La tesi di dottorato ਠstata sviluppata nell'arco di un triennio durante il quale 21 mesi sono stati dedicati ad una ricerca empirica condotta col metodo etnografico (Cardano 1997; 2011) in due istituti penitenziari: la Casa Circondariale (CC) di Poggioreale e la Casa di Reclusione (CR) di Secondigliano. Nella corposa base empirica confluiscono: 34 interviste; materiale prodotto a scopi interni dagli Istituti in esame e note etnografiche. Queste ultime sono state redatte nel corso di 6 mesi di osservazione focalizzata condotta presso le scuole elementari e medie di Poggioreale; il corso di lingua italiana per stranieri presso la CR di Secondigliano; il corso di formazione per volontari nelle carceri, organizzato dal Centro Diocesano di Pastorale Penitenziaria di Napoli; 2 giornate di shadowing realizzate al fianco di un'educatrice della CR di Secondigliano. Il focus della ricerca ਠconsistito nell'analisi dei meccanismi di controllo sociale quotidianamente messi in atto dall'istituzione penitenziaria nei confronti di detenuti stranieri. Le domande sociologiche alle quali si ਠrisposto sono relative alle modalità  con le quali i fattori universali di prigionizzazione (Clemmer 1941 et al.) agiscono sulle componenti allogene (Gennaro 2012); e, di conseguenza, al modo in cui si combinano coercizione (Etzioni 1967) e trattamento nei meccanismi di controllo sociale dell'istituzione totale - carcere (Goffman 1961; Foucault 1975). Sul piano dei risultati conseguiti, l'impiego del metodo etnografico si ਠrivelato euristicamente valido per l'accesso e l'analisi di un campo, il carcere, che mette quotidianamente in predicato la possibilità  stessa di fare ricerca ed esige l'incessante rinegoziazione della propria presenza. La circolarità , il costante rinvio tra riflessioni metodologiche e teoriche e l'inverarsi delle une nelle altre hanno permesso la specificazione delle domande cognitive e la qualificazione della linea teorica e interpretativa emergente. Si ਠriusciti, inoltre, a rispondere alle due domande di fondo della tesi, proponendo una ridefinizione del concetto di prigionizzazione (Clemmer 1941 et. al.). Ebbene, al fine di rintracciare categorie che riuscissero a raggiungere il cuore dei meccanismi in cui si sostanziano i fattori di prigionizzazione ci si ਠrivolti al pensiero di Goffman (1959; 1961; 1974) e in particolare alla riflessione sugli “adattamenti”. Integrando l'analisi di Clemmer e le riflessioni di Goffman (1961) si ਠpervenuti ad una classificazione del processo di prigionizzazione in quattro tappe: la vicenda predetentiva; l'ingresso in carcere; il processo di stabilizzazione e le prospettive di uscita. In particolare, quanto alla fase di stabilizzazione, essa confluisce in tre diversi tipi di adattamento, situati lungo un continuum ai cui estremi si collocano la detenzione e la prigionizzazione. Queste due dimensioni sono connesse da una “terza via”, la resilienza, che si dispiega dilatandosi in entrambe le direzioni. La valutazione del peso relativo di ciascuna fase e la combinazione sui generis dei segmenti nel testo hanno, poi, consentito di aggregare le storie raccolte in tre idealtipi, rispettivamente denominati: il Cocito, la Pira di Er e il Lete. Questa †˜tipizzazione' alla quale si ਠpervenuti in virt๠di uno specifico modo di interrogare il campo, ossia tramite l'acquisizione di uno schema comparativo che ha permesso di pensare i due istituti stessi come gli estremi di un continuum ideale, permette altresଠdi seguire il percorso che conduce dal primo impatto con la dimensione detentiva fino all'istituzionalizzazione del detenuto; quando divenuto membro “normale” e “programmato” (Goffman 1961), il prigioniero si fa persona assoggettata secondo i meccanismi di disciplinamento indicati da Foucault (1975). La ricerca sul campo ha reso possibile anche comprendere la relazione complessa tra trattamento e coercizione, rivelando come il primo sia una forma di controllo sociale di cui, perà², i detenuti possono appropriarsi, almeno in parte, tramite pratiche ed adattamenti propri di uno dei tre gruppi individuati. Di qui la tesi mostra nella parte finale l'ambivalenza semantica del trattamento, il diverso uso che di esso possono fare i detenuti, nonchà© i possibili esiti della prigionizzazione anche quando essa pare pienamente compiuta. In linea con quanto notano Foucault (1970; 1975; 1978), Bauman (2001) e coloro che, in tempi pi๠recenti si sono occupati di coercizione sociale (Melossi 2002; Santoro 2004; et al.), il carcere modifica, in parte, il suo tradizionale ruolo di strumento di disciplina e si erge a perno di politiche selettive che fanno dei detenuti stranieri non soggetti da includere, ma da respingere, controllandoli a distanza.

