La tesi affronta un aspetto specifico delle politiche relative alla mobilità territoriale in periodo fascista, ovvero quello della creazione di un'agenzia governativa incaricata di controllare e dirigere gli spostamenti dei gruppi di lavoratori, all'interno e all'esterno del territorio italiano. L'ipotesi di fondo è che nel corso della cosiddetta fase tecnocratica del fascismo alcuni autorevoli funzionari dell'amministrazione centrale, tra cui Carlo Petrocchi e Giuseppe De Michelis, recuperarono vecchi progetti socialisti per elaborare un progetto di intervento pubblico nel campo della mobilità territoriale. La chiusura degli sbocchi migratori e la soppressione del Commissariato generale dell'emigrazione, osteggiato dagli ambienti nazionalisti, imposero un ripensamento complessivo della questione. Nel 1926 nacque il Comitato permanente per le migrazioni interne, sotto il Ministero dei lavori pubblici: un servizio che avrebbe dovuto gestire i movimenti dei lavoratori dalle zone caratterizzate da una 'disoccupazione moderna', in quanto investite da dinamiche di trasformazione produttiva, a quelle depresse, dove concentrare gli investimenti pubblici. I suoi lavori si arrestarono ad un'importante attività di studio, dagli scarsi risultati pratici. Solo nel 1931, con l'intervento del sindacalista fascista Luigi Razza, questo Comitato venne valorizzato e trasformato in un ente autonomo, sotto la protezione della Presidenza del Consiglio. Il nuovo Commissariato per le migrazioni interne e la colonizzazione si occupò, fino alla fine del fascismo, della gestione delle migrazioni di gruppo, sia di quelle spontanee che di quelle veicolate dallo Stato. Alcuni trai suoi più importanti funzionari traghettarono poi nel Ministero del Lavoro dei governi repubblicani.
Governare la mobilità. Il servizio statale delle migrazioni nell'Italia fascista
GALLO, STEFANO
2008
Abstract
La tesi affronta un aspetto specifico delle politiche relative alla mobilità territoriale in periodo fascista, ovvero quello della creazione di un'agenzia governativa incaricata di controllare e dirigere gli spostamenti dei gruppi di lavoratori, all'interno e all'esterno del territorio italiano. L'ipotesi di fondo è che nel corso della cosiddetta fase tecnocratica del fascismo alcuni autorevoli funzionari dell'amministrazione centrale, tra cui Carlo Petrocchi e Giuseppe De Michelis, recuperarono vecchi progetti socialisti per elaborare un progetto di intervento pubblico nel campo della mobilità territoriale. La chiusura degli sbocchi migratori e la soppressione del Commissariato generale dell'emigrazione, osteggiato dagli ambienti nazionalisti, imposero un ripensamento complessivo della questione. Nel 1926 nacque il Comitato permanente per le migrazioni interne, sotto il Ministero dei lavori pubblici: un servizio che avrebbe dovuto gestire i movimenti dei lavoratori dalle zone caratterizzate da una 'disoccupazione moderna', in quanto investite da dinamiche di trasformazione produttiva, a quelle depresse, dove concentrare gli investimenti pubblici. I suoi lavori si arrestarono ad un'importante attività di studio, dagli scarsi risultati pratici. Solo nel 1931, con l'intervento del sindacalista fascista Luigi Razza, questo Comitato venne valorizzato e trasformato in un ente autonomo, sotto la protezione della Presidenza del Consiglio. Il nuovo Commissariato per le migrazioni interne e la colonizzazione si occupò, fino alla fine del fascismo, della gestione delle migrazioni di gruppo, sia di quelle spontanee che di quelle veicolate dallo Stato. Alcuni trai suoi più importanti funzionari traghettarono poi nel Ministero del Lavoro dei governi repubblicani.| File | Dimensione | Formato | |
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https://hdl.handle.net/20.500.14242/127499
URN:NBN:IT:UNIPI-127499