Il territorio della penisola italiana, sin dall'età pre-romana, ਠstato caratterizzato dalla fitta presenza di centri abitati di piccola dimensione. Quest'ultimi, nello scorrere della storia, hanno attraversato anni di prosperità e anni di forti difficoltà . Nei primi anni del secondo dopoguerra, mentre il continente iniziava un periodo di rinascita dalle tremende distruzioni della guerra e gli interessi economici si concentravano principalmente nelle maggiori aree urbane, i Comuni italiani di piccola dimensione si incamminavano lungo una strada di forte declino che, ancora oggi, caratterizza la quasi totalità delle aree marginali del territorio italiano. I primi segnali di ripresa si cominciarono ad avere a partire dagli anni '90 e solo nella parte settentrionale del Paese dove i collegamenti infrastrutturali, da sempre, sono meglio distribuiti e meglio manutenuti su tutto il territorio. Nel frattempo, anche gli equilibri mondiali hanno subito delle profonde trasformazioni. Il processo di globalizzazione e il processo di formazione dell'Unione Europea hanno influito non poco sulle condizioni economiche, fisiche e sociali. Si sono affermate politiche di sviluppo fondate sulla visione regionalistica e sulla crescita policentrica del territorio. Tutto ciಠha coinvolto anche le comunità di piccola dimensione del territorio italiano. Ma cosa si intende per Comune di piccole dimensioni? La definizione della dimensione di un centro abitato non puಠessere affidata ai soli numeri sulla grandezza del Comune (numero di abitanti, estensione territoriale, densità abitativa), ma ਠnecessario prendere in considerazione anche la presenza o l'assenza di funzioni e servizi all'interno di esso. Per poter avere dei parametri di rifermento e di confronto accettabili ਠstato necessario classificare, come fanno le principali ricerche, l'ISTAT e le leggi nazionali, come piccoli Comuni tutti quegli enti comunali con una popolazione inferiore ai 5000 abitanti. A oggi i piccoli comuni in Italia sono 5.683, rappresentano il 70,2% delle amministrazioni comunali italiane, vi risiede il 17,1% della popolazione italiana (pari a 10.349.962 abitanti) e i loro territori coprono il 70% della penisola. Allo stesso modo, per comprendere la struttura del territorio italiano, ਠindispensabile considerare le interdipendenze sociali, economiche e fisiche esistenti tra i piccoli Comuni limitrofi. Questo intensificarsi delle relazioni tra centri abitati ha prodotto un fenomeno di †œcoalescenza territoriale†� che, anno dopo anno, trasforma due unità urbane funzionalmente autonome in unico sistema locale. Questo fenomeno non ha la stessa intensità in tutti i sistemi locali. La sua forza †œaggregatrice†� puಠvariare in base: al numero di centri abitati coinvolti; alla distanza tra i centri abitati; alla distribuzione delle sedi lavorate principali; alla distanza dei centri urbani minori dall'eventuale area urbana centroide; al grado di autocontenimento del sistema locale; al livello di centralità dell'eventuale Comune centroide e alla diffusione di infrastrutture di collegamento su tutta l'area interessata dal fenomeno. Tutto ciಠimpone di studiare e di pianificare il territorio con un diverso punto di vista. Si rende necessario avere uno sguardo non pi๠concentrato sul singolo Comune, ma interessato a tutto il territorio del sistema locale che avrà dei confini a †œgeometria variabile†� in base al tipo si funzione o di relazione sulla quale si sta ponendo l'attenzione. La risposta istituzionale a questo processo evolutivo del territorio non ਠmai stata molto incisiva. Tant'ਠche uno dei principali limiti alla crescita e alla pianificazione del territorio, in molti casi, risulta essere proprio la mancata †œcoalescenza istituzionale†�. Le proposte normative per un'aggregazione istituzionale non sono mai mancate. Fin dal 1934, con il Regio decreto n. 383, i Comuni hanno la possibilità di istituire dei consorzi per la collaborazione sull'esercizio di servizi. Ma il passo pi๠importante