutture interne del battistero avrebbero dunque permesso la distribuzione ordinata dei diversi gruppi, mantenuti separati secondo una consuetudine ben nota nel Medioevo, in occasioni importanti e che prevedessero una larga partecipazione. In questa prospettiva acquista significato la scelta di dividere il presbiterio e il fonte dal resto della superficie calpestabile, in un edificio utilizzato in larga parte dal clero cattedrale. 51 Si specifica che la sostanziale differenza tra liturgia e devozione risiede nell’ambito in cui l’onoranza del culto si sviluppava: la liturgia comprende i modi di celebrare pubblicamente le ricorrenze istituzionali, mentre la devozione afferisce alla sfera privata della spiritualità. Nel caso della religione civica la devozione diventa collettiva e si manifesta, quindi, in forme pubbliche. 52 ASF, Arte di Calimala, Inventario dell’Opera e sacrestia di Santo Giovanni sec. XIV, 118, c. 8 r. 53 Ivi, p.106; Villani, II, 23, «Il detto Duomo si crebbe, poi che fue consecrato a Cristo, ove è oggi il coro e l’altare del beato Giovanni». Sul coro si veda il capitolo dedicato alla fabbrica del battistero. Nel contesto delle oblazioni per le feste si rimarca, inoltre, un aspetto non secondario della dialettica che ruota attorno al concetto di religione civica: mentre i canonici osservavano la liturgia, cioè una funzione pubblica per definizione, in onore di un santo il cui culto era diventato patrimonio comune, i laici recavano offerte di ceri espletando una devozione, espressione intima e privata di adesione al medesimo culto. Il binomio pubblico – privato è qui attivato in direzione opposta rispetto a quella sinora indicata, ma coerentemente con quelli che erano i ruoli della gerarchia ecclesiastica, che offriva un servizio alla cittadinanza, e delle istituzioni che a quella parte delle celebrazioni aderivano come uditori. La fruizione del laicato si può allora suddividere in due momenti principali, una prima parte attiva, che prevedeva la partecipazione alla macchina cerimoniale, quella della processione al battistero, seguita da una parte passiva in cui il testimone della celebrazione tornava in ambito sacerdotale (fig. 193). La linea di demarcazione tra sacro e profano e tra pubblico e privato è diventata sempre più sfumata con la comparsa della religione civica nel millenario sistema simbolico della confessione cattolica. Entro quell’ordinamento i laici si muovevano con sempre maggiore disinvoltura e così nello spazio che era per definizione sacro, occupato proprio in virtù della sua sacralità, e della sua capacità di rappresentazione del potere. L’edificio era il luogo della legittimazione collettiva e del singolo: come parte della cattedrale, tradizionalmente riconosciuta come sede dell’autorità, come chiesa del patrono, che incarnava cioè il sentimento di appartenenza alla città, come punto d’inizio della vita dell’uomo cristiano. L’episodio che forse meglio definisce la fragilità di quel confine e il divenire della religione civica è trasmesso dalla cronaca di Dino Compagni: «Pensai, per lo uficio ch’io tenea e per la buona volontà che io sentia ne’ miei compagni, di raunare molti buoni cittadini nella chiesa di San Giovanni; e così feci. Dove furono tutti gli ufici; e quando mi parve tempo, dissi: “Cari e valenti cittadini, i quali comunemente tutti prendesti il sacro baptesmo di questo fonte, la ragione vi sforza e strigne ad amarvi come cari frategli; e ancora perché possedete la più nobile città del mondo. […] E sopra questo sacro fonte, onde traesti santo battesimo, giurate tra voi buona e perfetta pace, acciò che il signore che viene truovi i cittadini tutti uniti. Ad queste parole tutti s’accordarono, e così feciono toccando il libro corporalmente, e giurorono ottenere buona pace e di conservare gli onori e giurisdizion della città»54. Il San Giovanni, all’occorrenza, era utilizzato come luogo per riunioni cittadine di grande importanza, alle quali partecipavano uomini illustri e magistrati o ufficiali del comune. La pratica di radunare pubbliche assemblee in edifici sacri era molto diffusa nell’Italia comunale, probabilmente perché quei luoghi offrivano uno spazio riparato sufficientemente ampio a gruppi numerosi che, altrimenti, non avrebbero avuto ricovero. Il Compagni aveva però convocato la riunione in un edificio di culto particolare, il battistero, al fine dichiarato di attivare il suo meccanismo simbolico e di rinnovare nella memoria dell’assemblea un sentimento condiviso. Nel San Giovanni ognuno dei presenti aveva ricevuto il battesimo, il sacramento fondamentale nella vita dell’uomo cristiano perché, se da un lato garantiva l’accesso al regno dei cieli e alla comunità cristiana, dall’altro costituiva il rito di passaggio con cui l’essere umano diventava membro a tutti gli effetti della società civile. Il battesimo, come sottolineato dall’oratore, accomunava tutti i partecipanti all’incontro e veniva proposto quale valore collettivo e identitario cui fare appello in un momento di tensione e di forte disgregazione, per rinnovare la fratellanza spirituale suggellata dal sacramento e in essa individuare un modello sociale di pacifica convivenza, estensibile anche alla vita politica. Gli ufficiali riuniti erano pertanto chiamati a giurare presso il fonte battesimale, toccando con la propria mano il Vangelo; la presenza dell’elemento liturgico appartenente al rito iniziatico, la vasca, che testimoniava il primordiale patto tra Dio e l’uomo, e il contatto diretto con libro sacro avrebbero assicurato la fedeltà all’accordo. Si aggiunga che l’evento era celebrato al cospetto della divinità, all’interno della chiesa intitolata al santo patrono della città, che incarnava i più alti valori civici della vita associata. L’utilizzo di un luogo sacro come contenitore di un’adunanza profana era, come già accennato, una pratica diffusa, ma in quella vicenda il battistero diventava il soggetto di un ulteriore slittamento semantico: gli attori del giuramento si appropriavano, infatti, del fonte, ossia del polo liturgico centrale, e della strumentazione rituale ordinaria, il testo evangelico, quindi non solo degli spazi, ma anche degli elementi caratterizzanti una specifica sfera 54 D. Compagni, Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi, a cura di G. Bezzola, Milano, Rizzoli, 1982, II, VIII, pp. 122-123. 55 G. Ciappelli, Carnevale e Quaresima: rituali e spazio urbano a Firenze (sec. XIII-XVI), in Riti e rituali delle società medievali, a cura di J. Chiffoleau - L. Martines - A. Paravicini Bagliani, Spoleto, CISAM, 1994, pp. 159-174. 56 Sul tema si veda C. Tosco, Committenti, cappelle e reliquie nel tardo Medioevo, in Santuari cristiani d’Italia. Committenza e fruizione tra Medioevo e età moderna, a cura di M. Tosti, Roma, École Francaise, 2003, pp. 93-108. sacramentale, sfruttati in maniera analoga a quella per cui erano stati concepiti, quasi assecondando i tempi e i percorsi della stessa liturgia. Il richiamo alla vasca potrebbe essere, in realtà, soltanto retorico, quindi giurare sul fonte non coincideva necessariamente a giurare a contatto con esso, ma la suggestione è molto forte. È del tutto probabile che il senso di recintare l’area della vasca battesimale, insieme al presbiterio, fosse quello di evitare abusi o sovrapposizioni semantiche di questo tipo, che avrebbero così potuto distribuirsi al di fuori dei punti focali dedicati alla liturgia. L’assemblea del Compagni dava dunque luogo ad una vera compagine cerimoniale di sapore squisitamente religioso, seppur natura profana; concretizzava senza alcuna incertezza organizzativa, senza fraintendimenti, il concetto di rituale civico esposto dal Vauchez. Nonostante la percezione del confine fosse molto forte nel Medioevo, quindi di un’area circoscritta come la chiesa o gli spazi definiti al suo interno, l’identificazione formale della sacralità di un luogo non era sempre stabile e sempre valida. Si concorda, infatti, con Ciappelli quando osserva che l’articolazione del binomio sacro-profano rispondeva più alla dimensione temporale che a quella spaziale; a queste date era dunque l’occasione a provvedere la significazione di un luogo, in base alle esigenze espresse da chi lo utilizzava55. La chiesa dava valore sacrale alle pubbliche manifestazioni del laicato, in particolare se in presenza di un presidio costante sull’edificio, come nel caso di Calimala che rappresentava il comune tra le gerarchie amministrative del battistero56. Il sacro aveva impattato di sé l’ambito profano e aveva fornito un linguaggio e una strategia comunicativa essenziali, ma di grande impatto emotivo, fatti di oggetti materiali simbolici e di celebrazioni evocative, capaci di veicolare, tra gli altri, un forte sentimento di appartenenza. I promotori della pacificazione delle parti avevano coscientemente sfruttato un modello rituale efficace, tradizionalmente accessibile a tutti coloro fossero stati battezzati, cioè a tutti i presenti, azionando una macchina semantica collaudata, in grado di muovere le passioni dei partecipanti. In questa dinamica si osserva una commistione così stretta tra la sfera sacrale e quella secolare tale da determinare il caso di un utilizzo profano dell’edificio sacro attraverso gli stessi strumenti del sacro, ma con finalità proiettate sull’orizzonte civile della vita associata. Il giuramento raccontato da Compagni si colloca allo stesso livello del sacramento iniziatico, ne ricalca i modi e ne usa i mezzi e gli spazi. È forse il più efficace esempio di reimpiego e di risignificazione di un edificio di culto: non si trattava, infatti, dell’uso “improprio” del battistero per riti di natura non sacramentale, laddove il giuramento era un sacramentum, o per espletare funzioni totalmente scollegate dalla religione, ma del suo impiego contestuale a una liturgia civile mutuata da quella sacra. L’«universo della cerimonialità comunale» 57 , come lo ha coerentemente definito Anna Benvenuti, era caratterizzato da tante sfaccettature, corrispondenti agli interessi e agli obbiettivi dei gruppi sociali che intendevano partecipare al progetto comunale fiorentino, mettendo in luce il prestigio del proprio operato agli occhi della cittadinanza. L’attività di patronato delle corporazioni aderiva, sul piano comunicativo, alla nuova fenomenologia religiosa del potere e, parallelamente, si insidiava con progressiva forza nell’ambito decisionale pertinente alla Chiesa. 57 Anna Benvenuti, Il sovramondo, p.121. 58 Emiliani Giudici, Di procurare che messa si canti in san Giovanni, Libro III, R. III, p.149. 59 Ivi, Di chiamare il vice – operario dell’Opera di San Giovanni, Libro III, R. VI, pp. 150-151; la stessa norma si ritrova nello statuto del 1301 «Curent consules quod custos vel santesis ecclesie Sancti Johannis omnibus diebus dominicis et solempnibus quamdiu missarum solempnia in dicta ecclesia celebrantur teneat omnes lampades accensas, an aliis vero diebus retineat medietatem accensas ad minus lampadum dependentium in ligno transverso», G. Filippi, L’arte dei mercanti, De lampadibus Sancti Johannis accensis, Libro I, R. XIV, p.81. 60 M. Ronzani, La chiesa del comune nelle città dell’Italia centro-settentrionale (secoli XII-XIV), in «Società e storia», 21, (1993), pp. 522-528. Lo statuto dell’Arte di Calimala del 1332 imponeva ai consoli di provvedere alla celebrazione di messe quotidiane in San Giovanni, diverse da quella cantata dal pievano, «per frati religiosi, sì Predicatori, e Minori, come Eremitani, Carmeliti, Servi Sanctae Mariae, Umiliati, d’Ognissanti, e di san Marco, secondo il modo e ordine usato per li predetti religiosi nel palazzo de’ Signori priori e popolo di Firenze, overo per altro modo simile o quasi simile; overo che per altri preti si celebrino infino in tre ogni mattina nella detta Chiesa»58. Non si trattava di funzioni in suffragio dei defunti, il che avrebbe soltanto consolidato una prassi ormai plurisecolare, ma di messe vere e proprie per le quali l’Arte stessa incaricava (e remunerava in termini di elemosine) esponenti dei principali ordini monastici presenti in città. L’uso dell’espressione «infino in tre ogni mattina», da recitarsi nei giorni in cui non era prevista tra le attività del clero cattedrale, indica che l’Opera fosse intenzionata a gestire e a garantire la continuità all’esercizio del culto, fatto che pare confermato anche dall’ordine di accendere ogni giorno almeno la metà delle lampade del battistero59. La scelta di riverire quotidianamente Dio, la Vergine, San Giovanni e tutti i santi alimentava, senza ombra di dubbio, la fama e il prestigio di cui la corporazione già godeva e sicuramente avrebbe guadagnato ai suoi membri un qualche onore in Paradiso; ad ogni modo riporta l’accento del discorso sulla religione civica. I frati chiamati a celebrare in battistero avrebbero dovuto attenersi alle consuetudini applicate presso la cappella del palazzo pubblico dedicata a San Bernardo. L’officiatura di una cappella per il governo cittadino, collocata entro la sede stabile del potere comunale, era una pratica piuttosto diffusa nell’Italia delle autonomie 60 . In questo caso è interessante notare come una corporazione mercantile, sebbene soggetto pubblico e politico di primo piano, si premurasse di eguagliare le istituzioni civili nelle sue forme rituali, in un luogo di primo piano, a stretto contatto con gli adempimenti liturgici ordinari propri della cattedrale. La particolarità del modo risiedeva probabilmente nella convocazione a turno dei frati di tutte le congregazioni monastiche a rappresentare la pluralità di prospettive religiose in città. La questione fondamentale è però un’altra. Se i consoli di Calimala provvedevano a far cantare messe in battistero ogni giorno, messe solenni e non di suffragio, da religiosi esterni al collegio cattedrale e da loro individuati e pagati con le sostanze dell’Opera, non stavano forse trattando il San Giovanni alla stregua di una cappella privata? A questo si aggiunga che, a proposito delle modalità di realizzazione, nella rubrica è detto «in ciò trovino modo con messer lo vescovo di Firenze o per altri modi»; il presule, che era il titolare oggettivo di qualsiasi diritto sul complesso episcopale, poteva essere interpellato per un accordo, ma anche estromesso dalla decisione. Il culto divino era celebrato quotidianamente nel battistero della cattedrale anche in base alle volontà del soggetto amministratore il quale gestiva, parallelamente al capitolo, lo svolgimento regolare della liturgia, trattando quindi l’edificio come se fosse un suo bene. O meglio, si concretizzava in modo palese il senso di patrocinio del comune su quella chiesa, attraverso un ente che, da curatore del patrimonio, diveniva progressivamente titolare di diritti scollegati al suo ufficio e probabilmente derivati o acquisiti in forza della propria posizione. Un passo ulteriore nelle dinamiche della fruizione non istituzionale della chiesa, del tutto in linea con la pietà dei secoli bassi, è trasmesso nelle carte di Calimala trascritte dallo Strozzi dove si legge dell’istituzione nel 1332 di una cappella, ossia una cappellania, in San Giovanni, dotata di beni e di un sacerdote61. Nella breve nota, compresa in un libro di Reformagioni dell’Arte, non viene fatto alcun riferimento all’altare a cui la donatrice aveva voluto associare il beneficio e, in assenza di altre attestazioni di altari, antecedenti alla piena età rinascimentale, si deve supporre che si trattasse di quello maggiore. 61 Strozzi, Serie II, 51, tomo 1, Provisioni e Riformagioni dall’anno 1331 al 132, c. 177 r. «28 aprile 1332 Scagli di Tifi fece testam. Et herede per la metà de beni gl’haveva di qua da mundo […] fece i Sig. e Retto. Delle Chiese di S. Gio e di S. Reparata perché si faccino due Capp. Nelle d.e Chiese e in una di loro s’istituischino due Cappellani, e si dotino le Cappelle et il restante si converta nell’Opera di d.e Chiese». 62 Emiliani Giudici, Di procacciare che l’Opera di san Giovanni sia esenta, Libro III, R. XXIIII, pp. 170-172. Questa eventualità, per quanto concerne la definizione delle funzioni del monumento, ripropone la contrapposizione dialettica tra le categorie di pubblico e privato, sfere antinomiche che l’edifico di culto ha dovuto rappresentare, anche contemporaneamente, dal momento in cui il mondo laico ha fatto il suo ingresso nella dimensione religiosa. L’Arte poneva in essere una sorta di patrimonializzazione sui generis del San Giovanni, logica che presiederebbe a una volontà di autonomia totale dell’ente Opera e del suo edificio e questo sembra confermato anche da una delle norme statutarie in materia di tassazione, o meglio di esenzione da oneri fiscali. I consoli richiedevano a quelle compagnie di banchieri che intrattenessero affari con la corte del papa, quali i Bardi e i Peruzzi, di procurare «che la chiesa e l’Opera della fabbrica della chiesa di santo Giovanni Batista di Firenze sia esenta e libera da ogni imposte, procuragioni e spese del chiericato di Firenze, dilegati, subdilegati e di ciascuna generazione di spese che per indietro fossono fatte o imposte, e che per innanzi si facessono o imponessono per qualunque modo, titolo, e vocabolo dire si potessono»62. Era una richiesta rivolta alla curia pontificia per la totale indipendenza del San Giovanni e della sua Opera rispetto alla tassazione imposta alla diocesi fiorentina; la lettura di questo passo rimanda inevitabilmente la memoria ai casi delle grandi abbazie che nel corso del pieno Medioevo avevano ottenuto l’esenzione dal fisco regio e altro tipo di privilegi, primo tra tutti l’autonomia nei confronti di qualsiasi autorità episcopale. Tale affinità è individuabile nella prosecuzione della rubrica dove si legge «e che messer lo vescovo di Firenze, o il chiericato della maggiore chiesa di Firenze, overo altro qualunque, a loro nome o a nome proprio d’altrui, si li presenti, come quelli che fierono per li tempi, in neuno modo si possano e si debbiano impacciare, nè in alcuna cosa intromettere della detta chiesa e Opera, se non in quanto procedesse di volontà de’ signori Consoli de’ mercatanti di Calimala, e degli altri uomini della detta Arte in cui guardia e protezione la detta chiesa e Opera si regge, mantiene e governa con pura fede»63. 63 Ibidem. 64 Papa Innocenzo III, in seguito a una richiesta, concede all’Opera di San Giovanni la protezione apostolica con bolla indirizzata al «magistro A.», dove viene confermata anche nel diritto di decima. ASF, Diplomatico, Normali, 00008146, (Arte dei Mercatanti o Arte di Calimala, 29 maggio 1207). 65 G. W. Dameron, Florence and Its Church in the Age of Dante, Philadelphia, University Press of Pennsylvania, 2005, pp. 40-42. I consoli di Calimala chiedevano dunque di non dover rispondere al vescovo e al suo clero, invocando nuovamente la protezione apostolica ricevuta al principio del secolo precedente64, il che corrisponde all’atteggiamento dimostrato nella questione delle messe in battistero, «che trovino modo con messer lo vescovo di Firenze o per altri modi»; vescovo e clero che tuttavia si trovavano ad amministrare il culto e il sacramento nello stesso edificio durante le principali festività, cui si sommava il pievano rettore della pieve urbana. Emergono da queste vicende almeno tre profili di utilizzatori del San Giovanni: il clero della cattedrale, che ufficiava nelle occasioni prescritte dal calendario liturgico, Calimala con il suo entourage di funzionari, frati e servitori che interagivano a vari livelli quotidianamente e un pievano, un sacerdote cui spettava la cura d’anime per quella circoscrizione. La figura del pievano, tecnicamente un arciprete, apre la questione piuttosto delicata dell’esistenza di una pieve urbana intitolata al Battista, con sede matrice nel battistero, la cui posizione sarebbe giuridicamente separata dalla cattedrale di cui però faceva fisicamente parte. Negli statuti dell’Arte di Calimala si incontrano i termini “plebatus” e “piviere” e, in un’occorrenza del testo del 1332, l’espressione più specifica “piviere di san Giovanni” che evoca una precisa dimensione territoriale su cui l’ente avrebbe avuto giurisdizione. In seguito alle sue ricerche, George Dameron ha sostenuto l’esistenza nella città di Firenze una sola pieve, quella di San Giovanni Battista, il cui arciprete, nominato dal capitolo, aveva un ruolo di guida della comunità. In qualità di pievano egli godeva dei diritti sacramentali, poteva cioè amministrare il battesimo, la sepoltura dei defunti e gli altri sacramenti a beneficio dei residenti della circoscrizione e doveva gestire le decime.65 La cattedrale era già il centro della diocesi e su di essa venivano modellate le pievi, emanazione giuridiche dell’autorità centrale, alle quali erano concessi in delega i diritti di cui il vescovo e la sua chiesa erano titolari, sia in ambito liturgico, sia in ambito fiscale; a Firenze la sede della pieve era coincisa, come si è visto, con la chiesa del vescovo, la Santa Reparata, fino all’inizio del XII secolo, quando i diritti battesimali erano stati trasferiti a San Giovanni. La particolarità della situazione fiorentina risiede nella disgiunzione tra la pieve e la cattedrale e nella distribuzione di queste funzioni tra due edifici che, pur appartenenti alla medesima istituzione, l’ecclesia maior, avevano maturato fisionomie giuridiche separate66. Tale paradosso deve essere stato alimentato proprio dal subentro del comune, attraverso i consoli dell’Arte, nella gestione di San Giovanni. I due edifici che componevano la cattedrale non costituivano più un unico soggetto religioso, se non in termini di celebrazione, ma due realtà indipendenti. 66 M. Ronzani, La plebs in città. La problematica della pieve urbana in Italia centro-settentrionale fra IX e XIV secolo, in Chiesa e città, a cura di C.D. Fonseca – C. Violante, Galatina, Congedo Editore, 1990, pp. 23- 43. 67 «Brachium dexterum reverendum ipisius habemus in ecclesia sancti Iohannis baptiste, inter Reliquias», Ritus in ecclesia servandi, Toker, pp. 233-234; «Ad fine vero misse iterum ostenditur populo bracchium santum», Mores et consuetudines, F. Toker, pp. 276-277. 68 Villani, VI, 15. Il braccio di San Filippo arrivò in realtà a Firenze il 2 marzo 1205, elemento fondamentale per la datazione del Ritus in ecclesia servandi, si veda a proposito L. Erente - I. Mannnini, Istruzioni liturgiche e libri dell’antica cattedrale di Santa Reparata. Il contributo del Riccardiano 3005 alla ricostruzione della biblioteca, in ‹‹Medioevo e Rinascimento››, XVIII, N.S. XV, 2004, pp. 39-58. 