La presenza di comorbidità definite con il Charlson comorbidity index (CCI) e l'indice di massa corporea (BMI) hanno significato prognostico nei pazienti che ricevono trattamento continuo con inibitori delle tirosino-chinasi. In questo lavoro abbiamo valutato l'impatto del CCI e del BMI sulle risposte cliniche, le tossicità e l'outcome di una coorte di 402 pazienti affetti da Mielofibrosi trattati con ruxolitinib in 23 centri ematologici europei. L’età mediana della coorte era 64 anni (range, 39-89), con prevalenza del sesso maschile (52.4%). In tutto 198 pazienti (49.2%) non avevano comorbidità, 128 (31.8%) avevano un CCI di 1-2 e 76 pazienti (40.7%) avevano un CCI maggiore o uguale a 3. Le più comuni comorbidità erano rappresentate da malattia vascolare periferica (14%), precedente tumore (13.5%), diabete (10%) e epatopatia (9.6%). Secondo il BMI, il 3.2% dei pazienti era sottopeso (BMI <18.5), il 59.2% era normopeso (BMI 18.5-25), il 32.4% era sovrappeso (BMI 25-30) e il 5.2% era obeso (BMI >30). Per quanto riguarda l’efficacia del trattamento, un CCI superiore o uguale a 3 non comportava una minore risposta in termini di riduzione della splenomegalia, (p=0.68) o dei sintomi (p=0.11). Tuttavia, i pazienti con comorbidità presentavano più frequentemente anemia durante il trattamento (p=0.03). Il BMI non si associava a differenze statisticamente significative in termini di risposte su milza (p=0.57) e sintomi (p=0.49) o di tossicità (p=0.95). La presenza di comorbidità e il sottopeso (BMI <21.9), correlavano invece significativamente con una ridotta sopravvivenza (p<0.001 e p=0.02, rispettivamente). L’ottenimento della risposta sulla splenomegalia a 6 mesi sembrava annullare il significato prognosticamente sfavorevole delle comorbidità sull’outcome. In conclusione, nei pazienti affetti da Mielofibrosi trattati con ruxolitinib, il BMI e il CCI, non influenzavano l’ottenimento di risposte cliniche su splenomegalia e sintomi costituzionali; tuttavia, contribuivano a identificare un gruppo di pazienti che necessita di un più attento monitoraggio.
L'impatto delle comorbidità e del BMI nei pazienti affetti da Mielofibrosi trattati con ruxolitinib
2019
Abstract
La presenza di comorbidità definite con il Charlson comorbidity index (CCI) e l'indice di massa corporea (BMI) hanno significato prognostico nei pazienti che ricevono trattamento continuo con inibitori delle tirosino-chinasi. In questo lavoro abbiamo valutato l'impatto del CCI e del BMI sulle risposte cliniche, le tossicità e l'outcome di una coorte di 402 pazienti affetti da Mielofibrosi trattati con ruxolitinib in 23 centri ematologici europei. L’età mediana della coorte era 64 anni (range, 39-89), con prevalenza del sesso maschile (52.4%). In tutto 198 pazienti (49.2%) non avevano comorbidità, 128 (31.8%) avevano un CCI di 1-2 e 76 pazienti (40.7%) avevano un CCI maggiore o uguale a 3. Le più comuni comorbidità erano rappresentate da malattia vascolare periferica (14%), precedente tumore (13.5%), diabete (10%) e epatopatia (9.6%). Secondo il BMI, il 3.2% dei pazienti era sottopeso (BMI <18.5), il 59.2% era normopeso (BMI 18.5-25), il 32.4% era sovrappeso (BMI 25-30) e il 5.2% era obeso (BMI >30). Per quanto riguarda l’efficacia del trattamento, un CCI superiore o uguale a 3 non comportava una minore risposta in termini di riduzione della splenomegalia, (p=0.68) o dei sintomi (p=0.11). Tuttavia, i pazienti con comorbidità presentavano più frequentemente anemia durante il trattamento (p=0.03). Il BMI non si associava a differenze statisticamente significative in termini di risposte su milza (p=0.57) e sintomi (p=0.49) o di tossicità (p=0.95). La presenza di comorbidità e il sottopeso (BMI <21.9), correlavano invece significativamente con una ridotta sopravvivenza (p<0.001 e p=0.02, rispettivamente). L’ottenimento della risposta sulla splenomegalia a 6 mesi sembrava annullare il significato prognosticamente sfavorevole delle comorbidità sull’outcome. In conclusione, nei pazienti affetti da Mielofibrosi trattati con ruxolitinib, il BMI e il CCI, non influenzavano l’ottenimento di risposte cliniche su splenomegalia e sintomi costituzionali; tuttavia, contribuivano a identificare un gruppo di pazienti che necessita di un più attento monitoraggio.| File | Dimensione | Formato | |
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https://hdl.handle.net/20.500.14242/142365
urn:nbn:it:unibo-25250