Il lavoro intende approfondire il rapporto tra scienza e fede religiosa, a partire dalla proposta polanyiana di una verità personale, non ridotta tuttavia a pura soggettività . Nella prima parte, vengono affrontate le questioni centrali dell'epistemologia polanyiana: la componente tacita della conoscenza, il sapere come immedesimazione e la comunità scientifica presa a modello di una società libera. La teoria della conoscenza personale, secondo la quale ogni tentativo di apprendere coincide con un atto di fiducioso abbandono, per mezzo del quale la persona †œentra†� nella realtà che intende conoscere, ci permette di scorgere, al di sotto del sapere razionale, una dimensione di fede capace di tenere insieme esperienze apparentemente molto distanti tra loro, come la scienza e la religione. Se Polanyi, attraverso la teoria della conoscenza personale, cerca di chiarire il ruolo del credere nel conoscere, il mio tentativo ਠquello di ricercare alcuni possibili aspetti ragionevoli o razionali, nell'ambito della fede religiosa, pur rimanendo sempre all'interno di un contesto epistemologico. A tal scopo, la seconda parte del lavoro costituisce un tentativo di approfondire la nozione polanyiana di fede, attraverso il confronto con il pensiero di Th. Kuhn, autore, sotto alcuni aspetti, molto vicino a Polanyi. Il concetto d'incommensurabilità , costantemente presente dai primi agli ultimi scritti kuhniani, tuttavia, segna una netta scissione tra i due filosofi portando Kuhn verso la strada del relativismo e Polanyi verso una direzione del tutto nuova ed originale, capace di aprire le porte a un incontro tra scienza e fede religiosa, sulla base della persona umana. Se, dunque, da un lato l'idea che lo scienziato, di fronte a una nuova scoperta, sperimenti una sorta di †œconversione†�, mettendo in pratica una serie di abilità , intraducibili sul piano linguistico, crea una serie di problemi dal punto di vista epistemologico e avvicina le prospettive dei due autori, dall'altro in Polanyi ਠsempre presente l'idea di una realtà oggettiva che orienta la ricerca, vincolando le scelte dello scienziato. A differenza di Kuhn, in Polanyi non viene dimenticato il lato oggettivo di un sapere che rimane comunque costantemente intrecciato ai diversi aspetti della persona. La riflessione polanyiana sulla scienza ci conduce cosଠai confini dell'epistemologia, dando origine a una serie di questioni riguardanti l'origine dell'esistenza umana. Tenendo presente l'interrogativo da cui prende le mosse la mia ricerca, ovvero, la domanda sui potenziali strumenti che il pensiero razionale avrebbe a disposizione per farsi strada nell'ambito della credenza religiosa, le due rispettive posizioni di Kuhn e Polanyi vengono anche riconsiderate in rapporto ad alcune questioni interne alla filosofia analitica della religione. Nell'ultimo capitolo della seconda parte, il tentativo, da parte dei filosofi analitici, di ricercare lo status logico della credenza mi ha permesso, da un lato, di riconsiderare il rapporto scienza-fede da un punto di vista alternativo, dall'altro ha fornito una serie di spunti per un possibile confronto tra le diverse prospettive di Kuhn e Polanyi e la stessa filosofia analitica della religione. Tenendo presente l'ambito in cui lavorano i filosofi analitici, possiamo riconoscere un nesso fra il concetto kuhniano d'incommensurabilità e la posizione dei cosiddetti fideisti wittgensteiniani, secondo i quali l'argomento religioso risulta comprensibile soltanto da chi vive in un preciso contesto religioso. La filosofia polanyiana, invece, ci conduce verso un'altra direzione, attraverso l'idea di una verità personale, in grado di creare legame nella scissione. Se pensiamo, in particolare, al rapporto fra diverse realtà culturali e religiose, la proposta polanyiana di una verità che s'intreccia allo sviluppo della persona umana potrebbe essere riletta come un tentativo utile, non tanto al fine di riconciliare le differenze, ma se intendiamo tale proposta come una riscoperta dell'uomo in quanto persona, il rapporto con l'altro, inteso come il diverso, potrebbe essere considerato sotto una nuova prospettiva. Nell'ultima parte del lavoro, dunque, dopo aver preso in esame quegli aspetti del pensiero polanyiano che aprono la teoria della conoscenza personale alle questioni centrali del Cristianesimo, ho cercato di svincolare la filosofia di Polanyi dalla religione cristiana. A differenza della maggior parte dei testi appartenenti alla letteratura critica, i quali tendono spesso a ridurre il pensiero polanyiano a una semplice filosofia di supporto della fede cristiana, ho cercato di valorizzare la teoria polanyiana del linguaggio e il tentativo epistemologico di scoprire in che modo la scienza possa poggiare su una serie di presupposizioni che sono regole, ma anche credenze. Il pi๠delle volte, quando si parla di Polanyi si dimentica l'epistemologo e si ricorda soltanto il pensatore religioso. Il mio tentativo, invece, ਠquello di scoprire, attraverso la ricostruzione attenta delle opere dell'autore, un'epistemologia rinnovata, capace di guardare al di là di se stessa, un'epistemologia