Dopo un accurato esame autoptico e una trascrizione diplomatica dei manoscritti pascoliani, relativi al carmen "Cena in Caudiano Nervae" (composto da Pascoli nel 1895), individuate le varianti di autore e le annotazioni (specie in lingua italiana), utilissime a stabilire la genesi del poemetto e a proporne una traduzione consona alle intenzioni del poeta, e' stata ulteriormente approfondita l'analisi filologica, linguistica e stilistico-formale contenuta nel commento, cercando di cogliere compiutamente il messaggio poetico dell' autore. Il motto che accompagna il carmen e' tratto da Virgilio, Aeneis VIII, 568: "Non ego nunc dulci amplexu divellerer usquam". Il dolce abbraccio da cui non ci si vorrebbe mai staccare, probabilmente, si riferisce al forte legame affettivo che unisce il poeta ai suoi familiari e ai suoi amici. Nell'ideale pascoliano, la famiglia unita, solidale e laboriosa, trova compiuta realizzazione e protezione entro i confini di un piccolo terreno, che possa offrire una dimora piena di armonia e un lavoro sano e onesto. La campagna e' senz'altro un luogo ameno e riposante, che ben concilia la riflessione poetica. E proprio nella villa di campagna di Nerva, presso Caudio, si intrattengono, discutendo di politica e di poesia, gli amici protagonisti del viaggio diplomatico verso Brindisi (Orazio, Satira I. 5): Mecenate, C. Fonteio Capitone, Cocceio Nerva, Eliodoro, Orazio, Virgilio, Plozio Tucca e Vario. Nella Cena, Pascoli ipotizza e ricostruisce quella conversazione, che invece Orazio lascia solo intendere: "Prorsus iucunde cenam producimus illam" (Orazio, Satira I. 5. 50). Il poemetto presenta una cornice comica e vivace: conclusosi il canto roco del buffone Cicirro, un animato e polifonico dibattito tra i convitati introduce le meditate riflessioni di Orazio sulla fatale irruenza della poesia giambica. Orazio "pudicus", vuole mantenersi al suo posto e rispettare i limiti consentiti dal buon senso. Attraverso, dunque, una dichiarazione di recusatio, Orazio tenta di sottrarsi alle richieste di Mecenate, e, pertanto, alla poesia giambica predilige la satira, genere che puo' risultare piu' incline al dialogo e alla moderazione. Orazio, preoccupato per le sorti politiche di Roma, non riconosce alcuna utilita' e alcun beneficio ad una poesia che sia sferzante e offensiva. La predilizione accordata alla satira da Orazio rappresenta una scelta poetica congeniale alla mitezza della sua natura, ben ponderata e consequenziale ai controversi rapporti fra Antonio e Ottaviano. Ma si tratta anche di una precisa dichiarazione di poetica: Orazio difende l'identita' romana e italica della satira, e desidera che le sacre fonti della poesia greca ispirino ai poeti romani l'imitazione soltanto della natura e del vero. Attraverso una ampia similitudine che spiega come l'imitazione poetica equivalga a bere da una brocca l'acqua di un fiume, Orazio sostiene che Calvo e Cinna, poeti del circolo catulliano, non sono altro che imitatori di imitatori. Orazio, invece, rivendica la propria originalita' e desidera bere l'acqua che sgorga direttamente dalla fonte, per questo <<lascia le orme degli Alessandrini imitatori, e ricorre al modello e alla fonte>> [Lyra p. LVIII]. Segue la profezia virgiliana: Virgilio, dopo aver annunciato la stesura delle Georgiche, profetizza l'avvento di una nuova era, in cui rifiorira' l'agricoltura e trionferanno la pace e la giustizia. Il sogno di un bambino che verra' a salvare il mondo infonde fiducia e ottimismo nell'animo di Virgilio, che e' come tactus da un dio. Solo un'ombra di malinconia aleggia tra le parole del poeta, poiche' egli sospetta per se' una morte non lontana ("nisi eo possum producere vitam..." v. 139), per cui affida ad Orazio il compito di scrivere il "Carmen Saeculare". Il carmen si chiude con una nota buffa, che smorza la gravezza dei toni e chiude circolarmente la cornice comica di apertura: mentre i poeti, assorti nei propri pensieri, contemplano in religioso silenzio il sorgere di un astro, Sarmento e Cicirro russano sdraiati a terra.

