Il tetrapilo di Traiano a Leptis Magna ਠposto all'intersezione della Via Trionfale, sostegno viario del tessuto urbano, e il collegamento che da essa conduce all'edificio teatrale; rimarca l'importanza di un incrocio di certo non secondario, in corrispondenza del quale sorge anche il Calchidicum, e contribuisce alla dissimulazione del cambiamento di direzione che la via diretta in mediterraneum subisce in ragione di aspetti territoriali. Definito da J.B. Ward Perkins come un'opera che †œnon poteva essere realizzata altrove che a Leptis†�, ਠcostruito in blocchi di calcare grigio delle vicine cave di Ras el-Hammà m. Di pianta quadrata, i suoi lati misurano 7,099 x 7,116 m (24 piedi), mentre ai vertici si dispongono quattro piloni conformati ad L e completati per mezzo di una colonna posta nell'angolo interno. Su ognuna delle quattro fronti, si protende, ad entrambe le estremità , un avancorpo sormontato da una colonna libera, secondo un'articolazione che, probabilmente introdotta in ambiente nordafricano proprio nel caso in esame, sarà  destinata ad avere larga fortuna. Il monumento, in cui gli archeologi italiani, sotto la guida dell'allora Soprintendente G. Guidi, si imbatterono durante le operazioni di liberazione della strada e dei relativi margini edilizi procedendo in direzione dell'arco dei Severi, fu portato alla luce tra giugno e agosto del 1930 e restaurato entro il gennaio dell'anno successivo; i primi ed unici studi analitici sono rappresentati dai contributi di P. Romanelli e B.M. Apollonj, mentre le indicazioni fornite dai notiziari archeologici dell'epoca risultano sempre rapide e sommarie. I primi rilievi noti, redatti nel luglio del 1938, a distanza di sette anni dalla conclusione del suo restauro, si devono a D. Vincifori; si tratta di un'anomalia che puಠessere compresa solo se storicizzata: le operazioni di scavo rispondevano a molteplici finalità , da quella scientifica a quella politica e propagandistica, da quella didascalica a quella di promozione turistica. Il ripristino fu condotto contestualmente allo scavo, secondo una prassi frequente; le integrazioni, chiaramente riconoscibili, sono realizzate in mattoni rivestiti di malta cementizia. L'intervento ਠmeno intuitivo e ben pi๠controllato di quanto si possa immaginare: la realizzazione di un modello in gesso quale strumento di verifica delle operazioni ed alcune restituzioni grafiche di Virgilio Franceschi ne sono la chiara testimonianza. Le recenti indagini condotte hanno portato nuovi elementi interpretativi di particolare importanza, che consentono di approfondire la conoscenza del monumento e redigerne una pi๠completa storiografia. La verifica dimensionale derivante da un nuovo rilievo consente di dimostrare l'adozione di due diverse unità  di misura, il piede romano per la pianta e il cubito punico per l'alzato. La compresenza dei due sistemi di misura trova la propria giustificazione nell'importazione locale di prototipi di origine Urbana, declinati in ragione di inerzie costruttive, materiali e maestranze autoctoni. La complessità  che ne deriva, cui si associano influenze magno-greche attraverso la mediazione siceliota da un lato, ed alessandrine, mediate dall'esperienza cirenaica, dall'altro, emerge nelle particolarità  architettoniche di un monumento che, celebrando la ricezione dello statuto coloniale, rappresenta un importante snodo anche nella storia edilizia della città . Si considerino i dettagli dell'ordine architettonico e, in particolare, dei capitelli, che rivelano un forte legame con esperienze Urbane di età  giulio-claudia. Al contempo, la baccellature dei caulicoli, talora stilizzate tanto da diventare semplici scanalature, pur presenti negli esemplari romani di età  flavia, sembrano rimandare al mondo alessandrino, a cui non sono estranei anche i fiori di cantoniera che occupano lo spazio tra elici e volute. La prima applicazione leptitana del corinzio ਠquella del tempio flavio. Le innegabili forti analogie dei capitelli del tetrapilo con quelli dell'appena citato tempio presso il porto neroniano e con quelli del restauro domizianeo della tholos N del mercato portano a postulare la sostanziale identità  delle maestranze, presumibilmente formatesi proprio nei cantieri del tempio flavio, forse sotto la guida di artigiani romani. Ulteriori peculiarità  contengono le cornici: l'accentuata decorazione e la ricca rappresentazione vegetale, che trova confronti in area africana e che risale in prima istanza al contesto italico e, in particolare, campano, si unisce a dentelli tenuti insieme a coppie a ? dalla funzione puramente decorativa, tanto da poter essere convincentemente