Caratteristica comune ai regimi di consolidamento previsti dai diversi ordinamenti, ਠquella di consentire la compensazione tra utili e perdite di società  residenti, e, di negare, o rendere particolarmente difficoltosa, la stessa compensazione, quando le perdite sono maturate da società  non residenti. La non considerazione delle perdite comporta una tassazione al lordo del gruppo multinazionale, per mezzo della quale, non si colpisce il reddito effettivo dei soggetti che vi appartengono. L'effetto immediato ਠquello di disincentivare i gruppi a travalicare i confini nazionali. Ciಠimpedisce il funzionamento del Mercato unico, a scapito della libertà  di stabilimento prevista dagli artt. 49-54 del TFUE. Le previsioni ivi contenute sono infatti dirette, oltre ad assicurare a società  straniere il beneficio della disciplina dello Stato membro ospitante, a proibire altresଠallo Stato di origine di ostacolare lo stabilimento in un altro Stato membro dei propri cittadini o delle società  costituite conformemente alla propria legislazione. Gli Stati membri giustificano la discriminazione tra società  residenti e non residenti alla luce della riserva di competenza tributaria ad essi riconosciuta dall'ordinamento europeo in materia delle imposte dirette, dunque, in base all'equilibrata ripartizione del potere impositivo. In assenza di qualsiasi riferimento normativo, va ascritto alla Corte di Giustizia il ruolo di interprete del diritto europeo. La Suprema Corte, con una serie di importanti pronunce, ha infatti sindacato la compatibilità  con il diritto comunitario dei vari regimi interni che negano la compensazione transfrontaliera delle perdite. Nel verificare la compatibilità  con il diritto comunitario di tali discipline, la Corte ha tentato di raggiungere un (difficile) equilibrio tra due interessi completamenti contrapposti: quello comunitario, riconducibile al rispetto della libertà  di stabilimento, quello degli Stati membri, che rivendicano il diritto di esercitare il proprio potere impositivo.

La fiscalità  delle perdite dei gruppi transfrontalieri: tra regimi nazionali e libertà  di stabilimento

2015

Abstract

Caratteristica comune ai regimi di consolidamento previsti dai diversi ordinamenti, ਠquella di consentire la compensazione tra utili e perdite di società  residenti, e, di negare, o rendere particolarmente difficoltosa, la stessa compensazione, quando le perdite sono maturate da società  non residenti. La non considerazione delle perdite comporta una tassazione al lordo del gruppo multinazionale, per mezzo della quale, non si colpisce il reddito effettivo dei soggetti che vi appartengono. L'effetto immediato ਠquello di disincentivare i gruppi a travalicare i confini nazionali. Ciಠimpedisce il funzionamento del Mercato unico, a scapito della libertà  di stabilimento prevista dagli artt. 49-54 del TFUE. Le previsioni ivi contenute sono infatti dirette, oltre ad assicurare a società  straniere il beneficio della disciplina dello Stato membro ospitante, a proibire altresଠallo Stato di origine di ostacolare lo stabilimento in un altro Stato membro dei propri cittadini o delle società  costituite conformemente alla propria legislazione. Gli Stati membri giustificano la discriminazione tra società  residenti e non residenti alla luce della riserva di competenza tributaria ad essi riconosciuta dall'ordinamento europeo in materia delle imposte dirette, dunque, in base all'equilibrata ripartizione del potere impositivo. In assenza di qualsiasi riferimento normativo, va ascritto alla Corte di Giustizia il ruolo di interprete del diritto europeo. La Suprema Corte, con una serie di importanti pronunce, ha infatti sindacato la compatibilità  con il diritto comunitario dei vari regimi interni che negano la compensazione transfrontaliera delle perdite. Nel verificare la compatibilità  con il diritto comunitario di tali discipline, la Corte ha tentato di raggiungere un (difficile) equilibrio tra due interessi completamenti contrapposti: quello comunitario, riconducibile al rispetto della libertà  di stabilimento, quello degli Stati membri, che rivendicano il diritto di esercitare il proprio potere impositivo.
2015
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