69 Villani, X, 13. Sono stati sinora riscontrati almeno tre aspetti funzionali del San Giovanni, determinati principalmente dalla sua posizione giuridica: battistero della cattedrale, chiesa matrice di una pieve, cappella “privata” di una corporazione. Sul piano della fruizione era il luogo privilegiato per lo svolgimento della religione civica, in quanto depositario dei più alti valori della società fiorentina, che si riconosceva e si rappresentava come la città del Precursore; si ritrovano, infatti, le processioni, le devozioni, i giuramenti di laici che nella chiesa del patrono acquisivano un valore sacrale. Nelle dinamiche della devozione, la questione delle reliquie è di precipua importanza. Il battistero custodiva alcune delle maggiori reliquie del centro episcopale, tra cui quelle di san Filippo e di san Barnaba, a cui l’Arte aveva destinato il medesimo onore riservato al patrono, come si può intendere dagli statuti67. Giovanni Villani descrive il grande entusiasmo del vescovo e di tutta la città nel ricevere la reliquia arrivata da Gerusalemme nel 1190 e depositata «nell’altare di santo Giovanni Batista, il quale (braccio) fece molti e aperti miracoli in più cittadini di Firenze, i quali alla sua venuta ebbono fede e devozione»68. Dallo stesso cronista si apprende l’arrivo delle reliquie di san Barnaba il 13 aprile 1311, donate dal cardinale Arnold de Pelagrue «al Comune di Firenze, perché sapea che’ Fiorentini l’aveano in grande devozione. E fune fatta in Firenze grande reverenza e solennità, e furono riposte nell’altare di Santo Giovanni»69. Nelle cronache non ci sono invece notizie di reliquie di San Bartolomeo il terzo santo, oltre al patrono, al quale Calimala destinava una particolare devozione. Nello statuto del 1332 si parla, infatti, delle offerte che le autorità civiche dovevano fare alla chiesa di San Giovanni in occasione delle feste dei Santi Filippo, Barnaba e Bartolomeo. Ancora nel Trecento il braccio di san Filippo era conservato nell’altare di San Giovanni, dove era stato riposto nel secolo precedente; la novità rispetto al 1205 risiede nel fatto che Calimala dettasse le condizioni non solo della sua custodia, ma anche della sua gestione in occasione della festa70. Si ordinava che la reliquia non uscisse dal battistero, non già dal complesso cattedrale, come se costituisse un tesoro appartenente a quel luogo di culto specifico e non all’episcopio. L’intrusione nell’apparato cerimoniale della liturgia ordinaria andava ben oltre le competenze di coloro che amministravano un edificio; i funzionari dell’Arte imponevano il modo di trattare le reliquie come fossero un bene proprio, fatto che sostiene l’ipotesi di una progressiva, seppur parziale, privatizzazione del battistero. In questa prospettiva, anche presupponendo con il Dameron una gestione plebana del san Giovanni, si rafforza l’idea di due edifici autonomi, uniti solo in certe occasioni dalle necessità liturgiche contingenti, come le festività precipue o la celebrazione del patrono, nelle quali però il clero (e il vescovo) era quasi un ospite, coinvolto al solo fine di espletare le funzioni cui era preposto, mentre il resto dell’organizzazione era affidato all’Opera. 70 ASF, Carte Strozziane, Serie II, 51, tomo 1, Reformagioni e Provisioni dell’Arte de Mercatanti c. 169 r, «23 Nov.e 1322 Braccio di S. Filippo si mostri in S. Gio il giorno della festa di d. o Santo». 71 C. Leonardi, La spiritualità a Firenze tra XII e XIII secolo, in La cattedrale come spazio sacro, Atti de VII centenario del Duomo di Firenze, a cura di T. Verdon – A. Innocenti, II, Firenze, Edifir, 2001, pp. 23-26. 72 In realtà già dal XIII secolo in città proliferavano gruppi ereticali composti da persone di ogni strato sociale, indistintamente guelfi e ghibellini, anche se il maggior numero di accoliti si riscontrava tra le classi egemoni. 73 S. Dacciati, Popolo e regimi politici a Firenze nella prima metà del Duecento, in ‹‹Annali di Storia di Firenze››, I, 2006, pp. 38-81. A proposito dei modi di fruizione in ambito devozionale generati dalla presenza dell’Arte, pare degno di una qualche attenzione il programma decorativo che era stato previsto nel quarto statuto, cui rimandano alcune annotazioni dei registri di Calimala. Come accennato nel paragrafo sugli arredi del battistero, il progetto iconografico partiva con la figura di san Bartolomeo ed era palesemente orientato all’esaltazione della realtà evangelica: l’apparato scultoreo prevedeva, infatti, un Cristo tra i pianeti, l’insieme degli apostoli e degli evangelisti, le colonne portanti della chiesa cristiana, i primi evangelizzatori delle terre già pagane e testimoni dell’opera del figlio di Dio. Il contenuto neotestamentario emerge anche in forza della collocazione nel tempio dedicato al Precursore. Non si esclude che il programma iconografico celasse un più raffinato messaggio politico mediato dalla lettura cultuale. Leonardi ha parlato della presenza di un grande focolaio cataro nella Firenze trecentesca, quindi di dualisti, chiamati anche patarini, ma non più come i militanti milanesi di Arialdo71; il termine, evidentemente svuotato del suo originario significato, ha finito per coincidere con il concetto di eretico72. L’inquisizione fiorentina, già attorno alla metà del Duecento, si era scagliata con veemenza contro le famiglie di governo che avevano intrapreso una politica filosveva; e proprio in quel contesto si è realizzata l’ulteriore sovrapposizione tra i concetti patarino, che già indicava l’eretico cataro, e ghibellino.73 Ammessa l’esistenza di una trama politica all’interno della rappresentazione statuaria, si dovrebbe leggere il programma iconografico come adesione e conferma dell’ortodossia di un certo gruppo sociale, strettamente legato alla chiesa di Roma, attraverso le figure carismatiche dei primi evangelizzatori della cristianità. È importante ricordare come l’Arte di Calimala fosse una corporazione di Parte guelfa e che l’adesione a quel partito era la condizione necessaria per accedere alle sue cariche: «consules mercatorum kallismale sint quatuor et camerarius debeat esse unus et omnes sint et esse debeant guelfi et amatores sancte romane ecclesie»74. 74 Filippi, De electione consulum et camerari artis, Libro IV, R. II, p. 132. 75 San Barnaba era discepolo di san Paolo e considerato evangelizzatore di Milano che, con questa presenza, poteva rivendicare una fondazione apostolica al pari di altre importanti sedi metropolitiche. Questa propaganda cultuale e culturale era tipica dei secoli centrali del Medioevo, quando i centri maggiori della cristianità cercavano di guadagnare terreno sull’affermazione del primato romano. Su san Barnaba a Milano si vedano P. Tomea, Tradizione apostolica e coscienza cittadina a Milano nel Medieovo. La leggenda di S. Barnaba, Milano, Vita e Pensiero, 1999; P. Racine, Saint patrone et religion civique, pp. 475-479. 76 Villani, X, 13. 77 I santi Giovanni Battista, Zanobi e Barnaba erano strettamente connessi al guelfismo fiorentino; Zanobi rimandava alla santità vescovile locale, il Precursore e Barnaba garantivano la protezione della città, anche in termini di lotta politica, come ricordano l’episodio della torre del Guardamorto e la vittoria del 1289 a Campaldino, nel dies natalis del santo evangelizzatore, che aveva segnato il definitivo trionfo dei guelfi in Toscana. G. Dameron, Florence and Its Church, pp. 224-225. 78 Come si evince dalla produzione agiografica dell’ambito della cattedrale, i rimandi alla Chiesa milanese, presa come punto di riferimento nel mito d’origine della cristianità fiorentina, appartenevano in via principale alla sfera ecclesiastica. A confortare tale ipotesi interpretativa ci sono le reliquie custodite nell’altare maggiore che, forse non a caso, appartengono a san Barnaba, patrono del guelfismo. Rispetto al tema delle relazioni tra Firenze e Milano durante il Medioevo, la presenza del culto di san Barnaba e, soprattutto, delle sue reliquie rimanda, insieme ad altri contenuti a una devozione tipicamente ambrosiana sviluppata a cavallo tra XI e XII secolo75. Villani osservava a questo riguardo la «grande devozione» dei Fiorentini verso quel culto che aveva spinto il cardinale legato a portare in dono le reliquie76. L’affezione della città al santo era precedente all’arrivo delle sue spoglie: nel calendario del Ritus quella di san Barnaba è ricordata come festa precipua77. Se il culto di questo santo poteva esprimere nel tardo XII secolo un certo grado di adesione alla chiesa milanese e alle sue istanze78, all’inizio del XIV secolo doveva rappresentare un ricordo più sfumato, forse nutrito di nuovi contenuti. La presenza delle reliquie doveva anche favorire un'altra modalità di fruizione dello spazio battesimale, la sepoltura, che alcuni membri di spicco di una società potevano scegliere di collocare ad sanctos, presso cioè le spoglie di un santo. Il San Giovanni, come la cattedrale, era circondato da una necropoli che si era stratificata dall’alto Medioevo fino alla fine del XIII secolo, mentre al suo interno si dispongono quattro sepolture illustri che, come si è accennato, contravvenivano a una secolare riluttanza verso l’inumazione nei luoghi del battesimo. Sul prospetto Nord-occidentale si trovano le tombe del vescovo fiorentino Ranieri, collegato alla costruzione del San Giovanni, e dell’antipapa Giovanni XXIII (fig. 155); specularmente si trovano i due sarcofagi romani reimpiegati come sepolcri del vescovo Giovanni da Velletri e del gonfaloniere Guccio de’ Medici (fig. 173). La funzione funeraria era, in effetti, prerogativa di una pieve, in accordo con uno dei ruoli istituzionali del San Giovanni, che in questo senso doveva dare asilo alle sepolture. La disposizione interna si deve intendere privilegiata e destinata solo a membri illustri della società, quindi sepolture di personaggi che si collegavano direttamente al San Giovanni e non alla giurisdizione plebana, i cui residenti erano tumulati all’esterno. In conclusione resta da definire l’ultimo aspetto funzionale riscontrato dall’indagine sulle fonti, stabilito anche in questo caso dallo statuto della Calimala del 1332. Il vice operaio doveva occuparsi delle elemosine in natura per i poveri, per le quali era organizzata una distribuzione pubblica. Dato che, per statuto, nessuna donna, e nessun esterno in genere, poteva avere accesso alle case dell’Opera di San Giovanni, l’elemosina veniva elargita nel battistero79. Certo si trattava di un’attività filantropica, ma dal punto di vista della fruizione dello spazio si osserva un ulteriore slittamento semantico dell’aula cultuale, che si può immaginare diventasse il teatro di una moltitudine di gesti e percorsi disordinati che invadevano periodicamente la dimensione del sacro, destituendola, trasformando il tempio dell’iniziazione nel luogo della quotidianità. Ancora una volta la percezione del limite stabilito dalle transenne che circondavano il fonte e il presbiterio doveva guidare la collocazione nell’aula e fornire un confine visivo e rituale tra le azioni pertinenti al sacro e quelle afferenti all’ambito profano (fig. 194). 79 «Et acciò che niuna femina dalcuna conditione abbia materia dentrare nele case dela detta Opera, facciasi la detta limosina nela chiesa di sangiovanni», Emiliani Giudici, Della limosina che si fa per l’Opera di san Giovanni, Libro III, R. II, p. 148. Negli statuti precedenti è già stabilito il divieto alle donne e ad altri soggetti esterni alla famiglia dell’Opera di accedere alla sua casa e, sebbene non sia mai indicato il luogo dell’elemosina, si ritiene che avvenisse sempre nel battistero. 80 «De sancto Antonio confessore et monacho sunt quatuor altaria […] Tertium ad sanctum iohannem ad fontes mediolani», Liber Notitiae Sanctorum Mediolani, a cura di M. Magistretti - U. Monneret De Villard, (1917), rist. anastatica, Milano, Cisalpino-Goliardica, 1974, col. 44, B. 81 P. A. Février, Baptisteres, martyrs et reliques, in «Rivista di archeologia cristiana», 62, (1986), pp. 109- 138; E. Palazzo, Liturgie et societé au Moyen Age, Paris, Aubier, 2000, pp.141-142. Fuori dalle celebrazioni, il battistero fiorentino, come del resto altri edifici ecclesiastici, era un contenitore in attesa di contenuto e quindi di significati e di utilizzi; era caratterizzato da pochi elementi peculiari sufficienti perché se ne riconoscesse sempre il valore di luogo deputato al sacramento o in generale di chiesa per ufficiare il culto divino, anche quando era approcciato a fini totalmente svincolati dalla religione. 6.4 Milano. Funzioni, culti e decorazione «Antonius fuit secundum mores angelus vere pacis» Goffredo da Bussero Liber Notitiae Sanctorum Mediolani Il Liber Notitia Sanctorum Mediolani, manoscritto della Biblioteca capitolare milanese che racchiude una raccolta di memorie di santi e di attestazioni di tutte le chiese e degli altari della città e dei contadi, testimonia alla fine del XIII secolo un altare di sant’Antonio Abate nel San Giovanni alle Fonti80. In merito allo studio delle funzioni si ricorda che la sola presenza di un altare dichiara una diversificazione nei modi di fruire lo spazio sacro del battesimo, al pari di un deambulatorio o di un recinto presbiteriale81. L’altare è il focus della celebrazione eucaristica, il luogo delle reliquie, il simbolo della presenza di Cristo e del santo cui era consacrato; nel battistero costituiva il secondo polo liturgico, in aggiunta al fonte. Quando l’altare era dedicato a un santo diverso dal titolare della chiesa, la prospettiva della polifunzionalità si ampliava ulteriormente. Nel caso di San Giovanni alle Fonti, si suppone che l’altare di sant’Antonio si aggiungesse a quello principale, con ogni probabilità dedicato al Precursore. Il Liber Notitiae Sanctorum omette, infatti, nelle proprie liste qualsiasi altare intitolato al santo eponimo di una chiesa, coincidenza che suggerisce non la mancanza di tale elemento entro gli edifici, quanto il considerarlo assunto. Questo, per il San Giovanni, appare confermato dall’indicazione fornita nel secolo precedente da Beroldo dell’altare «in baptisterio», non qualificato da alcun titolo e di gran lunga antecedente l’affermazione del culto del santo confessore a Milano82. 82 M. Magistretti, Beroldus, sive ecclesiae ambrosianae mediolanensis kalendarium et ordines saec. XII, Milano, 1894, p. 46 (d’ora in poi Beroldus). 83 L’esistenza della casa antonita si attesta attorno al 1272, come si evince da un decreto del podestà Visconte de’ Visconti che vieta all’ordine di allevare i porci nel broletto. La notizia è data da P.S. Pasquali, Gli Antoniani a Milano (1272-1452), in ‹‹Archivio storico lombardo››, 3, 1930, pp. 341-355, ma si ritrovava già in G. Giulini, Memorie della città e delle campagne di Milano ne’ secoli bassi, Milano, 1857, VIII, p. 261. 84 L. Bernardinello, Altare sancti Michaelis, pp. 138-147. Nell’articolo solo analizzate sia le caratteristiche del culto dell’Arcangelo riconducibili al rito battesimale, sia la possibile disposizione dentro a un battistero di un altare ad esso dedicato, proprio in base ai contenuti della devozione. 6.5 Il culto del santo e la posizione dell’altare Il culto di Antonio abate si assesta in città tra l’ingresso dell’ordine antonita, alla metà del XIII secolo, e l’elezione del santo quale patrono personale di Gian Galeazzo Visconti nell’ultimo quarto del XIV secolo83. I testi liturgici più noti in uso nella chiesa milanese durante il pieno Medioevo, i già citati Manuale Ambrosianum di Valtravaglia, del secolo XI, e il più noto ordinario di Beroldo del secolo successivo, non fanno mai menzione della festività del santo abate, lacuna che conferma la diffusione del culto non prima della seconda metà del Duecento. In riferimento a studi condotti in precedenza, si vuole mettere in evidenza un aspetto della pietà antoniana che possa spiegare la scelta di approntare un altare dedicato al santo all’interno dell’edificio battesimale84. L’inclusione di un culto entro lo spazio del battesimo sembra, infatti, subordinata al rispetto di determinati criteri devozionali, in linea con i contenuti teologici dell’iniziazione; principi che accomunano, in larga misura, i santi venerati negli edifici battesimali in cui siano stati rinvenuti o attestati altari non consacrati a san Giovanni Battista. Tale regola risponde allo scopo ufficiale per cui un edificio sacro era costruito, l’adempimento liturgico, e, al contempo, sottolinea la necessità per un battistero – edificio assai particolare – di mantenere, almeno nell’orizzonte delle questioni religiose, un certo indirizzo semantico. Tradizionalmente Antonio abate, eremita egiziano vissuto tra III e IV secolo, era considerato padre del monachesimo occidentale e proprio in virtù di tale magistero è stato particolarmente venerato dagli ordini monastici, tanto nella Tarda Antichità quanto nel Medioevo 85 . D’altro canto, l’attributo iconografico più noto del santo era il maiale, elemento che ha trasformato l’anacoreta nel patrono del bestiame, benedetto annualmente in occasione della sua ricorrenza, il 17 gennaio, e di tutte le attività collegate all’allevamento e alla produzione di carni. Si trattava, in effetti, di un culto ricco e sfaccettato, al quale si sono progressivamente aggiunti nuovi aspetti, sviluppati dai più antichi contenuti, che ne hanno favorito una vastissima diffusione nel mondo cristiano. Una volta giunto in Occidente, nella seconda metà del XII secolo, il corpo del santo ha catalizzato da subito l’attenzione dei fedeli e delle autorità ecclesiastiche: l’arrivo è singolarmente coinciso con il manifestarsi dell’ignis sacer presso le popolazioni europee, che hanno da subito ricercato Antonio come protettore dai propri mali. Nel corso del pieno Medioevo, le cognizioni mediche della fraternità ospedaliera antonita, che utilizzava il grasso dei porci per curare l’ergotismo, comunemente conosciuto come il “fuoco di sant’Antonio”, hanno guadagnato al santo la virtù della taumaturgia. Grazie alla fervente attività medica dell’ordine, Antonio è diventato protettore della salute in genere e la chiesa madre di Vienne, nel Delfinato, un grande centro di pellegrinaggio a livello europeo. 85 Per il culto del santo si veda L. Fenelli, Il tau, il fuoco, il maiale. I canonici di sant’Antonio Abate tra assistenza e devozione, Spoleto, CISAM, 2006; Ead, Dall’eremo alla stalla. Storia di sant’Antonio abate e del suo culto, Roma-Bari, Laterza, 2011. 86 Il santo era venerato come guaritore di infermi, in particolare contro la peste e le malattie contagiose. Contenuto fondamentale del culto era la lotta contro il demonio; ad vocem «Antonio abate» Bibliotheca Sanctorum, II, Roma, Società Grafica, 1962, pp. 106-109. 87 Testo di riferimento, Atanasio, Vita di Antonio, introduzione di C. Mohrmann, testo critico e commento a cura di G.J. Bartelink, trad. P. Casati, Milano, Mondadori, 1974, 12, 4-14, 7, (d’ora in poi Atanasio); L. Fenelli, Dall’eremo alla stalla, pp. 5-7. 88 L. Fenelli, Il tau, il fuoco, il maiale, pp. 10-21. 89 L. Fenelli, Dall’eremo alla stalla, pp. 12-15. In realtà, tale percezione si radicava nelle primitive forme cultuali e devozionali dedicate all’eremita, fautore di miracoli in vita86. I due elementi fondamentali che caratterizzano la figura del santo, oltre all’ascesi, sono la lotta alle forze demoniache, attività che ha segnato ogni momento della sua vita, e, in seconda battuta, la guarigione dalle malattie attraverso la preghiera. Secondo il biografo di Antonio, il vescovo di Alessandria Atanasio, il santo operava miracoli e liberazioni di indemoniati a partire dal suo terzo soggiorno nel deserto87; la stessa prospettiva offrono le fonti che sarebbero alla base dei testi agiografici medievali, particolarmente focalizzati sull’aspetto taumaturgico88. Per quanto concerne le guarigioni e i miracoli in genere, nel corpus agiografico antoniano, a partire dallo stesso Atanasio, compare un elemento di grande importanza rispetto a una possibile relazione del culto con il rito battesimale: l’acqua. Come ha ricordato Fenelli, i prodigi degli eremiti nel deserto erano spesso legati all’acqua, alla sua comparsa in momenti di difficoltà, sia per il suo valore simbolico, sia per la reale necessità avvertita dai monaci in un ambiente così ostile89. Non fa eccezione la leggenda di Antonio, in cui la preghiera del santo concede spesso ai protagonisti delle peregrinazioni di poter sopravvivere grazie all’intercessione presso Dio. Atanasio introduce, però, un’idea di grande efficacia che deve aver avuto una certa eco anche nei secoli successivi90: durante l’eremitaggio della Tebaide, Antonio risiedeva presso un monte, lontano dalla civiltà, nella parte più interna, e si spostava sul fiume che lo circondava quando doveva necessariamente venire a contatto con le altre persone, avversari, postulanti, malati. Il corso d’acqua era l’area di confine sulla quale l’eremita operava nei confronti del mondo. L’acqua non costituiva il medium con cui Antonio esercitava le guarigioni, ma presso di essa pregava per ottenerle da Dio, come nel caso della fanciulla di Laodicea91. La vita dell’eremita è, infatti, caratterizzata da una lotta passiva e da un’attività indiretta: l’ascesi non ne faceva un guerriero, ma un uomo di preghiera e meditazione, di conseguenza anche i suoi prodigi si realizzavano attraverso il contatto spirituale con il divino, non materiale con le cose. Un episodio in cui l’elemento demoniaco e l’acqua si trovano insieme è trasmesso dalla Leggenda di Patras, vita documentata da testi del X secolo, altro cardine dell’agiografia antoniana: fuggito con alcuni compagni da un monastero e sottoposto agli stenti del deserto, il santo incontra una fonte infestata da un serpente-dragone, scacciato grazie all’orazione (fig. 195) 92 . Sebbene il racconto non espliciti un riferimento diretto al battesimo, il parallelismo creato da questi elementi con il rito appare molto stringente o, quantomeno, vi si ritrovano tutti gli spunti necessari ad attivarne una simile lettura. Il drago, incarnazione apocalittica del demonio, è stato sconfitto e allontanato dall’acqua con la preghiera, la fonte è stata cioè purificata dal peccato prima del suo utilizzo, azione che rimanda, inevitabilmente, all’esorcismo della piscina battesimale, precedente all’immersione dei candidati, parte fondamentale della liturgia iniziatica. Nella forma di serpente, il diavolo è, inoltre, protagonista della tentazione dei progenitori, autori del peccato originale, colpa che il battesimo medievale, a differenza di quella tardoantica, voleva cancellare dall’uomo cristiano attraverso il bagno lustrale. Del resto, larga parte dei prodigi antoniani consisteva nella liberazione di indemoniati, cioè esorcismi di persone possedute da spiriti maligni che l’eremita combatteva per se stesso e per i suoi postulanti93. Un’importante suggestione rispetto al battesimo, suggerita per la prima volta da Atanasio, e che ha avuto grande successo nella teologia paleocristiana, è la possibilità di eliminazione del peccato con la scelta della vita consacrata, ossia la professione monastica come secondo battesimo94. La 90 La leggenda del presule alessandrino è, in assoluto, il testo dedicato ad Antonio più diffuso fino al Rinascimento; dal pieno Medioevo è stato spesso abbreviato, interpolato, contaminato e arricchito da nuovi episodi, ma la versione latina prodotta nella Tarda Antichità ha avuto sempre grande successo. La sua struttura, sebbene ridotta, in ambito Nord-italiano si ritrova anche nella Legenda Aurea di Jacopo da Varagine, redatta tra 1252 e il 1265 e, soprattutto, nella Memoria sancti Antonii redatta da Goffredo da Bussero poco più tardi per il Liber Notitiae Sanctorum, col. 44, B. 91 Atanasio, 61, 1-3. 