La cena in Caudiano Nervae di Giovanni Pascoli

2011

Abstract

Dopo un accurato esame autoptico e una trascrizione diplomatica dei manoscritti pascoliani, relativi al carmen "Cena in Caudiano Nervae" (composto da Pascoli nel 1895), individuate le varianti di autore e le annotazioni (specie in lingua italiana), utilissime a stabilire la genesi del poemetto e a proporne una traduzione consona alle intenzioni del poeta, e' stata ulteriormente approfondita l'analisi filologica, linguistica e stilistico-formale contenuta nel commento, cercando di cogliere compiutamente il messaggio poetico dell' autore. Il motto che accompagna il carmen e' tratto da Virgilio, Aeneis VIII, 568: "Non ego nunc dulci amplexu divellerer usquam". Il dolce abbraccio da cui non ci si vorrebbe mai staccare, probabilmente, si riferisce al forte legame affettivo che unisce il poeta ai suoi familiari e ai suoi amici. Nell'ideale pascoliano, la famiglia unita, solidale e laboriosa, trova compiuta realizzazione e protezione entro i confini di un piccolo terreno, che possa offrire una dimora piena di armonia e un lavoro sano e onesto. La campagna e' senz'altro un luogo ameno e riposante, che ben concilia la riflessione poetica. E proprio nella villa di campagna di Nerva, presso Caudio, si intrattengono, discutendo di politica e di poesia, gli amici protagonisti del viaggio diplomatico verso Brindisi (Orazio, Satira I. 5): Mecenate, C. Fonteio Capitone, Cocceio Nerva, Eliodoro, Orazio, Virgilio, Plozio Tucca e Vario. Nella Cena, Pascoli ipotizza e ricostruisce quella conversazione, che invece Orazio lascia solo intendere: "Prorsus iucunde cenam producimus illam" (Orazio, Satira I. 5. 50). Il poemetto presenta una cornice comica e vivace: conclusosi il canto roco del buffone Cicirro, un animato e polifonico dibattito tra i convitati introduce le meditate riflessioni di Orazio sulla fatale irruenza della poesia giambica. Orazio "pudicus", vuole mantenersi al suo posto e rispettare i limiti consentiti dal buon senso. Attraverso, dunque, una dichiarazione di recusatio, Orazio tenta di sottrarsi alle richieste di Mecenate, e, pertanto, alla poesia giambica predilige la satira, genere che puo' risultare piu' incline al dialogo e alla moderazione. Orazio, preoccupato per le sorti politiche di Roma, non riconosce alcuna utilita' e alcun beneficio ad una poesia che sia sferzante e offensiva. La predilizione accordata alla satira da Orazio rappresenta una scelta poetica congeniale alla mitezza della sua natura, ben ponderata e consequenziale ai controversi rapporti fra Antonio e Ottaviano. Ma si tratta anche di una precisa dichiarazione di poetica: Orazio difende l'identita' romana e italica della satira, e desidera che le sacre fonti della poesia greca ispirino ai poeti romani l'imitazione soltanto della natura e del vero. Attraverso una ampia similitudine che spiega come l'imitazione poetica equivalga a bere da una brocca l'acqua di un fiume, Orazio sostiene che Calvo e Cinna, poeti del circolo catulliano, non sono altro che imitatori di imitatori. Orazio, invece, rivendica la propria originalita' e desidera bere l'acqua che sgorga direttamente dalla fonte, per questo <> [Lyra p. LVIII]. Segue la profezia virgiliana: Virgilio, dopo aver annunciato la stesura delle Georgiche, profetizza l'avvento di una nuova era, in cui rifiorira' l'agricoltura e trionferanno la pace e la giustizia. Il sogno di un bambino che verra' a salvare il mondo infonde fiducia e ottimismo nell'animo di Virgilio, che e' come tactus da un dio. Solo un'ombra di malinconia aleggia tra le parole del poeta, poiche' egli sospetta per se' una morte non lontana ("nisi eo possum producere vitam..." v. 139), per cui affida ad Orazio il compito di scrivere il "Carmen Saeculare". Il carmen si chiude con una nota buffa, che smorza la gravezza dei toni e chiude circolarmente la cornice comica di apertura: mentre i poeti, assorti nei propri pensieri, contemplano in religioso silenzio il sorgere di un astro, Sarmento e Cicirro russano sdraiati a terra.
2011
it
Pascoli, Cena
Research Subject Categories::Humanities and Religion
Research Subject Categories::Humanities and Religion
Università degli Studi di Catania
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/20.500.14242/266703
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