interpretati come la stilizzazione di mensole di cornici a travicello di tradizione alessandrina. Allo stesso tempo, l'appartenenza al contesto specifico e la normalizzazione delle acquisizioni esterne verso una completa assimilazione appaiono evidenti nell'applicazione delle sequenze modanate di base e di coronamento dei piedistalli degli avancorpi. Il motivo architettonico delle colonne in avancorpo, comune ad altri archi della metà  del II secolo e cosଠdiffuso in ambito nordafricano soprattutto in età  severiana, ਠda mettere forse in relazione con l'Arco di Nerone a Roma. Le analogie appaiono ancora pi๠stringenti se si considera che gli avancorpi erano coronati da statue di bronzo e trofei, con ogni probabilità  gli ornamenta citati nell'iscrizione. Romanelli riteneva che il prospetto principale dovesse essere identificato con quello rivolto verso l'ingresso in città , su cui riportava le iscrizioni del fregio e dell'architrave con i nomi di Traiano e del proconsole che lo aveva dedicato. Tuttavia, particolarità  architettoniche presenti sulla sola fronte N lasciano ipotizzare una diversa gerarchia, a vantaggio del prospetto in questione. La presenza delle statue pone fine ad un altro aspetto dibattuto, quello riguardante la presenza e l'articolazione dell'attico. Un'ultima considerazione riguarda la volta di copertura del vano interno, una crociera. La diversa profondità  dei conci d'arco indica un loro ammorsamento ad elementi omologhi destinati a costituire l'intradosso della volta; un riempimento in opus caementicium doveva completarne la struttura. àˆ verosimile che i conci usati per la superficie dell'intradosso fossero realizzati in arenaria, tali da giustificare la presenza di un intonaco di rivestimento. Esemplificazione, dunque, dei diversi registri interpretativi dell'architettura onoraria, in particolare nordafricana, da quello urbanistico a quello politico e propagandistico, l'Arco di Traiano a Leptis Magna rappresenta, nella storia edilizia della città , uno snodo fondamentale: trasmette un fermento costruttivo riflesso di quello sociale, politico ed economico e segna la transizione di una comunità  che traspone nella propria produzione edilizia la nuova identità  di una città  prodroma ad un'intensa monumentalizzazione.

L'Arco di Traiano a Leptis Magna.

2013

Abstract

Il tetrapilo di Traiano a Leptis Magna ਠposto all'intersezione della Via Trionfale, sostegno viario del tessuto urbano, e il collegamento che da essa conduce all'edificio teatrale; rimarca l'importanza di un incrocio di certo non secondario, in corrispondenza del quale sorge anche il Calchidicum, e contribuisce alla dissimulazione del cambiamento di direzione che la via diretta in mediterraneum subisce in ragione di aspetti territoriali. Definito da J.B. Ward Perkins come un'opera che †œnon poteva essere realizzata altrove che a Leptis†�, ਠcostruito in blocchi di calcare grigio delle vicine cave di Ras el-Hammà m. Di pianta quadrata, i suoi lati misurano 7,099 x 7,116 m (24 piedi), mentre ai vertici si dispongono quattro piloni conformati ad L e completati per mezzo di una colonna posta nell'angolo interno. Su ognuna delle quattro fronti, si protende, ad entrambe le estremità , un avancorpo sormontato da una colonna libera, secondo un'articolazione che, probabilmente introdotta in ambiente nordafricano proprio nel caso in esame, sarà  destinata ad avere larga fortuna. Il monumento, in cui gli archeologi italiani, sotto la guida dell'allora Soprintendente G. Guidi, si imbatterono durante le operazioni di liberazione della strada e dei relativi margini edilizi procedendo in direzione dell'arco dei Severi, fu portato alla luce tra giugno e agosto del 1930 e restaurato entro il gennaio dell'anno successivo; i primi ed unici studi analitici sono rappresentati dai contributi di P. Romanelli e B.M. Apollonj, mentre le indicazioni fornite dai notiziari archeologici dell'epoca risultano sempre rapide e sommarie. I primi rilievi noti, redatti nel luglio del 1938, a distanza di sette anni dalla conclusione del suo restauro, si devono a D. Vincifori; si tratta di un'anomalia che puಠessere compresa solo se storicizzata: le operazioni di scavo rispondevano a molteplici finalità , da quella scientifica a quella politica e propagandistica, da quella didascalica a quella di promozione turistica. Il ripristino fu condotto contestualmente allo scavo, secondo una prassi frequente; le integrazioni, chiaramente riconoscibili, sono realizzate in mattoni rivestiti di malta cementizia. L'intervento ਠmeno intuitivo e ben pi๠controllato di quanto si possa immaginare: la realizzazione di un modello in gesso quale