92 Sul topos del santo sauroctono e la bibliografia dedicata si veda A. Foscati, «Antonius maximus monachorum». Testi e immagini di Antonio eremita nel Basso Medioevo, in Studi di storia del Cristianesimo. Per Alba Maria Orselli, a cura di L. Canetti et al., Ravenna, 2008, pp. 283-311; L. Fenelli, Dall’eremo alla stalla, pp. 12-15. 93 L’aspetto dell’esorcismo in relazione alla guarigione è stato messo in particolare evidenza dalla leggenda trecentesca di Alphonse Bonhomme, frate domenicano spagnolo che dichiarava di aver tratto la vita da un testo arabo antecedente; L. Fenelli, Il tau, il fuoco, il maiale, pp. 17-19. 94 Si veda il commento di Bartelink (p. 248) ad Atanasio, 65, 1-5. scena è di grande interesse per alcuni contenuti salienti: Antonio, rapito in preghiera, stava osservando un altro sé trasportato nell’aria da alcune creature, quando degli esseri demoniaci ne hanno bloccato il passaggio, rimarcando i peccati dell’eremita dalla nascita; all’accusa i conduttori hanno ribattuto che le sue colpe erano già state cancellate dal Signore e che potevano essere prese in considerazione solo le azioni compiute dopo la sua consacrazione 95 . Le creature positive si precisano nel Medioevo come angeli che conducono lo stesso Antonio, non una sua proiezione o altro sé, nel più alto dei cieli per poi tornare sulla terra96. Accanto ai riferimenti al battesimo monastico, che nei secoli centrali del Medioevo dovevano essere pienamente acquisiti, compaiono i temi della figura angelica e del viaggio dell’uomo mortale verso un mondo chiaramente ultraterreno, non specificato da Atanasio, ma stabilizzato in un secondo momento. L’episodio atanasiano del trasporto angelico si è conservato nella tradizione agiografica antoniana Nord-italiana, in cui si colloca anche la leggenda riportata dal Liber Notitiae Sanctorum Mediolani, sebbene di molto abbreviata. L’autore Goffredo da Bussero conclude la narrazione dicendo «Ipse antonius fuit secundum mores angelus vere pacis. Secundum imitatoriam quoque similitudinem praecursoris destinatus a deo. Ut viam parans in deserto altissime pauperitatis. Tam exemplo quam verbo. Penitentiam predicaret»; ha cioè definito il suo protagonista angelo della vera pace e, similmente a Giovanni Battista, precursore del Figlio, destinato da Dio a preparargli la via nel deserto della povertà. Gli aspetti che colpiscono maggiormente dell’explicit milanese sono sostanzialmente due: il passo è ripreso pedissequamente dal prologo della Legenda Maior Sancti Francisci di Bonaventura da Bagnoregio, prodotta poco prima del Liber Notitiae; l’associazione e sovrapposizione tra l’angelo e l’annunciatore di Gesù è un topos della letteratura catechetica sant’ambrosiana. In apertura del De Sacramentis, Ambrogio asserisce che gli annunciatori di Cristo sono angeli, primo tra tutti il Precursore, anche se nato da uomo e da donna, agganciandosi all’Elogio di Giovanni Battista riportato nel Vangelo di Matteo97. Goffredo doveva avere una certa dimestichezza con l’opera ambrosiana, in quanto membro del clero milanese, e con la produzione agiografica più aggiornata in genere, il che spiegherebbe la grande ricchezza di riferimenti ad altre opere98. L’adozione del prologo francescano, in cui i temi dell’angelo e dell’anticipazione messianica, con la specificazione della via desertica della povertà, non sembra affatto casuale, ma ricalibrata significativamente per descrivere il santo eremita, che tanto aveva influenzato la costituzione dell’immaginario cultuale dei 95 Ibidem. Atanasio espone per la prima volta l’idea, poi ripresa espressamente da Girolamo, del monachesimo come battesimo e che, al pari del sacramento, tale scelta cancellasse le colpe dell’uomo. 96 Legenda Aurea, p. 111; il Liber Notitiae Sanctorum ne riporta un’ulteriore abbreviazione: «Quadam vice dum ab angelis in aerem levaretur. Demones transitum prohibibebant dicentes peccata autem monachatum sed angeli dixerunt ea deleta», col 44, B. 97 Gesù, nel parlare di Giovanni, riporta le parole del Libro di Malachia «Ecce ego mitto angelum meum ante faciem tuam, qui prepabit viam tuam ante te», passo citato anche da Ambrogio, che estende la similitudine riferita al Battista a «quia et homines angeli quiqumque annuntiant Christum, et in angelorum adscisci videntur loco»; Ambrosius, De Sacramentis Liber Sex, II, 6-7, (PL 16, 419, C-420, A). 98 Sulla cultura di Goffredo da Bussuro si veda P. Tomea, San Giorgio in Crimea, Per una nuova edizione del Liber Notitiae Sanctorum (con una nota sulla papessa Giovanna), in «Aevum», 73, (1999), pp. 423-458, il quale mette in evidenza la quantità di riferimenti letterari del canonico, confutando precedenti tendenze storiografiche secondo cui l’autore doveva avere, invece, un basso profilo intellettuale. nuovi ordini mendicanti 99 . Nella migrazione di miti agiografici, Antonio diventa un precursore, anche se non in senso temporale come il Battista, e in forza di questo carattere, secondo la chiave interpretativa milanese, un angelo. L’attributo di angelo della pace si deve, invece, rintracciare in una tradizione più antica riferita a san Michele, che ha origine nel pensiero giudaico-cristiano: nell’inno prodotto nel IX secolo da Rabano Mauro per la festa dell’apparizione garganica, pervenuto nel secolo successivo nel Breviario romano, si ritrova la formula «Angelus pacis Michael», dal quale pare venga mutuata per i componimenti sopra citati100. 99 Tra XIII e XIV secolo francescani e domenicani hanno ampiamente utilizzato la figura di Antonio e quella di altri eremiti come punti di riferimento e, spesso, da quegli ambiti provengono le abbreviazioni medievali della leggenda antoniana; L. Fenelli, Dall’eremo alla stalla, pp. 12-15. 100 R.M. Personé, Gl' inni del breviario romano : recati in versi italiani con brevi illustrazioni, Lecce : Tip. Ed. Salentina, 1887, n. 77, p. 172. 101 Ph. Walter, Antoine, le centaur et le Capricorne du 17 janvier, in Saint Antoine entre mythe et légende, s. la dir. De Ph. Walter, Grenoble, Ellug, 1996, pp. 119-139; L. Giordano, “Ad ecclesiam sancti Antonii Viennensis”. Gian Galeazzo Visconti e la dinastia ducale di Saint-Antoine di Vienne, in «Artes», 1999, pp. 5- 25. 102 Ph. Walter, Antoine, le centaur, pp. 119-139. A quanto detto si lega un’ulteriore questione: secondo la lettura data da Phileppe Walter, nel pensiero mitico medievale sant’Antonio aveva assunto anche la qualità dello psicopompo, cioè di conduttore delle anime defunte, attributo della sua natura sciamanica 101 . Il culto antoniano sarebbe stato, infatti, costruito dalla collazione di leggende e tradizioni pre-cristiane coincidenti, nel calendario, con il periodo invernale, e che contenevano nel proprio sostrato folklorico carnevalesco diversi elementi e personaggi da cui la figura dell’eremita derivava proprietà nuove. Acquisiva, in particolare, il ruolo di psicopompo dalle creature animali o diaboliche che lo detenevano nel mondo pagano, trasferito su Antonio che diventava mediatore tra mondo dei vivi e regno dei morti102. Il santo psicopompo per eccellenza della mitologia cristiana era san Michele, un angelo per l’appunto, il cui culto è attestato, non a caso, in altri due battisteri della diocesi milanese dallo stesso Liber Notitiae. A proposito di quest’aspetto, la Vita Antonii di Atanasio trasmette un episodio particolarmente interessante: al tempo del secondo eremitaggio, il santo aveva deciso di risiedere presso una tomba, in totale anacoresi, per sfuggire alle tentazioni demoniache che lo perseguitavano continuamente. Il sepolcreto era un luogo liminare di connessione tra il regno dei vivi e quello dei morti, dove si incontravano, più precisamente, la vita e la morte e dove si realizzava la battaglia contro il peccato. Anche in questo caso è possibile scorgere, ove non fosse volutamente adombrata, una metafora del battesimo, secondo la lettura offerta da san Paolo: l’immersione iniziatica figurava la tomba del Salvatore, dalla quale rinasceva l’uomo nuovo, mondato dalle sue colpe, consepolto con Cristo e con lui risorto nella prospettiva del regno del Padre. La tomba era anche uno spazio in cui poteva venire in contatto con le anime; attraverso capacità sciamaniche, Antonio interagiva con gli spiriti, soprattutto quelli maligni, che lo Spirito Santo gli aveva concesso di discernere103. 103 «Unde et orationis continuae opus est, et studium religionis necessarium est, ut qui per Spiritum accipiens donum discretionis spirituum scire possit quid agitur circa daemones», Atanasio, 23, 3; Ph. Walter, Antoine, le centaur, pp. 133-135. 104 Ibidem. Il drago rimanda all’incarnazione demoniaca evocata nell’Apocalisse di Giovanni, mentre la fonte si ricollega alla purificazione dal male che si realizzava nel battesimo. 105 Il primo altare milanese è attestato nell’ospedale «de vepra», intitolato a san Giovanni Battista e il secondo è quello in battistero, su quattro esistenti nella diocesi, Liber Notitiae Sanctorum, col. 44, B. 106 Moltissime sono le opere pittoriche prodotte tra XIV e XV secolo in cui i due santi sono associati, spesso raggruppati nella medesima valva di polittico, come nel caso del frammento vaticano di Niccolò di Tommaso, o raffigurati come testimoni di una scena principale, similmente alla tavola di Michelino. In questi due percorsi, la lotta al demonio e la guarigione, suggellati da una vita trascorsa in preghiera e arricchiti da tante sfumature, si realizzava il cammino della salvezza antoniana, in cui Dio operava attraverso il suo discepolo che mai aveva distolto la sua attenzione dal divino e mai si era arreso alla tentazione. Le doti taumaturgiche, riconosciute al santo ancor prima della creazione dell’ordine ospedaliero, la sua percezione come figura angelica e come mediatore tra il regno dei vivi e il regno dei morti hanno reso il culto antoniano attraente nella compagine di un edificio battesimale, luogo di guarigione e rinascita, sacrario della cancellazione del peccato originale, nel quale si svolgeva il primo sacramento, all’insegna della lotta contro satana e alle sue seduzioni. Non appare secondaria anche la tradizione diffusa dagli agiografi dell’ordine antonita secondo cui il corpo del santo sarebbe stato custodito per quattro secoli presso la chiesa di San Giovanni Battista ad Alessandria104. Atanasio tramanda la sola vicenda della sepoltura segreta, perché l’eremita intendeva sottrarsi alle pratiche devozionali allora in uso; mentre nel Medioevo si è affermata la leggenda della tomba alessandrina, riportata anche dal Liber Notitiae, che si crede abbia potuto influire sulla distribuzione del culto. Due degli altari dedicati all’eremita nella diocesi ambrosiana sono, infatti, inseriti in edifici dedicati al Precursore, quasi in osservanza della collocazione del sepolcro antico del santo 105 . L’associazione tra sant’Antonio e il Battista è ampiamente documentata anche in termini iconografici dalla tradizione pittorica bassomedievale dell’Italia centro-settentrionale, nella quale s’iscrive la celebre opera della pinacoteca senese Nozze mistiche di Santa Caterina con san Giovanni Battista e sant’Antonio Abate, firmata dal maestro lombardo Michelino da Besozzo e prodotta nella prima metà del XV secolo (figg. 196-197)106. I soli battisteri per i quali siano attestati degli altari dal Liber Notitiae Sanctorum (non consacrati al santo titolare) sono, oltre a quello milanese, proprio i già citati casi di Arsago Seprio, con altare di san Michele Arcangelo, di Galliano, con due altari di san Michele e san Biagio, e di Varese con altare dei santi Dionigi, Rustico ed Eleuterio; tutti e tre edifici battesimali articolati su due livelli, caratteristica di non secondaria importanza. Fatta eccezione per quest’ultimo culto, riferito al primo vescovo ed evangelizzatore di Parigi e ai suoi compagni, si tratta di santi importanti per il loro potere guaritore e per l’opposizione alle forze demoniache107. 107 Le visite pastorali di età borromaica attestano che anche l’altare di san Dionigi e compagni si trovava nella tribuna del battistero, quindi in un luogo sopraelevato; E. Magnaghi, Il battistero di San Giovanni di Varese nelle visite pastorali tra il 1567 e il 1637, l’epoca di San Carlo, in «Tracce», 1983, pp. 63-77. Ad eccezione del San Giovanni alle Fonti, per il quale non si hanno documenti successivi alla sua demolizione, tutti gli altari indicati dal Liber Notitiae si distribuivano nei deambulatori rialzati. 108 L. Bernardinello, Altare sancti Michaelis, pp. 138-147. 109 Sulla presenza dell’altare in battistero nei secoli alti N. Duval - J. Guyon, Le baptistère en Occident, in «La Maison Dieu», 193, 1993, pp. 68-69; per i secoli centrali restano alcune attestazioni come, Sigiberti monachi Gemblacensis, Apologia contra eos qui calumniatur missas coniugatorum sacerdotium, hr. von E. Sakur, MGH, Scriptores - Libelli de lite imperatorum et pontificium, II, Hannover, Bibliopolii Hahniani, 1892, p. 436, «Neque enim fieri potest, ut qui in baptisterio sanctus est sit apud altare peccator». 110 Uno dei più antichi simboli di Milano, risalente alle tradizioni sulla fondazione celtica della città; si tratta di una scrofa di cinghiale, della quale si conservano ancora alcune raffigurazioni scultoree, come quella del Palazzo della Ragione in Piazza Mercanti o quella di Palazzo Marino. In particolare, la devozione tributata a sant’Antonio eremita presenta diverse analogie con quella riservata a san Michele, l’arcangelo guerriero apocalittico vincitore sul demonio, taumaturgo attraverso l’acqua e gli elementi naturali in genere, messaggero di Dio e psicopompo. In altra sede si è cercato di dimostrare come il culto micaelico fosse introdotto in un edificio sacro così fortemente connotato dalla prassi sacramentale, proprio grazie a queste particolari virtù, tutte orientate alla lotta contro il peccato108. Com’è noto, la consuetudine di fondare altari e cappelle presso una chiesa si era diffusa già in età carolingia, per normalizzarsi durante il pieno Medioevo109; la scelta di dedicare uno spazio dotato di altare dipendeva genericamente dal gruppo sociale, su base familiare o lavorativa, o dal singolo che eleggeva un santo come proprio patrono, senza particolari vincoli rispetto alle caratteristiche della sua devozione. Diversa la situazione per gli edifici battesimali, in cui le rare attestazioni di altari suggeriscono, invece, che per quei secoli la decisione ricadesse quasi unicamente sui culti in qualche misura relazionabili all’iniziazione, che avessero quindi tra i propri contenuti la battaglia contro il male e, per estensione, la guarigione dal male come metafora del peccato. In termini di fruizione si deve constatare che un altare costituisce un polo cultuale autonomo in quanto sufficiente sia a supportare cerimonie di tipo pubblico, come una liturgia itinerante, sia ad espletare funzioni più esclusive, come la messa in suffragio dei defunti e la venerazione di reliquie in esso custodite; dunque presso l’altare e nell’area di sua pertinenza avevano luogo diverse forme di pratiche religiose, partecipate da attori potenzialmente differenti. Data la mancanza di ulteriori notizie documentarie, di evidenze archeologiche e di testimonianze iconografiche, il problema principale consiste nella disposizione dell’altare antoniano entro lo spazio articolato del San Giovanni alle Fonti, altra questione per cui la comprensione del culto appare fondamentale. Nell’ambito della spiegazione divulgativa data dagli archeologi, è stato supposto che il frammento pittorico con piedi nudi affiancati dall’animale in posizione araldica della nicchia Nord-Est, identificata con la “scrofa semilanuta” 110 , potesse essere associato all’altare dell’eremita, rappresentato dall’attributo iconografico del porco (fig. 110)111. L’ipotesi appare del tutto condivisibile, non tanto per la debole argomentazione fondata sullo stralcio di decorazione parietale, ma in base alla profondità delle nicchie che circondano il fonte, 3 m circa, sufficiente a ospitare un blocco in materiale lapideo, una struttura a mensa o un eventuale altare mobile. 111 Piazza del Duomo prima del Duomo, a cura di S. Lusuardi Siena, Milano, ET, 2009, p. 23. 112 Secondo questa indagine, si è visto, il modello avrebbe operato anche in senso transregionale, nei casi dei battisteri urbani in cui il tema principale della galleria superiore (così come l’impianto e il trattamento angolare) veniva sviluppato secondo le modalità dell’architettura romanica più avanzata, serie a cui anche Firenze apparteneva. 113 J. Vallery-Radot, Note sur les chapelles hautes dédiées à Saint-Michel, in «Bullettin monumental», 88, (1929), pp. 453-478; A. Petrucci, Origine e diffusione del culto di san Michele nell’Italia medievale, in Culte de Saint Michel et pelegrinage au Mont, Millenaire monastique du Mont Saint Michel, III, s. la dir. de M. Baudot, Paris, Lethielleux, 1971, pp. 242-244; G. Otranto, Note sulla tipologia degli insediamenti micaelici nell’Europa medievale, in «Vetera Christianorum», 43, 2006, pp. 193-195. Se si accetta, invece, l’esistenza di un secondo piano come per i battisteri rurali citati, sarebbe plausibile che un altare non dedicato al Precursore trovasse posto in un’area più appartata e distaccata dalla piscina battesimale (fig. 188). Nel battistero di Galliano i due altari (san Michele e san Biagio) sono ancora disposti nei settori Est e Ovest della galleria, mentre nel caso arsaghese, da cui il manufatto è stato rimosso, fonti documentarie e iconografiche prodotte fino al termine del XIX secolo attestano un altare (san Michele) sistemato nel deambulatorio superiore. I confronti non sono certamente delle prove inconfutabili, tuttavia, l’idea che un edificio molto importante, quale era il battistero episcopale, avesse fornito il modello per i contadi prende sempre più forma, consentendo allo storico di ricostruire le fattezze e le caratteristiche spaziali di un monumento decaduto attraverso le tracce della sua influenza sul territorio, seguendo i processi di circolazione tra il centro e la periferia112. L’affinità riscontrata tra il culto micaelico e quello antoniano, secondo la chiave interpretativa della figura angelica, guaritrice e in lotta contro il male, induce a individuare la sede dell’altare nel piano rialzato del battistero, dove opportunamente si potevano distribuire le strutture dedicate ai culti degli angeli113. Sin dalla Tarda Antichità, i luoghi alti, sia dal punto di vista topografico (rilievi montuosi, motte), sia intesi come ambienti sopraelevati di un edificio, erano preferiti ad altre soluzioni per la sistemazione di un culto aereo, come era quello riservato alle creature celestiali. Se i richiami alla natura angelica di Antonio, espressi dall’agiografia milanese e Nord-italiana, e i diversi aspetti della sua devozione lo avvicinavano a san Michele, i cui altari erano disposti nelle gallerie dei battisteri prealpini, appare ampiamente probabile che analoga destinazione fosse prevista per l’altare del battistero ambrosiano. L’ambulacro del San Giovani alle Fonti avrebbe permesso lo svolgimento di funzioni, anche non liturgiche, separate dal nucleo centrale, ricoverando un polo cultuale indipendente dall’iter battesimale, attorno al quale potevano avere luogo celebrazioni secondarie o manifestazioni più raccolte, nel caso di una devozione privata. A questo si aggiunga che tutti gli altari attestati dal Liber Notitiae Sanctorum per i battisteri lombardi si trovavano al piano superiore, come hanno provato le fonti di età moderna, e che ciascuno di questi edifici è articolato su due livelli. Se si rifiutasse l’ipotesi della galleria, in una serie così ristretta di battisteri farebbe eccezione il solo caso milanese, dove la struttura in alzato è, invece, suggerita non solo dalla presenza dell’altare e dalla tipologia del culto, ma dalla condivisione di tali caratteristiche con gli edifici del contado. L’ampia digressione sulla pietà antoniana e sulle relazioni tra questa e realtà cultuali affini si è resa necessaria, come accennato, per due motivi: la possibilità di comprendere e confermare le regole che condizionavano l’inclusione di un santo in un battistero, da un lato, e di restituire una collocazione plausibile al focus della sua venerazione in base a contenuti devozionali ben radicati nel pensiero religioso locale, dall’altro. Entrambe le questioni riguardano la trattazione dello spazio sacro sia nell’accezione semantica della sua fruizione, la scelta di culti aderenti al portato teologico dell’edificio, sia nel senso di un’organizzazione ragionata degli ambienti secondo una piena concordanza di significati, manifestazioni rituali e previsioni sull’utenza. Sul problema della committenza è assai difficile fare chiarezza. Una prima suggestione nel corso dello studio è stata alimentata della devozione personale di Gian Galeazzo Visconti che, sul finire del XIV secolo, ha proclamato sant’Antonio abate suo personale patrono114; allo scopo di emulare il cognato Carlo V di Valois, il conte di Virtù aveva pianificato un grande programma di rappresentazione dinastica attraverso la propria sepoltura, che si legava alla devozione antoniana e alla casa madre dell’ordine115. 114 E. Cattaneo, L’evoluzione delle feste di precetto a Milano dal secolo XIV a XX. Riflessi religiosi e sociali, in Studi in memoria di Mons. Cesare Dotta, Milano, NED, 1956, pp. 128-129. 115 F. Tasso, Il progetto della memoria. Testimonianze documentarie e presenze sul territorio per una ricostruzione dell’attività di committente di Gian Galeazzo Visconti, ‹‹Nuova Rivista Storica››, 86, 2002, pp. 129-154. La parabola secolare del culto qui presa in esame inizia con l’arrivo degli Antoniani a Milano e termina con il patronato visconteo; in questo arco di tempo, la prossimità dell’attestazione del Liber Notitiae al punto di partenza esclude la possibilità di una fondazione signorile dell’altare. Altra prospettiva fornirebbe la notizia della creazione di una cappella e la sua dotazione, o una semplice associazione di una rendita all’altare, ma non sono emerse informazioni in questo senso, sebbene tale eventualità sia molto probabile. Nel 1390 Gian Galeazzo stabiliva che il 17 gennaio fosse festa di precetto e che le autorità comunali, i paratici e i collegi tributassero un’offerta alla chiesa di Sant’Antonio; tuttavia non è fatto mai riferimento al San Giovanni alle Fonti, omissione che allontana definitivamente l’altare dal patronato visconteo. 