Il presente lavoro prende in esame le problematiche epistemologiche di natura etica e giuridica sorte intorno alla condizione clinica denominata “stato vegetativo permanente”. La delicatezza dell'argomento in questione, per la sua rilevanza etica e giuridico-politica, ha comportato sin dall'inizio che si adottasse un approccio euristico complesso, attento a metterne in luce il carattere d'oggetto teoretico trasversale, sfuggente ad una univoca classificazione disciplinare. La ricerca, pertanto, si ਠmossa dalla descrizione di come si ਠevoluto l'accertamento della morte nelle scienze mediche; in particolare, ci si ਠsoffermati a individuare quel movimento di “pluralizzazione della morte” che, iniziato con il metodo anatomo-clinico, giungerà sino alle diverse classificazioni nosologiche contemporanee delle morti cerebrali. Questo movimento di “pluralizzazione della morte”, se inizialmente ha dissociato nell'individuo la sua vita organica da quella animale (Bichat), poi quella pi๠strettamente cerebrale dal resto dell'organismo (Rapporto di Harvard), negli ultimi trent'anni ਠpenetrato sin nelle profondità della complessa architettura encefalica, distinguendo diversi livelli di patologie attraverso l'uso di differenti criteri neurologici. Da evento accidentale che nel mondo antico era legato alla “natura” e all'ambiente, con la modernità la malattia viene dispersa nel campo chiuso dell'organismo. Sarà infatti lo sguardo medico a mettere in luce che le forme patologiche, in realtà , rappresentano una deviazione interna della vita, e che la morte ਠl'esito inevitabile di un processo organico caratterizzato da «piccole morti in dettaglio». Questo dispositivo concettuale †" fondato sulla nozione bichatiana del tripode vitale †" ਠrimasto sostanzialmente invariato fino a quando, attraverso tecniche di rianimazione sempre pi๠sofisticate, si ਠarrivati ad una riformulazione dei criteri dell'accertamento della morte basata sui soli dati neurologici (whole brain death). Nonostante cià², a distanza neanche di quarant'anni dall'adozione del Rapporto di Harvard, sono state addotte molte prove sperimentali che la distruzione irreversibile di sezioni del cervello associate alla coscienza non comporta necessariamente la cessazione di altre funzioni legate soprattutto all'attività del tronco encefalico. àˆ qui, dunque, che emerge quella particolare e specifica condizione clinica chiamata “stato vegetativo” di cui, a conclusione del primo capitolo, si ਠtentata una classificazione nosologica, una discussione del carattere di irreversibilità , e insieme se ne ਠrimarcata l'irriducibilità alle forme pi๠comuni di “coma irreversibile”. Nel tentativo di operare una distinzione proprio da queste ultime †" distinzione non soltanto diagnostica, bensଠconcettuale †" nella seconda parte, invece, si ਠtentato di comprendere pi๠in profondità il rapporto tra stato vegetativo e organismo. Muovendo dai riscontri scientifici di A. Shewmon, si ਠsottolineata la difficoltà di assumere l'equivalenza morte cerebrale/morte dell'organismo: infatti, il corpo che sopravvive nella condizione vegetativa presenta alcune caratteristiche spontanee †" come la respirazione †" tali per cui, sebbene privato della funzionalità degli emisferi cerebrali superiori, non puಠin alcun modo considerarsi alla stregua di un cadavere, e nello tempo, perà², risulta problematico riconoscervi i tratti di una persona. In questa prospettiva, la definizione della vita vegetativa risulterebbe da una scissione tra la vita di relazione †" garantita dalla presenza dell'attivazione della corteccia cerebrale †" e la vita animale, intesa come ciಠche ਠsotteso alla sussistenza del corpo-organismo. Tuttavia, proprio questo nesso tra organismo, animalità e vita ha richiesto una discussione pi๠articolata a partire dalla sua genesi storico-epistemologica: per la biologia moderna, infatti, tutto ciಠche ਠvivo e che puಠmorire si presenta nella forma dell'animalità la cui caratteristica, in quanto organismo, ਠquella di possedere una serie di comportamenti attraverso i quali plasmare il suo ambiente circostante. Viceversa, la vitalità del corpo dello stato vegetativo ਠqualcosa che si ਠaffrancato dalla circolarità di vita e animalità , per penetrare sino al livello microbiologico in cui la vita viene vista nelle sue componenti pi๠elementari. Insomma, nello stato vegetativo, ben prima