La riscoperta di una struttura antica apre ad una dimensione percettiva del luogo del tutto nuova: ne modifica la topografia producendo delle improvvise discontinuità nel paesaggio. Lo scavo archeologico ha il potere di modificare i luoghi in siti: riportare alla luce equivale ad un atto di natura †œgiustappositiva†� che spesso introduce un'immagine con una sua propria identità , calata in un luogo in maniera inaspettata senza nessuna capacità di interrelazione. La richiesta, sempre pi๠ampia ed organica, della moderna archeologia, di preservare le strutture portate alla luce, pone immediatamente il problema della loro protezione, ogni qual volta che ad esse viene riconosciuto il valore di documento da tutelare e divulgare. Pensare che l'attività di protezione possa essere un atto impalpabile ed astratto, ਠillusorio. Tutto quello che viene messo in atto per sottrarre una struttura all'oblio, evitando o quantomeno rallentando la sorte a cui sarebbe destinata, configura un atto aggiuntivo che necessariamente va a modificare la percezione di una spazialità consolidata. La scelta irrinunciabile di conservare nel loro contesto originario anche i manufatti pi๠fragili, quali rivestimenti parietali e pavimentali, nonchà© l'opportunità di esporre alla fruizione pubblica delicate stratigrafie o manufatti, hanno favorito la ricerca di soluzioni differenziate tra cui la realizzazione di coperture. A queste, gli archeologi affidano la salvaguardia delle strutture pi๠fragili, ponendo loro una serie di requisiti apparentemente incompatibili: esse devono poter coniugare l'esigenze della protezione con quelle di scavo e fruizione, non sempre conciliabili. Oggi l'obiettivo finale che viene richiesto agli interventi di protezione ਠcomplesso: restituire un'immagine organica, significativa e parlante delle qualità matericocostruttive e decorative del reperto e della spazialità del suo impianto architettonico, suggerendo il tipo di vita e le funzioni originali ed identificando il ruolo ed i rapporti dell'insediamento con il contesto territoriale che lo comprende. Il sistema di protezione deve garantire una unità formale: discreta, nell'affermare la priorità e centralità del rudere rispetto ai dispositivi aggiunti all'originale, ed evocativa in quanto l'insieme degli apparati disposti ad assicurare il prolungamento nel tempo e nello spazio dei resti archeologici, devono contribuire a presentare con maggiore chiarezza il carattere e la qualità spaziale della struttura antica recuperata. L'archeologia ਠspesso troppo debole per restituire da sola un'immagine di organizzazione spaziale compiuta. Le protezioni, giustapposte organicamente alle strutture archeologiche, devono permettere una migliore interpretazione del modello antico - rapporto dentro-fuori, chiuso-aperto, tra luoghi dello stare e luoghi del percorrere, tra luci ed ombre - non solo ad un pubblico di pochi iniziati. Si tratta di obiettivi piuttosto complessi, per il cui raggiungimento, negli ultimi anni, si ਠarrivati anche a mettere in discussione molte soluzioni considerate definitive. Si rende necessario, dunque, definire di volta in volta, in maniera condivisa, un'idea di spazio che si genera dal rapporto tra una testimonianza antica e una struttura che partecipa di quell'immagine, e che ne modifica l'identità sia nelle sua relazioni spaziali interne che quelle con il paesaggio circostante. E' proprio il rapporto con il paesaggio, oggi, il tema che offre i maggiori spunti di riflessione e che mette in crisi molte scelte operate in siti dove il rapporto tra la spazialità del monumento con la scala pi๠ampia dei luoghi che lo circondano ਠassolutamente centrale nella sua lettura.
Le protezioni delle aree archeologiche : architettura per l'archeologia
2012
Abstract
La riscoperta di una struttura antica apre ad una dimensione percettiva del luogo del tutto nuova: ne modifica la topografia producendo delle improvvise discontinuità nel paesaggio. Lo scavo archeologico ha il potere di modificare i luoghi in siti: riportare alla luce equivale ad un atto di natura †œgiustappositiva†� che spesso introduce un'immagine con una sua propria identità , calata in un luogo in maniera inaspettata senza nessuna capacità di interrelazione. La richiesta, sempre pi๠ampia ed organica, della moderna archeologia, di preservare le strutture portate alla luce, pone immediatamente il problema della loro protezione, ogni qual volta che ad esse viene riconosciuto il valore di documento da tutelare e divulgare. Pensare che l'attività di protezione possa essere un atto impalpabile ed astratto, ਠillusorio. Tutto quello che viene messo in atto per sottrarre una struttura all'oblio, evitando o quantomeno rallentando la sorte a cui sarebbe destinata, configura un atto aggiuntivo che necessariamente va a modificare la percezione di una spazialità consolidata. La scelta irrinunciabile di conservare nel loro contesto originario anche i manufatti pi๠fragili, quali rivestimenti parietali e pavimentali, nonchà© l'opportunità di esporre alla fruizione pubblica delicate stratigrafie o manufatti, hanno favorito la ricerca di soluzioni differenziate tra cui la realizzazione di coperture. A queste, gli archeologi affidano la salvaguardia delle strutture pi๠fragili, ponendo loro una serie di requisiti apparentemente incompatibili: esse devono poter coniugare l'esigenze della protezione con quelle di scavo e fruizione, non sempre conciliabili. Oggi l'obiettivo finale che viene richiesto agli interventi di protezione ਠcomplesso: restituire un'immagine organica, significativa e parlante delle qualità matericocostruttive e decorative del reperto e della spazialità del suo impianto architettonico, suggerendo il tipo di vita e le funzioni originali ed identificando il ruolo ed i rapporti dell'insediamento con il contesto territoriale che lo comprende. Il sistema di protezione deve garantire una unità formale: discreta, nell'affermare la priorità e centralità del rudere rispetto ai dispositivi aggiunti all'originale, ed evocativa in quanto l'insieme degli apparati disposti ad assicurare il prolungamento nel tempo e nello spazio dei resti archeologici, devono contribuire a presentare con maggiore chiarezza il carattere e la qualità spaziale della struttura antica recuperata. L'archeologia ਠspesso troppo debole per restituire da sola un'immagine di organizzazione spaziale compiuta. Le protezioni, giustapposte organicamente alle strutture archeologiche, devono permettere una migliore interpretazione del modello antico - rapporto dentro-fuori, chiuso-aperto, tra luoghi dello stare e luoghi del percorrere, tra luci ed ombre - non solo ad un pubblico di pochi iniziati. Si tratta di obiettivi piuttosto complessi, per il cui raggiungimento, negli ultimi anni, si ਠarrivati anche a mettere in discussione molte soluzioni considerate definitive. Si rende necessario, dunque, definire di volta in volta, in maniera condivisa, un'idea di spazio che si genera dal rapporto tra una testimonianza antica e una struttura che partecipa di quell'immagine, e che ne modifica l'identità sia nelle sua relazioni spaziali interne che quelle con il paesaggio circostante. E' proprio il rapporto con il paesaggio, oggi, il tema che offre i maggiori spunti di riflessione e che mette in crisi molte scelte operate in siti dove il rapporto tra la spazialità del monumento con la scala pi๠ampia dei luoghi che lo circondano ਠassolutamente centrale nella sua lettura.I documenti in UNITESI sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.
https://hdl.handle.net/20.500.14242/272936
URN:NBN:IT:UNIROMA3-272936