La tesi di dottorato si propone di tracciare alcune delle articolazione di linguaggio e ontologia a partire dalla poesia di Paul Celan (1920-1970). A fronte di una copiosa letteratura secondaria sull’autore, fiorita tanto in America quanto in Europa, ma altrettanto a fronte della necessità di avviare lavori squisitamente filosofici, il presente lavoro vuole proporre un approccio filosofico-linguistico, non già tematico, sulla ‘metafora’ in Celan, intesa come relazione tra linguaggio e realtà, tra senso reale e senso figurato. Il tema viene articolato attraverso un percorso tra le maggiori teorie contemporanee sulla metafora, con molte delle quali Celan si confronta direttamente: la teoria semiotico-strutturalistica, la concezione psicanalitica di ascendenza freudiana (Lacan e Benveniste), l'ambito fenomenologico francese (Ricoeur e Derrida), certi echi wittgensteiniani arrivati attraverso la mediazione dell’amica intima di Celan, Ingeborg Bachmann. Si fa riferimento anche a teorie sulla metafora non direttamente elaborate da Celan, come quelle degli studi della semantica classica di estrazione anglosassone e la prospettiva pragmatista americana che prende le mosse da Wittgenstein (Rorty e Davidson). Emerge anche un’attenta ricezione della concezione dell’ ‘immagine’ secondo la prospettiva di Husserl. La capacità di Celan di muoversi tra teorie filosofiche divergenti, tra linguaggi diversi (dalla filosofia alla botanica), tra lingue diverse, è chiamata da lui stesso Synkretismus inteso come Unendlichkeitsrelation (infinità di relazione). La proposta del lavoro è che la Grundfrage che attraversa tutta la riflessione sulla poesia è la domanda sulla ‘realtà’, versus le maggiori tesi interpretative che vedono, invece, ora nel nichilismo ora nella reductio linguistica a mera metafora (portata alle estreme conseguenze di oscurità) il cuore della poetica celaniana. Dall’analisi emerge che Celan preferisce usare il termine ‘realtà’ piuttosto che quello di ‘verità’: la realtà si pone infatti come un progetto ancora da fare, da realizzare nel linguaggio, senza apriori. Come Mallarmé, Celan abbandona la concezione tradizionale della referenza, ma, a differenza di Mallarmé − e qui il grosso elemento di novità e l’unicità di Celan nel panorama contemporaneo − non chiude totalmente la relazione all’interno del linguaggio: piuttosto, cercando disperatamente una referenzialità altra, tenta una via diversa, nuova, per spingere fuori il linguaggio, verso una realtà ancora da progettare. Il problema di Celan è ripensare la realtà attraverso la poesia in una modalità diversa anche da quella della tradizione filosofica del pensiero occidentale; tentare un superamento dell'idea del fuori come qualcosa da 'rappresentare' attraverso il linguaggio, un oltrepassamento dei binomi soggetto-oggetto, dentro-fuori. La poesia supera il problema del 'significato', ma ripensa quello della 'referenza', in maniera intenzionalmente diversa, nuova, non metafisica. Sulla questione fondamentale della ‘metafora’ l’idea centrale è che Celan, pur nell’uso di un linguaggio metaforico poetico, renda la metafora assurda e proponga una pratica di linguaggio che medita a fondo quello che viene definito il carattere non metaforico della Bibbia ebraica (fatto proprio anche dall’ermeneutica giudaica). Ma addirittura si mostra come la poesia superi entrambe le prospettive (metaforica e non-metaforica) e si proponga di essere 'antimetaforica'. Celan dice di portare la metafora 'ad absurdum'. Il termine latino è da intendersi nel suo significato letterale, non metaforico: ‘stonata’, ’dissonante’ e dunque ‘sorda’. Il linguaggio, e con esso la metafora fa i conti con una frattura irreparabile rispetto alla realtà: l’esperienza dello sterminio degli ebrei, che comunemente si interpreta come il ‘tema’ della sua poesia, in realtà in questo lavoro di ricerca viene affrontata come fenomeno linguistico. E la metafora ripercorre a rebours il cammino verso ciò che è reale, non verso quanto è figurato e traslato. Infine, nell'articolazione tra realtà, linguaggio, etica, religione e politica, si fa emergere come la peculiarità della poesia sta non già nel suo contenuto, ma nel suo valore linguistico di mostrare la realtà senza tematizzarla, nella potenza dell’espressione, nella parola che dà un’inversione di rotta. Il lavoro cerca di far emergere non solo l’originalità in Celan in questa capacità di compresenza di piani, ma anche di come, a partire da Celan, la filosofia potrebbe percorrere nuove e interessanti vie di progettazione della realtà.