6.6 Fruizione, gestione e organizzazione dello spazio sacro Il tema della committenza introduce l’argomento del possibile patronato sul battistero o di altre forme di gestione e disponibilità sull’edificio sacro. Allo scopo di individuare anche a Milano possibili gruppi di fruitori privilegiati o enti di tutela interessati al giuspatronato del battistero, si è inteso intraprendere una breve indagine sulla società comunale e sullo sviluppo di una religione civica che potesse mettere in luce il ceto degli eventuali patrocinatori, la loro cultura e la natura delle relazioni di cui l’edificio poteva essere oggetto. Dagli atti notarili del XIII secolo si apprende che San Giovanni alle Fonti, così come la basilica di Santa Tecla e l’altro battistero di Santo Stefano, era diventato sede di parrocchia; ai due battisteri facevano capo anche le rispettive contrade, le circoscrizioni rionali116. Se un battistero diventava parrocchia, al pari delle altre chiese era tenuto ad offrire un servizio liturgico completo spalmato su tutto il calendario. La divisione giuridica tra l’edificio battesimale e le due basiliche sedi della cattedrale sembra profilarsi già nel XII secolo, quando si configura un clero specificamente destinato al suo ufficio: il Beroldo, a proposito della recinzione del fonte osservava che «illi vero qui sunt super cancellos, sunt sacerdotis ecclesiae illius baptismalis»117. Al termine dello stesso secolo, in una sentenza del 1192 è citato tra i testimoni un tale Giunio «presbiter Sancti Iohannis ad Fontes», titolo al quale non sono attribuite ulteriori specificazioni, come ecclesia o parrochia, ma che chiaramente rimanda a un’istituzione indipendente118. 116 Ad esempio in una sentenza del maggio 1224 è citata la «parrochia Sancti Iohannis ad Fontes», alla quale apparteneva il notaio Arderico Prealloni, ricordato in altro atto come abitante «de contrata Sancti Iohannis ad Fontes»; Gli atti del comune di Milano nel secolo XIII (1217-1250), a cura di M.F. Baroni, I, Milano, Capriolo, 1976, docc. 113, pp. 172-173, 115, p. 182. Negli stessi anni la parrocchia di San Giovanni compare in diversi atti notarili del 1232 e del 1235. Nel decennio successivo la parrocchia risulta associata a quella di Santa Tecla, Ivi, doc. 144, p. 187. La parrocchia di Santa Tecla è attestata dal secolo precedente, in un atto di vendita del 1175 di uno stallo per il mercato «in parochia S. Tegle», M. Spinelli, Uso dello spazio e vita urbana a Milano tra XII e XIII secolo: l’esempio delle botteghe del duomo, in Paesaggi urbani dell’Italia Padana nei secoli VIII-XIV, Bologna, Cappelli, 1988, pp. 251-274. 117 Beroldus, pp. 45-46. 118 Le pergamene del secolo XII della Chiesa Maggiore di Milano (Capitolo Maggiore – Capitolo Minore – Decumani) conservate presso l’Archivio di Stato di Milano, a cura di M.F. Baroni, Pergamene milanesi dei secoli XII-XIII, 15, Milano, Università degli Studi, 2003, doc. 35. 119 Gli atti dell’arcivescovo e della curia arcivescovile di Milano nel sec. XIII. Ruffino da Frisseto (1295 – 1296). Sede vacante. Francesco da Parma (1296 – 1308), III, a cura di Maria Franca Baroni, Milano, Università degli Studi, 2005. Doc. 231, pp. 224-225. 120 A. Castagnetti, Le decime e i laici, pp. 516-520; P. Grillo, Milano in età comunale (1183-1276). Istituzioni, società, economia, Spoleto, 2001, pp. 360-361; 561-564. In un documento del 1303 compare in qualità di garante un «presbyter Antonius Preallonus benefitialis ecclesie Sancti Iohannis ad Fontes Mediolanensis», fideiussore per tale Sagimbene della Torre di Porta Romana, della parrocchia di San Giovanni alle Fonti119. Nell’atto sono nominati due esponenti di importanti famiglie di Popolo, i Torriani e i Prealloni. Nello sviluppo dell’ordinamento sociale ed ecclesiastico, le grandi famiglie popolari accedevano alle carriere religiose al pari di capitanei e valvassori, sebbene a livelli diversi della gerarchia. Analogamente si ritrovano loro esponenti preposti alla cura e gestione degli edifici sacri della città, attività in cui si canalizzavano anche interessi economici non secondari, come il controllo dei cospicui patrimoni delle singole chiese che fornivano ai chierici e ai loro gruppi di riferimento un solida base per l’esercizio del potere120. I popolari dominavano il capitolo minore, o capitolo dei decumani, grazie alla loro presenza capillare entro la rete parrocchiale cittadina; a Milano erano rari i casi di patronato diretto di un gruppo familiare su una chiesa, perché il dominio sull’edificio e sul territorio di sua competenza erano il frutto di strategie d’inserimento nei ranghi ecclesiastici121. La situazione era, infatti, complicata dalle rivendicazioni delle comunità vicinali sul sistema delle parrocchie, al vertice delle quali miravano ad insediare propri rettori, provenienti per la maggior parte dai ceto dei popolari e che diventavano, di conseguenza, titolari delle chiese e dei rispettivi benefici. Anche per quanto concerne l’amministrazione patrimoniale, non si realizzava a Milano quell’egemonia di una realtà ristretta consentita dal patrocinio sugli edifici di culto. Dalla metà del XII secolo si attestano alcuni casi di labor ecclesia o di superstantia, presidi laicali deputati all’amministrazione delle rendite delle maggiori chiese della città, antecedenti l’istituzione delle fabbriche vere e proprie122. Ancora la Fabbrica del Duomo era costituita da membri eletti nelle vicinie delle varie porte ed andava quindi a descrivere l’intera società urbana, non una piccola parte dell’oligarchia, che come organismo complesso avrebbe difficilmente potuto esercitare un patronato diretto sulla chiesa123. Tale complessità non impediva comunque ai gruppi parentali di detenere il controllo sulle chiese urbane e sulle loro circoscrizioni. Nel caso delle chiese minori rettori e parrocchiani contribuivano alla conservazione degli edifici, canalizzando i fondi disponibili nell’unico patrimonio ecclesiale, composto dal beneficio sacerdotale e dalle varie oblazioni, quando non si fosse definito un profilo amministrativo autonomo del labor 124 . La relazione tra la chiesa parrocchiale, il suo clero e il sistema vicinale appare ancora più stretta e così quella tra edificio di culto, beneficio e circoscrizione, nella quale si realizzava l’esercizio del potere su alcune porzioni della città. Non sembra un caso che il già citato Antonio Prealloni fosse il sacerdote beneficiario del San Giovanni alle Fonti, parrocchia di Porta Romana, alla quale facevano capo, almeno dal secolo precedente, altri membri della stessa agnazione, probabilmente appartenenti alla medesima vicinia che quel presbyter aveva indicato125. 121 Ivi, pp. 575-577. 122 G. Biscaro, Note e documenti santambrosiani, in «Archivio Storico Lombardo», XXXI/2, 1904, pp. 302- 359, in part. 320-322. Gli atti notarili privati attestano, infatti, labores per le chiese principali della città dagli anni Quaranta del XII secolo, come Sant’Eustorgio, San Lorenzo, San Simpliciano, indice anche di una loro fase di rinnovo. I superstantes raccoglievano i fondi per il rinnovo degli edifici di culto ed erano spesso nominati unitamente dal presule e dal governo consolare e rappresentavano la partecipazione della società alle imprese architettoniche; A. Ambrosioni, Gli arcivescovi di Milano e la nuova coscienza cittadina, in L’evoluzione delle città italiane nell’XI secolo. Atti della settimana di Studio, Trento, 8-12 settembre 1986, a cura di R. Bordone - J. Jarnut, Bologna, Il Mulino, 1988, pp. 193-222. 123 L. Prosdocimi, Il diritto ecclesiastico dello stato di Milano dall’inizio della signoria viscontea al periodo tridentino (sec. XIII-XVI), Milano, cisalpino-Goliardica, 1973, pp. 342-343. 124 Ivi, pp. 240-244. 125 Così l’Arderico Prealloni citato nel 1244, figlio di Ruggero della parrocchia di San Giovanni, vedi nota 116. Se la Credenza di sant’Ambrogio (universitas mercatorum milanese) costituiva l’organo rappresentativo del potere politico ed economico del Popolo, il capitolo minore consentiva ai suoi membri di affermare il proprio status presso le gerarchie ecclesiastiche e attraverso il predominio territoriale sulle vicinie. Entrambe le istituzione guadagnavano al Popolo un notevole prestigio sociale, determinato dall’occupazione di incarichi di primo piano e, allo stesso tempo, permettevano di esercitare un certo controllo economico sulla città sia in ambito commerciale, con la gestione delle attività mercantili e il presidio di certe funzioni amministrative, sia attraverso l’accumulazione di possedimenti, soprattutto fondiari, ottenuti dalla gestione degli edifici di culto. Il prete beneficiario, espressione il cui significato non è del tutto chiarificato, indica in linea di massima il sacerdote che svolgeva l’attività pastorale, finanziata con la decima dei parrocchiani; beneficiario però era anche l’ente religioso o il singolo che acquisisse un diritto economico sulla chiesa. Il titolare di uno ius sul bene entrava in possesso di ulteriori privilegi, tra cui la disponibilità del patrimonio, anche fondiario, di cui la chiesa era dotata, laddove la «potestà cerimoniale era sempre indicativa di potestà giurisdizionale e di beneficio economico»; il controllo degli enti ecclesiastici rappresentava, come detto, un’importante fonte di reddito. Nel caso del San Giovanni si tratta di un chierico beneficiario, anche se non è dato conoscere il tipo di incarico da lui ricoperto in relazione alla parrocchia; non gli è infatti tributato l’appellativo rector et benefitialis, più frequentemente usato per indicare i titolari della cura d’anime. Un altro dato importante ai fini della ricerca è l’ascrizione di San Giovanni alle Fonti tra le parrocchie urbane di Milano, fatto che aggiunge alla sua funzione originaria di battistero o di corpo integrante del gruppo episcopale una destinazione d’uso più sfaccettata sul piano liturgico, la cura animarum, incardinata sicuramente sull’iniziazione, ma articolata in un più complesso servizio cerimoniale alla comunità. Quando un edificio di culto, tendenzialmente riservato al clero, si apre alla regolare fruizione dei parrocchiani, l’organizzazione dello spazio deve necessariamente iniziare a rispondere ad una logica diversa, orientata alla distribuzione di un maggior numero di partecipanti alle cerimonie; da ciò consegue anche un diverso approntamento dell’arredo e della strumentazione liturgica. La divisione del fonte tramite il cancello, anche in questo caso, doveva sottolineare la separazione del momento iniziatico dalle altre pratiche liturgiche divenute quotidiane. Interessante a questo proposito è il ritrovamento di una capsella plumbea in corrispondenza del bordo occidentale della vasca battesimale di età laurenziana126. Il contenitore indica la presenza di reliquie, che pure non sono nominate dal Liber, la cui collocazione resta ancora da comprendere; la loro presenza presso il fonte doveva comunque accentuare la volontà di divisione tra la strumentazione sacra e l’area accessibile anche alla comunità. L’amministrazione del culto doveva connettere lo spazio dell’altare maggiore, officiato dal clero preposto alla chiesa di San Giovanni, con il circuito che si estendeva attorno alla piscina, che funzionava allora come la navata liturgica di una basilica, offrendo uno spazio per i fedeli. In questi termini sia nel battistero milanese, sede parrocchiale, sia in quello fiorentino, centro della pieve urbana, la creazione di spazi specializzati per la celebrazione del battesimo sembra determinata, o alimentata, dalla necessità di definire aree deputate alla cura pastorale (fig. 198). In corrispondenza della nicchia orientale è stata rinvenuta una sepoltura interamente intonacata in rosso (fig. 199), mentre al centro del vestibolo di fronte alla porta dello stesso settore si dispongono due tombe rivestite in modo più semplice, tutte ascrivibili all’età alto 126 S. Lusuardi Siena et al., Lettura archeologica e prassi liturgica nei battisteri ambrosiani tra IV e VI secolo, in «Studia Ambrosiana», 6, 2012, pp. 89-120. 127 La tomba privilegiata della nicchia orientale ospitava un individuo, forse di sesso femminile di 7-8 anni che non è stato identificato. La disposizione della sepoltura è stata ricollegata all’incremento dell’uso funerario del complesso in età carolingia. S. Lusuardi Siena - M. Sannazaro, I battisteri del complesso episcopale milanese alla luce delle recenti indagini archeologiche, in L’edificio battesimale in Italia. Aspetti e problemi, pp. 647-674; Piazza del Duomo prima del Duomo, pp. 11; 31-32. I risultati completi sulle inumazioni sono ancora in corso di corso di stampa nel volume omonimo dell’opuscolo qui citato. 128 Sui paratici milanesi si veda A.M. Rapetti, Le corporazioni milanesi in età medievale, in Le corporazioni milanesi e Sant’ Ambrogio nel Medioevo, a cura di A. Ambrosioni, Milano, Camera di commercio, indrustria e artigianato, pp. 9-54. 129 M. Pedralli, Novo, grande, coverto e ferrato. Gli inventari di biblioteca e la cultura a Milano nel Quattrocento, Milano, Vita e pensiero, 2002, p. 252. 130 «De sancto iohanne baptista est altare in sancto dionisio ubi natali eius vadunt ordinari er fertur ibi esse brachium eius. Item est altare sancti iohannis bapiste ad sanctum simplicianum ubi vadunt ordinari in decolatione eius», Liber Notitiae, coll. 167-168. 131 Ibidem. E. Cattaneo, L’evoluzione delle feste, p. 136. 132 A. Ambrosioni, Milano, papato e impero in età medievale. Raccolta di studi, a cura di M.P. Alberzoni - A. Lucioni, Milano, Vita e pensiero, 2003, pp. 283-285. medievale127. La sepoltura era un’altra funzione che poteva stimolare la frequentazione dei laici, anche in termini di messa di suffragio per i defunti e che rientrava pienamente nei servizi offerti dalla parrocchia. Come per Firenze attorno al centro episcopale, e in parte al suo interno, si sviluppava una nutrita necropoli stratificata a partire dai secoli alti (fig. 99). Del tutto singolare, nel caso di Milano, l’allestimento tra XI e XII secolo di un corridoio di congiunzione tra l’ingresso occidentale del battistero e la parte retrostante di Santa Tecla, entro il quale si distribuiva un cospicuo numero di tombe. La particolare distribuzione offerta da questa soluzione rispondeva, forse, alla poca disponibilità di spazio in San Giovanni e all’esclusività di un’inumazione all’interno della basilica maggiore. Anche in questo caso si riscontra la violazione della norma che vietava la sepoltura presso i battisteri, che voleva proprio regolamentare questo tipo di situazione. A proposito di possibili manifestazioni della pietà civile nel battistero ambrosiano, si riscontra una situazione del tutto diversa128: a Milano il culto di san Giovanni Battista era patrocinato dal paratico, cioè dall’Arte, dei pellicciai e vairari che però ne celebrava la nascita il san Sebastiano129. Sebbene la capitale ambrosiana sia stata teatro di quell’insieme di manifestazioni religiose promosse, in prima istanza, dall’autorità di governo e partecipate dalla stratificata comunità corporativa, che ricadevano nella fattispecie della religione civica, il quadro emerso appare abbastanza diverso da quello fiorentino. Il primo elemento che caratterizza tale diversità è la non corrispondenza tra l’eponimo del battistero e il santo patrono. Ben inteso, il Battista godeva nella Lombardia medievale di grande successo devozionale: era citato tra le feste precipue (nascita e decollazione), entrambe celebrate sin dal IV secolo130; negli statuti è nominato anche prima del patrono milanese e ancora all’inizio del XIV era definito da Goffredo da Bussero come patrono delle genti lombarde131. Il santo protettore della città di Milano era, tuttavia, Ambrogio e la sua chiesa era cuore pulsante della religiosità pubblica132. Nel caso di Firenze la fortuna del battistero, e delle implicazioni sacramentali sottese a quel tipo di edificio, era legata in larga parte al culto stesso del Precursore, fortuna che a Milano è stata riservata alla basilica ambrosiana. L’onoranza del culto è indubbiamente motivo di successo e conservazione di un monumento, soprattutto laddove le reliquie del santo vengano conservate. Nel caso di santi di particolare rilievo come appunto Giovanni Battista e Ambrogio l’edificio stesso diventa oggetto di venerazione e simbolo di una città che si affida loro e che dalla loro protezione fa discendere i propri successi ottenuti in ogni settore della vita pubblica. L’affezione collettiva verso certi edifici di culto nata nella cornice dell’Italia comunale ha largamente influenzato la conservazione e la riverenza nei loro confronti, sentimento ancora oggi diffuso in quelle città. Dalle prime indagini è quindi possibile concludere che il culto del Battista non fosse onorato entro il sacello a lui dedicato, ma presso altre chiese dotate di un altare laterale; la motivazione più plausibile sembrerebbe la dimensione ridotta dell’edificio rispetto alla portata di quella devozione nei secoli centrali del Medioevo. È comunque curioso che le celebrazioni per la natività e la decollazione non si svolgessero nemmeno nelle altre chiese milanesi dedicate al Precursore e che Goffredo da Bussero prescrivesse anche al clero ordinario di recarsi in San Simpliciano e San Dionigi per le festività, dove erano le reliquie, senza fare alcun cenno a cerimonie più ristrette riservate ai soli chierici da svolgersi presso la cattedrale. Il sacello ambrosiano risulta piuttosto teatro di devozioni diverse da quella del Battista, laddove il titolo del battistero sembra inserirsi più in una tradizione dedicatoria anziché rispecchiare reali indirizzi rituali; le scarse testimoniate offerte dalle fonti scritte e iconografiche registrano o suggeriscono, infatti, altri percorsi cultuali. In battistero è attestata, come si diceva, la devozione per sant’Antonio abate della quale si intuiscono i contenuti, non distanti dai principi fondamentali del battesimo, ma non se ne conoscono i sostenitori. Le ipotesi più verosimili sono due: la collocazione dell’altare presso una delle nicchie del piano terreno; ovvero la sua disposizione, ammessa l’esistenza del piano superiore, nella galleria, similmente agli altari minori riscontrati negli edifici battesimali prealpini. La prima soluzione potrebbe essere sostenuta in base ai lacerti di pittura murale rinvenuti sulle pareti di fondo di due nicchie, il palinsesto del settore Nordorientale, per cui gli archeologi hanno pensato ad una raffigurazione del santo abate, e un frammento con figura femminile in atto di preghiera, scoperto nella nicchia meridionale133. Indipendentemente dall’attestazione di un altare, la presenza delle decorazioni pittoriche, in particolare queste ultime, indicano l’intervento sull’edificio anche da parte di soggetti esterni all’ambiente ecclesiastico, probabili fruitori di quegli ambienti radiali, abbastanza ampi da poter costituire piccole cappelle. 133 R. Bossaglia - M. Cinotti, Tesoro e Museo del Duomo, I, Milano, Electa, 1978. La figura di donna inginocchiata ritrovata nel recesso meridionale, sul cui capo chinato è una grossa mano riferibile a un santo protettore, rimanda chiaramente all’atteggiamento devoto di una donatrice dell’apparato decorativo, in corrispondenza del quale poteva essere fondato un altare (figg. 111-112). La data delle pitture, riferibili almeno alla fine del Trecento, è di molto successiva all’attestazione dell’altare antoniano nel Liber Notitiae e ulteriormente posticipata alla metà del XV secolo da Rossana Bossaglia. Tali circostanze depongono a favore dell’istituzione di un nuovo altare, non registrato dalle fonti coeve, o di un sacello, forse una cappella, decorata, finanziata e quindi utilizzata da persone esterne all’ordinamento della cattedrale. In termini spaziali e semantici si rinnovava il senso di divisione tra gli ambienti deputati alle celebrazioni liturgiche pubbliche e quelli riservati alle manifestazioni devozionali private, pratiche che prevedevano contenuti e attori non coincidenti e che, probabilmente, si muovevano secondo percorsi propri all’interno dell’edificio. Nei documenti si trovano alcune famiglie residenti nella parrocchia di san Giovanni; come accennato, all’inizio del XIII secolo è attestato come beneficiario un esponente di una grande famiglia di Popolo, dunque inserito nella gerarchia dei decumani, attraverso cui il gruppo politico facente capo alla Credenza di sant’Ambrogio espandeva capillarmente il proprio dominio sul territorio. Dalla produzione notarile non è ancora emerso un profilo di committente o donatore per gli apparati sopra descritti, eppure, almeno per la nicchia meridionale, si crede che tali personaggi facessero capo al contesto rionale o familiare che chiaramente ordiva la propria politica attorno alla parrocchia di San Giovanni. Non si può parlare di un ente amministrativo come a Firenze, ma di figure di spicco, espressione delle società vicinale, che possedevano diritti anche di tipo fiscale sul bene ecclesiastico e che, potenzialmente, ne disponevano. Sul piano dell’uso dello spazio sacro il potenziale novero di partecipanti apre la strada a molteplici condizioni di impiego che vanno dall’organizzazione di messe votive in suffragio dei propri defunti, alla promozione di un culto venerato da un gruppo ristretto. Dall’osservazione dei due contesti sociali e architettonici, milanese e fiorentino, è nata l’ipotesi secondo cui, in presenza di simili condizioni giuridiche sulla disponibilità del battistero e di analoghe configurazioni strutturali dell’edificio, gli approcci e modi della fruizione dovessero corrispondere. La presenza dei laici nella gestione o nell’utilizzo del battistero milanese è estremamente limitata nelle fonti giuridiche e assente in quelle narrative; tuttavia le componenti dell’arredo liturgico hanno suggerito un orizzonte di comportamenti analogo a quello attestato a Firenze. La presenza della famiglia Prealloni nella parrocchia e contrada di San Giovanni alle Fonti, tra cui l’Antonio prete beneficiario del battistero, riflette, in primo luogo, la situazione del sistema parrocchiale descritta da Paolo Grillo, in cui i rettori appartenevano al gruppo dei populares e ne rappresentavano gli interessi, pur non attuando un vero e proprio patronato sull’edificio134. In seconda battuta, la connessione tra l’ascesa sociale ed economica della famiglia e la militanza nel capitolo dei decumani fa trasparire l’importanza di una sede di riferimento entro il contesto del gruppo episcopale, per il quale il San Giovanni funzionava ancora come battistero maschile. Suggestivo, nel senso della relazione descritta tra le due città, è l’appartenenza dei Prealloni alla Credenza di Sant’Ambrogio, cioè all’ente che raccoglieva i maggiori esponenti del ceto mercantile, altro luogo in cui si realizzavano gli interessi del Popolo ambrosiano135 . Come nel caso di Calimala a Firenze, il gruppo sociale più vicino al 134 P. Grillo, Milano in età comunale, pp. 577-580. 135 Ivi, 353-361. battistero, in termini di base patrimoniale e, probabilmente, di prestigio, afferiva alle più alte sfere del mondo della mercatura e, nelle maglie del sistema ecclesiastico, accresceva la propria posizione. Per quanto concerne l’utilizzo del battistero da parte del clero cattedrale, i due testi liturgici editi dal Magistretti, fondamentali per la comprensione del rito ambrosiano, il Manuale Ambrosianum dell’XI secolo e l’ordinario di Beroldus del XII secolo, rivelano l’assidua frequentazione da parte degli ordinari in momenti estranei al battesimo pasquale136. 136 Manuale ambrosianum ex codice saec. XI olim in usum canonicae vallis travaliae. Monumenta Veteris liturgiae ambrosianae, a cura di M. Magistretti, Milano, Hoepli, (1907), 1971; Beroldus. 137 Sull’aspetto processionale in occasione del battesimo si veda P. Carmassi, Libri liturgici e istituzioni ecclesiastiche a Milano in età medioevale. Studio sulla formazione del lezionario ambrosiano, Münster, Aschendorf, 2001, pp. 280-284. 