La ricerca dottorale tematizza il pensiero filosofico-politico di Walter Benjamin che affiora dalla Politik: un’opera frammentaria e mai terminata, cui il filosofo lavorò a cavallo degli anni Venti e nelle cui categorie e argomentazioni principali il presente lavoro rintraccia l’esito di un processo di elaborazione teorica avviato almeno una decina di anni prima, nonché il marchio che contrassegnerà la sua speculazione matura. A fondamento della ricerca si colloca, innanzitutto, l’interesse per un’opera a lungo disconosciuta dalla critica nella sua omogeneità e, quand’anche considerata nella sua unitarietà, spesso declassata a opera giovanile, intrisa di anarchismo spirituale, poi abbandonata dal filosofo in seguito alla virata marxista. Su tale pregiudizio si è fondata un’interpretazione obsoleta dell’opera benjaminiana, che insiste sulla carica rivoluzionaria rappresentata dalla svolta del ’24 e che concepisce il materialismo del filosofo come l’esito del rifiuto dell’orientamento anarchico e idealista di gioventù — e non piuttosto come la condizione di possibilità stessa dell’approdo al marxismo. Di contro, la presente indagine mette in luce come il materialismo di Benjamin vada inteso come una posizione etico-filosofica che, insieme al messianismo anarchico e immanentista, connoterebbe da sempre la sua speculazione. L’aver provato a confutare tale lettura non costituisce certo un merito esclusivo del lavoro qui proposto. Attraverso il confronto con una consistente mole di bibliografia sul tema, esso si inscrive, piuttosto, in un determinato filone di studi, che negli ultimi vent’anni, in Germania e soprattutto in Italia, ha posto l’attenzione sull’arsenale della Politik, provando a conferire forma e dignità alla riflessione filosofico-politica consegnata ai testi frammentari che la compongono: tra questi si annoverano scritti più o meno noti come la Prima recensione al Lesabéndio di Scheerbart, la Critica della violenza, Capitalismo come religione, il Frammento Teologico-politico e alcune note sparse sulla filosofia della storia, sull’antropologia e la menzogna, oggi raccolte prevalentemente nel VI volume delle Gesammelte Schriften. Se è vero che la ricerca prende le mosse da un lacunoso stato dell’arte e dall’intenzione di addentrarsi più a fondo, tra le pieghe di testi e frammenti a lungo trascurati, il vero motore propulsore del lavoro è costituito da un intento tanto semplice quanto rischioso: tradurre in termini politici l’articolata e scivolosa riflessione benjaminiana che emerge dagli scritti degli anni Dieci e Venti; vale a dire, applicare a quel che egli stesso definiva la “totalità contraddittoria e mobile” del suo pensiero concetti, idee e problematiche, che caratterizzano tipicamente l’eterogenea tradizione filosofico-politica moderna. Suddetta operazione di traduzione in una concettualità definita teoricamente e storicamente, da una parte, aspira a rendere più accessibile un pensiero multiforme e oscuro, a esplorarlo, sondandone i confini e delineandone il profilo irregolare. Dall’altro lato, tale impresa nasconde il concreto rischio di risolversi, di fatto, in un tradimento ingenuo dell’idea originaria dell’autore. Per tali ragioni, nel corso dell’indagine si tenta di tenere fede all’accezione benjaminiana di “traduzione”, che traluce dalla sua peculiare metafisica del linguaggio: non una mera trasposizione dei significati di una lingua in quelli della lingua di destinazione, in cui si celerebbe il pericolo insidioso del tradimento. Piuttosto, una traduzione tra la lingua benjaminiana e le diverse lingue della filosofia politica moderna: vale a dire, traduzione come ricerca infaticabile del nome puro, in questo caso dell’idea originaria, benché destinata a cozzare con il simbolo del non-comunicabile — un nocciolo duro mai conoscibile fino in fondo. In questo senso, la presente impresa di traduzione non aspira a restituire tout court l’essenza del pensiero benjaminiano sul vero Politico e la vera Politica, oggi in parte oggettivamente inaccessibile; ma aspira a elaborare un discorso che, richiamandosi all’originale, riesca, a far emergere (vordrängen) in tale movimento alcuni suoi aspetti marginali o inesplorati, contribuendo, seppur in misura esigua, alla sopravvivenza di tale pensiero. Per realizzare i propri propositi, la ricerca si dispiega attraverso la ricostruzione del contesto storico e biografico-intellettuale, la disamina storico-concettuale dell’evoluzione delle principali categorie del vero Politico e, infine, l’illustrazione della peculiare relazione tra ordine del Profano e Regno di Dio, rivolta alla comprensione della vera Politica come teleologia senza scopo finale. A ben vedere, infatti, la speculazione benjaminiana sul politico risalente agli anni 1916-1923 non è rivolta a definizioni sostanziali, ma si struttura attraverso