Obiettivi principali di questo lavoro sono: 1) la raccolta, elaborazione e formalizzazione di dati stratigrafici e sedimentologici di dettaglio delle ࢠcopertureࢠquaternarie dellࢠarea dei Monti di Sarno; 2) lࢠindividuazione e cartografazione sia delle forme attive e relitte del paesaggio attuale, che delle paleoforme inserite come discontinuitàƒ nelle successioni stratigrafiche; allo scopo di comprendere: a) quali sono le tendenze evolutive nel lungo termine, sia nellࢠarco temporale che per i singoli contesti; b)quale àƒ¨ lࢠintera gamma delle tipologie di fenomeni che agiscono nel sistema; c) quali sono le ࢠreazioniࢠmorfodinamiche del sistema allࢠarrivo di nuove coltri piroclastiche, anche in termini di diversa natura e spessore; d) capire quali sono gli effetti che hanno avuto le variazioni climatiche tardoquaternarie sul sistema; e) individuare il rapporto che cà¢ àƒ¨ tra le crisi di franositàƒ e le tendenze morfodinamiche di lungo periodo, se queste sono eccezionali e fino a che punto. I numerosi tagli antropici, effettuati (ed ancora in corso) per la ࢠSistemazione definitiva delle aree a rischio e per il ripristino delle aree sede delle colate del 5 maggio 1998ࢠ, hanno consentito la raccolta di dati stratigrafici che hanno permesso di fare una ricostruzione dettagliata degli eventi morfoevolutivi avvenuti durante lࢠOlocene. I tagli naturali, esposti lungo le incisioni apicali e prossimali del glacis, unitamente ai dati di sondaggi geognostici raccolti nellࢠambito di uno Stage, presso il ࢠCommissariato di Governo per il Rischio Idrogeologico in Campania (Ord. Min. 2787)ࢠ, hanno invece consentito una ricostruzione degli eventi piàƒ¹ antichi, che, seppur con minor dettaglio, si spingono fino al tardo Pleistocene medio. Tutti i dati sono stati raccolti in un data base e collegati ad una carta degli affioramenti realizzata in ambiente Cad. Il primo approccio àƒ¨ stato di tipo geomorfologico ed ha inteso individuare le diverse morfologie che caratterizzano unitàƒ di paesaggiodellࢠarea di studio. Questࢠultima àƒ¨ suddivisibile in tre grandi unitàƒ di paesaggio: il mountain front, la fascia pedemontana e la pianura (considerata solo come elemento di confine del sistema preso in esame). Nellࢠambito del mountain front, si distinguono dei relitti planari della originaria scarpata di faglia (localizzati in aree di interfluvio e modestamente incisi da bacini di basso ordine gerarchico) e, alternati a questi, dei bacini di escavazione torrentizia e fluvio-carsica. Le zone di testata si presentano concave ed articolate nel caso dei bacini piàƒ¹ estesi e in alcuni casi catturano la paleosuperficie. La presenza di cornici litologiche da luogo a salti anche lungo il percorso degli alvei, in corrispondenza dei quali queste ultime tendono ad arretrare. La fascia pedemontana si presenta, solo nella sua porzione piàƒ¹ alta, articolata in una successione di forme convesse (spesso rielaborate da dissezioni) che corrispondono alle parti apicali dei molti conoidi di deiezione che escono dalle sopraccitate incisioni torrentizie. Tuttavia, le zone collocate presso la base dei settori interfluviali del mountain front non presentano pronunciate depressioni inter-conoidali. Spostandosi a valle della fascia in cui si distinguono piàƒ¹ apici di deiezione, i conoidi si anastomizzano tra loro in modo quasi perfetto, dando luogo ad un pendio piuttosto uniforme (glacis di accumulo) nel quale solo a tratti si riescono a leggere delle dolci convessitàƒ planimetriche ascrivibili allࢠazione costruttiva di uno specifico corso dࢠacqua. Solo allo sbocco dei torrenti del settore piàƒ¹ Occidentale, al confine con Palma Campania, si hanno morfologie da singolo conoide ben pronunciate, ma di estensione limitata. Il glacis àƒ¨ stato suddiviso in: a) forme apicali; b) fascia prossimale; c) fascia mediana; d) fascia distale. A valle di questࢠultima inizia la Piana del Sarno vera e propria, caratterizzata da pendenze quasi nulle e da depositi fluviali e palustri. In