intesa come punto di partenza per affrontare questioni che toccano da vicino la realtà personale dell'essere umano. Ritornando, allora, al problema del dialogo interculturale e interreligioso e tenendo presente la proposta di una verità personale, intesa come terreno d'incontro fra †œelementi incompatibili†�, potremmo avanzare una proposta: non cercare di eliminare le diversità attraverso un banale tentativo di unificare ciಠche ਠscisso, ma affidare alla filosofia l'analisi trascendentale delle possibilità della fede, per giungere alla consapevolezza che esiste tra diversi mondi culturali, linguistici e religiosi un residuo ineliminabile; esso ਠciಠche ostacola il dialogo ma ਠanche, in senso trascendentale, ciಠche lo rende possibile. Riflettendo sulle modalità attraverso le quali la ragione puಠaccedere all'ambito della fede religiosa, ritengo che la filosofia della scienza debba assumersi il compito di indagare i punti in comune tra scienza e fede per delineare quei confini che a differenza dei limiti, nel senso kantiano del termine, non chiudono un particolare ambito in se stesso, ma lo aprono a ciಠche sta oltre, costringendo la ricerca scientifica ad imbattersi nel mistero. Senza dubbio, in ambito scientifico esistono dei presupposti comuni, sulla base dei quali gli scienziati possono discutere. Tali presupposti vengono poi modificati o rinnovati, come ci insegna la stessa storia della scienza; tuttavia nessuno mette in questione la loro esistenza, senza la quale non si potrebbe neanche pensare un'attività di ricerca scientifica. Gli esperti quindi, nel loro lavoro di routine, si trovano a dialogare sulla base di determinati concetti, grazie ai quali la scienza stessa va avanti. Il problema si pone nell'ambito del dialogo interculturale e interreligioso, nel quale io dovrei avere la possibilità di ricostruire la posizione dell'altro, in base a dei presupposti comuni. Ma in questo caso ਠpossibile parlare di presupposti? E soprattutto, in che modo possiamo delineare i confini della fede, tenendo presenti le difficoltà che incontra la ragione di fronte al mistero di un'esperienza religiosa autentica? Forse la nozione polanyiana di verità personale puಠindicarci una via alternativa per rileggere il complesso rapporto tra il pensiero logico razionale e la fede religiosa, creando un terreno d'incontro non soltanto tra discipline molto distanti fra loro, ma anche fra persone inserite all'interno di tradizioni culturalmente lontane.
Scienza, fede e verità personale in Michael Polanyi.
2012
Abstract
Il lavoro intende approfondire il rapporto tra scienza e fede religiosa, a partire dalla proposta polanyiana di una verità personale, non ridotta tuttavia a pura soggettività . Nella prima parte, vengono affrontate le questioni centrali dell'epistemologia polanyiana: la componente tacita della conoscenza, il sapere come immedesimazione e la comunità scientifica presa a modello di una società libera. La teoria della conoscenza personale, secondo la quale ogni tentativo di apprendere coincide con un atto di fiducioso abbandono, per mezzo del quale la persona †œentra†� nella realtà che intende conoscere, ci permette di scorgere, al di sotto del sapere razionale, una dimensione di fede capace di tenere insieme esperienze apparentemente molto distanti tra loro, come la scienza e la religione. Se Polanyi, attraverso la teoria della conoscenza personale, cerca di chiarire il ruolo del credere nel conoscere, il mio tentativo ਠquello di ricercare alcuni possibili aspetti ragionevoli o razionali, nell'ambito della fede religiosa, pur rimanendo sempre all'interno di un contesto epistemologico. A tal scopo, la seconda parte del lavoro costituisce un tentativo di approfondire la nozione polanyiana di fede, attraverso il confronto con il pensiero di Th. Kuhn, autore, sotto alcuni aspetti, molto vicino a Polanyi. Il concetto d'incommensurabilità , costantemente presente dai primi agli ultimi scritti kuhniani, tuttavia, segna una netta scissione tra i due filosofi portando Kuhn verso la strada del relativismo e Polanyi verso una direzione del tutto nuova ed originale, capace di aprire le porte a un incontro tra scienza e fede religiosa, sulla base della persona umana. Se, dunque, da un lato l'idea che lo scienziato, di fronte a una nuova scoperta, sperimenti una sorta di †œconversione†�, mettendo in pratica una serie di abilità , intraducibili sul piano linguistico, crea una serie di problemi dal punto di vista epistemologico e avvicina le prospettive dei due autori, dall'altro in Polanyi ਠsempre presente l'idea di una realtà oggettiva che orienta la ricerca, vincolando le scelte dello scienziato. A differenza di Kuhn, in Polanyi non viene dimenticato il lato oggettivo di un sapere che rimane comunque costantemente intrecciato ai diversi aspetti della persona. La riflessione polanyiana sulla scienza ci conduce cosଠai confini dell'epistemologia, dando origine a una serie di questioni riguardanti l'origine dell'esistenza umana. Tenendo presente l'interrogativo da cui prende le mosse la mia ricerca, ovvero, la domanda sui potenziali strumenti che il pensiero razionale avrebbe a disposizione