138 «In Sabbato Sancto, qui tenet aquam ad fontes in qua pedes trium puerorum lavantur», Beroldus, p. 21. Il primo codice attesta una liturgia processionale, praticata al mattutino e al vespro, non solo tra le due cattedrali e il San Giovanni, ma anche tra i due edifici battesimali, secondo la formula «de ecclesia in baptisterium. De baptisterio in aliud». Tutte le domeniche e i giorni festivi il clero si recava nei battisteri a completare la serie di orazioni, di canti e salmi previsti per le ore maggiori, mentre in occasione del Sabato Santo e della Pentecoste era celebrato il battesimo, anche se non è mai specificato quale dei due sacelli fosse utilizzato. Il sabato e i giorni feriali gli ordinari erano soliti recitare un responsorio in battistero, quindi solo una parte limitata della liturgia delle ore. Data la natura delle attività riservate al San Giovanni, perlopiù preghiere e canti, si può supporre che il clero si disponesse attorno al fonte e che si servisse del circuito come semplice aula e che questa fornisse, in virtù dell’impianto centrale, un luogo capace di accogliere un gruppo ristretto di presbiteri disposti in cerchio (fig. 185). Anche Beroldo prescrive la celebrazione di una parte della liturgia del mattutino e del vespro in battistero e la recitazione dei responsori nei giorni feriali. Dal testo si comprende che il battesimo del Sabato Santo dovesse essere celebrato in San Giovanni, mentre quello della Pentecoste nel Santo Stefano137. Per l’iniziazione pasquale il testo conferma la prassi tipicamente ambrosiana della lavanda dei piedi e cita un fonte deputato a tale impiego. Non è dato sapere se si trattasse di una vasca fissa o mobile, ma sicuramente non aveva un sistema di approvvigionamento autonomo perché Beroldo parla di un ministro incaricato di portare l’acqua al fonte138. In una testimonianza dell’anno 1200, riportata in un manoscritto tardo della Biblioteca Ambrosiana, tale Risus afferma di aver visto gli ordinari spostarsi «cum psallenda», cioè cantando un’antifona, dal battistero di San Giovanni al coro di santa Maria Maggiore e poi ancora in Santo Stefano; pertanto, all’inizio del XIII secolo era ancora in auge la liturgia processionale tra i vari corpi di fabbrica del gruppo cattedrale139. Per le processioni tra il battistero e le due chiese del complesso assumono rilievo i quattro ingressi, due dei quali rivolti verso le basiliche. Di fronte alla porta orientale, in particolare, si sviluppava una struttura in appoggio, un vestibolo di grandi dimensioni che metteva in 139 Beroldus, p. 173, nota 6; il Magistretti riporta la testimonianza rinvenuta nel manoscritto di Puricelli della Biblioteca Ambrosiana di Milano C. 76 inf.; sulle processioni anche T. Bailey, Ambrosian processions to baptisteries, in ‹‹Plainsong and Medieval Music››, 15 – 1, (2006), pp. 29-42. 140 L. Fieni, et. al, Il battistero di san Giovanni alle fonti di Milano. Un caso di studio archeologicoarcheometrico, in ‹‹Archeologia dell’architettura››, 3, 1998, pp. 91-108. collegamento il San Giovanni con la chiesa di Santa Maria antistante; si trattava probabilmente della porta di fronte a cui prendevano avvio i riti del Sabato Santo, ospitati dall’atrio principale, come indicano i lacerti di pittura parietale rinvenuti sulle murature e le tracce di modificazioni intervenute sino al XII secolo (figg. 107-108)140. L’area attorno alla vasca doveva essere impiegata anche per la disposizione dei fedeli che a quella parrocchia facevano riferimento e che non poteva interagire con i poli destinati alla liturgia. I battisteri milanesi erano sfruttati durante tutto l’anno liturgico e diventavano il focus dell’attività sacramentale durante la Pasqua e la Pentecoste, in occasione del battesimo. Anche in questo caso alla funzione iniziatica del San Giovanni, mantenuta in relazione al complesso episcopale, sono associate la cura d’anime fornita dall’istituzione parrocchiale, la venerazione di reliquie, cui si aggiunge la devozione a sant’Antonio abate e forse di un altro santo presso la nicchia meridionale. In questo senso, non si esclude, su indicazione dell’apparato pittorico, che entro alcune delle nicchie dell’impianto si sviluppassero delle cappelle utilizzate da personaggi esterni al clero della cattedrale, cui rimandano parzialmente i soggetti raffigurati. La mancanza di un archivio antecedente a quello prodotto dalla nuova Fabbrica del Duomo, rende piuttosto difficile identificare i protagonisti delle vicende extra liturgiche, e le dinamiche ad essi connesse, prima tra tutte la fruizione da parte dei laici dello spazio sacro. Anche in questo caso la distribuzione dello spazio era articolata sui binomi aperto-chiuso, accessibile-inaccessibile, che consentivano una fruizione adeguata alla sacertà del luogo, in cui i percorsi e le attività, seppur pregiudicando l’unità semantica di base, non andavano ad interferire con la strumentazione che ancora ne stabiliva il carattere fondamentale. 7 Conclusioni Nelle prossime pagine si cercherà di tirare le fila dei molti problemi affrontati nel corso della trattazione: l’imposizione del modello battisteriale ambrosiano e la sua fortuna in ambito fiorentino; le destinazioni d’uso dell’edificio battesimale; le motivazioni connesse all’ultima fase dell’architettura per il battesimo; la diversa fortuna dei casi esaminati. Un tema ricorrente e che può connettere i diversi filoni dell’indagine è, sicuramente, la multifunzionalità dello spazio sacro dell’iniziazione, caratterizzato da una simbologia potente e capace di attirare verso il proprio orizzonte semantico le diverse sfere dell’azione. 7.1 Circolazione di modelli: tendenze sovraregionali Uno degli assunti della ricerca è il riconoscimento del battistero di San Giovanni alle Fonti di Milano come modello principale per lo sviluppo dell’architettura battesimale italiana tra Tarda Antichità e pieno Medioevo. Le ragioni su cui si fonda l’ipotesi sono, in primo luogo, di natura culturale, in virtù del valore simbolico mantenuto da quell’edificio nel corso dei secoli e, secondariamente, di ordine politico-sociale, in riferimento all’eminenza della città ambrosiana tra le regioni centro-settentrionali. In particolare, si osserva la riproposizione di elementi strutturali significativi in alcuni dei più importanti edifici battesimali dell’Italia comunale, nella quale la città di Milano aveva avuto una posizione di spicco, sia per la diffusione del sistema di autogoverno, era stata cioè una delle prime e maggiori esperienze di comune, sia per la forza della sua azione politica1. Si ritiene, infatti, che la potenza di Milano le avesse guadagnato una posizione trainante tra le città autonome e che tale egemonia si traducesse anche nella riproposizione da parte di altri centri di attitudini amministrative, strategie politiche e componenti culturali, comprese le strutture architettoniche più rappresentative che davano forma a quei contenuti. Non doveva trattarsi necessariamente di un’influenza diretta, data anche l’avversità nutrita da molti comuni per la città ambrosiana, ma piuttosto dell’azione mediata di alcuni elementi, generata dall’osservazione di un modello forte, quandanche antagonista. 11 Sulla precocità dell’organizzazione cittadina milanese, antecedente l’attestazione del primo consolato, si veda H. Keller, Gli inizi del comune in Lombardia: limiti della documentazione e metodi di ricerca, in L’evoluzione delle città italiane nell’XI secolo. Atti della settimana di Studio, Trento, 8-12 settembre 1986, a cura di R. Bordone - J. Jarnut, Bologna, Il Mulino, 1988, pp. 45-70. Nel caso della Toscana settentrionale si aggiungeva, a questa autorità indiretta, l’influenza esercitata della metropoli milanese sulla diocesi di Firenze, fattore che ha stabilito una relazione costante, inaugurata già nel IV secolo e mantenuta viva dagli esponenti della stessa cultura ecclesiastica fiorentina anche nei secoli centrali del Medioevo. I caratteri architettonici del battistero attraverso cui si è sviluppata tale connessione sono l’impianto ottagonale, diffuso da Milano già nei secoli alti, la risoluzione dell’angolo diedro interno con elementi verticali in appoggio, l’accentuazione dei vertici esterni contraffortati “a libro”, la galleria interna rialzata sul primo ordine di sostegni e quella esterna disposta sotto le falde del tetto. Lo stato di conservazione del San Giovanni alle Fonti non consente di determinare una filiazione diretta, ma le sue fattezze originarie sono state ricostruite dalla maggior parte della critica attraverso l’esempio del sacello ottagonale di Sant’Aquilino presso San Lorenzo Maggiore2. Premessa l’ampia propagazione dello schema planimetrico, della conformazione del fonte e dell’adesione al profilo sfondato con nicchie, l’applicazione più fedele e consapevole dei parametri sopra elencati si riscontra in un numero limitato di edifici battesimali, tutti di grande rilievo e costruiti nel medesimo frangente temporale e culturale; è quindi necessario portare all’attenzione le qualità non materiali che possono aver influito sulla scelta di tali soluzioni. 2 Per tutti si veda M. Mirabella Roberti, Il battistero di Sant’Ambrogio a Milano, in ‹‹Recherches Augustiniennes››, IV, 1966, pp. 3-14. 3 «A majoribus nostris audivimus, tempore baptismatis sancti Augustini hunc hymnum beatus Ambrosius fecit, et idem Augustinus eum confecit», Hincmari Rhemensis Archiepiscopi Opera Omnia, De Praedestinatione Dei et libero Arbitrio dissertatio posterior, XXIX, (PL 125, 290 B). Il ruolo paradigmatico del battistero ambrosiano nell’evoluzione della tipologia si deve ricollegare, in prima battuta, alle vicende e ai personaggi che ne hanno consacrato l’esistenza all’interno della pur limitata tradizione letteraria. In primo luogo si pone l’accento sulla consapevolezza della fondazione dell’edificio da parte di sant’Ambrogio: questo punto è chiarificato dai famosi distici in cui è teorizzata la corretta conformazione di un battistero, riportati nella Silloge di Lorsch nel IX secolo con il titolo «Versus Ambrosii ad fontem eiusdem ecclesiae», cioè Santa Tecla, dietro la quale il San Giovanni si disponeva. I versi erano quindi direttamente collegati, sin dall’età carolingia, alla produzione letteraria ambrosiana, attribuzione che rivendicava, o quantomeno suggeriva, la paternità della fabbrica allo stesso santo, autore del componimento. Tale consapevolezza si deve essere diffusa largamente nel corso del Medioevo, data la fortuna che l’impianto milanese, pur secondo diverse varianti, ha avuto nell’Italia centro-settentrionale anche dopo l’età tardo antica. Altra cognizione che si crede abbia generato un certo interesse per quella struttura è la notizia del battesimo di sant’Agostino, che lui stesso indicava presso la metropoli ambrosiana in un passo delle Confessioni, così come elaborata in età medievale. La diretta associazione dei due santi in occasione dell’iniziazione agostiniana risale a Incmaro di Reims, a proposito della creazione dell’inno Te Deum che Ambrogio e Agostino avrebbero composto insieme a Milano3. L’informazione si è precisata nella seconda metà del secolo XI, quando il cronista Landolfo Seniore ha scelto di ambientare lo storico evento nel battistero di San Giovanni alle Fonti, luogo del battesimo e dell’intonazione del canto4. La circostanza che vedeva come protagonisti due dei principali santi dottori della cristianità aveva sicuramente dato importanza a quelle fonti, anche su ampia scala, o almeno, questa pare essere stata la finalità del cronista milanese, teso ad esaltare la grandezza e particolarità della sua Chiesa5. Il medesimo scopo si può ravvisare in uno dei più antichi libri indulgentiarum di Milano, strumenti analoghi ai mirabilia prodotti per Roma, guide per pellegrini e fedeli in cui sono indicate le chiese presso cui era possibile ricevere un’indulgenza6. Il più antico esemplare milanese, redatto prima del 1387, riporta la medesima notizia tradita da Landolfo seniore del battesimo agostiniano in San Giovanni, con anche un breve accenno al Te Deum7. L’inclusione dell’episodio in un testo di questo genere, una guida appunto, che doveva avere cioè un’ampia divulgazione, conferma di una consapevolezza diffusa a proposito dell’importanza del «pulcrum et admirabilem baptisterium», cui contribuiva l’iniziazione di Agostino amministrata da Ambrogio. 4 Il battesimo si è svolto la notte di Pasqua del 387, dopo l’iscrizione ai registri e l’adempimento del catecumenato sotto la tutela di Ambrogio, Agostino, Le Confessioni, IX, 6, a cura di C. Carena, Roma, Città Nuova, 2007, p. 209. «In fontibus qui beati Iohannis ascribuntur, Deo opitulante a beato Ambrosio, cunctis fidelibus huius urbis adstantibus et videntibus, in nomine sanctae et individuae Trinitatis baptizatus et confirmatus es», Landulphi Seniors, Mediolanensis Historia libri quatuor, RIS, IV-II, a cura di A. Cutolo, Bologna, Zanichelli, 1942, p. 17; La cronaca milanese di Landolfo Seniore. Sec. XI, a cura di A. Visconti, Milano, Stucchi - Ceretti, 1928, pp. 10-11. 5 Solo secondo una tradizione più tarda, sorta nella seconda metà del XIV, Agostino sarebbe stato battezzato nella piccola chiesa eponima; se ne possono ritracciare i primordi in una lettera del Petrarca indirizzata a Giovanni Aretino durante il soggiorno milanese, in cui il poeta afferma che la sua residenza era separata dalla cappella battesimale dalla sola basilica ambrosiana. F. Petrarca, Le Familiari, XVII, 10; A. Ambrosioni, Milano, papato e impero in età medievale. Raccolta di studi, a cura di M.P. Alberzoni . A. Lucioni, Milano, Vita e Pensiero, 2003, pp. 92-93. 6 E. Cattaneo, I “libri indulgentiarum” di Milano nei secoli XIV-XVI, in Studi in onore di Carlo Castiglioni Prefetto dell’Ambrosiana, Milano, Giuffrè, 1957, pp. 255-300. 7 Il codice Quaternus indulgentiarum certarum ecclexiarum Mediolani era conservato, al tempo dell’analisi di Cattaneo, nell’Archivio della Curia milanese con collocazione sez. VII A, 41, ma è oggi irreperibile. La rubrica in questione si riferisce alla chiesa di Santa Tecla e fornisce ulteriore riprova della collocazione del battistero ambrosiano «Item a parte destera inter ecclesiam estivam er ecclesiam iemalem est ecclesia sancti iohannis ad fontes ubi beatus Augustinus baptizatus fuit a beato ambroxio et ibi est pulcrum et ad mirabilem baptisterium ubi homines baptizabantur a beato ambroxio et post baptisterium ibi inchoavit imnum. Te deum laudamus una cum beato augustino et sic cantando perutuerunt usque ad ecclesiam ambroxianam et in dicta ecclesia ad fontes sunt indulgentie sine numero», Ibidem. Le fonti narrative milanesi, cronache prodotte nei secoli bassi, non conservano particolari notizie sugli edifici di culto milanesi, che vengono sempre brevemente accennati per la loro magnificenza, ma mai descritti. Nemmeno Bonvesin de la Riva, De magnalibus Mediolani, trad. di G. Pontiggia, introd. e note di M. Corti, Milano, Bompiani, 1997, approfondisce il tema edilizio, limitato alla consistenza numerica di chiese e altari, sebbene l’opera sia una vera e propria ovazione di Milano, condotta punto per punto su ciascun aspetto materiale della città ambrosiana. 8 Manoscritto 2262 della Biblioteca Trivulziana di Milano, prodotto nel 1396 e illustrato da Giovannino De’ Grassi, a quel tempo impegnato nel cantiere del Duomo e nell’officina miniaturistica viscontea. Purtroppo, dalle fonti iconografiche che tramandano la vicenda non emerge alcun indizio sulla struttura architettonica che aveva ospitato il battesimo agostiniano, comprese le raffigurazioni prodotte in ambito milanese, come nel caso dell’illustrazione di Giovannino De’ Grassi per il codice Beroldo Nuovo della Trivulziana (fig. 200)8. In base ai dati raccolti, quella del liber indulgentiarum è l’unica, minima descrizione post ambrosiana del San Giovanni milanese, nobile, meraviglioso battistero tra le due chiese episcopali. Il peso simbolico del San Giovanni era però alimentato anche da altri fattori esterni o collaterali all’orizzonte religioso. Secondo una chiave di lettura proposta di seguito, in forza della centralità del rito del battesimo e della sua funzione in età comunale, è del tutto probabile che l’adozione di quel prototipo per la costruzione dei grandi battisteri urbani avesse a che fare anche con la città stessa: il battistero di Ambrogio era anche quello di Milano. Come si dirà, nei secoli centrali del Medioevo, iniziazione, battistero e comune sono stati concetti strettamente connessi nel loro sviluppo, percorso in cui il rito e il luogo ad esso deputato davano sostanza alle strategie di rappresentazione e di partecipazione collettiva della civitas. L’eminenza del comune milanese nello scacchiere politico italiano deve aver avuto una certa parte nella diffusione del modello, pur implementato nella Tarda Antichità, presso altri centri che guardavano alla città ambrosiana, alla sua politica e alle sue strutture. Tale visione di Milano doveva decadere con l’avvento della signoria viscontea e con il cambio di regime politico, soprattutto sotto il Governo di Gian Galeazzo, caratterizzato da una forte spinta espansionistica verso le regioni del centro e arrestatasi proprio a Firenze, a seguito della morte del duca. Al finire del Trecento era in atto un aspro scontro tra le due città, sia sul piano militare, sia su quello intellettuale, contesa in cui le due cancellerie si sono duramente sfidate proprio su quei miti d’origine tanto importanti per la creazione della memoria dello stato comunale9. Lo strappo è stato ricucito solo nel secolo successivo con l’alleanza tra Cosimo de’ Medici e Francesco Sforza, ma prima della stagione di guerra i rapporti tra i centri sembrano piuttosto serrati e continui, e in senso politico e in senso culturale10. 9 A. Lanza, Firenze contro Milano: gli intellettuali fiorentini nelle guerre con i Visconti, 1390-1440, Anzio, De Rubeis, 1991; A. Barlucchi, La guerra tra Firenze e Gian Galeazzo Visconti, in Coluccio Salutati e Firenze: ideologia e formazione dello Stato, a cura di R. Cardini - P. Viti, Firenze, Pagliai, 2008 pp. 137-150. Anche in momenti precedenti si attestano fasi di scontro tra le due città, ove i Visconti rappresentavano il baluardo del ghibellinismo e Firenze il fulcro dei guelfi di Toscana. Anche nei periodi di tensione non si possono però escludere scambi continui di persone e contenuti sui percorsi della e gli assi della politica e della belligeranza. Analoga considerazione si può fare per la discesa in Italia degli Angiò alla fine del secolo precedente, caratterizzata dalla creazione di una rete di podestà che si spostavano tra i comuni italiani affiliati a quell’orizzonte, comprese le città qui in esame. 10 Rappresentativo di questa condizione è il rapporto tra le due cancellerie di Milano e Firenze, intrattenuto, in particolare, da due importanti intellettuali del tempo, Coluccio Salutati e Antonio Loschi, il cui rapporto si è deteriorato solo con l’avvio della politica espansionistica di Gian Galeazzo Visconti. Sul tema dello scontro si veda U.S. Baldassarri, La vipera e il giglio: lo scontro tra Milano e Firenze nelle invettive di Antonio Loschi e Coluccio Salutati, Roma, Aracne, 2012 e la bibliografia ivi proposta. Si crede quindi che l’immagine di Milano, delle sue istituzioni e dei luoghi simbolici del potere, perdesse di vigore con il progressivo decadimento dell’organizzazione municipale, alla quale si legava, invece, l’enucleazione e la propagazione di modelli, tra quali si inserisce il battistero della cattedrale. L’elemento che maggiormente rende riconoscibile l’influenza del San Giovanni alle Fonti è la galleria interna, ritrovata unicamente nei territori prealpini pertinenti alla diocesi di Milano, Arsago Seprio e Galliano (figg. 130-131), e in quattro impianti urbani che corrispondono ad alcuni dei principali comuni medievali, Cremona, Parma, Firenze e Pisa (figg. 85-88); i battisteri delle prime tre città sono anche accomunati dalle altre caratteristiche riconosciute nel modello milanese. La funzione del corridoio rialzato è di difficile comprensione, sebbene si propenda verso un suo impiego in senso “privato”, o non particolarmente esteso, da parte del vescovo, del clero cattedrale o di gruppi ristretti coinvolti nel finanziamento delle fabbriche. Questo anche in ragione delle dimensioni ristrette dei corridoi e del loro svolgimento anulare che poteva, cioè, dare luogo solo a una distribuzione lineare, per cui i partecipanti rimanevano distanti dall’eventuale focus dell’azione sacrale, probabilmente occluso alla vista per l’andamento curvo dei corridoi. Altre ipotesi si possono formare in base a raffronti con altre tipologie di edificio di culto sviluppato su più livelli, in cui fosse configurata una tribuna o un corridoio ricorrente lungo le pareti del corpo principale. Un’interpretazione in ordine alla liturgia pasquale e quindi aderente ai contenuti spirituali del battesimo è quella data per le cappelle o tribune alte dei corpi occidentali delle chiese di età romanica, spesso impiegate per una forma arcaica di teatro liturgico nella rappresentazione delle Donne al sepolcro, ben attestata dalle fonti tra il X e il XII secolo tra le celebrazioni della Settima Santa11. 11 J. P. Caillet, Architecture et decor monumental, in L’Europe de l’an mil, a cura di P. Riché, Saint-Léger- Vauban, Zodiaque, 2001, pp. 214-215. Il riferimento è ai corpi occidentali, alle cappelle e ai corridoi rialzati dal piano terreno e ai deambulatori. 12 Ibidem. 