Il presente lavoro si inserisce all'interno del PRIN Colonialismo italiano: letteratura e giornalismo portato avanti dall'Unità  di ricerca dell'Università  di Macerata in collaborazione con altri atenei italiani negli anni 2006-2011. Il mio interesse si ਠrivolto nello specifico ai resoconti di viaggio redatti da italiani che si trovarono a visitare, durante tutto l'arco dell'avventura coloniale nazionale, le zone del continente africano su cui si andavano progressivamente consolidando gli interessi espansionistici della giovane nazione. Si tratta di un corpus di testi ben nutrito, per la cui individuazione mi ha fornito un prezioso punto di partenza l'archivio digitale †œItalia coloniale†� ? approntato grazie alle indagini catalografiche e documentarie svolte dallo stesso gruppo di lavoro maceratese ? nel quale sono poi confluiti, in forma di dati bibliografici essenziali, i risultati delle mie stesse ricerche. Data l'ampiezza del materiale disponibile, la mia selezione delle opere si ਠavvalsa di un criterio †œa campione†�, che fosse in grado di dare conto dell'evoluzione ideologica e culturale parallela allo sviluppo politico-militare del movimento coloniale. L'introduzione al lavoro prende le mosse dalla constatazione di una forma incerta e frammentata di memoria storica coloniale italiana. Una tendenza estrema all'oblio ਠbilanciata dall'immagine mistificante e rassicurante degli †œitaliani brava gente†�, ossia di un colonialismo non solo †œstraccione†�, ma soprattutto benevolo e pi๠umano se paragonato a quello di tutte le altre potenze. Di una simile distorsione memoriale, che puಠalmeno in parte essere ricondotta a effettive peculiarità  del fenomeno coloniale nella sua specifica declinazione italiana (brevità  e tardiva realizzazione dell'impero, mancato processo di decolonizzazione, semplicistico assorbimento nell'alveo del fascismo) ma che l'evidenza storica ha da tempo dimostrato priva di un fondamento reale, si trovano spie eloquenti nelle elaborazioni letterarie del recente passato offerte negli anni Cinquanta da Flaiano, Berto e Tobino: Tempo di uccidere, Guerra in camicia nera e Il deserto della Libia si muovono, con accenti in parte differenti, alla ricerca di un equilibrio tra desiderio di espiazione e volontà  di deresponsabilizzazione personale e collettiva, tra nostalgia per gli ideali di giovent๠ormai perduti e tragica consapevolezza del loro drammatico crollo. Le premesse di un siffatto atteggiamento sono peraltro sapientemente gettate e consolidate in un decennale percorso di elaborazione ideologica di cui possiamo seguire le tracce, come ho inteso fare nel mio lavoro, proprio attraverso l'analisi della memorialistica di viaggio, genere di ampia fortuna e vasta circolazione all'epoca. Rispetto alla produzione romanzesca di argomento coloniale, fatta oggetto peraltro di maggiore attenzione da parte della critica, la scrittura di viaggio si distingue per la ricerca, destinata a perenne insoddisfazione, di un equilibrio tra le forti istanze autobiografiche, insite nella riproposizione di un'esperienza personale, e la concomitante volontà  di fornire al lettore un ritratto esemplare in cui identificarsi, da cui deriva spesso un atteggiamento didattico e pedagogico. I resoconti degli esploratori e dei viaggiatori della seconda metà  dell'Ottocento (cui ਠdedicato il II capitolo), non riconducibili alla fase propriamente coloniale ma essenziali figure di †œpionieri†� sulla via delle imprese future, volendo dare una parvenza di giustificazione morale a una missione †œcivilizzatrice†� di sfruttamento e di conquista ? peraltro ancora di là  da venire, ma già  prevedibile almeno per i pi๠accorti ? abbondano di ipocriti pretesti dal vago sapore umanitario. Con il volgere del nuovo secolo, e soprattutto in seguito alla nuova stagione coloniale inaugurata dalla guerra italo-turca del 1911 e dalla conquista, effimera, della quarta sponda libica, esploratori ma anche i sempre pi๠numerosi giornalisti che visitano le colonie (i cui resoconti sono oggetto del III capitolo) non si fanno scrupoli di avanzare pi๠decise pretese di legittimazione dell'operato italiano, basate sull'autorità  materiale e spirituale ereditata da Roma. Infine, con l'avvento al potere del regime fascista, parallelamente a quella escalation della violenza destinata a culminare nell'aggressione all'Etiopia del 1935, i viaggiatori che attraversano con sempre meno difficoltà  i territori eritrei, libici ed etiopi si fanno non solo testimoni, ma anche spesso enunciatori e sostenitori in prima persona di un'orgogliosa ideologia di supremazia razziale, soffocando ogni rigurgito di tolleranza e di vera umanità . Cosà¬, da un testo all'altro, sorvolando su contraddizioni e spesso misconoscendo la realtà  dei fatti cui si ਠdirettamente assisito, gli autori mascherano se stessi e la Patria di cui sono rappresentanti dietro un alone di †œbontà †�, tutta specificamente italiana appunto, che sembra qualificare la condotta dei connazionali in colonia, distanziandola in maniera sempre pi๠profonda, quanto immaginaria, da quella delle altre nazioni europee. Ecco dunque poste le basi ideologiche di quella retorica degli †œitaliani brava gente†� destinata a protrarsi per lungo tempo, e di cui ancora oggi, almeno a livello di percezione comune e diffusa, permangono tracce sul suolo nazionale.

Orientalismo e alterità . Percorso attraverso i resoconti di viaggio e la memorialistica coloniale italiana.

