L’obbiettivo principale dello studio è incentrato sulla manipolazione genetica di linfociti T autologhi, i principali bersagli dell’infezione da HIV, per ottenere cellule che producono e presentano proteine strutturali del virus nello stesso modo in cui avviene nell’infezione naturale ma in completa assenza di virus e infezione dell’ospite. Numerosi ed estensivi studi sono stati condotti per ottenere un efficace correlato di protezione contro HIV, ma nonostante gli sforzi, le ricerche effettuate in quei soggetti che sono resistenti all’infezione nonostante le ripetute esposizioni al virus, non hanno portato all’identificazione di fattori o combinazioni di fattori che possano impedire l’accesso del virus alle cellule ospiti. Inoltre gli approcci di vaccinazione convenzionali sono risultati inefficienti nell’evocare protezione contro HIV o hanno addirittura determinato una maggiore sensibilità al virus. Infine è stato ampiamente dimostrato che una immunogenicità non ottimale ed un’inadeguata attivazione del sistema immunitario sono le maggiori cause nel fallimento dei candidati vaccinali messi a punto contro HIV. È opinione comune inoltre che probabilmente l’immunità contro questo virus sia multifattoriale ma i fattori realmente coinvolti in questo processo potrebbero essere difficili da identificare o addirittura, diversi da individuo a individuo. Il progetto di ricerca messo a punto nel nostro laboratorio prevedeva lo studio di un nuovo approccio di immunizzazione contro HIV, utilizzando come modello il virus dell’immunodeficienza felina (FIV) nel gatto domestico. È stato allestito un protocollo di vaccinazione di tipo prime-boost che ha coinvolto tre distinti gruppi di animali. Brevemente il gruppo dei vaccinati ha ricevuto un prime del sistema immune mediante vaccinazione a DNA, utilizzando un plasmide esprimente la proteina dell’envelope di FIV (FIV Env) insieme ad una citochina, il granulocyte-monocyte colony stimulating factor (GM CSF) felino. Gli animali sono stati successivamente sottoposti ad un inoculo di linfociti T autologhi ingegnerizzati in vitro per esprimere la medesima Env di FIV e rilasciare un’altra citochina, l’interleuchina 15 (IL-15) felina, un fattore fondamentale nell’attivazione e modulazione della risposta immunitaria sia umorale che cellulo-mediata. Re-inoculando queste cellule negli animali è stato possibile osservare un netto incremento nell’immunità antivirale. Successivamente, dopo essere stati sfidati con un ceppo di FIV patogeno, gli animali vaccinati hanno mostrato un ottimo controllo della viremia che si è attestata sotto la soglia delle 1000 copie di RNA/ml di plasma, mentre due di questi sono risultati totalmente protetti, non manifestando segni di infezione fino al decimo mese di osservazione. Questo tipo di approccio dimostra evidenti elementi di novità rispetto a quelli precedentemente testati: abbiamo dimostrato che l’immunità indotta da un vaccino a DNA può essere amplificata con un boost costituito da linfociti autologhi “istruiti” a produrre l’antigene virale. Questo metodo ha indotto una risposta immunitaria, soprattutto di tipo cellulare, mai riscontrata prima con altri immunogeni.
Linfociti T autologhi ingegnerizzati: un nuovo approccio per addestrare il sistema immunitario a riconoscere ed eliminare cellule infette.
2010
Abstract
L’obbiettivo principale dello studio è incentrato sulla manipolazione genetica di linfociti T autologhi, i principali bersagli dell’infezione da HIV, per ottenere cellule che producono e presentano proteine strutturali del virus nello stesso modo in cui avviene nell’infezione naturale ma in completa assenza di virus e infezione dell’ospite. Numerosi ed estensivi studi sono stati condotti per ottenere un efficace correlato di protezione contro HIV, ma nonostante gli sforzi, le ricerche effettuate in quei soggetti che sono resistenti all’infezione nonostante le ripetute esposizioni al virus, non hanno portato all’identificazione di fattori o combinazioni di fattori che possano impedire l’accesso del virus alle cellule ospiti. Inoltre gli approcci di vaccinazione convenzionali sono risultati inefficienti nell’evocare protezione contro HIV o hanno addirittura determinato una maggiore sensibilità al virus. Infine è stato ampiamente dimostrato che una immunogenicità non ottimale ed un’inadeguata attivazione del sistema immunitario sono le maggiori cause nel fallimento dei candidati vaccinali messi a punto contro HIV. È opinione comune inoltre che probabilmente l’immunità contro questo virus sia multifattoriale ma i fattori realmente coinvolti in questo processo potrebbero essere difficili da identificare o addirittura, diversi da individuo a individuo. Il progetto di ricerca messo a punto nel nostro laboratorio prevedeva lo studio di un nuovo approccio di immunizzazione contro HIV, utilizzando come modello il virus dell’immunodeficienza felina (FIV) nel gatto domestico. È stato allestito un protocollo di vaccinazione di tipo prime-boost che ha coinvolto tre distinti gruppi di animali. Brevemente il gruppo dei vaccinati ha ricevuto un prime del sistema immune mediante vaccinazione a DNA, utilizzando un plasmide esprimente la proteina dell’envelope di FIV (FIV Env) insieme ad una citochina, il granulocyte-monocyte colony stimulating factor (GM CSF) felino. Gli animali sono stati successivamente sottoposti ad un inoculo di linfociti T autologhi ingegnerizzati in vitro per esprimere la medesima Env di FIV e rilasciare un’altra citochina, l’interleuchina 15 (IL-15) felina, un fattore fondamentale nell’attivazione e modulazione della risposta immunitaria sia umorale che cellulo-mediata. Re-inoculando queste cellule negli animali è stato possibile osservare un netto incremento nell’immunità antivirale. Successivamente, dopo essere stati sfidati con un ceppo di FIV patogeno, gli animali vaccinati hanno mostrato un ottimo controllo della viremia che si è attestata sotto la soglia delle 1000 copie di RNA/ml di plasma, mentre due di questi sono risultati totalmente protetti, non manifestando segni di infezione fino al decimo mese di osservazione. Questo tipo di approccio dimostra evidenti elementi di novità rispetto a quelli precedentemente testati: abbiamo dimostrato che l’immunità indotta da un vaccino a DNA può essere amplificata con un boost costituito da linfociti autologhi “istruiti” a produrre l’antigene virale. Questo metodo ha indotto una risposta immunitaria, soprattutto di tipo cellulare, mai riscontrata prima con altri immunogeni.File | Dimensione | Formato | |
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https://hdl.handle.net/20.500.14242/154832
URN:NBN:IT:UNIPI-154832