13 G. de Angelis D’Ossat, Il battistero di Firenze: la decorazione tardo-romana e le modifiche successive, in IX Corso di cultura sull’arte ravennate e bizantina, Ravenna, Dante, 1962, pp. 221-232; si veda anche L. Pani Ermini nella discussione sulla lezione De Palol all’XI Congresso di archeologia cristiana del 1986. La storiografia tedesca ha invece prospettato una diversa soluzione per gli stessi corpi, destinati ad ospitare i sovrani, come nel caso della cappella di Aquisgrana, dove è allogato il trono imperiale. La galleria sarebbe stata dunque un dispositivo d’onore riservato a certi personaggi di alto rango e ne avrebbe evocato la presenza e l’autorità, anche qualora non avessero presenziato alle funzioni12. Il dato che emerge con forza da tale lettura, e quello più interessante ai fini di questa ricerca, è il potere simbolico dei corpi alti, capaci di rimandare e celebrare la presenza, quindi il ruolo, di una certa figura o di una categoria. In mancanza di attestazioni certe per l’utilizzo dei deambulatori rialzati dei battisteri urbani, la funzione evocativa sembra poter colmare la lacuna o, più probabilmente, corrispondere a uno dei compiti che le strutture erano chiamate ad assolvere. Nel caso degli edifici battesimali l’autorità rappresentata dalla galleria era verosimilmente quella del vescovo, che poteva disporne in caso di effettiva presenza, o richiamare, se assente, la propria dignità nella mente dei partecipanti alle celebrazioni. Per quanto riguarda il battistero di Firenze, dove le decorazioni pittoriche e musive impreziosiscono la galleria, già De Angelis D’Ossat aveva individuato tracce di un’apertura più grande in coincidenza di una finestra sull’asse Est-Ovest, rivolta verso il palazzo episcopale, che si sarebbe collegato alla residenza del vescovo attraverso una struttura mobile13. L’ipotesi non si può chiaramente verificare, ma conduce, insieme alle altre considerazioni, a un’interpretazione in senso “privato” del corpo rialzato. Il presule poteva utilizzare in modo esclusivo uno spazio sostanzialmente autonomo dell’edificio di culto, inserito nel gruppo episcopale e molto vicino alla propria residenza, come una cappella personale, ricavata tra i corpi della cattedrale. A Firenze il modello ambrosiano doveva essere ben conosciuto e messo in campo nella stagione di rinnovamento del complesso episcopale per la costruzione del battistero di San Giovanni. È evidente che i riferimenti culturali per la realizzazione dell’edificio fossero diversi e che non si esaurissero con Milano: alcuni aspetti decorativi e strutturali, come l’introduzione dell’ordine trabeato al piano terreno, sono chiaramente derivati dal Pantheon romano, a riprova di un’ambiente culturale più vivace e stratificato di quanto non si pensasse in passato. La produzione letteraria fiorentina, ecclesiastica e civile, rappresenta costantemente questo dualismo culturale tra il modello romano e quello milanese, che ha diviso, ma anche connesso in termini di risultati materiali le diverse sfere delle istituzioni cittadine, coinvolte nella costruzione. Se le cronache propongono un mito di fondazione della città tutto proiettato verso l’Urbe e verso la riproduzione dei suoi maggiori edifici, la tradizione agiografica prodotta in ambito della cattedrale ha radicato la propria mitologia nel contatto con Milano e con la Chiesa ambrosiana. Relazione che si è realmente dispiegata nel corso di un lungo periodo, esaurito, probabilmente solo con i tentativi di conquista di Firenze da parte di Gian Galeazzo Visconti al termine del XIV secolo, quando la vicenda comunale milanese si era ormai conclusa. Il bel San Giovanni è il prodotto diretto di queste tendenze, la seconda delle quali viene regolarmente tralasciata nella disamina delle sue strutture, sebbene i riferimenti culturali e i contenuti siano numerosi e prodotti direttamente nel contesto ecclesiastico fiorentino. Milano e Firenze erano e sono, del resto, i capoluoghi delle due regioni in cui l’architettura battesimale si è maggiormente manifestata nell’ultima sua fase di sviluppo e dove ha raggiunto i più alti risultati in termini compositivi e materiali; è, quindi, impensabile che, nella realizzazione del fenomeno, non esistessero connessioni e circolazioni di idee tra i due centri o, più generalmente, tra la Lombardia e la Toscana. A questo sottendono le dinamiche proprie dell’Italia delle autonomie, di cui quelle regioni rappresentavano i luoghi di massimo sviluppo municipale, anche in presenza di tensioni politiche discordanti. 7.2 Perché un battistero dopo il Mille? Battesimo, battisteri, civiltà La terza fase di edificazione o rinnovo di edifici battesimali in Italia può essere stata determinata da vari fattori e da esigenze provenienti dalle diverse componenti sociali coinvolte nella loro realizzazione, i quali hanno agito sulla conformazione della struttura, sull’assetto spaziale e sulla distribuzione di arredi e decorazioni. Tali elementi, di natura genericamente culturale, e più precisamente religiosa, politica ed economica, potevano manifestarsi tanto al momento della concezione del progetto, in relazione agli attori sociali che, a diverso titolo, partecipavano all’impresa, quanto nel corso della storia del monumento, qualora altre realtà istituzionali o private fossero coinvolte nella gestione o nell’uso dell’edificio o di una sua porzione. Ma a quale scopo, o a quali scopi, era progettato un battistero dopo il Mille, quando cioè si era persa ogni consuetudine edilizia rispetto a quella tipologia? A seguito della codificazione normativa del pedobattesimo avvenuta in età carolingia, si osserva, infatti, un periodo di abbandono dell’architettura iniziatica propriamente intesa, fatta eccezione per poche strutture implementate in aree rurali, raramente di nuova fondazione. Solo in Italia, e più precisamente nelle regioni centro-settentrionali, è stato avviato un recupero su ampia scala, corrispondente all’ultima grande stagione dell’edificio battesimale, ed è nel comune retroterra socio-politico dell’area individuata che si dovranno ritracciare le ragioni dello sviluppo. Propedeutico all’esame delle motivazioni che hanno contribuito alla nuova stagione dell’architettura battesimale, è un breve riferimento al fine primario che sottende alla costruzione di un edificio di culto, la necessità di dare un luogo e una forma stabile alla liturgia. L’onoranza del culto era la ragione istituzionale da cui scaturiva una compagine architettonica complessa, sviluppata secondo le necessità, i tempi e i modi della celebrazione14. Non faceva eccezione a questo processo l’edificio battesimale, configurato, in via principale, per l’amministrazione del sacramento iniziatico. Come si vedrà, il rinnovato senso di partecipazione sociale generato dal battesimo nei secoli centrali del Medioevo aveva dato un forte impulso alla costruzione di impianti ad esso dedicati, fortemente caratterizzati da vasche imponenti, dotate di articolati sistemi di adduzione delle acque. L’organizzazione degli ambienti attorno alla piscina, unico polo liturgico indispensabile al battesimo vero e proprio, rispondeva, almeno in parte, allo stesso criterio di dispiegamento liturgico nello spazio, dove i diversi gruppi di partecipanti si potevano disporre a seconda del loro ruolo all’interno dell’iter sacramentale. 14 P. Piva, Lo ‘spazio liturgico’: architettura, arredo, iconografia, in L’arte medievale nel contesto: 300- 1300. Funzioni, iconografia, tecniche, a cura di A. Cadei - P. Piva, Milano, Jaca Book, 2006, pp. 141-180. 15 Ibidem. 16 Ibidem. Paolo Piva ha, però, correttamente osservato che la liturgia non può essere considerata come l’unico fattore in grado di influenzare la costruzione di un edificio di culto, capace cioè di avere un forte impatto sulla formazione dei contenitori, degli spazi e degli arredi15. L’azione della liturgia deve essere valutata, in primo luogo, in riferimento al periodo storico, perché l’incidenza del rituale sull’allestimento architettonico si presenta variabile in base al contesto cronologico. L’intensità di questa componente è stata particolarmente vigorosa durante l’età romanica, momento di grande rinnovamento liturgico, attestato dalla corposa produzione di consuetudini ecclesiastiche, a cui si è accompagnata una nuova stagione architettonica di portata europea. Nonostante ciò, la costruzione di un edificio sacro era il risultato di un sistema culturale più complesso dal quale emergevano figure e competenze diverse, ragioni di natura tecnica, economica e sociale, che operavano insieme alla liturgia e che potevano estendere la loro influenza anche sul lungo periodo16. Si riconoscono, allora, una dimensione sincronica, cioè un tempo della pianificazione e della concentrazione delle forze e delle sostanze iniziali, e una dimensione diacronica, ossia il tempo dell’uso, che cominciava nello stesso punto, ma si sviluppava fino alla dismissione di un sito. La storia di un edificio di culto è strettamente connessa alle vicende dei personaggi che vi ruotavano attorno, i fruitori finali dello spazio sacro, individuati non solo come ministri e fedeli, ma anche sotto le categorie della committenza, del patrocinio, della gestione e della rappresentanza. Appare evidente che tale molteplicità di partecipanti, la cui iniziativa si doveva esprimere a livello architettonico, o rivelare attraverso la decorazione o la sovvenzione di alcune componenti, desse luogo a una varietà di funzioni, anche all’interno della stessa sfera religiosa. Nel caso di un edificio battesimale, ancora fortemente connotato dal sacramento durante il pieno Medioevo, l’ampliamento delle potenzialità di utilizzo generava, più che in altri contesti, un ricorrente slittamento semantico che ne alterava lo statuto di oggetto fruibile: da battistero a cappella, da parrocchia a sede di riunioni; cambiamenti che si dispiegavano tra le i concetti di pubblico e privato, liturgia e devozione, religioso e laico. Il battistero, nome attribuito dalla sua ragione istituzionale, si definisce allora come luogo polifunzionale, cioè come manufatto cui erano attribuiti, a seconda dell’attività in corso e degli attori che intervenivano, diversi significati. Tale multifunzionalità è indicata dalla stessa presenza di un altare, elemento installato in alcuni battisteri già nella Tarda Antichità, un polo liturgico secondario rispetto al fonte, che costituiva l’unico strumento necessario all’amministrazione del battesimo17. A questa condizione contribuivano anche la presenza delle reliquie, la decorazione e le altre componenti d’arredo come l’ambone, evidentemente destinato alle letture o all’omelia nella celebrazione eucaristica, o la cattedra del vescovo18. Il significato di fondo dell’edificio battesimale, trattato e denominato come una qualsiasi altra ecclesia nei secoli centrali del Medioevo, poteva oscillare tra la funzione sacramentale e quella di cappella dedicata al culto, fino a diventare un oratorio privato per la preghiera e la devozione19. 17 P. A. Février, Baptisteres, martyrs et reliques, in «Rivista di archeologia cristiana», 62, (1986), pp. 109- 138; E. Palazzo, Liturgie et societé au Moyen Age, Paris, Aubier, 2000, pp.141-142. 18 Ibidem; J. C. Picard, Ces que les teste nous apprennent sur les équipements et le mobilier liturgique necessaire puor le baptême dans le sud de la Gaule et l’Italie du nord, in Actes du XIe congrès international d’archéologie chrétienne, II, Lyon, Grenoble, Genève, Aoste, 21-28 Septembre, 1986, Città del Vaticano, Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, 1989, pp.1451-1468; N. Duval, J. Guyon, Le baptistère en Occident, in “La Maison Dieu”, 193, 1993, pp. 68-69. L’interrogativo che nasce da questa lettura è se la polifunzionalità fosse un requisito del costruire, se l’edificio venisse cioè progettato già con certe caratteristiche allo scopo di rispondere a un insieme complesso di esigenze, o se, viceversa, fosse una conseguenza dell’affacciarsi di nuovi soggetti. E ancora ci si deve domandare se il battistero, nonostante la variabilità degli indirizzi d’uso, potesse dare legittimità ad operazioni culturali ed attività per il quale non era stato concepito, in base a un valore simbolico altro che il rito aveva 19 P. A. Février, Baptisteres, martyrs, pp. 109-138. Per la Tarda Antichità, l’autore segnala alcuni episodi di devozione privata del vescovo presso un battistero, che in certi momenti veniva riservato alla preghiera del presule, come nel caso di Gregorino di Longres. 20 Si trattava spesso di un primo rinnovamento, seguito da ulteriori fasi di modifiche e nobilitazioni della cattedrale a partire dalla tarda età comunale. Per la stagione romanica settentrionale si veda C. Tosco, Architetti e committenti nel romanico lombardo, Roma, Viella, 1997; Id, La committenza vescovile nell’XI secolo nel romanico lombardo, in Bischöflisches Bauen im 11. Jahrhundert. Archäologisch-Historisches Forum, hrsg. von J. Jarnut - A. Köb - M. Wemhoff, München, 2009, pp. 25-54 e la vasta bibiografia ivi proposta. saputo conservare. Per rispondere ai quesiti, è necessario declinare la domanda iniziale, a quale scopo servissero i battisteri, in: che cosa concorre alla scelta di costruire un battistero urbano, dopo alcuni secoli di decadenza di quella pratica? I fattori sociali che potevano averne condizionato il ripristino erano diversi e si articolavano attorno a tre punti fondamentali: la volontà dei vescovi, il senso identitario del battesimo e la partecipazione economica delle autorità civili o del laicato. Con questi spunti si dovevano intersecare le ragioni proprie della religiosità, della pratica architettonica, della circolazione di modelli, persone e idee che per vari motivi di opportunità intellettuale, e secondo diverse finalità, venivano acquisiti nel sistema dei riferimenti culturali da mettere in campo, per la definizione di un edificio di culto. Sebbene, per una maggiore chiarezza espositiva, i tre temi principali dovranno essere trattati separatamente, si ritiene che la loro azione sull’impresa architettonica fosse simultanea, o meglio, che questi fattori, anche quando subentrati in seconda battuta nel processo materiale, operassero unitamente. Tra la fine del X secolo e il principio del XII si osserva un progressivo rafforzamento politico delle sedi diocesane, proporzionale sia al rinvigorirsi dell’autorità dei vescovi durante il periodo della riforma, sia a uno sviluppo socio-economico delle città, cui corrispondevano, di frequente, importanti piani di rinnovamento architettonico rivolti al patrimonio ecclesiastico20. Questa situazione rispecchiava un clima di generale crescita che aveva interessato tutta l’Europa cristiana e in particolar modo le regioni dell’Italia centrosettentrionale, dove le città acquisivano gradualmente un nuovo status. Alle porte del nuovo millennio, il ruolo amministrativo del presule e la sua funzione di mediatore tra l’impero e gli abitanti delle città avevano guadagnato alla sua funzione pontificale un potere inedito, che si traduceva anche in interventi monumentali volti a conferire un nuovo volto alla sede diocesana. L’evergetismo episcopale, non a caso, è un fenomeno che si è particolarmente sviluppato sin dalla prima età romanica ed è stato un importante motore tanto per la creazione di nuovi edifici di culto, quanto per la produzione della strumentazione che ricade sotto la definizione di arte suntuaria (libri, mobili, paramenti, suppellettile), ma più correttamente designata come arredo liturgico, corrispondenti alla parallela ridefinizione delle consuetudini cerimoniali delle maggiori chiese vescovili. La committenza o l’iniziativa di un presule, oltre a una reale necessità di ristrutturazione degli impianti più antichi, adombrava l’articolato desiderio di promuovere l’immagine episcopale, che si muoveva tra l’affermazione della propria dignità sulle altre componenti ecclesiastiche e la dichiarazione del proprio primato giuridico sulla civitas. Questo doveva valere soprattutto per le chiese primaziali, che tra XI e XII si definivano come cattedrali, dunque come sedi episcopali propriamente intese, sulle quali però, anche in conseguenza all’affermazione della vita comune del clero, estendevano la propria influenza i capitoli canonicali. I vescovi erano sicuramente rappresentati dalla cattedrale intesa come monumento, elemento che ha evidentemente contribuito ai programmi di rinnovo delle chiese maggiori, ma la loro reale disponibilità della struttura e delle sue rendite si andava riducendo in favore dei collegi. In questo scenario e in questa prospettiva si ritiene di dover analizzare la committenza episcopale o la capacità decisionale del presule all’interno del processo di creazione di un battistero. Come accennato in precedenza, gli edifici sacri erano caratterizzati da un forma istituzionale, determinata non solo dalla capacità di esercizio del culto, ma anche dalla funzione assolta (cattedrale, pieve, collegiata, oratorio), in relazione al grado del ministro che la reggeva. L’episcopato era la funzione del sacerdozio da cui derivavano alcuni diritti trasferiti sulla chiesa collegata a quella dignità; tali prerogative si traducevano anche in prestazioni a cui gli istituti ecclesiastici dovevano provvedere e che, di conseguenza, i monumenti dovevano supportare. Si è visto nel caso della pieve: l’arciprete delegato dei diritti di battesimo e sepoltura, oltre che titolare della cura d’anime, forniva il servizio liturgico ordinario in una chiesa dotata di fonte, area cimiteriale, altare e spazio per i fedeli. La stessa organizzazione, impostata sul profilo giuridico della chiesa e del suo ordine sacerdotale, valeva per il complesso cattedrale. A proposito dell’iniziazione, il vescovo era l’unico vero titolare dello ius baptismandi, cioè il diritto di amministrare il battesimo, che poteva concedere temporaneamente o reiteratamente ad altri ministri e ad altre istituzioni; tale facoltà rimarcava la superiorità del sacerdozio episcopale sulla città e sulla diocesi che a quel dovere sacramentale erano obbligatoriamente sottoposte. Le prerogative si erano precisate già in età tardoantica, quando i vescovi presiedevano fisicamente tutti i riti, principalmente quelli dell’iniziazione, celebrati nei soli edifici dotati di una struttura adeguata, le cattedrali. Con la successiva creazione di una vasta rete di chiese battesimali, finalizzata alla diffusione del Cristianesimo nelle aree rurali, i presuli hanno gradualmente delegato al clero plebano l’amministrazione del battesimo, riservando al proprio ufficio una serie di riti collaterali ma imprescindibili, come la consegna degli oli e la confermazione. Ogni anno il clero doveva, infatti, recarsi dal proprio vescovo per ricevere il sacro crisma da utilizzare nelle celebrazioni, che poteva essere negato in caso di disobbedienza o contrasto dei chierici con l’autorità centrale. Attraverso il sistema delle pievi e la cessione delle prerogative battesimali, il vescovo aveva mantenuto un solido controllo del territorio, sebbene questo comportasse la dispersione del suo potere. Se il vescovo era la fonte del diritto battesimale, sotto ogni aspetto, a lui solo spettava disporre la costruzione ex novo di un qualsiasi impianto per l’iniziazione, in particolare di un edificio urbano, presso la sua residenza ufficiale. Sul piano puramente giuridico, il battistero era la concretizzazione monumentale ed evidente di quel diritto personale e la rappresentazione formale della dignità episcopale che definiva, in larga misura, l’identità della civitas, in quanto sede diocesana. Al contempo l’atto di fondazione di un battistero, urbano o rurale, doveva tendere al recupero dell’unità istituzionale del privilegio, ormai frammentato dalla necessità di distribuire il servizio, sotto l’egida del vescovo. Il battistero era anche l’espressione architettonica di culto che meglio poteva distinguere la presenza del vescovo all’interno di un luogo, il gruppo cattedrale, che pur derivante dalla sua autorità, stava diventando dominio dei canonici. In termini di ufficiatura, il clero organizzava la maggior parte della liturgia, anche quella festiva, mentre il presule partecipava solo alle cerimonie e alle festività di maggiore rilievo. L’architettura e alcune componenti d’arredo, come il battistero e la cattedra, servivano allora ad esprimere un presidio, denotando la presenza episcopale in un sistema composito di forze, spesso in contrasto. Si è anche supposto che la disposizione di una galleria sopraelevata di un battistero potesse avere la medesima funzione, ipotesi che, se verificata, chiarificherebbe notevolmente il potenziale rappresentativo ottenuto tramite la configurazione spaziale. Già Enrico Cattaneo riconosceva nel vescovo e nella sua autorità spirituale e temporale, maturata in seno alla civiltà urbana, uno dei motivi che avevano condotto alla rinascita dell’architettura battesimale italiana; l’unico edificio battesimale costruito entro il gruppo episcopale indicava, infatti, che solo il presule poteva battezzare21. Affermazione di potere rivolta ai fedeli che ricevevano il servizio sacramentale, ma anche rivendicazione nei confronti del collegio canonicale insediatosi negli spazi della cattedrale, edificio che almeno dal XII secolo era diventato lo specchio più dell’ordine sacerdotale che del suo reggente22. Dietro la costruzione del battistero urbano si riconosce, nel quadro della gerarchia ecclesiastica la sola immagine episcopale. 21 E. Cattaneo, Il battistero in Italia dopo il Mille, in Miscellanea Gilles Gerard Meersseman, Padova, Antenore, 1970, pp.184-186. Lo studioso ha colto il carattere unitario dell’influenza sociale sulla costruzione dei battisteri , per cui lo sviluppo della città comunale come cooperazione tra cittadini e vescovo e il senso comunitario dell’iniziazione si configuravano come componenti di un’azione culturale simultanea, frutto proprio di quello sviluppo. 22 Al processo di appropriazione da parte dei collegi delle cattedrali è corrisposto un adeguamento architettonico degli spazi ecclesiastici, maturato proprio nel corso dell’età romanica. Alla disposizione dei banchi dei canonici si accompagnava l’elaborazione del coro, struttura che ha assunto proporzioni sempre più significative e per la quale sono state sperimentate nuove soluzioni, come la chiesa a doppio coro, chiaramente derivante da uno spunto liturgico, ma fortemente caratterizzata dalla presenza e attività del clero residente. L’iniziativa del vescovo era quindi alla base del rinnovamento architettonico che aveva interessato molte città italiane nei secoli centrali del Medioevo e, in modo particolare, della nuova stagione dell’edilizia battesimale perché alla sua funzione sacerdotale era connessa la capacita decisionale su qualsiasi aspetto relativo all’iniziazione, compresa la costruzione di un impianto monumentale. Non secondaria in questo processo era la centralità del ruolo del vescovo nella prima fase costitutiva del comune, in qualità di autorità tradizionalmente riconosciuta e residente nel centro della diocesi, la città. Nel periodo di grande dispersione del potere imperiale che aveva preceduto la conquista dell’autonomia da parte delle città Nord italiane, le autorità comitali e marchionali avevano spostato le proprie sedi di potere in ambito rurale, sfuggendo a quella serie di cambiamenti che avrebbero portato all’istituzione comunale. I soli garanti dell’ordinamento pubblico, e del sistema di governo, rimasti nei centri urbani erano appunto i vescovi, accompagnati nella loro azione da funzionari deputati alla gestione amministrativa. All’avvio del comune consolare, il punto di riferimento era dunque il presule il quale, nel quadro del rinnovamento architettonico della sua sede, luogo in cui la sua autorità era chiaramente e direttamente riconoscibile, aveva tutto l’interesse di affermare e promuovere la propria immagine. A questo primo fattore si lega la centralità del battesimo nella cultura pienomedievale, come rituale collettivo che coinvolgeva l’intera comunità cristiana, intesa come insieme dei fedeli e come società civile. Nel corso del Medioevo il battesimo, da antico rito misterico d’iniziazione riservato agli adulti, si è trasformato in un istituto a carattere largamente civile che introduceva il candidato, ormai un infante, in un sistema di relazioni sociali e familiari complesso23. Tale aspetto doveva essere maggiormente sentito nel periodo di assestamento politico della città comunale: la definizione di una propria fisionomia amministrativa e giuridica, procedeva anche da forme di “equiparazione” tra individui, che si realizzavano ampiamente attraverso pratiche condivise, come il battesimo, cui ciascuno era obbligatoriamente sottoposto. Nei centri urbani, in modo particolare, la persona entrava a far parte della società, in conseguenza della sua iniziazione alla religione cristiana, condizione che in alcuni contesti avrebbe anche agevolato l’acquisizione della cittadinanza vera e propria. La doppia valenza civica e spirituale del battesimo è illustrata, per l’esperienza fiorentina, dai versi danteschi «e ne l’antico vostro Batisteo insieme fui cristiano e Cacciaguida»24, in cui il San Giovanni emergeva quale luogo di definizione dell’identità personale del neofita, da quel momento partecipe della prospettiva salvifica della redenzione e anche della comunità di riferimento. Il rafforzamento dell’istituto del padrinato, già parzialmente introdotto dal VI secolo, e l’insieme di strutture parentali da esso derivanti, avrebbero poi amplificato questi contenuti. 