concetti relazionali, afferenti cioè a classificazioni funzionali in ordini distinti: in altri termini, nella prospettiva del filosofo, la descrizione dell’ordine del profano è resa possibile attraverso un rapporto di mutua esclusione con l’ordine della giustizia divina. Ne deriva che l’idea messianica serve a configurare l’orizzonte del suo pensiero sul politico, ma non il concetto stesso di politico, al quale compete una totale mondanità. Per far fronte alla vastità e alla complessità del tema di ricerca e per rendere ragione della peculiarità della posizione benjaminiana, l’indagine presenta una struttura tripartita. La prima parte si focalizza sul contesto storico, politico e culturale, in cui l’elaborazione dei pensieri benjaminiani si radica: ovvero la congiuntura segnata dalla conflitto mondiale, il crollo della monarchia guglielmina, il turbolento biennio rosso del ’19-’20, il massacro degli spartachisti ad opera del governo di Weimar, dunque, le forti tensioni politiche ed economiche che sfociano nello scollamento tra gli intellettuali di sinistra e i partiti, nella radicalizzazione delle destre in senso nazionalista e antisemita, ma anche nella fioritura delle avanguardie artistiche di orientamento anarchico e socialista. Delineato il quadro generale, la prima sezione si volge, quindi, alla biografia intellettuale del filosofo, per esaminare genesi e sviluppo delle idee fondanti della sua speculazione filosofico-politica di questi anni: l’idea jugendbewegt, il rapporto con la politica e con l’ebraismo, il concetto di Ausdrucklosigkeit, gli studi sul concetto di esperienza, linguaggio e critica, così come la fascinazione per la dottrina e il mito, fino al binomio destino e carattere. La seconda parte introduce il progetto della Politik: tanto le motivazioni personali e teoretiche che l’hanno originato, quanto la costellazione antiteocratica in cui deve iscriversi. Dopo aver fornito una ricostruzione filologica della costellazione dei testi e una breve precisazione metodologica, questa sezione tenta di redigere una sorta di lemmario tecnico essenziale, che possa servire ad orientarsi all’interno del pensiero sul vero Politico. Nello spirito della convinzione benjaminiana secondo sui “ogni verità ha il suo palazzo avito nella lingua”, essa si volge, pertanto, all’analisi storico-concettuale delle categorie di Gemeinschaft, Geistleiblichkeit e Utopie: ovvero, per un verso, prova a tracciare una mappa delle principali fonti che hanno ispirato nel giovane Benjamin la genesi e l’elaborazione di ciascun concetto tra gli anni Dieci e gli anni Venti (come Nietzsche, Kant, Tolstoj, George, Wynecken, Simmel, Landauer, Sorel, Weber, Unger, Ball, Bloch, il neokantismo e la fenomenologia del tempo, ma anche il romanticismo tedesco e il messianismo ebraico ecc.). Dall’altro lato, tale sezione tenta di restituire, per quanto possibile, suddetti concetti allo spirito autentico della speculazione politica benjaminiana, constatando se sia appropriato considerarli categorie del vero Politico, senza scadere necessariamente nella “barbarie del linguaggio per formule”. La terza parte si avventura nel cuore della dialettica teologico-politica tra ordine del Profano e Messianico, per gettare luce sulla nozione chiave di Teleologia senza scopo finale attraverso il confronto indiretto con il modello schmittiano. Il significato della vera Politica emergerà grazie alla disamina di due movimenti simultanei e complementari messi in atto dalla speculazione benjaminiana: per un verso, la rivalutazione del concetto di “mezzo”, svincolato dall’accezione strumentale cui la razionalità moderna lo incatena, e restituito all’accezione di “mezzo puro” e di “medio”, che traluce invece dai testi di nostro interesse; dall’altro, la riconfigurazione del concetto di “fine”, attraverso la critica dell’identificazione della “teleologia” con lo “scopo ultimo”, per restituire l’umano alla libertà e all’autonomia di un’azione politica, che si dispiega come una lenta e capillare “innervazione degli organi tecnici della collettività” nel solo ordine del Profano. Delineato simile quadro, nell’epilogo si estende la prospettiva di indagine alla produzione benjaminiana degli anni Trenta: dapprima si rintraccia una certa continuità del suo pensiero sul politico nel connubio tra l’orientamento materialista in senso etico-filosofico e quel paradossale nichilismo messianico che si è cercato di definire in modo più appropriato messianismo anarchico. Tanto nella metafisica del profano dei primi anni Venti quanto nel processo di innervazione della massa indagato negli anni Trenta, tale miscela di materialismo e messianismo anarchico si traduce nella limitazione della sfera d’azione dell’umano all’ambito profano, dunque, nell’impossibilità per la politica di radicarsi in valori tradizionali inscalfibili, tantomeno