In Italia la legge che disciplinava l'ammissione e la permanenza nei manicomi civili era del 1904. Difesa sociale e moralità erano i suoi principi ispiratori. L'internamento coatto era previsto per coloro che fossero stati riconosciuti come pericolosi “a sà© ed agli altri” o quando erano causa di “pubblico scandalo”. Il fascismo non reputಠnecessario porre mano alla materia e la normativa restಠinvariata sostanzialmente fino alla riforma degli ospedali psichiatrici del 1978. Tra il 1927 ed il 1941 i ricoverati nei diversi ospedali psichiatrici provinciali passarono da 62.127 a 96.500. Anche il ricorso alle misure di sicurezza detentive, come l'internamento in manicomio giudiziario, fece registrare un progressivo aumento negli anni del fascismo. Dal 1931 - anno della riforma del Codice penale e del regolamento penitenziario e degli stabilimenti per le misure di sicurezza - fino alla vigilia della seconda guerra mondiale, si passಠdai 778 casi agli oltre 5800. All'interno di questa tendenza generale ਠpossibile ipotizzare anche un uso politico del manicomio? Negli ultimi anni alcune ricerche svolte da Paolo Francesco Peloso, Massimo Tornabene ed altri studiosi hanno messo in evidenza come, in singole vicende, si possa immaginare un uso dell'internamento psichiatrico caratterizzato dalla forte connotazione politica degli internati. Tuttavia, come ha sottolineato Massimo Moraglio, rispetto alle possibili relazioni tra segregazione in manicomio e persecuzione dell'antifascismo ancora si ਠben lontani dalla possibilità di disegnare un quadro complessivo. La prima esigenza affrontata nella ricerca ha riguardato il reperimento di notizie su quanti e quali oppositori sono stati internati in manicomio durante il ventennio. A tal fine molto utile ਠstata la lettura delle 44.540 biografie degli antifascisti schedati nel Casellario politico centrale - curata da Adriano Dal Pont per la collana Quaderni dell'Associazione nazionale perseguitati politici italiani - dalla quale sono emersi 473 casi, cioਠl'1,06 per cento del totale, di soggetti che sono stati sottoposti ad internamento psichiatrico, molte volte aggiungendo questa forma di segregazione asilare alle loro esperienze di reclusione nelle carceri o nelle isole di confino. Questo primo dato ਠstato incrociato con i risultati di due approfondimenti archivistici sugli schedati in Categoria A8, sia della questura di Bologna che di quella di Macerata, relativamente al periodo che va dalla fine del 1922 al 1943. Dal confronto ਠrisultato che, nel caso di Macerata, il numero degli antifascisti internati in manicomio ਠaumentato da 4 a 7, mentre, nel caso di Bologna, da 24 a 39. Estendendo tali proporzioni anche agli altri archivi periferici, il numero totale degli antifascisti manicomializzati crescerebbe significativamente, probabilmente fino ad arrivare poco al di sotto del migliaio di casi. La ricerche effettuate su un centinaio di fascicoli conservati in Archivio centrale, nell'Archivio di Stato di Bologna, in quello di Ancona, di Perugia ed in quello di Macerata, hanno fatto emergere un quadro dove il ricorso al manicomio alcune volte potrebbe essere considerato come una misura di difesa sociale verso quella parte di popolazione tendenzialmente deviante che, sin dalla fine del XVIII secolo, aveva “ossessionato” medici, psichiatri, criminologi e giuristi impegnati a combattere sia la degenerazione che le “classi pericolose”. Dai documenti di polizia si evince perಠcome, ai classici elementi della pericolosità sociale †" come l'alcoolismo, la recidiva etc †" venivano affiancati quei caratteri che rimandavano ad una pericolosità politica dei soggetti. Altri internamenti, invece, sono riferibili a soggetti che sono finiti in manicomio per cause direttamente o indirettamente collegate alla loro attività politica, magari ricoverati dopo essere stati arrestati in alcune operazioni contro le organizzazioni clandestine in Italia o dopo essere stati fermati al rimpatrio, perchà© precedentemente segnalati come frequentatori dei circoli politici dei fuoriusciti o come volontari delle Brigate internazionali in Spagna. Per quanti tra questi antifascisti, dopo periodi di segregazione che potevano durare