strumento di verifica delle operazioni ed alcune restituzioni grafiche di Virgilio Franceschi ne sono la chiara testimonianza. Le recenti indagini condotte hanno portato nuovi elementi interpretativi di particolare importanza, che consentono di approfondire la conoscenza del monumento e redigerne una pi๠completa storiografia. La verifica dimensionale derivante da un nuovo rilievo consente di dimostrare l'adozione di due diverse unità  di misura, il piede romano per la pianta e il cubito punico per l'alzato. La compresenza dei due sistemi di misura trova la propria giustificazione nell'importazione locale di prototipi di origine Urbana, declinati in ragione di inerzie costruttive, materiali e maestranze autoctoni. La complessità  che ne deriva, cui si associano influenze magno-greche attraverso la mediazione siceliota da un lato, ed alessandrine, mediate dall'esperienza cirenaica, dall'altro, emerge nelle particolarità  architettoniche di un monumento che, celebrando la ricezione dello statuto coloniale, rappresenta un importante snodo anche nella storia edilizia della città . Si considerino i dettagli dell'ordine architettonico e, in particolare, dei capitelli, che rivelano un forte legame con esperienze Urbane di età  giulio-claudia. Al contempo, la baccellature dei caulicoli, talora stilizzate tanto da diventare semplici scanalature, pur presenti negli esemplari romani di età  flavia, sembrano rimandare al mondo alessandrino, a cui non sono estranei anche i fiori di cantoniera che occupano lo spazio tra elici e volute. La prima applicazione leptitana del corinzio ਠquella del tempio flavio. Le innegabili forti analogie dei capitelli del tetrapilo con quelli dell'appena citato tempio presso il porto neroniano e con quelli del restauro domizianeo della tholos N del mercato portano a postulare la sostanziale identità  delle maestranze, presumibilmente formatesi proprio nei cantieri del tempio flavio, forse sotto la guida di artigiani romani. Ulteriori peculiarità  contengono le cornici: l'accentuata decorazione e la ricca rappresentazione vegetale, che trova confronti in area africana e che risale in prima istanza al contesto italico e, in particolare, campano, si unisce a dentelli tenuti insieme a coppie a ? dalla funzione puramente decorativa, tanto da poter essere convincentemente interpretati come la stilizzazione di mensole di cornici a travicello di tradizione alessandrina. Allo stesso tempo, l'appartenenza al contesto specifico e la normalizzazione delle acquisizioni esterne verso una completa assimilazione appaiono evidenti nell'applicazione delle sequenze modanate di base e di coronamento dei piedistalli degli avancorpi. Il motivo architettonico delle colonne in avancorpo, comune ad altri archi della metà  del II secolo e cosଠdiffuso in ambito nordafricano soprattutto in età  severiana, ਠda mettere forse in relazione con l'Arco di Nerone a Roma. Le analogie appaiono ancora pi๠stringenti se si considera che gli avancorpi erano coronati da statue di bronzo e trofei, con ogni probabilità  gli ornamenta citati nell'iscrizione. Romanelli riteneva che il prospetto principale dovesse essere identificato con quello rivolto verso l'ingresso in città , su cui riportava le iscrizioni del fregio e dell'architrave con i nomi di Traiano e del proconsole che lo aveva dedicato. Tuttavia, particolarità  architettoniche presenti sulla sola fronte N lasciano ipotizzare una diversa gerarchia, a vantaggio del prospetto in questione. La presenza delle statue pone fine ad un altro aspetto dibattuto, quello riguardante la presenza e l'articolazione dell'attico. Un'ultima considerazione riguarda la volta di copertura del vano interno, una crociera. La diversa profondità  dei conci d'arco indica un loro ammorsamento ad elementi omologhi destinati a costituire l'intradosso della volta; un riempimento in opus caementicium doveva completarne la struttura. àˆ verosimile che i conci usati per la superficie dell'intradosso fossero realizzati in arenaria, tali da giustificare la presenza di un intonaco di rivestimento. Esemplificazione, dunque, dei diversi registri interpretativi dell'architettura onoraria, in particolare nordafricana, da quello urbanistico a quello politico e propagandistico, l'Arco di Traiano a Leptis Magna rappresenta, nella storia edilizia della città , uno snodo fondamentale: trasmette un fermento costruttivo riflesso di quello sociale, politico ed economico e segna la transizione di una comunità  che traspone nella propria produzione edilizia la nuova identità  di una città  prodroma ad un'intensa monumentalizzazione.
2013
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