dal punto di vista normativo ਠstato compiuto solo nel 1990 con la riforma dell'ordinamento degli enti locali, legge 142/1990, con la quale sono state normate le forme associative comunali, tra cui troviamo l'Unione dei Comuni. Per quanto riguarda i piccoli Comuni, solo nell'ultimo decennio, per puri motivi finanziari, si ਠintrodotta l†˜obbligatorietà delle gestione delle funzioni fondamentali che ha avuto un rafforzamento importante nelle manovre economiche varate nel 2010 e nel 2011. Anche la pianificazione urbanistica, fin dall'emanazione, nel 1942, della legge fondamentale prevede la possibilità , anche se in maniera poco chiara, di redigere i piani urbanistici intercomunali. Nonostante negli anni, tramite le leggi regionali sul governo del territorio, si sia cercato di incentivare la pianificazione urbanistica intercomunale, attualmente i casi di piani intercomunali non sono molto diffusi sul territorio nazionale. Un'impronta decisiva per la diffusione della pianificazione intercomunale ਠstata data con la †œnuova forma di piano†� proposta dall'Inu nel 1995 e successivamente recepita da molte Regioni nelle proprie leggi regionali. La proposta di riforma del piano consiste nella strutturazione di quest'ultimo in tre componenti fondamentali: la componente strutturale, il regolamento urbanistico edilizio e la componente operativa. Vista questa tripartizione, la componente strutturale del piano urbanistico, a livello comunale e in particolar modo per quanto riguarda i piccoli Comuni limitrofi caratterizzati da forti interdipendenze, si presta ad avere un'applicazione intercomunale capace di avere una visione completa del territorio che si dovrà regolamentare. I piccoli Comuni affinchà© possano superare i limiti cognitivi e la marginalità in cui - la maggior parte di essi - si trovano, devono imparare e prendere coscienza che ਠindispensabile †œfare rete†� con le piccole municipalità limitrofe. A questo punto, viste le caratteristiche insediative del territorio italiano fortemente caratterizzato dalla fitta presenza di piccoli centri abitati, visti i processi di †œcoalescenza territoriale†� e la conseguente necessità di approcciarsi al territorio su base di sistemi locali intercomunali, vista la possibilità per gli enti comunali di associarsi per la gestione delle funzioni e per l'esercizio dei servizi e, infine, vista la strutturazione riformista del piano urbanistico in tre componenti fondamentali ritengo che, per i piccoli Comuni che si trovano in situazioni di forte dipendenza uno dall'altro, sia necessario pensare alla componente strutturale essenzialmente su base intercomunale, in modo da avere una migliore salvaguardia e un'adeguata strutturazione della rete insediativa, della rete infrastrutturale, della rete ambientale e della rete energetica. Affinchà© tutto ciಠsia possibile e quindi avere una corretta redazione, un'efficace attuazione e una buona gestione, ਠpreferibile che il tutto sia supervisionato o redatto da un ufficio di piano unico per tutti Comuni interessati. Tale ufficio, al fine di accrescerne i poteri decisori, andrebbe inserito in un ente intercomunale dotato di organi decisori che possano dettare delle direttive di funzionamento immediate ed eseguibili. L'ente sovra locale maggiormente rispondente a tali esigenze ਠsenz'altro l'Unione dei Comuni. Quanto infine alla componente operativa del piano urbanistico, ਠopportuno precisare che essa si applica negli ambiti di trasformazione delimitati nella componente strutturale e in base a essi si potrà stabilire anche se debba riguardare un solo Comune o pi๠Comuni. Alla base dell'attuazione del piano pongo la tecnica della perequazione urbanistica che, proprio grazie alla dimensione intercomunale, potrebbe trovare la forza per essere applicata e garantire la realizzazione delle attrezzature pubbliche di cui necessitano gli abitanti e le opere di compensazione ambientale di cui necessita il territorio fortemente caratterizzato dal dissesto idrogeologico.