alcuni contesti, lࢠandamento delle isoipse, denuncia situazioni di ࢠincastro telescopicoࢠ, che sono state cartografate. Nellࢠambito della ricerca svolta, il riconoscimento dei depositi vulcanici, utilizzati come marker stratigrafici, àƒ¨ stato finalizzato alla collocazione in un arco temporale, dei processi che hanno coinvolto i versanti dei Monti di Sarno ed in particolar modo la relativa fascia pedemontana, con lࢠintento di comprenderne lࢠevoluzione. I depositi vulcanici piàƒ¹ antichi rinvenuti nellࢠarea di studio, sono quelli ascrivibili al distretto Flegreo; in particolare, sono stati riconosciuti: lࢠIgnimbrite di Taurano (157.4à,±1ka), le pomici basali e lࢠIgnimbrite Camapana (39 ka) (CI unitàƒ 2: Rolandi et al. 2003). Tali depositi, si rinvengono solo in pochi affioramenti nellࢠambito di profonde incisioni nei canali, in tagli antropici, o in sondaggi piàƒ¹ o meno profondi. Il Somma Vesuvio, negli ultimi millenni, ha avuto unࢠattivitàƒ piàƒ¹ frequente rispetto a quella dei Campi Flegrei, che i versanti del Pizzo dࢠAlvano hanno registrato quasi integralmente. Infatti, a partire dagli episodi eruttivi piàƒ¹ antichi, nellࢠarea sono stati riconosciuti rispettivamente: le pomici di Codola (25000 y.B.P.), le Pomici di Base (anche Pomici di Sarno, 18,300à,±150 y.B.P.), (altra eruzione non datata) le Pomici di Ottaviano (anche Mercato 8010à,±50 y.B.P.), le Pomici di Avellino (3760à,±70 y.B.P.), le eruzioni Protostoriche (comprese tra Avellino e 79 a.D.), le pomici grigie dellࢠeruzione di Pompei (79a.D.), le piroclsatiti di Pollena (472 a.D.), una probabile Eruzione medioevale e le Pomici del 1631 a.D. Comà¢ àƒ¨ noto da letteratura, la storia eruttiva del Somma Vesuvio àƒ¨ stata caratterizzata da alcune grandi eruzioni di tipo pliniano e diverse subpliniane. Pertanto non si esclude che nellࢠarea, oltre alle unitàƒ sopra descritte, possano essere giunti anche altri prodotti da fall, che a causa degli esigui spessori e/o rimaneggiamenti, non sono stati riconosciuti. Quanto sopra ipotizzato àƒ¨ confermato dal rinvenimento sia dei depositi attribuiti al periodo eruttivo compreso tra lࢠeruzione di Avellino e quella del 79 a.D. (Eruzioni Protostoriche) che di quelli compresi tra 472 a.D. e 1631 a.D., mai segnalate prima nellࢠarea. Particolare attenzione àƒ¨ stata dedicata allo studio dei corpi interposti ai prodotti vulcanici, o, laddove osservabili anche a quelli che hanno preceduto lࢠarrivo di tali prodotti. Lungo la fascia pedemontana sono stati riconosciuti numerosi depositi derivanti dalla rielaborazione sia dei prodotti del disfacimento del substrato mesozoico che dei depositi piroclastici. Nellࢠambito di questi depositi, sono state distinte, composizione litologica, granulometria, genesi e strutture sedimentarie, sintetizzate nelle petrofacies (Segschneider et al. 2002), opportunamente codificate, al fine di rendere piàƒ¹ immediata la lettura dei dati. Queste sono state poi raggruppate in litofacies. Successivamente sono state individuate 5 associazioni di litofacies, interpretate in termini di processi sedimentari e della loro distribuzione spazio temporale (Segschneider et al. 2002; Cinque et al. Anno 2005) . Le associazioni di litofacies ? e ?, sono rappresentative rispettivamente delle aree apicali e prossimali e si incastrano temporalmente tra IC e le Pomici di Sarno e tra queste ultime e le Pomici di Ottaviano. Le associazioni ?, ? ed ? sono tipiche delle fasce medio prossimale, medio distale e distale del glacis. Una prima distinzione nellࢠambito dei depositi relativi al glacis, puàƒ² essere fatta sulla base della componente litologica prevalente. Si afferma che i depositi relativi al Pleistocene, sono caratterizzati da prevalente componente carbonatica, e a luoghi da vulcanoclastiti (associazioni di litofacies ? e ?). Invece, i depositi Olocenici, sono costituiti quasi esclusivamente da prodotti vulcanoclastici (associazioni di litofacies ?, ? ed ?). A tale proposito va ricordato che anche Zanchetta et al.