dei concetti di organismo e di persona, a entrare in gioco ਠla vitalità costituente il vivente stesso prima della sua cristallizzazione in una determinata forma, sia essa “animale” o “personale”. Che fare allora di questa vitalità ? Questa domanda ha guidato la terza parte della ricerca, nella quale si tracciano, mettendoli a confronto, due possibili scenari esplicativi di risposta, rispettivamente legati a due differenti tendenze: la prima di esse attribuisce un significato immediatamente morale alla vita umana, mentre la seconda, invece, lega l'attribuzione morale (etica o giuridica) in primo luogo alla dimensione soggettivo-esistenziale delle persone in cui questa vita †" dal valore di per sà© intrinseco †" si incarna. La scelta per uno o per l'altro punto di vista sembra indirizzare la maggior parte delle attuali questioni bioetiche †" come la legittimità della sospensione dei trattamenti sanitari, il vincolo e l'univocità del cosiddetto testamento biologico, il ruolo del fiduciario, la riorganizzazione delle strutture sanitarie, la ridefinizione dello stesso concetto di salute e della sua protezione giuridica e, infine, una nuova soglia da stabilirsi tra il “normale” e il “patologico”. A questo proposito, appaiono problematiche, ad esempio, alcune sollecitazioni †" non provenienti dal solo ambito religioso †" che inducono a uno spostamento, non tanto epistemologico, quanto etico-giuridico, della condizione dello stato vegetativo sotto la categoria della disabilità . In conclusione, il quadro giuridico e le scelte morali emerse negli ultimi anni ci sono sembrati dipendere in gran parte dall'adesione all'uno o all'altro contesto richiamato in precedenza. Nonostante cià², non si ਠpotuto evitare di rimarcare il fatto che la vera posta in gioco di una posizione “etica” e “giuridica” assieme debba concernere il tipo di rispetto e il consequenziale atteggiamento che in qualche modo si ਠchiamati ad assumere di fronte a questi corpi, che dell'uomo mostrano †" forse †" oramai solo il volto sfumato, il suo sguardo agonico.
Agonie dell'umano tra etica ed episteme. Considerazioni sullo stato vegetativo permanente
2010
Abstract
Il presente lavoro prende in esame le problematiche epistemologiche di natura etica e giuridica sorte intorno alla condizione clinica denominata “stato vegetativo permanente”. La delicatezza dell'argomento in questione, per la sua rilevanza etica e giuridico-politica, ha comportato sin dall'inizio che si adottasse un approccio euristico complesso, attento a metterne in luce il carattere d'oggetto teoretico trasversale, sfuggente ad una univoca classificazione disciplinare. La ricerca, pertanto, si ਠmossa dalla descrizione di come si ਠevoluto l'accertamento della morte nelle scienze mediche; in particolare, ci si ਠsoffermati a individuare quel movimento di “pluralizzazione della morte” che, iniziato con il metodo anatomo-clinico, giungerà sino alle diverse classificazioni nosologiche contemporanee delle morti cerebrali. Questo movimento di “pluralizzazione della morte”, se inizialmente ha dissociato nell'individuo la sua vita organica da quella animale (Bichat), poi quella pi๠strettamente cerebrale dal resto dell'organismo (Rapporto di Harvard), negli ultimi trent'anni ਠpenetrato sin nelle profondità della complessa architettura encefalica, distinguendo diversi livelli di patologie attraverso l'uso di differenti criteri neurologici. Da evento accidentale che nel mondo antico era legato alla “natura” e all'ambiente, con la modernità la malattia viene dispersa nel campo chiuso dell'organismo. Sarà infatti lo sguardo medico a mettere in luce che le forme patologiche, in realtà , rappresentano una deviazione interna della vita, e che la morte ਠl'esito inevitabile di un processo organico caratterizzato da «piccole morti in dettaglio». Questo dispositivo concettuale †" fondato sulla nozione bichatiana del tripode vitale †" ਠrimasto sostanzialmente invariato fino a quando, attraverso tecniche di rianimazione sempre pi๠sofisticate, si ਠarrivati ad una riformulazione dei criteri dell'accertamento della morte basata sui soli dati neurologici (whole brain death). Nonostante cià², a distanza neanche di quarant'anni dall'adozione del Rapporto di Harvard, sono state addotte molte prove sperimentali che la distruzione irreversibile di sezioni del cervello associate alla coscienza non