Il peso del piccolo. Coalescenza territoriale e pianificazione urbanistica intercomunale
2011
Abstract
Il territorio della penisola italiana, sin dall'età pre-romana, ਠstato caratterizzato dalla fitta presenza di centri abitati di piccola dimensione. Quest'ultimi, nello scorrere della storia, hanno attraversato anni di prosperità e anni di forti difficoltà . Nei primi anni del secondo dopoguerra, mentre il continente iniziava un periodo di rinascita dalle tremende distruzioni della guerra e gli interessi economici si concentravano principalmente nelle maggiori aree urbane, i Comuni italiani di piccola dimensione si incamminavano lungo una strada di forte declino che, ancora oggi, caratterizza la quasi totalità delle aree marginali del territorio italiano. I primi segnali di ripresa si cominciarono ad avere a partire dagli anni '90 e solo nella parte settentrionale del Paese dove i collegamenti infrastrutturali, da sempre, sono meglio distribuiti e meglio manutenuti su tutto il territorio. Nel frattempo, anche gli equilibri mondiali hanno subito delle profonde trasformazioni. Il processo di globalizzazione e il processo di formazione dell'Unione Europea hanno influito non poco sulle condizioni economiche, fisiche e sociali. Si sono affermate politiche di sviluppo fondate sulla visione regionalistica e sulla crescita policentrica del territorio. Tutto ciಠha coinvolto anche le comunità di piccola dimensione del territorio italiano. Ma cosa si intende per Comune di piccole dimensioni? La definizione della dimensione di un centro abitato non puಠessere affidata ai soli numeri sulla grandezza del Comune (numero di abitanti, estensione territoriale, densità abitativa), ma ਠnecessario prendere in considerazione anche la presenza o l'assenza di funzioni e servizi all'interno di esso. Per poter avere dei parametri di rifermento e di confronto accettabili ਠstato necessario classificare, come fanno le principali ricerche, l'ISTAT e le leggi nazionali, come piccoli Comuni tutti quegli enti comunali con una popolazione inferiore ai 5000 abitanti. A oggi i piccoli comuni in Italia sono 5.683, rappresentano il 70,2% delle amministrazioni comunali italiane, vi risiede il 17,1% della popolazione italiana (pari a 10.349.962 abitanti) e i loro territori coprono il 70% della penisola. Allo stesso modo, per comprendere la struttura del territorio italiano, ਠindispensabile considerare le interdipendenze sociali, economiche e fisiche esistenti tra i piccoli Comuni limitrofi. Questo intensificarsi delle relazioni tra centri abitati ha prodotto un fenomeno di †œcoalescenza territoriale†� che, anno dopo anno, trasforma due unità urbane funzionalmente autonome in unico sistema locale. Questo fenomeno non ha la stessa intensità in tutti i sistemi locali. La sua forza †œaggregatrice†� puಠvariare in base: al numero di centri abitati coinvolti; alla distanza tra i centri abitati; alla distribuzione delle sedi lavorate principali; alla distanza dei centri urbani minori dall'eventuale area urbana centroide; al grado di autocontenimento del sistema locale; al livello di centralità dell'eventuale Comune centroide e alla diffusione di infrastrutture di collegamento su tutta l'area interessata dal fenomeno. Tutto ciಠimpone di studiare e di pianificare il territorio con un diverso punto di vista. Si rende necessario avere uno sguardo non pi๠concentrato sul singolo Comune, ma interessato a tutto il territorio del sistema locale che avrà dei confini a †œgeometria variabile†� in base al tipo si funzione o di relazione sulla quale si sta ponendo l'attenzione. La risposta istituzionale a questo processo evolutivo del territorio non ਠmai stata molto incisiva. Tant'ਠche uno dei principali limiti alla crescita e alla pianificazione del territorio, in molti casi, risulta essere proprio la mancata †œcoalescenza istituzionale†�. Le proposte normative per un'aggregazione istituzionale non sono mai mancate. Fin dal 1934, con il Regio decreto n. 383, i Comuni hanno la possibilità di istituire dei consorzi per la collaborazione sull'esercizio di servizi. Ma il passo pi๠importante dal punto di vista