23 R. Salvarani, Liturgia e partecipazione nei riti del battesimo tra X e XII secolo. I “casi” del fonte di Chiavenna e della vasca di Fidenza, Atti del Convegno di Torreglia, 4-6 maggio 2009, in «Quaderni dell’Istituto di liturgia pastorale», 2009. 24 D. Alighieri, Commedia, Inferno, Canto XV. 25 E. Palazzo, Liturgie et societé au Moyen Age, Paris, 2002, pp. 40-53. I neofiti, come ha spiegato Eric Palazzo, diventavano parenti di Cristo, parte della famiglia spirituale della Chiesa e, in virtù di questo, anche dell’ordinamento civile; il battesimo era quindi il presupposto all’integrazione nella struttura sociale, soprattutto in ambito urbano25. Non sembra, infatti, un caso che il fenomeno dell’architettura battisteriale dei secoli centrali del Medioevo si sviluppasse in coincidenza con la parte centro-settentrionale della Penisola, cioè con l’Italia comunale, che si distingueva dalle altre realtà amministrative per la formazione di un’organizzazione civile “paritaria”, basato sulla condivisione di esperienze che definivano quell’identità. Certo il potenziale simbolico ed evocativo del battesimo non si esauriva con la parentesi municipale e nei suoi termini geografici; in quelle regioni si osserva, tuttavia, una grande attenzione per l’iniziazione e i suoi contenuti, impiegati nelle modalità di autorappresentazione delle realtà locali. Il battesimo, sacramento religioso a valenza civica, poteva legittimare anche azioni di natura profana, lontane dai confini semantici della liturgia, ma celebrate nel segno di una comune appartenenza e ricalcate, nel luogo e nella procedura, sullo schema rituale iniziatico, come nel noto episodio descritto da Dino Compagni26. In nome del battesimo che ciascun cittadino aveva ricevuto in quello stesso luogo, era richiesta fedeltà alla promessa di pacificazione, fatta direttamente sul fonte. Il cronista faceva appello al sentimento di fratellanza che legava i rivali, in virtù dell’esperienza iniziatica condivisa. La celebrazione di giuramenti all’interno di un edificio sacro era una pratica assai diffusa, come altre attività scollegate dalla vita cultuale e dallo spazio sacro. I riferimenti del Compagni sono però molto puntuali rispetto alla scelta dell’edificio battesimale che, più di qualsiasi altro contenitore, attribuiva valore a quel patto stipulato tra concittadini. Il battistero poteva, quindi, rappresentare l’identità collettiva di una struttura sociale, pur diversificata al suo interno da rapporti gerarchici, da partizioni politiche e da ulteriori divisioni, nella misura in cui tutti gli uomini erano soggetti all’amministrazione del battesimo. L’iniziazione si può, quindi, ascrivere a pieno titolo alla dimensione della religione civica, o per i primordi di questa fase (XI-XII secolo), alle manifestazioni esteriori delle dinamiche relazionali, come strumento di coesione umana e politica, all’interno dello stesso gruppo parentale o sociale, utilizzato per richiamare nei membri della comunità un forte spirito di appartenenza. 26 «Cari e valenti cittadini, i quali comunemente tutti prendesti il sacro baptesmo di questo fonte, la ragione vi sforza e strigne ad amarvi come cari frategli; e ancora perché possedete la più nobile città del mondo […] E sopra questo sacro fonte, onde traesti santo battesimo, giurate tra voi buona e perfetta pace, acciò che il signore che viene truovi i cittadini tutti uniti»; D. Compagni, Cronica delle cose occorrenti ne’ suoi tempi, Milano, Rizzoli, 1982, II, VIII, pp. 122-123. Tale capacità evocativa doveva assicurare all’edificio battesimale un qualche interesse da parte delle istituzioni civiche che si trovavano spesso coinvolte nelle imprese di ammodernamento dei centri episcopali. Molti gruppi cattedrali sono stati rinnovati con il contributo economico dei governi cittadini, all’interno di più ampi programmi di rinnovo urbanistico che avrebbero dato un nuovo aspetto alla città comunale: nobilitazione della cattedrale, rifacimento del perimetro mura rio in seguito all’espansione del territorio urbano, fondazione dei palazzi comunali (o imperiali), creazione di nuove aree di mercato. Per la costruzione di certi edifici di culto, tra cui alcuni battisteri, sono attestate collette apposite tra il popolo dei fedeli di una città (Pisa) o l’istituzione di enti amministrativi preposti alla loro gestione, o meglio, alla gestione del loro patrimonio a garanzia della manutenzione dell’impianto, che esprimevano il presidio del governo cittadino su monumenti di particolare valore, come nel caso di Calimala per il San Giovanni di Firenze. Questa partecipazione aveva forse origine nell’antica consuetudine che stabiliva il concorso economico dei fedeli al mantenimento delle strutture alla cui cura d’anime erano sopposti. Laddove un’istituzione contribuiva con mezzi e sostanze propri alla costruzione di una chiesa andava, inevitabilmente, a inserirsi nel processo decisionale relativo al suo sviluppo. L’intervento dell’autorità di governo non era diretto, ma mediato da enti deputati al controllo del cantiere, capaci di rappresentarla, nella forma della Fabbrica o Opera. È possibile che tali istituti, in maniera autonoma o su indicazione del comune, tendessero a palesare la propria partecipazione riservandosi spazi decisionali sulla configurazione, decorazione o dotazione dell’edificio. Il battistero era una parte consistente del gruppo episcopale, sia in termini di funzionalità liturgica, sia dal punto di vista monumentale, in relazione ai contenuti simbolici dell’iniziazione illustrati poc’anzi e che orientavano l’interpretazione dell’edificio su un piano di identificazione civile. Il luogo della cattedrale era stato un centro del potere, un simbolo riconoscibile dell’autorità urbana precedente al comune, quella del vescovo, la principale istituzione di riferimento, non necessariamente in conflitto con l’ordinamento imperiale. I vescovi avevano guadagnato ampi margini di autonomia nell’esercizio del potere temporale sulle città, utili ad assicurare loro un ruolo di primo piano anche nella fase di assestamento dei governi comunali27. Gli edifici di culto pertinenti all’episcopio acquisivano allora una funzione simbolica nella rappresentanza di un potere, fosse quello stabile del vescovo o quello non ancora consolidato dei consoli. Non sembra un caso che alcuni uffici pubblici fossero espletati nelle strutture o nei possedimenti della cattedrale, quasi a garanzia della loro validità28. Gli edifici sacri e le loro piazze erano la sede privilegiata per la riunione delle assemblee pubbliche, fino alla formulazione dei palazzi comunali veri e propri. Tra X e XI secolo a Firenze, ad esempio, sono attestati due procedimenti giudiziari presso il palazzo vescovile29; a Milano per tutto il XII secolo il comune si era riunito nel brolum, cioè il prato, di proprietà arcivescovile nei pressi della cattedrale, quando non si riparava direttamente in Santa Tecla30. 27 G. Milani, I comuni italiani, secoli XII-XIV, Roma, 2009, pp.10-26; E. Artifoni, Città e comuni, in Storia Medievale, Roma, 1998, pp. 368-371; G. Tabacco, La sintesi istituzionale di vescovo e città in Italia e il suo superamento nella res publica comunale, in Egemonie sociali e strutture del potere nel medioevo italiano, Torino 1988, pp. 397-427 28 J. Heers, La città nel Medioevo in Occidente. Paesaggi, poteri e conflitti, (1990), a cura di M. Tangheroni, Milano, 1999, pp. 452-458. 29 Le carte della canonica della cattedrale di Firenze (723-1149), Regesta Chartarum Italiae, 23, a cura di R. Piattoli: doc. 16, Notitia iudicati, 967, «in atrio domui episcopatui Sancti Ioh(annis) episcopio ipsius civitas»; doc. 83, Notitia iudicati, 1073, «infra palatium de domo Sancti Iohanni, in iudicio resedebat domna Beatrix ductrix et marchionissa de Tuscia». 30 P. Grillo, Milano in età comunale (1183-1276). Istituzioni, società, economia, Spoleto, 2001, pp. 57-58; P. Guglielmotti, Sedi e funzioni civili, in Arte e storia nel Medioevo. Del costruire: tecniche, artisti, artigiani committenti, a cura di E. Castelnuovo - G. Sergi, Torino, 2003, pp. 179-180; Landolfo Iuniore parla di due grandi tribune contrapposte, una per i consoli e una per il vescovo, installate in occasione di un’assemblea pubblica nel prato «quo dicitur brolium», probabilmente di pertinenza vescovile; Landulphi Junioris sive de Sancto Paulo Historia Mediolanensis ab anno MXCV usque ad annum MCXXXVII, a cura di C. Castiglioni, Rerum Italicarum Scriptores, V/3, Bologna 1934, p. 28. L’utilizzo delle strutture pertinenti all’episcopio o, comunque alla Chiesa, è attestato anche in altre città, G. Sergi, Le sedi religiose, in Arte e storia nel Medioevo, pp. 113-114. 31 G. Ortalli, Luoghi e messaggi per l’esercizio del potere, in Pensiero e sperimentazioni istituzionali nella Societas Christiana (1046-1250), a cura di G. Andenna, Milano, 2007, pp. 779-780. Le nuove istituzioni erano cresciute tra le maglie della sfera ecclesiastica, avevano appreso linguaggi e simbologie, compreso l’importanza della ritualità e sfruttato gli spazi propri del culto, ossia quei luoghi che, usando una felice espressione di Gherardo Ortalli, “avevano nei secoli proposto messaggi e trasmesso convinzioni”31; sedi, quindi, alle quali era abitualmente associata un’idea del potere. É comprensibile che le autorità cittadine, una volta stabilizzate, ritenessero di dover contribuire al mantenimento o alla costruzione del centro cattedrale o degli edifici religiosi parte della loro recente tradizione, anche se affrancate dall’egida del presule. Il valore civile acquisito dal battesimo trasformava il battistero in un luogo simbolico dell’identità civica, un punto di riferimento urbano che, nel quadro generale di rinnovamento architettonico, diventava oggetto della partecipazione sociale ed economica collettiva, caratteristica del periodo comunale. La questione delle destinazioni d’uso dei battisteri si lega a questi temi e, inevitabilmente, ai diversi attori sociali, il vescovo, il capitolo, il governo, i fedeli, che potevano aver dato un contribuito materiale o intellettuale alla creazione dell’edificio e al suo mantenimento nel corso del tempo. Le esigenze dei vari soggetti dovevano, di conseguenza, essere rappresentate e avere un riscontro strutturale o decorativo anche in fase progettuale. La polifunzionalità era dunque un requisito naturale, il punto di partenza da cui un cantiere, anche quello di un battistero aveva origine. I fattori e le personalità presentati si muovevano parallelamente e facevano emergere la propria identità; la partecipazione rendeva l’edificio di culto un’opera condivisa che doveva essere fruibile da ciascuna delle componenti che aveva collaborato alla sua realizzazione. 7.3 Riflessione conclusive Tra la fondazione dei due casi di studio intercorrono almeno sette secoli, durante i quali questi atteggiamenti sociali nei confronti degli edifici sacri, e in particolare verso i battisteri, si erano sviluppati in forme di partecipazione più dirette. I fattori proposti si legano ai contenuti culturali dell’età della riforma e dell’Italia comunale, sebbene non dovessero essere del tutto inconsistenti durante la Tarda Antichità: la centralità dell’iniziazione e il bisogno di amministrare il battesimo erano alla base dell’evangelizzazione delle comunità urbane, quindi solidi presupposti alla costituzione dei primitivi nuclei episcopali, nei quali si configuravano i diversi spazi destinati alla liturgia, eucaristica, quotidiana e sacramentale. Così come un certo peso doveva avere l’intervento del vescovo, che nella Chiesa dei primi secoli era il principale, a volte l’unico, sacerdote a capo di una comunità; nel caso di Ambrogio il presule era anche costruttore, committente, l’autorità che doveva presiedere alla cura degli edifici di culto, che lui stesso riteneva parte importante del suo magistero episcopale32. Non secondaria, infine, era la capacità d’intervento degli organi di governo nell’attività costruttiva indirizzata alla nuova 32 Ambrogio, De officiis, II, 21, SAEMO, a cura di G. Banterle, Milano - Roma, Biblioteca Ambrosiana - Città Nuova, 1977, pp. 246-247; G. Cuscito, Vescovo e cattedrale nella documentazione epigrafica in Occidente. Italia e Dalmazia, in Actes du XI . Congrès International d’archéologie chrétienne, Lyon, Vienne, Grenoble, Genève, Aoste, 21-28 septembre, 1986, I, Città del Vaticano, Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, 1989, pp. 735-737. confessione; si ricorda l’evergetismo imperiale in alcuni contesti di particolare rilievo, come nel complesso lateranense. In entrambi i periodi di fondazione degli edifici considerati, importanti passaggi epocali, le strutture architettoniche pertinenti al centro religioso cittadino avevano il compito di manifestare alla popolazione alcuni valori di carattere cultuale ed istituzionale. Nella Milano della Tarda Antichità, così come nella Firenze pienomedievale, il gruppo episcopale era un centro di potere riconoscibile in cui ogni singolo elemento aveva, insieme alla funzione liturgica, un ruolo di rappresentanza e di presidio sulla città. Lo sviluppo delle strutture iniziatiche, insieme a tutti i dati forniti dai complementi d’arredo, ha mostrato la crescita del ruolo dei battisteri all’interno dei complessi di riferimento, anche in ragione delle diverse funzioni che potevano ospitare, dei soggetti che dimostravano interesse nella fruizione di quello spazio e dei valori che sapevano esprimere. Nella fase medievale è emerso un profilo istituzionale complesso per entrambi i battisteri specchio di una capacità decisionale e liturgica non unilaterale, esercitata da diversi esponenti della società ecclesiastica e civile; faceva eccezione lo ius baptismandi che ancora perteneva al solo vescovo e che influiva sulla costruzione degli impianti e sull’amministrazione del sacramento. L’impiego degli edifici a scopi differenti dall’iniziazione, quindi la loro polifunzionalità, ha determinato una ridefinizione della fisionomia giuridica dei battisteri, divenuti sede plebana o parrocchiale, e un’amplificazione della loro concordanza semantica iniziale, esplosa nelle direzioni opposte della devozione, della cura d’anime e della religione civile. All’insieme di persone che avevano partecipato all’impresa costruttiva e alla prima fase di impiego (tempo della pianificazione), se ne aggiungevano di nuove che andavano ad arricchire la gamma di possibilità di fruizione (tempo dell’uso). La polifunzionalità, dunque gli interessi di tutti gli attori coinvolti, è chiaramente la ragione che ha consentito la conservazione nei secoli degli edifici battesimali, non più necessari in quanto tali, ma rappresentativi di presidi, autorità, diritti, sentimenti condivisi che nel battesimo trovavano il loro punto di forza. Nella stagione dei comuni l’iniziazione aveva riacquisito un valore iniziatico, in senso civile, che aveva condotto al ripristino di cerimoniali scenografici e altamente partecipati, alla sistemazione di vecchi impianti o alla costruzione di nuovi monumentali edifici. Nel caso di Milano il battistero di Ambrogio, insieme al più antico Santo Stefano, è stato giudicato valido a sostenere le attività e le aspettative della società, con poche modifiche che ne hanno sostanzialmente mantenuto la configurazione e l’ossatura tardoantica; a Firenze le diverse forze in campo hanno, invece, optato per un nuovo edificio. Entrambe le strutture sono state allestite e attrezzate per la celebrazione del rito pasquale (unico segnalato nei testi di riferimento), vero catalizzatore rituale per la città, raccolta nel luogo in cui gli abitanti diventavano cristiani e membri della società. L’importanza del battesimo, trait d’union tra tutti i fattori citati, a differenza della fase progettuale, non ha però sempre saputo concorrere alla sopravvivenza di un edificio durante l’espansione architettonica, culturale e politica di una città. L’ingresso di soggetti diversi nella sfera fruitiva e amministrativa dei battisteri sembra abbia influenzato maggiormente la fortuna dei battisteri nel corso del tempo, forse in quanto rappresentanti non solo di categorie ristrette, ma di gruppi di potere che esprimevano particolari interessi. In questo si nota una forte differenza tra i casi di Milano, distrutto a cavallo del XIV del XV secolo, e di Firenze ancora oggi monumento più rappresentativo della città, probabilmente in virtù di quella devozione che le autorità pubbliche e l’Opera ad esso preposta hanno saputo stimolare e mantenere viva nel corso del tempo. Riverenza che nella metropoli ambrosiana è stata riservata alla chiesa del suo santo eponimo, tuttora al centro dell’interesse collettivo, mentre il progetto visconteo distruggeva le tracce della primitiva cristianità milanese, senza replicarne, come in altre circostanze, lo schema di base33. 33 È molto curioso che tutti gli altri edifici di culto ricondotti all’iniziativa o alla tradizione ambrosiana si siano conservati fino ad oggi, subendo modifiche importanti che non ne hanno tuttavia obliterato l’impianto originario, né la memoria. Oltre al Sant’Ambrogio si ricordano anche San Nazaro e, soprattutto, San Simpliciano, di cui si conserva larga parte dell’elevato. 34 Landulphi Seniors, Mediolanensis Historia, p. 17. A questo, sebbene si debba credere che il battistero di Ambrogio fosse tenuto in grande considerazione, doveva contribuire la relazione tra il San Giovanni alle Fonti, sede parrocchiale, e una delle principali famiglie di Popolo di Milano, i Prealloni. Non sono purtroppo emerse fonti che possano chiarificare la situazione, ma la straordinaria conservazione di ogni altro monumento ambrosiano in città, ad eccezione del battistero, indica una possibilità in tal senso. Così come suggeriscono le cronache di Milano redatte dal tardo XIII secolo, opere di parte viscontea che, anche quando molto descrittive, non riportano mai notizia del battistero, pur nella disponibilità delle informazioni date da Landolfo Seniore34. La questione politica poteva presentarsi anche a Firenze con la destituzione del governo guelfo, cui Calimala faceva riferimento, ma l’affezione generale al battistero cittadino ha solo previsto una sostituzione dei funzionari dell’Opera. Al diverso esito milanese si crede abbia notevolmente concorso la forma di governo assunta dalla città in quel periodo: al termine del XIII secolo la signoria dei Visconti proiettava già la sua ombra sull’amministrazione civica, mentre Firenze era ancora nel pieno della sua vicenda repubblicana. Al momento di rinnovare il centro episcopale, la vicenda agiografica e storica del San Giovanni alle Fonti deve avere avuto poca ragione sulla volontà di estendere il Duomo visconteo e la comprensione della parrocchia nel sistema territoriale di una famiglia avversaria non deve sicuramente aver giocato a favore della sua conservazione. La mancata ricostruzione, d’altro canto, conferma la stretta connessione esistente tra l’ultima fase dell’architettura battesimale e l’età comunale, in base a tutti i fattori precedentemente esaminati. In quel frangente di governo, il ripristino o la costruzione di un nuovo impianto non avrebbe corrisposto né alle esigenze della politica viscontea, lontana dai modi collettivi del comune, di cui il battesimo faceva parte, né alle richieste della religiosità. Il battesimo per infusione era sempre più diffuso e l’impiego di grandi strutture con vasche altrettanto monumentali non collimava più con le regole della liturgia. L’edificio battesimale, di conseguenza, non trovava più alcuna ragione istituzionale, fruitiva, politica o rappresentativa da poter supportare ed esprimere a Milano, come in altri territori35. A Firenze, l’affetto sviluppato dalla civiltà medievale durante il Medioevo e alimentato dalla vastissima produzione letteraria sin dal primo Trecento, il battistero ha attraversato indenne i secoli, fino ad incontrare l’ultima ridefinizione semantica, l’opera d’arte, caratterizzata da una nuova possibilità d’impiego, la fruizione turistica. Come in età medievale, questa non è l’unica funzione ma si aggiunge alle destinazioni d’uso imposte dalla liturgia e dalla religione civica che ancora trovano nel bel San Giovanni un punto di riferimento. 35 Non significativa eccezione è il piccolo battistero della chiesa collegiata di Castiglione Olona (VA), legato al cardinale Branda Castiglioni, la cui funzione iniziatica diffusa sembra tutta da confermare, mentre un suo vasto impiego come sacello privato sembra più probabile. Il diverso destino dei due battisteri prova l’influenza delle dinamiche socio-culturali sulla storia di un edificio di culto, dalla progettazione alla dismissione, e dell’importanza della partecipazione di diversi soggetti nella configurazione del manufatto, riflesso di una volontà composita e articolata. L’edificio battesimale dei secoli centrali del Medioevo era il risultato di tali variabili, che incidevano costantemente sugli assetti architettonici e ne determinavano le modalità di fruizione. IMMAGINI 2dourapianta 3doura spaccato 1-2. Dura Europos, Siria, III sec. Domus ecclesiae. Pianta e spaccato (Krautheimer, 1993) 1doura 3. Ricostruzione dell’aula battesimale di Dura Europos, Yale University Art Gallery. 5aquileia complesso episcopale, p 4. Aquileia, complesso teodoriano, pianta (Longhi, 2003) 5. Roma, complesso lateranense, pianta (De Blaauw, 1994) 6. Roma, Battistero lateranense, pianta (Brandt, 2008) 7laterano e alzato di baldassarre peruzzi, tav 50 7. Baldassarre Peruzzi, Battistero lateranense, pianta. Al nucleo ottagonale si collegano gli oratori dove erano custodite le reliquie (Krautheimer, 1993). http://www.italiavirtualtour.it/virtual_tours/lazio/roma/vt/battistero_lateranense/images/esterno.jpg 8. Roma, Battistero lateranense, interno. Doppio colonnato che delimita il deambulatorio attorno alla vasca (Menander, 2010) 9. Roma, Battistero lateranense, esterno 15batt costantinopoli, p 10. Costantinopoli, Battistero di Santa Sofia, pianta (Falla Castelfranchi, 1992) 13efeso 11. Efeso, San Giovanni E., Battistero, pianta (Falla Castelfranchi, 2008) 12. Efeso, Cattedrale di Santa Maria, Battistero, pianta (Falla Castelfranchi, 2001) 13. Roma, Domus Aurea, sala ottagonale, pianta (archweb) 14. Palazzo Pignano, Villa, peristilio maggiore (Milano capitale, 1990) 15. Tivoli, Villa Adriana, Piazza d’Oro (Cima, 1998) 16. Piazza Armerina, terme con frigidarium centrale (Sfameni, 2006) 17. Roma, Mausoleo di Santa Costanza, pianta http://www.unica.it/UserFiles/Image/Eventi/Roma%20S%5B1%5D.