anche pi๠di dieci o dodici anni, sono poi effettivamente giunte ossessioni e deliri paranoici a legittimare ex post l'ordinanza di internamento? E' possibile ipotizzare che, come successo in altri regimi che hanno caratterizzato la storia Europea del Novecento, il fascismo utilizzಠla segregazione manicomiale come strumento di repressione del dissenso per sommare alla detenzione fisica la morte civile del soggetto? Va considerato che il manicomio, in quanto misura di sicurezza, mirava a colpire la personalità del reo pi๠che il reato. In quest'ottica ਠsembrato importante provare a ricostruire queste singole personalità , utilizzando, oltre alle carte di polizia, le fonti mediche e psichiatriche contenute in diverse cartelle cliniche intestate ad antifascisti e conservate negli archivi dell'ospedale psichiatrico provinciale di Ancona, di Macerata, di Perugia e dell'ospedale psichiatrico giudiziario di Volterra. Tali fonti, oltre alle osservazioni ed ai pareri degli psichiatri, in alcuni casi contengono anche scritti e memoriali degli stessi ricoverati. Agli archivi citati vanno inoltre aggiunti quelli degli ospedali psichiatrici giudiziari di Aversa, Montelupo Fiorentino, Reggio Emilia e Barcellona Pozzo di Gotto †" per i quali ਠstata rilasciata autorizzazione dal Ministero della giustizia. Sempre nell'ambito della ricostruzione della personalità del reo, infine, molto interessante ਠstata la consultazione di alcuni fascicoli processuali relativi a degli internamenti ordinati con sentenza del Tribunale speciale per la difesa dello Stato. In tali fascicoli, oltre alle testimonianze raccolte dall'accusa, ai verbali di interrogatorio, alle deposizioni ed alle tracce dei tentativi di difesa degli imputati, sono conservate anche alcune perizie psichiatriche, miranti a stabilire l'eventuale incapacità di intendere e volere, condizione necessaria per motivare il proscioglimento per infermità mentale e il ricovero in manicomio giudiziario.
"Il morbo di Lenin". Internamento psichiatrico e repressione politica in Italia durante il fascismo.
2013
Abstract
In Italia la legge che disciplinava l'ammissione e la permanenza nei manicomi civili era del 1904. Difesa sociale e moralità erano i suoi principi ispiratori. L'internamento coatto era previsto per coloro che fossero stati riconosciuti come pericolosi “a sà© ed agli altri” o quando erano causa di “pubblico scandalo”. Il fascismo non reputಠnecessario porre mano alla materia e la normativa restಠinvariata sostanzialmente fino alla riforma degli ospedali psichiatrici del 1978. Tra il 1927 ed il 1941 i ricoverati nei diversi ospedali psichiatrici provinciali passarono da 62.127 a 96.500. Anche il ricorso alle misure di sicurezza detentive, come l'internamento in manicomio giudiziario, fece registrare un progressivo aumento negli anni del fascismo. Dal 1931 - anno della riforma del Codice penale e del regolamento penitenziario e degli stabilimenti per le misure di sicurezza - fino alla vigilia della seconda guerra mondiale, si passಠdai 778 casi agli oltre 5800. All'interno di questa tendenza generale ਠpossibile ipotizzare anche un uso politico del manicomio? Negli ultimi anni alcune ricerche svolte da Paolo Francesco Peloso, Massimo Tornabene ed altri studiosi hanno messo in evidenza come, in singole vicende, si possa immaginare un uso dell'internamento psichiatrico caratterizzato dalla forte connotazione politica degli internati. Tuttavia, come ha sottolineato Massimo Moraglio, rispetto alle possibili relazioni tra segregazione in manicomio e persecuzione dell'antifascismo ancora si ਠben lontani dalla possibilità di disegnare un quadro complessivo. La prima esigenza affrontata nella ricerca ha riguardato il reperimento di notizie su quanti e quali oppositori sono stati internati in manicomio durante il ventennio. A tal fine molto utile ਠstata la lettura delle 44.540 biografie degli antifascisti schedati nel Casellario politico centrale - curata da Adriano Dal Pont per la collana Quaderni dell'Associazione nazionale perseguitati politici italiani - dalla quale sono emersi 473 casi, cioਠl'1,06 per cento del totale, di soggetti che sono stati sottoposti ad internamento psichiatrico, molte