L'evoluzione tardo-quaternaria del glacis basale dei Monti di Sarno (Campania) ed il ruolo degli input piroclastici
2006
Abstract
Obiettivi principali di questo lavoro sono: 1) la raccolta, elaborazione e formalizzazione di dati stratigrafici e sedimentologici di dettaglio delle ࢠcopertureࢠquaternarie dellࢠarea dei Monti di Sarno; 2) lࢠindividuazione e cartografazione sia delle forme attive e relitte del paesaggio attuale, che delle paleoforme inserite come discontinuitàƒ nelle successioni stratigrafiche; allo scopo di comprendere: a) quali sono le tendenze evolutive nel lungo termine, sia nellࢠarco temporale che per i singoli contesti; b)quale àƒ¨ lࢠintera gamma delle tipologie di fenomeni che agiscono nel sistema; c) quali sono le ࢠreazioniࢠmorfodinamiche del sistema allࢠarrivo di nuove coltri piroclastiche, anche in termini di diversa natura e spessore; d) capire quali sono gli effetti che hanno avuto le variazioni climatiche tardoquaternarie sul sistema; e) individuare il rapporto che cà¢ àƒ¨ tra le crisi di franositàƒ e le tendenze morfodinamiche di lungo periodo, se queste sono eccezionali e fino a che punto. I numerosi tagli antropici, effettuati (ed ancora in corso) per la ࢠSistemazione definitiva delle aree a rischio e per il ripristino delle aree sede delle colate del 5 maggio 1998ࢠ, hanno consentito la raccolta di dati stratigrafici che hanno permesso di fare una ricostruzione dettagliata degli eventi morfoevolutivi avvenuti durante lࢠOlocene. I tagli naturali, esposti lungo le incisioni apicali e prossimali del glacis, unitamente ai dati di sondaggi geognostici raccolti nellࢠambito di uno Stage, presso il ࢠCommissariato di Governo per il Rischio Idrogeologico in Campania (Ord. Min. 2787)ࢠ, hanno invece consentito una ricostruzione degli eventi piàƒ¹ antichi, che, seppur con minor dettaglio, si spingono fino al tardo Pleistocene medio. Tutti i dati sono stati raccolti in un data base e collegati ad una carta degli affioramenti realizzata in ambiente Cad. Il primo approccio àƒ¨ stato di tipo geomorfologico ed ha inteso individuare le diverse morfologie che caratterizzano unitàƒ di paesaggiodellࢠarea di studio. Questࢠultima àƒ¨ suddivisibile in tre grandi unitàƒ di paesaggio: il mountain front, la fascia pedemontana e la pianura (considerata solo come elemento di confine del sistema preso in esame). Nellࢠambito del mountain front, si distinguono dei relitti planari della originaria scarpata di faglia (localizzati in aree di interfluvio e modestamente incisi da bacini di basso ordine gerarchico) e, alternati a questi, dei bacini di escavazione torrentizia e fluvio-carsica. Le zone di testata si presentano concave ed articolate nel caso dei bacini piàƒ¹ estesi e in alcuni casi catturano la paleosuperficie. La presenza di cornici litologiche da luogo a salti anche lungo il percorso degli alvei, in corrispondenza dei quali queste ultime tendono ad arretrare. La fascia pedemontana si presenta, solo nella sua porzione piàƒ¹ alta, articolata in una successione di forme convesse (spesso rielaborate da dissezioni) che corrispondono alle parti apicali dei molti conoidi di deiezione che escono dalle sopraccitate incisioni torrentizie. Tuttavia, le zone collocate presso la base dei settori interfluviali del mountain front non presentano pronunciate depressioni inter-conoidali. Spostandosi a valle della fascia in cui si distinguono piàƒ¹ apici di deiezione, i conoidi si anastomizzano tra loro in modo quasi perfetto, dando luogo ad un pendio piuttosto uniforme (glacis di accumulo) nel quale solo a tratti si riescono a leggere delle dolci convessitàƒ planimetriche ascrivibili allࢠazione costruttiva di uno specifico corso dࢠacqua. Solo allo sbocco dei torrenti del settore piàƒ¹ Occidentale, al confine con Palma Campania, si hanno morfologie da singolo conoide ben pronunciate, ma di estensione limitata. Il glacis àƒ¨ stato suddiviso in: a) forme apicali; b) fascia prossimale; c) fascia mediana; d) fascia distale. A valle di questࢠultima inizia la Piana del Sarno vera e propria, caratterizzata da pendenze quasi nulle e da depositi fluviali e palustri. In alcuni contesti, lࢠandamento delle isoipse, denuncia situazioni di ࢠincastro telescopicoࢠ, che sono state cartografate. Nellࢠambito