per farsi strada nell'ambito della credenza religiosa, le due rispettive posizioni di Kuhn e Polanyi vengono anche riconsiderate in rapporto ad alcune questioni interne alla filosofia analitica della religione. Nell'ultimo capitolo della seconda parte, il tentativo, da parte dei filosofi analitici, di ricercare lo status logico della credenza mi ha permesso, da un lato, di riconsiderare il rapporto scienza-fede da un punto di vista alternativo, dall'altro ha fornito una serie di spunti per un possibile confronto tra le diverse prospettive di Kuhn e Polanyi e la stessa filosofia analitica della religione. Tenendo presente l'ambito in cui lavorano i filosofi analitici, possiamo riconoscere un nesso fra il concetto kuhniano d'incommensurabilità e la posizione dei cosiddetti fideisti wittgensteiniani, secondo i quali l'argomento religioso risulta comprensibile soltanto da chi vive in un preciso contesto religioso. La filosofia polanyiana, invece, ci conduce verso un'altra direzione, attraverso l'idea di una verità personale, in grado di creare legame nella scissione. Se pensiamo, in particolare, al rapporto fra diverse realtà culturali e religiose, la proposta polanyiana di una verità che s'intreccia allo sviluppo della persona umana potrebbe essere riletta come un tentativo utile, non tanto al fine di riconciliare le differenze, ma se intendiamo tale proposta come una riscoperta dell'uomo in quanto persona, il rapporto con l'altro, inteso come il diverso, potrebbe essere considerato sotto una nuova prospettiva. Nell'ultima parte del lavoro, dunque, dopo aver preso in esame quegli aspetti del pensiero polanyiano che aprono la teoria della conoscenza personale alle questioni centrali del Cristianesimo, ho cercato di svincolare la filosofia di Polanyi dalla religione cristiana. A differenza della maggior parte dei testi appartenenti alla letteratura critica, i quali tendono spesso a ridurre il pensiero polanyiano a una semplice filosofia di supporto della fede cristiana, ho cercato di valorizzare la teoria polanyiana del linguaggio e il tentativo epistemologico di scoprire in che modo la scienza possa poggiare su una serie di presupposizioni che sono regole, ma anche credenze. Il pi๠delle volte, quando si parla di Polanyi si dimentica l'epistemologo e si ricorda soltanto il pensatore religioso. Il mio tentativo, invece, ਠquello di scoprire, attraverso la ricostruzione attenta delle opere dell'autore, un'epistemologia rinnovata, capace di guardare al di là di se stessa, un'epistemologia intesa come punto di partenza per affrontare questioni che toccano da vicino la realtà personale dell'essere umano. Ritornando, allora, al problema del dialogo interculturale e interreligioso e tenendo presente la proposta di una verità personale, intesa come terreno d'incontro fra †œelementi incompatibili†�, potremmo avanzare una proposta: non cercare di eliminare le diversità attraverso un banale tentativo di unificare ciಠche ਠscisso, ma affidare alla filosofia l'analisi trascendentale delle possibilità della fede, per giungere alla consapevolezza che esiste tra diversi mondi culturali, linguistici e religiosi un residuo ineliminabile; esso ਠciಠche ostacola il dialogo ma ਠanche, in senso trascendentale, ciಠche lo rende possibile. Riflettendo sulle modalità attraverso le quali la ragione puಠaccedere all'ambito della fede religiosa, ritengo che la filosofia della scienza debba assumersi il compito di indagare i punti in comune tra scienza e fede per delineare quei confini che a differenza dei limiti, nel senso kantiano del termine, non chiudono un particolare ambito in se stesso, ma lo aprono a ciಠche sta oltre, costringendo la ricerca scientifica ad imbattersi nel mistero. Senza dubbio, in ambito scientifico esistono dei presupposti comuni, sulla base dei quali gli scienziati possono discutere. Tali presupposti vengono poi modificati o rinnovati, come ci insegna la stessa storia della scienza; tuttavia nessuno mette in questione la loro esistenza, senza la quale non si potrebbe neanche pensare un'attività di ricerca scientifica. Gli esperti quindi, nel loro lavoro di routine, si trovano a dialogare sulla base di determinati concetti, grazie ai quali la scienza stessa va avanti. Il problema si pone nell'ambito del dialogo interculturale e interreligioso, nel quale io dovrei avere la possibilità di ricostruire la posizione dell'altro, in base a dei presupposti comuni. Ma in questo caso ਠpossibile parlare di presupposti? E soprattutto, in che modo possiamo delineare i confini della fede, tenendo presenti le difficoltà che incontra la ragione di fronte al mistero di un'esperienza religiosa autentica? Forse la nozione polanyiana di verità personale puಠindicarci una via alternativa per rileggere il complesso rapporto tra il pensiero logico razionale e la fede religiosa, creando un terreno d'incontro non soltanto tra discipline molto distanti fra loro, ma anche fra persone inserite all'interno di tradizioni culturalmente lontane.| File | Dimensione | Formato | |
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https://hdl.handle.net/20.500.14242/314368
URN:NBN:IT:BNCF-314368