volte aggiungendo questa forma di segregazione asilare alle loro esperienze di reclusione nelle carceri o nelle isole di confino. Questo primo dato ਠstato incrociato con i risultati di due approfondimenti archivistici sugli schedati in Categoria A8, sia della questura di Bologna che di quella di Macerata, relativamente al periodo che va dalla fine del 1922 al 1943. Dal confronto ਠrisultato che, nel caso di Macerata, il numero degli antifascisti internati in manicomio ਠaumentato da 4 a 7, mentre, nel caso di Bologna, da 24 a 39. Estendendo tali proporzioni anche agli altri archivi periferici, il numero totale degli antifascisti manicomializzati crescerebbe significativamente, probabilmente fino ad arrivare poco al di sotto del migliaio di casi. La ricerche effettuate su un centinaio di fascicoli conservati in Archivio centrale, nell'Archivio di Stato di Bologna, in quello di Ancona, di Perugia ed in quello di Macerata, hanno fatto emergere un quadro dove il ricorso al manicomio alcune volte potrebbe essere considerato come una misura di difesa sociale verso quella parte di popolazione tendenzialmente deviante che, sin dalla fine del XVIII secolo, aveva “ossessionato” medici, psichiatri, criminologi e giuristi impegnati a combattere sia la degenerazione che le “classi pericolose”. Dai documenti di polizia si evince perಠcome, ai classici elementi della pericolosità sociale †" come l'alcoolismo, la recidiva etc †" venivano affiancati quei caratteri che rimandavano ad una pericolosità politica dei soggetti. Altri internamenti, invece, sono riferibili a soggetti che sono finiti in manicomio per cause direttamente o indirettamente collegate alla loro attività politica, magari ricoverati dopo essere stati arrestati in alcune operazioni contro le organizzazioni clandestine in Italia o dopo essere stati fermati al rimpatrio, perchà© precedentemente segnalati come frequentatori dei circoli politici dei fuoriusciti o come volontari delle Brigate internazionali in Spagna. Per quanti tra questi antifascisti, dopo periodi di segregazione che potevano durare anche pi๠di dieci o dodici anni, sono poi effettivamente giunte ossessioni e deliri paranoici a legittimare ex post l'ordinanza di internamento? E' possibile ipotizzare che, come successo in altri regimi che hanno caratterizzato la storia Europea del Novecento, il fascismo utilizzಠla segregazione manicomiale come strumento di repressione del dissenso per sommare alla detenzione fisica la morte civile del soggetto? Va considerato che il manicomio, in quanto misura di sicurezza, mirava a colpire la personalità del reo pi๠che il reato. In quest'ottica ਠsembrato importante provare a ricostruire queste singole personalità , utilizzando, oltre alle carte di polizia, le fonti mediche e psichiatriche contenute in diverse cartelle cliniche intestate ad antifascisti e conservate negli archivi dell'ospedale psichiatrico provinciale di Ancona, di Macerata, di Perugia e dell'ospedale psichiatrico giudiziario di Volterra. Tali fonti, oltre alle osservazioni ed ai pareri degli psichiatri, in alcuni casi contengono anche scritti e memoriali degli stessi ricoverati. Agli archivi citati vanno inoltre aggiunti quelli degli ospedali psichiatrici giudiziari di Aversa, Montelupo Fiorentino, Reggio Emilia e Barcellona Pozzo di Gotto †" per i quali ਠstata rilasciata autorizzazione dal Ministero della giustizia. Sempre nell'ambito della ricostruzione della personalità del reo, infine, molto interessante ਠstata la consultazione di alcuni fascicoli processuali relativi a degli internamenti ordinati con sentenza del Tribunale speciale per la difesa dello Stato. In tali fascicoli, oltre alle testimonianze raccolte dall'accusa, ai verbali di interrogatorio, alle deposizioni ed alle tracce dei tentativi di difesa degli imputati, sono conservate anche alcune perizie psichiatriche, miranti a stabilire l'eventuale incapacità di intendere e volere, condizione necessaria per motivare il proscioglimento per infermità mentale e il ricovero in manicomio giudiziario.| File | Dimensione | Formato | |
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https://hdl.handle.net/20.500.14242/340090
URN:NBN:IT:BNCF-340090