normativo ਠstato compiuto solo nel 1990 con la riforma dell'ordinamento degli enti locali, legge 142/1990, con la quale sono state normate le forme associative comunali, tra cui troviamo l'Unione dei Comuni. Per quanto riguarda i piccoli Comuni, solo nell'ultimo decennio, per puri motivi finanziari, si ਠintrodotta l†˜obbligatorietà delle gestione delle funzioni fondamentali che ha avuto un rafforzamento importante nelle manovre economiche varate nel 2010 e nel 2011. Anche la pianificazione urbanistica, fin dall'emanazione, nel 1942, della legge fondamentale prevede la possibilità , anche se in maniera poco chiara, di redigere i piani urbanistici intercomunali. Nonostante negli anni, tramite le leggi regionali sul governo del territorio, si sia cercato di incentivare la pianificazione urbanistica intercomunale, attualmente i casi di piani intercomunali non sono molto diffusi sul territorio nazionale. Un'impronta decisiva per la diffusione della pianificazione intercomunale ਠstata data con la †œnuova forma di piano†� proposta dall'Inu nel 1995 e successivamente recepita da molte Regioni nelle proprie leggi regionali. La proposta di riforma del piano consiste nella strutturazione di quest'ultimo in tre componenti fondamentali: la componente strutturale, il regolamento urbanistico edilizio e la componente operativa. Vista questa tripartizione, la componente strutturale del piano urbanistico, a livello comunale e in particolar modo per quanto riguarda i piccoli Comuni limitrofi caratterizzati da forti interdipendenze, si presta ad avere un'applicazione intercomunale capace di avere una visione completa del territorio che si dovrà regolamentare. I piccoli Comuni affinchà© possano superare i limiti cognitivi e la marginalità in cui - la maggior parte di essi - si trovano, devono imparare e prendere coscienza che ਠindispensabile †œfare rete†� con le piccole municipalità limitrofe. A questo punto, viste le caratteristiche insediative del territorio italiano fortemente caratterizzato dalla fitta presenza di piccoli centri abitati, visti i processi di †œcoalescenza territoriale†� e la conseguente necessità di approcciarsi al territorio su base di sistemi locali intercomunali, vista la possibilità per gli enti comunali di associarsi per la gestione delle funzioni e per l'esercizio dei servizi e, infine, vista la strutturazione riformista del piano urbanistico in tre componenti fondamentali ritengo che, per i piccoli Comuni che si trovano in situazioni di forte dipendenza uno dall'altro, sia necessario pensare alla componente strutturale essenzialmente su base intercomunale, in modo da avere una migliore salvaguardia e un'adeguata strutturazione della rete insediativa, della rete infrastrutturale, della rete ambientale e della rete energetica. Affinchà© tutto ciಠsia possibile e quindi avere una corretta redazione, un'efficace attuazione e una buona gestione, ਠpreferibile che il tutto sia supervisionato o redatto da un ufficio di piano unico per tutti Comuni interessati. Tale ufficio, al fine di accrescerne i poteri decisori, andrebbe inserito in un ente intercomunale dotato di organi decisori che possano dettare delle direttive di funzionamento immediate ed eseguibili. L'ente sovra locale maggiormente rispondente a tali esigenze ਠsenz'altro l'Unione dei Comuni. Quanto infine alla componente operativa del piano urbanistico, ਠopportuno precisare che essa si applica negli ambiti di trasformazione delimitati nella componente strutturale e in base a essi si potrà stabilire anche se debba riguardare un solo Comune o pi๠Comuni. Alla base dell'attuazione del piano pongo la tecnica della perequazione urbanistica che, proprio grazie alla dimensione intercomunale, potrebbe trovare la forza per essere applicata e garantire la realizzazione delle attrezzature pubbliche di cui necessitano gli abitanti e le opere di compensazione ambientale di cui necessita il territorio fortemente caratterizzato dal dissesto idrogeologico.| File | Dimensione | Formato | |
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https://hdl.handle.net/20.500.14242/337832
URN:NBN:IT:BNCF-337832