Metaphora absurda. Il rapporto tra linguaggio e realtà a partire dal Meridiano di Paul Celan
2008
Abstract
La tesi di dottorato si propone di tracciare alcune delle articolazione di linguaggio e ontologia a partire dalla poesia di Paul Celan (1920-1970). A fronte di una copiosa letteratura secondaria sull’autore, fiorita tanto in America quanto in Europa, ma altrettanto a fronte della necessità di avviare lavori squisitamente filosofici, il presente lavoro vuole proporre un approccio filosofico-linguistico, non già tematico, sulla ‘metafora’ in Celan, intesa come relazione tra linguaggio e realtà, tra senso reale e senso figurato. Il tema viene articolato attraverso un percorso tra le maggiori teorie contemporanee sulla metafora, con molte delle quali Celan si confronta direttamente: la teoria semiotico-strutturalistica, la concezione psicanalitica di ascendenza freudiana (Lacan e Benveniste), l'ambito fenomenologico francese (Ricoeur e Derrida), certi echi wittgensteiniani arrivati attraverso la mediazione dell’amica intima di Celan, Ingeborg Bachmann. Si fa riferimento anche a teorie sulla metafora non direttamente elaborate da Celan, come quelle degli studi della semantica classica di estrazione anglosassone e la prospettiva pragmatista americana che prende le mosse da Wittgenstein (Rorty e Davidson). Emerge anche un’attenta ricezione della concezione dell’ ‘immagine’ secondo la prospettiva di Husserl. La capacità di Celan di muoversi tra teorie filosofiche divergenti, tra linguaggi diversi (dalla filosofia alla botanica), tra lingue diverse, è chiamata da lui stesso Synkretismus inteso come Unendlichkeitsrelation (infinità di relazione). La proposta del lavoro è che la Grundfrage che attraversa tutta la riflessione sulla poesia è la domanda sulla ‘realtà’, versus le maggiori tesi interpretative che vedono, invece, ora nel nichilismo ora nella reductio linguistica a mera metafora (portata alle estreme conseguenze di oscurità) il cuore della poetica celaniana. Dall’analisi emerge che Celan preferisce usare il termine ‘realtà’ piuttosto che quello di ‘verità’: la realtà si pone infatti come un progetto ancora da fare, da realizzare nel linguaggio, senza apriori. Come Mallarmé, Celan abbandona la concezione tradizionale della referenza, ma, a differenza di Mallarmé − e qui il grosso elemento di novità e l’unicità di Celan nel panorama contemporaneo − non chiude totalmente la relazione all’interno del linguaggio: piuttosto, cercando disperatamente una referenzialità altra, tenta una via diversa, nuova, per spingere fuori il linguaggio, verso una realtà ancora da progettare. Il problema di Celan è ripensare la realtà attraverso la poesia in una modalità diversa anche da quella della tradizione filosofica del pensiero occidentale; tentare un superamento dell'idea del fuori come qualcosa da 'rappresentare' attraverso il linguaggio, un oltrepassamento dei binomi soggetto-oggetto, dentro-fuori. La poesia supera il problema del 'significato', ma ripensa quello della 'referenza', in maniera intenzionalmente diversa, nuova, non metafisica. Sulla questione fondamentale della ‘metafora’ l’idea centrale è che Celan, pur nell’uso di un linguaggio metaforico poetico, renda la metafora assurda e proponga una pratica di linguaggio che medita a fondo quello che viene definito il carattere non metaforico della Bibbia ebraica (fatto proprio anche dall’ermeneutica giudaica). Ma addirittura si mostra come la poesia superi entrambe le prospettive (metaforica e non-metaforica) e si proponga di essere 'antimetaforica'. Celan dice di portare la metafora 'ad absurdum'. Il termine latino è da intendersi nel suo significato letterale, non metaforico: ‘stonata’, ’dissonante’ e dunque ‘sorda’. Il linguaggio, e con esso la metafora fa i conti con una frattura irreparabile rispetto alla realtà: l’esperienza dello sterminio degli ebrei, che comunemente si interpreta come il ‘tema’ della sua poesia, in realtà in questo lavoro di ricerca viene affrontata come fenomeno linguistico. E la metafora ripercorre a rebours il cammino verso ciò che è reale, non verso quanto è figurato e traslato. Infine, nell'articolazione tra realtà, linguaggio, etica, religione e politica, si fa emergere come la peculiarità della poesia sta non già nel suo contenuto, ma nel suo valore linguistico di mostrare la realtà senza tematizzarla, nella potenza dell’espressione, nella parola che dà un’inversione di rotta. Il lavoro cerca di far emergere non solo l’originalità in Celan in questa capacità di compresenza di piani, ma anche di come, a partire da Celan, la filosofia potrebbe percorrere nuove e interessanti vie di progettazione della realtà.File | Dimensione | Formato | |
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https://hdl.handle.net/20.500.14242/152112
URN:NBN:IT:UNIPI-152112