Coercizione e trattamento. Il cammino da Poggioreale a Secondigliano, tra detenuti stranieri

2013

Abstract

La tesi di dottorato ਠstata sviluppata nell'arco di un triennio durante il quale 21 mesi sono stati dedicati ad una ricerca empirica condotta col metodo etnografico (Cardano 1997; 2011) in due istituti penitenziari: la Casa Circondariale (CC) di Poggioreale e la Casa di Reclusione (CR) di Secondigliano. Nella corposa base empirica confluiscono: 34 interviste; materiale prodotto a scopi interni dagli Istituti in esame e note etnografiche. Queste ultime sono state redatte nel corso di 6 mesi di osservazione focalizzata condotta presso le scuole elementari e medie di Poggioreale; il corso di lingua italiana per stranieri presso la CR di Secondigliano; il corso di formazione per volontari nelle carceri, organizzato dal Centro Diocesano di Pastorale Penitenziaria di Napoli; 2 giornate di shadowing realizzate al fianco di un'educatrice della CR di Secondigliano. Il focus della ricerca ਠconsistito nell'analisi dei meccanismi di controllo sociale quotidianamente messi in atto dall'istituzione penitenziaria nei confronti di detenuti stranieri. Le domande sociologiche alle quali si ਠrisposto sono relative alle modalità  con le quali i fattori universali di prigionizzazione (Clemmer 1941 et al.) agiscono sulle componenti allogene (Gennaro 2012); e, di conseguenza, al modo in cui si combinano coercizione (Etzioni 1967) e trattamento nei meccanismi di controllo sociale dell'istituzione totale - carcere (Goffman 1961; Foucault 1975). Sul piano dei risultati conseguiti, l'impiego del metodo etnografico si ਠrivelato euristicamente valido per l'accesso e l'analisi di un campo, il carcere, che mette quotidianamente in predicato la possibilità  stessa di fare ricerca ed esige l'incessante rinegoziazione della propria presenza. La circolarità , il costante rinvio tra riflessioni metodologiche e teoriche e l'inverarsi delle une nelle altre hanno permesso la specificazione delle domande cognitive e la qualificazione della linea teorica e interpretativa emergente. Si ਠriusciti, inoltre, a rispondere alle due domande di fondo della tesi, proponendo una ridefinizione del concetto di prigionizzazione (Clemmer 1941 et. al.). Ebbene, al fine di rintracciare categorie che riuscissero a raggiungere il cuore dei meccanismi in cui si sostanziano i fattori di prigionizzazione ci si ਠrivolti al pensiero di Goffman (1959; 1961; 1974) e in particolare alla riflessione sugli “adattamenti”. Integrando l'analisi di Clemmer e le riflessioni di Goffman (1961) si ਠpervenuti ad una classificazione del processo di prigionizzazione in quattro tappe: la vicenda predetentiva; l'ingresso in carcere; il processo di stabilizzazione e le prospettive di uscita. In particolare, quanto alla fase di stabilizzazione, essa confluisce in tre diversi tipi di adattamento, situati lungo un continuum ai cui estremi si collocano la detenzione e la prigionizzazione. Queste due dimensioni sono connesse da una “terza via”, la resilienza, che si dispiega dilatandosi in entrambe le direzioni. La valutazione del peso relativo di ciascuna fase e la combinazione sui generis dei segmenti nel testo hanno, poi, consentito di aggregare le storie raccolte in tre idealtipi, rispettivamente denominati: il Cocito, la Pira di Er e il Lete. Questa †˜tipizzazione' alla quale si ਠpervenuti in virt๠di uno specifico modo di interrogare il campo, ossia tramite l'acquisizione di uno schema comparativo che ha permesso di pensare i due istituti stessi come gli estremi di un continuum ideale, permette altresଠdi seguire il percorso che conduce dal primo impatto con la dimensione detentiva fino all'istituzionalizzazione del detenuto; quando divenuto membro “normale” e “programmato” (Goffman 1961), il prigioniero si fa persona assoggettata secondo i meccanismi di disciplinamento indicati da Foucault (1975). La ricerca sul campo ha reso possibile anche comprendere la relazione complessa tra trattamento e coercizione, rivelando come il primo sia una forma di controllo sociale di cui, perà², i detenuti possono appropriarsi, almeno in parte, tramite pratiche ed adattamenti propri di uno dei tre gruppi individuati. Di qui la tesi mostra nella parte finale l'ambivalenza semantica del trattamento, il diverso uso che di esso possono fare i detenuti, nonchà© i possibili esiti della prigionizzazione anche quando essa pare pienamente compiuta. In linea con quanto notano Foucault (1970; 1975; 1978), Bauman (2001) e coloro che, in tempi pi๠recenti si sono occupati di coercizione sociale (Melossi 2002; Santoro 2004; et al.), il carcere modifica, in parte, il suo tradizionale ruolo di strumento di disciplina e si erge a perno di politiche selettive che fanno dei detenuti stranieri non soggetti da includere, ma da respingere, controllandoli a distanza.
2013
it
File in questo prodotto:
File Dimensione Formato  
VATRELLA_SANDRA_25.pdf

accesso solo da BNCF e BNCR

Tipologia: Altro materiale allegato
Licenza: Tutti i diritti riservati
Dimensione 3.32 MB
Formato Adobe PDF
3.32 MB Adobe PDF

I documenti in UNITESI sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.

Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/20.500.14242/315398
Il codice NBN di questa tesi è URN:NBN:IT:BNCF-315398