comporta necessariamente la cessazione di altre funzioni legate soprattutto all'attività del tronco encefalico. àˆ qui, dunque, che emerge quella particolare e specifica condizione clinica chiamata “stato vegetativo” di cui, a conclusione del primo capitolo, si ਠtentata una classificazione nosologica, una discussione del carattere di irreversibilità , e insieme se ne ਠrimarcata l'irriducibilità alle forme pi๠comuni di “coma irreversibile”. Nel tentativo di operare una distinzione proprio da queste ultime †" distinzione non soltanto diagnostica, bensଠconcettuale †" nella seconda parte, invece, si ਠtentato di comprendere pi๠in profondità il rapporto tra stato vegetativo e organismo. Muovendo dai riscontri scientifici di A. Shewmon, si ਠsottolineata la difficoltà di assumere l'equivalenza morte cerebrale/morte dell'organismo: infatti, il corpo che sopravvive nella condizione vegetativa presenta alcune caratteristiche spontanee †" come la respirazione †" tali per cui, sebbene privato della funzionalità degli emisferi cerebrali superiori, non puಠin alcun modo considerarsi alla stregua di un cadavere, e nello tempo, perà², risulta problematico riconoscervi i tratti di una persona. In questa prospettiva, la definizione della vita vegetativa risulterebbe da una scissione tra la vita di relazione †" garantita dalla presenza dell'attivazione della corteccia cerebrale †" e la vita animale, intesa come ciಠche ਠsotteso alla sussistenza del corpo-organismo. Tuttavia, proprio questo nesso tra organismo, animalità e vita ha richiesto una discussione pi๠articolata a partire dalla sua genesi storico-epistemologica: per la biologia moderna, infatti, tutto ciಠche ਠvivo e che puಠmorire si presenta nella forma dell'animalità la cui caratteristica, in quanto organismo, ਠquella di possedere una serie di comportamenti attraverso i quali plasmare il suo ambiente circostante. Viceversa, la vitalità del corpo dello stato vegetativo ਠqualcosa che si ਠaffrancato dalla circolarità di vita e animalità , per penetrare sino al livello microbiologico in cui la vita viene vista nelle sue componenti pi๠elementari. Insomma, nello stato vegetativo, ben prima dei concetti di organismo e di persona, a entrare in gioco ਠla vitalità costituente il vivente stesso prima della sua cristallizzazione in una determinata forma, sia essa “animale” o “personale”. Che fare allora di questa vitalità ? Questa domanda ha guidato la terza parte della ricerca, nella quale si tracciano, mettendoli a confronto, due possibili scenari esplicativi di risposta, rispettivamente legati a due differenti tendenze: la prima di esse attribuisce un significato immediatamente morale alla vita umana, mentre la seconda, invece, lega l'attribuzione morale (etica o giuridica) in primo luogo alla dimensione soggettivo-esistenziale delle persone in cui questa vita †" dal valore di per sà© intrinseco †" si incarna. La scelta per uno o per l'altro punto di vista sembra indirizzare la maggior parte delle attuali questioni bioetiche †" come la legittimità della sospensione dei trattamenti sanitari, il vincolo e l'univocità del cosiddetto testamento biologico, il ruolo del fiduciario, la riorganizzazione delle strutture sanitarie, la ridefinizione dello stesso concetto di salute e della sua protezione giuridica e, infine, una nuova soglia da stabilirsi tra il “normale” e il “patologico”. A questo proposito, appaiono problematiche, ad esempio, alcune sollecitazioni †" non provenienti dal solo ambito religioso †" che inducono a uno spostamento, non tanto epistemologico, quanto etico-giuridico, della condizione dello stato vegetativo sotto la categoria della disabilità . In conclusione, il quadro giuridico e le scelte morali emerse negli ultimi anni ci sono sembrati dipendere in gran parte dall'adesione all'uno o all'altro contesto richiamato in precedenza. Nonostante cià², non si ਠpotuto evitare di rimarcare il fatto che la vera posta in gioco di una posizione “etica” e “giuridica” assieme debba concernere il tipo di rispetto e il consequenziale atteggiamento che in qualche modo si ਠchiamati ad assumere di fronte a questi corpi, che dell'uomo mostrano †" forse †" oramai solo il volto sfumato, il suo sguardo agonico.| File | Dimensione | Formato | |
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https://hdl.handle.net/20.500.14242/337250
URN:NBN:IT:BNCF-337250