%20Costanza%208.jpg 18. Roma, Mausoleo di Santa Costanza, interno con deambulatorio 19. Roma, Mausoleo di Elena, pianta (Aurea Roma, 2000) 20. Spalato, Palazzo di Diocleziano, mausoleo nel settore S-E, pianta (Antichità Cristiana, 1993) 21. Salonicco, Palazzo di Galerio,, pianta (Sfameni, 2006) 22. Milano, Mausoleo di San Vittore al Corpo, pianta dello scavo (Mirabella Roberti, 1986) 23. V. Seregni, San Vittore al Corpo, pianta (XVI sec). A destra replicato l’ottagono originale, forse un progetto (Pica–Portaluppi, 1934) 24. Milano, Battistero di San Giovanni alle Fonti e area absidale di Santa Tecla (Lusuardi Siena – Sacchi, 2006) 25. Milano, Battistero di San Giovanni alle Fonti, interno 26. Milano, Complesso episcopale, pianta del palinsesto edilizio tra Tarda Antichità e basso Medioevo (Lusuardi Siena – Sannazaro, 2001) piantaalbenga 44,batt 27. Albenga, Battistero, pianta (Falla Castelfranchi, 2008) 28. Albenga, Battistero, interno http://www.ssno.it/img/051.jpg http://www.diocesinovara.it/novara/allegati/771/002332.jpg 29. Novara, Battistero, pianta (Frigerio, 2001) 30. Novara, Battistero, interno 32. Como, Battistero di San Giovanni in Atrio, pianta (Reggiori, 1935) 33. Milano, Battistero di Santo Stefano alle Fonti, pianta della vasca battesimale, solo elemento conservato (Lusuardi ,2012) 31. Brescia, Battistero di San Giovanni, pianta (Sannazaro, 2007) 11capua,p 34. Capua, Battistero, pianta (Falla Castelfranchi, 1992) http://1.bp.blogspot.com/-196SKD000zg/TuJMWfaxgJI/AAAAAAAACAY/a-DKA1vAG3s/s1600/pbattistero+neoniano.jpg 35. Ravenna. Battistero degli Ortodossi, pianta 36. Lucca, Battistero, prima fase, pianta (Ciampoltrini, 2001) 37. Pisa, Battistero, prima fase, pianta (Pani Ermini – Stiaffini, 1985) 38. Pisa, Battistero di prima fase, evidenze archeologiche (Frati, 2011) http://www.archeologia.unifg.it/ricerca/scavi/sangiovanni/assets/Sgiovanni2%20copia.jpg 39. Canosa, Battistero, pianta (Volpe, 2007) http://www.alboscuole.it/imgArt.aspx?CA=w0r0he0707v1d8tr1715p2j3ug2320a3n0ft3437n4h5sv4543-44647 http://ambientesa.beniculturali.it/BAP/files/images/planimetria.JPG 40-41. Nocera Superiore, Battistero di Santa Maria Maggiore, pianta e interno 42. Mergozzo, Battistero di San Giovanni in Montorfano,, piante (Pejrani Baricco, 2001) 43. Isola Comacina, Battistero, piante e fasi costruttive (Fiocchi Nicolai-Gelici, 2001) 45. Riva San Vitale, Battistero, facciata http://www.ssno.it/img/022_tn.gif 46. Baveno, Battistero, pianta (Frigerio 2001) http://www.ilpiceno.it/public/foto/ascoli_piceno/battistero/battistero1.jpg 23rivasanvitale 47. Ascoli Piceno, Battistero, facciata 44. Marcellianum, Battistero, pianta, (Martorelli, 2001) 19lomellopianta, p 48. Lomello, Battistero, pianta (Bonelli, 1997) 49. Cureggio, Battistero, pianta (pejrani Baricco, 2001) http://www.cmpiambello.it/images/stories/turismo/Itinerari_nella_fede/Battistero_Arcisate/Pianta/Pianta_battistero_Arcisate.png 50. Arcisate, Battistero, pianta 28san ponsopianta 51. San Ponso Canavese, Chiesa pievana e battistero, pianta (Pejrani Baricco, 1982) 53. Torcello, Battistero prima fase, pianta (Fiocchi Nicolai - Gelichi, 2001) 54. Lucera, Complesso di San Giusto con battistero, pianta Fiocchi Nicolai - Gelichi, 2001) File:Baptisterium Apsis Zisterne.jpg File:Baptisterium Apsis Zisterne.jpg 55. Riva San Vitale, Battistero, seconda fase, abside aggiunta 52. Palazzo Pignano, Rotonda, pianta. Frammento del battistero in basso a destra (Rotonde d’Italia, 2008) https://htmlcdn.scribd.com/7uylqe9q801wdwnf/images/126-232ef83497.jpg 56. Novara, Battistero, seconda fase, sopraelevazione del tiburio 26settimo 27settimo 58. Settimo Vittone, Pieve e battistero, esterno 16fasi aosta 57. Settimo Vittone, Pieve e battistero, con successivo elemento di raccordo tra i corpi. Pianta (Pontò, 1982) 59. Schema delle fasi di restringimento della piscina della cattedrale di Aosta (Falla Castelfranchi, 2008) 60 . Anoni mo, S acra mentario di W ar mond o d’Ivr ea, N ativit à , f . 17 v .. ( S acra m e ntari u m epis copi W arm und i , 1990 ) 61 . Ano ni mo, Sacra ment ario di W ar mo ndo d ’Ivr ea, Battesim o pasquale , f . 61 v .. ( Sa cr a m e nta r iu m episcop i W arm und i , 1990 ) 62. Anonimo, Consacrazione del fonte, Benedizionale dell’Archivio Metropolitano di Bari (Exultet, 1994) 63. Anonimo, Istituzione del battesimo, Benedizionale della Biblioteca Casanatense CAS. 724 (B 1 13) 2, (Exultet, 1994) 64. Galliano, Battistero, pianta (Chierici, 1991) 73,galliano, p 80,PICT0010 65. Galliano, Battistero, interno, piano rialzato 66. Milano, Sacello di San Satiro, pianta 59piantamariano 67. Mariano Comense, Battistero, pianta (Blockley - Zopfi, 1999- 2000) http://www.settemuse.it/viaggi_italia_piemonte/foto_biella/biella_citta/biella_battistero.jpg 68. Biella, Battistero, esterno 89,arsago,p 69. Arsago Seprio, Battistero, pianta (Chierici, 1991) 102,PICT0005 64,DSCN3910 70. Arsago Seprio, Battistero, galleria rialzata 71. Varese, Battistero, tribuna rialzata Oggiono---34esterno---abside 48agliatepianta, pl http://www.medioevo.org/artemedievale/Images/Piemonte/AgrateConturbia/DSCN3194s.jpg 72. Oggiono, Battistero, esterno 73. Agliate, Battistero, pianta (Chierici, 1991) 74. Agrate Conturbia, Battistero, esterno http://www.comune.velezzolomellina.pv.it/Pers/Foto/Ft_Big_2.jpg 75. Velezzo Lomellina, Battistero, esterno con esonartece http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/4/4c/Battistero_Piazza_del_Duomo,_Pisa.jpg http://www.ufficiodelturismo.it/images/ita/ven-pd-battistero.jpg 76. Pisa, Battistero, seconda fase, esterno 77. Padova, Battistero, esterno 78. Pistoia, Battistero , pianta (Longhi 2003) 79. Parma, Battistero, pianta (Longhi, 2003) http://www.lakinzica.it/wp-content/uploads/2013/01/Linterno-el-Battistero-di-Volterra-foto-D.Papalini.jpg 80. Volterra, Battistero, interno 81. Sant’Appiano, Battistero, pianta, http://www.cremonaitaly.it/wp-content/uploads/2012/10/Fonte-battesimale-290x290.jpg 82. Cremona, Battistero, interno. Lungo il perimetrale corrono specchiature che ripartiscono la parete e rievocano il tema della nicchia 83. Cremona, Battistero, pianta (Longhi, 2003) http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/5/5b/Battistero_di_firenze,_interno_01_porta_del_paradiso.JPG 86. Firenze, Battistero di San Giovanni, prospetti interni con galleria al piano superiore 84. Firenze, Battistero, pianta (Longhi, 2003) http://media-cdn.tripadvisor.com/media/photo-s/03/a3/f0/ac/cattedrale-di-cremona.jpg 85. Cremona, Battistero, interno. Doppio registro di gallerie http://images-00.delcampe-static.net/img_large/auction/000/098/805/290_001.jpg 89. Castiglione Olona, Battistero, interno verso l’abside. Ciclo pittorico con Storie del Battista di Maolino da Panicale (1435) http://www.santaluciacava.it/images/gioco_PISA_BATTISTERO_INTERNO1.jpg http://www.cattedrale.parma.it/img/crono-catt/A81-pag130.jpg 87. Parma, Battistero, interno. Doppia galleria a colonne trabeate senza parapetti 88. Pisa, Battistero, interno. Galleria anulare sopra il deambulatorio del piano terreno 4treviri 90. Treviri, Gruppo episcopale tardoantico, pianta (Longhi, 2003) 42anastasis costantiniana 91. Gerusalemme, Complesso del Santo Sepolcro, pianta. A sinistra la basilica del Martyrium, a destra la rotonda dell’Anastasis (Heitz, 1974) 92 E . Bignam i, Planim etria dello scavo del 1870 ( Ruine , 1870 ) 93. Milano, Complesso di San Lorenzo Maggiore, pianta. I sacelli ottagonali propongono le diverse forme di recessi in spessore di muro (La basilica di S. Lorenzo, 1985) 94. Milano, Sacello di Sant’Aquilino, pianta (La basilica di S. Lorenzo, 1985) 95. Milano, Battistero di San Giovanni alle Fonti, pianta (Mirabella Roberti, 1967) DSCN7013 96. Milano, Battistero di San Giovanni alle Fonti, ricostruzione del settore occidentale (Mirabella Roberti, 1967) 97. Milano, Sacello di Sant’Aquilino, esterno 98. Milano, Sacello di Sant’Aquilino, spaccato (De Angelis D’Ossat, 1969) 99. Milano, Sacello di Sant’Aquilino, galleria al piano superiore 100-101. Ricostruzione dei capitelli da frammenti rinvenuti in San Giovanni alle Fonti. A destra il capitello corinzio del registro inferiore, a sinistra capitello schematico dell’ordine superiore (Lusuardi-Sacchi, 2004) 103. Milano, Battistero di San Giovanni, part. della pianta. In alto i frammenti murari del vano antistante l’ingresso Est 102. Spalato, Mausoleo di Diocleziano (La Basilica di S. Lorenzo) http://www.ilgiornaledellarte.com/immagini/IMG20100311112832380_900_700.jpeg 104. Milano, Battistero di San Giovanni alle Fonti, pavimentazione marmorea a losanghe bianche e nere. In alto il sistema di canalizzazione delle acque, in direzione della nicchia meridionale 105. Milano, Battistero di San Giovanni alle Fonti, frammenti di decorazione pittorica a quadripetali e ricostruzione della fasce marmoree con tarsie sciolte (Piazza del Duomo, 2009) 106. Milano, Battistero di San Giovanni alle Fonti, ricostruzione dei sectilia parietali (Piazza del Duomo, 2009) 107. Milano, Battistero di San Giovanni alle Fonti, part. portale Est di età romanica, con segni di graffitura aspina pesce (Fieni, 2008) 108. . Milano, Battistero di San Giovanni alle Fonti, stratigrafia del prospetto esterno orientale (Fieni, 2008) 109 . Mila no, Ba ttister o di S an Giova nni alle Fon ti . Ipo tesi ric ostr utt iva de i cancell i at to rno alla vasca ba ttesi male, co n le apertur e disposte ad Est, dove si disponeva il vescovo, e ad Ovest, da dove pr ovenivano i ca ndid ati 111-112. Milano, Battistero di San Giovanni alle Fonti, pitture murali della nicchia meridionale. A destra il nimbo con punzoni a fiori, a sinistra figura di devota inginocchiata al cospetto di un santo (fine XIV- metà XV secolo) (Bossaglia, 1978) http://www.webalice.it/virnamaria/affresco%20battistero%20di%20s.ambrogio-045.jpg 110. Milano Battistero di San Giovanni alle Fonti, palinsesto pittorico nicchia Nord-Est. Sulla desta le due figure di astanti, nella fascia superiore il porco in posa araldica (XII-XIII sec.) 1 13 . Milano, Battister o di San Giovanni alle Fonti. Sovrapposizione delle planim etrie di E. Bignam i e di M. Mirabella Roberti. Si oserva la coincidenza dell’am biente H con l’ar ea del pilastr o angolar e Sud - Ov est. (Ela bo ra zio ne G. Sanzi ) 114. Milano, Battistero di San Giovanni alle Fonti. Ricostruzione della situazione archeologica dell’angolo S-W nel 1870. In rosso la parte vista da Bignami, secondo le sue misure, in giallo la prosecuzione delle murature 115. Milano, Battistero di San Giovanni alle Fonti. Ipotesi di ricostruzione del sistema scalare presso l’angolo S-W. In grigio i gradini cui è stata data un’alzata media di 25 cm. 116. Milano, Battistero di San Giovanni alle Fonti. Ipotesi di ricostruzione del sistema scalare presso l’angolo S-W. In grigio la scala corrente dietro la parete della nicchia 117-118. Arsago Seprio, Battistero, accesso settentrionale alla galleria e scale correnti tra il muro perimetrale e la parete posteriore della nicchia N-E 119. G. P. Puricelli, Milano, gruppo episcopale, copia da disegno anonimo del ‘400 (Pracchi, 1996) 120. N. Sormani, Milano, gruppo episcopale, copia da disegno anonimo del ‘400 (Pracchi, 1996) 124-125. Milano, Sacello di Sant’Aquilino, pitture della galleria che rievocano le incrostazioni marmoree dell’aula (La basilica di S. Lorenzo, 1985) 121-122-123. Serie dei tre ottagoni milanesi: San Gregorio, San Giovanni alle Fonti, Sant’Aquilino 126-127. Milan o, Sacello di Sant’Aquilino, scala tangente la nicchia settentrionale e porta di accesso al sistema scalare interno alla muratura 128. Giuliano da Sangallo, Planimetria del complesso laurenziano di Milano, dal Taccuino Senese (Monneret De Villard, 1917) 129. Anonimo Fabriczy , Complesso di San Vittore al Corpo. A destra il mausoleo ottagonale con galleria esterna e finestra sottostante coincidente al piano elevato, Stoccarda Staatsgalerie 83,PICT0066 75439 130. Galliano, Battistero, galleria sopraelevata 131. Arsago Seprio, Battistero, galleria sopraelevata e copertura 132. Firenze, mappa distributiva delle basiliche paleocristiane. Fuori le mura: San Lorenzo, in alto , Santa Felicita, in basso. Dentro le mura: Santa Reparata, in alto, Santa Cecilia, in basso (Scampoli, 2011) 133. Firenze, Battistero di San Giovanni, esterno visto da Ovest. A sinistra la scarsella (Paolucci, 1994-II) 134. Firenze, Complesso episcopale. Planimetria generale dello scavo (D. Cardini, 1996) 135. Firenze, Facciata del Palazzo vescovile prima della demolizione (Galli, 1916) 136. Firenze, Resti di pavimenti musivi della domus sotto piazza del Duomo (Galli, 1916) 137. Firenze, Battistero di San Giovanni, scavi presso la scarsella. Frammento della prima abside semicircolare (Galli, 1916) 138 . Fir en ze , Ar ea del Palazzo vescovile e del battister o, pianta degli sca vi (Galli, 1916 ) 139. B. Buontalenti, Battistero di San Giovanni, pianta. In rilievo le strutture di separazione del coro e del fonte. Firenze, Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi 2483 A, r (Morolli, 1994) 140. Firenze, Battistero di San Giovanni, fondazione dell’altare maggiore sotto la scarsella (Galli, 1916) 141. Firenze, Battistero di San Giovanni, interno dell’ottagono centrale in pietra forte (Toker, 1975) 143. Firenze, Battistero di San Giovanni, a destra esterno della fondazione ottagonale, a sinistra fondazione vasca sussidiaria (M. Cardini, 1996) 142. Firenze, Battistero di San Giovanni, perimetro interno dell’ottagono centrale (M. Cardini, 1996) 144. Firenze, Battistero di San Giovanni, Ricostruzione ottagono centrale con blocco quadrato interno (Garzelli, 1969) 145. Firenze, Battistero di San Giovanni, doppia fondazione dell’edificio. A destra il muro perimetrale, a sinistra il guscio interno. La base della colonna insiste sia sulla seconda fondazione, sia sulla risega del circuito esterno (M. Cardini, 1996) 147. G. Castellucci, Fonte Neo Romanico del battistero di Firenze (Toker, 1975) 146. Firenze, Battistero di San Giovanni, fonte battesimale trecentesco di scuola orcagnesca (Paolucci, 1994, II) 148. Firenze, Battistero di San Giovanni, canale d’immissione dell’acqua nell’ottagono centrale (M. Cardini, 1996) 149. Firenze, Battistero di San Giovanni, imbocco del pozzo nella panca del prospetto S-W (M. Cardini, 1996) 151-152. F. Toker, Ipotesi ricostruttiva della fondazione centrale, a sinistra, e ipotesi ricostruttiva del primitivo battistero sull’ottagono centrale (Toker, 1975) 150. Firenze, Battistero di San Giovanni, part. della pianta con sistema di canalizzazione delle acque. All’esterno, sulla destra l’impluvium dell’abitazione romana (D. Cardini, 1996) 153. Firenze, Complesso episcopale tardoantico, planimetria generale. Al centro il piccolo battistero ipotizzato da Toker (Scamoli, 2011) 154, Firenze, Basilica di Santa Reparata, pianta con ipotesi di distribuzione del battistero antico dietro l’abside (Scampoli, 2011) 155. Firenze, Battistero di San Giovanni, interno, prospetto N-W. Ordine del piano terra: a sinistra la tomba del vescovo Ranieri, al centro quella di Giovanni XXIII separate e incorniciate dagli elementi verticali (Paolucci, 1994, II) 156. Firenze, Santa Reparata, fase romanica (Scampoli, 2011) http://www.limen.org/bbcc/tutela/conservazione%20delle%20citt%E0/toscana/firenze/torri/Affresco-Bigallo-mini.gif http://www.arnolfofirenze.it/stampa/immagini_thumb/28l_S.jpg 157. Cerchia di Bernardo Daddi, Madonna della Misericordia, part. Ospedale del Bigallo, 1352 158. Pietro Nelli?, L’arrivo dei frati minori a Firenze, part. Firenze, Museo dell’Opera di Santa Croce, fine XIV sec. 159. Firenze, Battistero di San Giovanni, pianta del piano terreno (Pietramellara, 1973). In rosso il perimetrale poggiante sull’anello esterno, con i cantonali sporgenti sulla fondazione interna; in viola le colonne insistenti sul secondo guscio 160. Firenze, Battistero di San Giovanni, pianta del primo piano (Pietramellara, 1973). In giallo i setti trasversali della galleria, elemento di connessione tra i due gusci, come le sottostanti leghe che connettono le colonne al perimetrale al livello dei capitelli 161. Firenze, Battistero di San Giovanni, sezione E-W (Pietramellara, 1973). http://farm5.staticflickr.com/4107/4979620836_6b47bfca74_m.jpg http://www.foliamagazine.it/wp-content/uploads/2013/11/Il-Battistero-visto-dallalto.jpg 162. Firenze, Battistero di San Giovanni, cupola a padiglione ottagonale 163. Firenze, Battistero di San Giovanni, copertura esterna e lanterna sommitale 164-165. Firenze, Battistero di San Giovanni, scarsella introdotta sul lato W al principio del XIII sec. A destra lato N con porta d’accesso e panca per la seduta (Paolucci, 1994) http://www.comune.pistoia.it/media/scheda_34b.gif http://farm3.staticflickr.com/2866/10005301976_25f6f4e22f.jpg 166. Pisa, Battistero, interno. Fonte battesimale ottagono con pozzetti cantonali 167. Pistoia, Battistero, interno. Fonte battesimale quadrato con pozzetti cantonali 168. G. Da Sangallo, Battistero, pianta. Al centro del disegno annota il solo blocco ottagonale. Roma, Biblioteca Apostolica Vaticana, Barb. Lat. 4424 (Morolli, 1994) 169. Ottimo Commento alla Divina Commedia, illustrazione XIX canto. Ipotesi per il fonte fiorentino. Roma, Biblioteca Apostolica Vaticana, Barb. Lat. 4103 /Tavoni, 1994) http://www.juzaphoto.com/shared_files/uploads/287255.jpg http://ilgiornaledellarte.com/immagini/IMG20120402174751825_900_700.jpeg 170. Firenze, Battistero di San Giovanni, fonte trecentesco, part. Sacerdote battezza i fanciulli (Paolucci, 1994) 171. Altare d’argento del Battistero di Firenze, part. 1366-metà XV sec. Firenze Museo dell’Opera del Duomo 172. Pisa, Battistero, interno. Al centro la vasca rialzata collegata al coro, sulla destra del quale è disposto il pulpito. Attorno corre il deambulatorio anulare su cui poggia la galleria 173 . Fir enze, Ba ttister o di San G iova nni . Ri costruzione sull a pia n ta del Buo ntale nti : in verde la r ecinzione di fonte e pr esbi terio ; in r osso l’alt ar e ; in ara ncione le sedute del p r esbiterio ; in g iallo le sedute esterne . A dest ra del cor o il pul pi to in legno . I tri angol i vio l a ind icano le qu attr o to mbe : A - Ra nieri, B - Giov ann i XX III, C - Guccio de’ Medici, D - Giovanni da V elletri A B C D 175-176. Firenze, Battistero di San Giovanni, pitture bicrome della galleria, XIII sec. A sinistra lunetta interna della bifora e setti radiali del lato S; a destra setto del lato N-W(Paolucci, 1994-II) 177. Firenze, Battistero di San Giovanni, pitture bicrome della galleria, XIII sec. Lato S-W. A destra l’accesso al secondo ballatoio tra la cupola e la galleria; a sinistra apertura nel setto radiale per la deambulazione ne i corridoi (Paolucci, 1994.II) 178. . Firenze, Battistero di San Giovanni, tarsie marmoree del pavimento, settore N-W, XIII sec. (Paolucci, 1994-II) 179. Milano, Battistero di San Giovanni alle Fonti, ricostruzione tarsie a petali sciolti (Piazza del Duomo, 2009) 180. Milano, Sacello di Sant’Aquilino, pitture a motivi geometrici della galleria (La Basilica di S. Lorenzo, 1985) Mappa battisteri 181. Mappa della distribuzione degli edifici battesimali in Italia tra Tarda Antichità e pieno Medioevo, con particolare riferimento a Lombardia e Toscana. In rosso i centri episcopali, in verde le sedi plebane http://www.foliamagazine.it/wp-content/uploads/2013/11/Interno-del-Battistero.-Il-lato-est-e-i-lati-adiacenti.jpg http://www.roma-o-matic.com/img/monumento/22-1.jpg 182. Firenze, Battistero di San Giovanni, interno 183. Roma, Pantheon, interno http://ids.lib.harvard.edu/ids/view/view/24189557?viewheight=421&height=421&width=600&viewwidth=600 184. Neri di Bicci, Incontro tra i santi Ambrogio e Zanobi, R. M. Hurd Collectio, New York, tempera su tavola (Harvard.edu) 185. Ipotesi di riduzione dei percorsi generali, battesimali e stazionali, nei complessi episcopali di Roma (De Blaauw), Milano e Firenze, in rosso (A- De Blaauw, 1994; B- Lusuardi Siena-Sannazaro, 2001; C- Scampoli, 2011) A B C http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/3/33/Milano_Lorenzomaggiore.01.JPG 186. Milano, Sacello di Sant’Aquilino, esterno. Gli angoli sono rimarcati da paraste «a libro» su plinti. La cornice marcapiano e le finestre delimitano il volume della galleria interna. Sotto il tetto la galleria di alleggerimento 187. Milano, Sacello di Sant’Aquilino, pianta, part.. Nel cantonale si dispiegano le scale per il secondo piano (La Basilica di S. Lorenzo, 1985) 188. Milano, Battistero di San Giovanni alle Fonti. Ipotesi ricostruttiva dell’alzato su traccia degli archeologi (Lusuardi Siena). A destra inserimento delle scale in spessore di muro, senza cui non si darebbe il secondo piano. Al centro il recinto del fonte; in blu posizionamento di altare nella nicchia N-E, in azzurro posizionamento di altare nella galleria 189. Milano, Battistero di San Giovanni alle Fonti, pianta (Lusuardi Siena-Sacchi, 2006) 190. Firenze, Battistero di San Giovanni. Ipotesi ricostruttiva dell’edificio prima della posa del rivestimento. Si osserva una scansione dei prospetti analoga a quella di Sant’Aquilino a Milano (Elaborazione G. Sanzi) 191. Confronto tra le porzioni angolari. A sinistra l’angolo S-E del battistero milanese, a destra l’angolo N-E dell’edificio fiorentino 192 . Ra ffr o nti alza to e pi ant a : Mila no, S an G iova nni alle Fo nti – Mi lano, S ant ’A quili no – Fir enze, Sa n Giovanni 193, Firenze, Battistero di San Giovanni. Ipotesi sullo svolgimento dei percorsi durante le feste precipue. In giallo i movimenti del clero: ingresso dal portale maggiore E, circuito del fonte, presbiterio. In blu i movimenti dei laici: dalle porte laterali in direzione delle sedute 194. Firenze, Battistero di San Giovanni. Ipotesi sullo svolgimento delle elemosine. Accesso dalla porta laterale e distribuzione nell’area antistante http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/7/72/Vitale_da_bologna,_quauutro_storie_di_sant'antonio_abate,_1340-1345_circa_04.jpg 195. Vitale da Bologna, Sant’Antonio esorcizza la fontana, part. Bologna, Pinacoteca nazionale 1345 ca. http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/b/b8/Mystic_m.jpg 196. Michelino da Besozzo, Nozze Mistiche di santa Caterina con i santi Giovanni B e Antonio, Siena, Pinacoteca Nazionale, 1420 ca. 197. Ambrogio Lorenzetti, polittico, part. coi santi Giovanni B. e Antonio, North Carolina Museum of Art, 1350-1370 198. Milano, Battistero di San Giovanni alle Fonti, ipotesi sui percorsi all’interno della chiesa parrocchiale. In viola itinerario del clero, dal portale E verso l’altare; in rosso movimenti dei laici, dai portali laterali, intorno al fonte 199. Milano, Battistero di San Giovanni alle Fonti, tomba nicchia E 200. Giovannino de’ Grassi, Il battesimo di Agostino, Beroldo nuovo, cod. 2262, Milano, Biblioteca Trivulziana 201. I battisteri di Milano e Firenze, sezioni (Lusuardi-Siena, 2007 – Pietramellara, 1973)