La questione della strutturazione delle istituzioni formali e totalizzanti emerge in stretta e complessa correlazione con la criticità della definizione dell’identità, intesa sia dal punto di vista sociale che personale. Partendo dal presupposto che il Self di un individuo non si auto-genera, ma si forma in una dimensione di continuità con i riconoscimenti interpersonali ottenuti dall’ordine sociale e dai soggetti con cui si è in una situazione di con-presenza, si asserisce che la reazione altrui assicura una re-identificabilità sociale che assurge a membri di una comunità. Il contesto sociale intersoggettivo riveste dunque una centralità nella riflessione, al pari della costruzione e della de-costruzione del soggetto: possedere un Self significa essere capaci di fare esperienza di sé in maniera completa ed indivisa, anche in relazione con se stessi. Ma nelle istituzioni totali il soggetto si fa oggetto, prodotto di una situazione e risultante di una pratica di riqualificazione della condotta entro confini socialmente riconosciuti e tramandati. L’obiettivo è il tipizzare, il rendere riconoscibile un Sé non allineato, non interpretabile e collocabile in alcuna categoria classificatoria. Per questo emergono come necessarie tecniche di recupero della pienezza del Self: narrazioni di sé attraverso particolari tecniche performative che concedano nuovamente all’individuo frammentato di autoriconoscersi come soggetto pieno, totale, indiviso. Tra le varie tecniche per la ricostruzione del Sé, si evidenzia il ruolo svolto dal teatro sociale nei particolari contesti di disagio ed asimmetria, quali sono le “periferie”: carceri, centri diurni, strutture per disabili, quartieri ghetto ecc... Sono tutti luoghi di devianza, in cui chi vi dimora è immerso in una condizione di difficoltà. Ma la follia, la detenzione, la fame, il razzismo, la criminalità diventano all’unisono cause scatenanti di una domanda sulla natura umana e sulle sue interazioni, e che trovano voce proprio nell’espressione creativa. Attraverso tale metodologia si ricongiungono i principi di etica ed estetica che hanno significato delle origini, e si riprende la tradizione teatrale occidentale, che dai tempi dell’antica Grecia ha da sempre raccontato tematiche universali. E la rappresentazione performativa, con i suoi meccanismi, le dinamiche relazionali, le sue riflessioni e i suoi conflitti, la fusione dei linguaggi e la forte espressività emerge come una delle pratiche sociali più adatte a ricomporre i frammenti del Self.

La pratica teatrale come tecnologia del Sé. Le istituzioni totali e la de-strutturazione della soggettività

PSAROUDAKIS, IRENE
2011

Abstract

La questione della strutturazione delle istituzioni formali e totalizzanti emerge in stretta e complessa correlazione con la criticità della definizione dell’identità, intesa sia dal punto di vista sociale che personale. Partendo dal presupposto che il Self di un individuo non si auto-genera, ma si forma in una dimensione di continuità con i riconoscimenti interpersonali ottenuti dall’ordine sociale e dai soggetti con cui si è in una situazione di con-presenza, si asserisce che la reazione altrui assicura una re-identificabilità sociale che assurge a membri di una comunità. Il contesto sociale intersoggettivo riveste dunque una centralità nella riflessione, al pari della costruzione e della de-costruzione del soggetto: possedere un Self significa essere capaci di fare esperienza di sé in maniera completa ed indivisa, anche in relazione con se stessi. Ma nelle istituzioni totali il soggetto si fa oggetto, prodotto di una situazione e risultante di una pratica di riqualificazione della condotta entro confini socialmente riconosciuti e tramandati. L’obiettivo è il tipizzare, il rendere riconoscibile un Sé non allineato, non interpretabile e collocabile in alcuna categoria classificatoria. Per questo emergono come necessarie tecniche di recupero della pienezza del Self: narrazioni di sé attraverso particolari tecniche performative che concedano nuovamente all’individuo frammentato di autoriconoscersi come soggetto pieno, totale, indiviso. Tra le varie tecniche per la ricostruzione del Sé, si evidenzia il ruolo svolto dal teatro sociale nei particolari contesti di disagio ed asimmetria, quali sono le “periferie”: carceri, centri diurni, strutture per disabili, quartieri ghetto ecc... Sono tutti luoghi di devianza, in cui chi vi dimora è immerso in una condizione di difficoltà. Ma la follia, la detenzione, la fame, il razzismo, la criminalità diventano all’unisono cause scatenanti di una domanda sulla natura umana e sulle sue interazioni, e che trovano voce proprio nell’espressione creativa. Attraverso tale metodologia si ricongiungono i principi di etica ed estetica che hanno significato delle origini, e si riprende la tradizione teatrale occidentale, che dai tempi dell’antica Grecia ha da sempre raccontato tematiche universali. E la rappresentazione performativa, con i suoi meccanismi, le dinamiche relazionali, le sue riflessioni e i suoi conflitti, la fusione dei linguaggi e la forte espressività emerge come una delle pratiche sociali più adatte a ricomporre i frammenti del Self.
7-gen-2011
Italiano
Interazionismo Simbolico
istituzioni totali
Self
teatro
Salvini, Andrea
File in questo prodotto:
File Dimensione Formato  
irene_psaroudakis_tesi_phd___la_pratica_teatrale_come_tecnologia_del_S.pdf

accesso aperto

Tipologia: Altro materiale allegato
Licenza: Tutti i diritti riservati
Dimensione 1.78 MB
Formato Adobe PDF
1.78 MB Adobe PDF Visualizza/Apri

I documenti in UNITESI sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.

Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/20.500.14242/129297
Il codice NBN di questa tesi è URN:NBN:IT:UNIPI-129297