2013

Abstract

Il presente lavoro si inserisce all'interno del PRIN Colonialismo italiano: letteratura e giornalismo portato avanti dall'Unità  di ricerca dell'Università  di Macerata in collaborazione con altri atenei italiani negli anni 2006-2011. Il mio interesse si ਠrivolto nello specifico ai resoconti di viaggio redatti da italiani che si trovarono a visitare, durante tutto l'arco dell'avventura coloniale nazionale, le zone del continente africano su cui si andavano progressivamente consolidando gli interessi espansionistici della giovane nazione. Si tratta di un corpus di testi ben nutrito, per la cui individuazione mi ha fornito un prezioso punto di partenza l'archivio digitale †œItalia coloniale†� ? approntato grazie alle indagini catalografiche e documentarie svolte dallo stesso gruppo di lavoro maceratese ? nel quale sono poi confluiti, in forma di dati bibliografici essenziali, i risultati delle mie stesse ricerche. Data l'ampiezza del materiale disponibile, la mia selezione delle opere si ਠavvalsa di un criterio †œa campione†�, che fosse in grado di dare conto dell'evoluzione ideologica e culturale parallela allo sviluppo politico-militare del movimento coloniale. L'introduzione al lavoro prende le mosse dalla constatazione di una forma incerta e frammentata di memoria storica coloniale italiana. Una tendenza estrema all'oblio ਠbilanciata dall'immagine mistificante e rassicurante degli †œitaliani brava gente†�, ossia di un colonialismo non solo †œstraccione†�, ma soprattutto benevolo e pi๠umano se paragonato a quello di tutte le altre potenze. Di una simile distorsione memoriale, che puಠalmeno in parte essere ricondotta a effettive peculiarità  del fenomeno coloniale nella sua specifica declinazione italiana (brevità  e tardiva realizzazione dell'impero, mancato processo di decolonizzazione, semplicistico assorbimento nell'alveo del fascismo) ma che l'evidenza storica ha da tempo dimostrato priva di un fondamento reale, si trovano spie eloquenti nelle elaborazioni letterarie del recente passato offerte negli anni Cinquanta da Flaiano, Berto e Tobino: Tempo di uccidere, Guerra in camicia nera e Il deserto della Libia si muovono, con accenti in parte differenti, alla ricerca di un equilibrio tra desiderio di espiazione e volontà  di deresponsabilizzazione personale e collettiva, tra nostalgia per gli ideali di giovent๠ormai perduti e tragica consapevolezza del loro drammatico crollo. Le premesse di un siffatto atteggiamento sono peraltro sapientemente gettate e consolidate in un decennale percorso di elaborazione ideologica di cui possiamo seguire le tracce, come ho inteso fare nel mio lavoro, proprio attraverso l'analisi della memorialistica di viaggio, genere di ampia fortuna e vasta circolazione all'epoca. Rispetto alla produzione romanzesca di argomento coloniale, fatta oggetto peraltro di maggiore attenzione da parte della critica, la scrittura di viaggio si distingue per la ricerca, destinata a perenne insoddisfazione, di un equilibrio tra le forti istanze autobiografiche, insite nella riproposizione di un'esperienza personale, e la concomitante volontà  di fornire al lettore un ritratto esemplare in cui identificarsi, da cui deriva spesso un atteggiamento didattico e pedagogico. I resoconti degli esploratori e dei viaggiatori della seconda metà  dell'Ottocento (cui ਠdedicato il II capitolo), non riconducibili alla fase propriamente coloniale ma essenziali figure di †œpionieri†� sulla via delle imprese future, volendo dare una parvenza di giustificazione morale a una missione †œcivilizzatrice†� di sfruttamento e di conquista ? peraltro ancora di là  da venire, ma già  prevedibile almeno per i pi๠accorti ? abbondano di ipocriti pretesti dal vago sapore umanitario. Con il volgere del nuovo secolo, e soprattutto in seguito alla nuova stagione coloniale inaugurata dalla guerra italo-turca del 1911 e dalla conquista, effimera, della quarta sponda libica, esploratori ma anche i sempre pi๠numerosi giornalisti che visitano le colonie (i cui resoconti sono oggetto del III capitolo) non si fanno scrupoli di avanzare pi๠decise pretese di legittimazione dell'operato italiano, basate sull'autorità  materiale e spirituale ereditata da Roma. Infine, con l'avvento al potere del regime fascista, parallelamente a quella escalation della violenza destinata a culminare nell'aggressione all'Etiopia del 1935, i viaggiatori che attraversano con sempre meno difficoltà  i territori eritrei, libici ed etiopi si fanno non solo testimoni, ma anche spesso enunciatori e sostenitori in prima persona di un'orgogliosa ideologia di supremazia razziale, soffocando ogni rigurgito di tolleranza e di vera umanità . Cosà¬, da un testo all'altro, sorvolando su contraddizioni e spesso misconoscendo la realtà  dei fatti cui si ਠdirettamente assisito, gli autori mascherano se stessi e la Patria di cui sono rappresentanti dietro un alone di †œbontà †�, tutta specificamente italiana appunto, che sembra qualificare la condotta dei connazionali in colonia, distanziandola in maniera sempre pi๠profonda, quanto immaginaria, da quella delle altre nazioni europee. Ecco dunque poste le basi ideologiche di quella retorica degli †œitaliani brava gente†� destinata a protrarsi per lungo tempo, e di cui ancora oggi, almeno a livello di percezione comune e diffusa, permangono tracce sul suolo nazionale.
2013
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Tesi di Dottorato
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/20.500.14242/337751
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