della ricerca svolta, il riconoscimento dei depositi vulcanici, utilizzati come marker stratigrafici, àƒ¨ stato finalizzato alla collocazione in un arco temporale, dei processi che hanno coinvolto i versanti dei Monti di Sarno ed in particolar modo la relativa fascia pedemontana, con lࢠintento di comprenderne lࢠevoluzione. I depositi vulcanici piàƒ¹ antichi rinvenuti nellࢠarea di studio, sono quelli ascrivibili al distretto Flegreo; in particolare, sono stati riconosciuti: lࢠIgnimbrite di Taurano (157.4à,±1ka), le pomici basali e lࢠIgnimbrite Camapana (39 ka) (CI unitàƒ 2: Rolandi et al. 2003). Tali depositi, si rinvengono solo in pochi affioramenti nellࢠambito di profonde incisioni nei canali, in tagli antropici, o in sondaggi piàƒ¹ o meno profondi. Il Somma Vesuvio, negli ultimi millenni, ha avuto unࢠattivitàƒ piàƒ¹ frequente rispetto a quella dei Campi Flegrei, che i versanti del Pizzo dࢠAlvano hanno registrato quasi integralmente. Infatti, a partire dagli episodi eruttivi piàƒ¹ antichi, nellࢠarea sono stati riconosciuti rispettivamente: le pomici di Codola (25000 y.B.P.), le Pomici di Base (anche Pomici di Sarno, 18,300à,±150 y.B.P.), (altra eruzione non datata) le Pomici di Ottaviano (anche Mercato 8010à,±50 y.B.P.), le Pomici di Avellino (3760à,±70 y.B.P.), le eruzioni Protostoriche (comprese tra Avellino e 79 a.D.), le pomici grigie dellࢠeruzione di Pompei (79a.D.), le piroclsatiti di Pollena (472 a.D.), una probabile Eruzione medioevale e le Pomici del 1631 a.D. Comà¢ àƒ¨ noto da letteratura, la storia eruttiva del Somma Vesuvio àƒ¨ stata caratterizzata da alcune grandi eruzioni di tipo pliniano e diverse subpliniane. Pertanto non si esclude che nellࢠarea, oltre alle unitàƒ sopra descritte, possano essere giunti anche altri prodotti da fall, che a causa degli esigui spessori e/o rimaneggiamenti, non sono stati riconosciuti. Quanto sopra ipotizzato àƒ¨ confermato dal rinvenimento sia dei depositi attribuiti al periodo eruttivo compreso tra lࢠeruzione di Avellino e quella del 79 a.D. (Eruzioni Protostoriche) che di quelli compresi tra 472 a.D. e 1631 a.D., mai segnalate prima nellࢠarea. Particolare attenzione àƒ¨ stata dedicata allo studio dei corpi interposti ai prodotti vulcanici, o, laddove osservabili anche a quelli che hanno preceduto lࢠarrivo di tali prodotti. Lungo la fascia pedemontana sono stati riconosciuti numerosi depositi derivanti dalla rielaborazione sia dei prodotti del disfacimento del substrato mesozoico che dei depositi piroclastici. Nellࢠambito di questi depositi, sono state distinte, composizione litologica, granulometria, genesi e strutture sedimentarie, sintetizzate nelle petrofacies (Segschneider et al. 2002), opportunamente codificate, al fine di rendere piàƒ¹ immediata la lettura dei dati. Queste sono state poi raggruppate in litofacies. Successivamente sono state individuate 5 associazioni di litofacies, interpretate in termini di processi sedimentari e della loro distribuzione spazio temporale (Segschneider et al. 2002; Cinque et al. Anno 2005) . Le associazioni di litofacies ? e ?, sono rappresentative rispettivamente delle aree apicali e prossimali e si incastrano temporalmente tra IC e le Pomici di Sarno e tra queste ultime e le Pomici di Ottaviano. Le associazioni ?, ? ed ? sono tipiche delle fasce medio prossimale, medio distale e distale del glacis. Una prima distinzione nellࢠambito dei depositi relativi al glacis, puàƒ² essere fatta sulla base della componente litologica prevalente. Si afferma che i depositi relativi al Pleistocene, sono caratterizzati da prevalente componente carbonatica, e a luoghi da vulcanoclastiti (associazioni di litofacies ? e ?). Invece, i depositi Olocenici, sono costituiti quasi esclusivamente da prodotti vulcanoclastici (associazioni di litofacies ?, ? ed ?). A tale proposito va ricordato che anche Zanchetta et al.| File | Dimensione | Formato | |
|---|---|---|---|
|
Franza_Tesi_Dottorato.pdf
accesso solo da BNCF e BNCR
Tipologia:
Altro materiale allegato
Licenza:
Tutti i diritti riservati
Dimensione
23.12 MB
Formato
Adobe PDF
|
23.12 MB | Adobe PDF |
I documenti in UNITESI sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.
https://hdl.handle.net/20.500.14242/336711
URN:NBN:IT:BNCF-336711