in granitiche ideologie politiche. Parimenti, si traduce nell’importanza riservata ai temi del corpo, della collettività come soggetto impersonale e della tecnica come corpo collettivo. Ne risulta un’accezione profana di politica, rivolta sì alla demolizione di qualsiasi istituzione umana si ascriva il monopolio della Gewalt in Terra; ma anche una politica che promuove indirettamente tanti fini naturali quanti i singoli individui, ricorrendo ai mezzi puri (sciopero proletario, menzogna) secondo modalità che non possono essere stabilite a priori e che sono dettate ogni volta dalla circostanza storica. Sarebbe questo il significato racchiuso dall’oscura definizione di politica come «compimento dell’umano non potenziato». In un secondo momento, le conclusioni finali mettono a fuoco come la riconfigurazione storico-materialistica successiva al ’24, pur in armonia con l’anarchismo giovanile, segnerebbe un innegabile cambio di approccio nella riflessione benjaminiana, a partire dal quale è possibile far emergere per contrasto diverse criticità attribuibili alla Metafisica materialistica del Profano, relegata alle pagine della Politik: a ben vedere, il termine “metafisica” alluderebbe qui all’intento originario di stilare una trattazione sistematica sull’ordine profano del politico e sulla dialettica storica che esso istituisce con il messianico. Allo stesso tempo, “metafisica” sottintende anche un’indiscussa oscurità dell’argomentazione, che non si cala a fondo nei problemi dell’attualità politica, come nel testo sopracitato del ’26, ma mantiene un certo distacco, restituito anche dal registro semantico impiegato, profondamente influenzato allora dall’idealismo post-kantiano di Wyneken e dal messianismo ebraico di Scholem. D’altra parte, la cifra materialistica di suddetta politica va intesa qui in senso etico-filosofico, nei termini di un radicamento in un’ottica prettamente umana, empirica, corporea ¬— al netto della doppia natura profana e messianica dell’umano (Leib/Körper). In tal senso, tale paradossale e provocatoria Metafisica materialistica del profano si articolerebbe attorno a tre principi: in primo luogo, la Menschhaftigkeit come peculiare soggettività politica, che allude a una tensione insolubile tra individualità e corporeità vivente; in secondo luogo, la separazione in tensione non solo tra diritto e morale, ma più generalmente tra politico e religione, dove il campo di applicazione del primo risulta l’ambito profano, il suo soggetto l’Umanità e il suo scopo la felicità; infine, un’idea di tecnica come estensione del corpo umano attraverso il coinvolgimento della natura, orientata al raggiungimento di suddetta felicità. Ne risulta, per un verso, un’accezione di politica prettamente distruttiva, su cui finora si è focalizzata la critica: non c’è qui un progresso, né un processo orientato, ma un agire fondato unicamente sulla felicità. In tale prospettiva, la politica come demolizione si presenterebbe quasi come una critica dell’agire profano, sua stessa condizione di possibilità. D’altro canto, dal fatto che l’azione della vera Politica si dispiega nella cornice dei moderni Stati civilizzati come annientamento del potere statale non se ne deduce, che ad essa competa solo la distruzione, ma solo che la Critica della violenza prevedeva di trattare unicamente questo aspetto. La questione non è di poco conto, dal momento che ne va di un’eventuale pars costruens della politica benjaminiana, teorizzata forse nelle altre sezioni programmate e solo parzialmente composte del progetto. Si tratta di una delle questioni nodali racchiuse nella vaga allusione benjaminiana al mito soreliano dello sciopero generale proletario: il mezzo puro attraverso cui si dispiega la distruzione dell’ordine del diritto e, parimenti, il medium in cui si organizza il soggetto collettivo stesso. A ben vedere, infatti, attraverso l’azione è lo stesso corpo politico collettivo a configurarsi, con i suoi desideri, bisogni e aspirazioni, nonostante questi siano impossibili da fissare in un programma o in una meta utopica da raggiungere e, dunque, destinati alla dissoluzione assieme al corpo dell’umanità stessa. Dissolto il vincolo con il fine ultimo (Endzweck), la vera Politica assume le sembianze di un’interrogazione sul modo in cui la soggettività politica si organizza autonomamente nell’ambito del profano, sulle modalità in si innerva negli organi tecnici della collettività. Essa solleva, cioè, la questione della funzione politica della tecnica, ma soprattutto della possibilità che la politica stessa costituisca una peculiare tecnica sul modello della lingua. Ma, più di ogni altra cosa, essa spalanca la questione della creazione intuitiva del collettivo che, per un verso, si pone in continuità con le successive formulazioni sullo spazio corporeo e sullo spazio immaginativo; dall’altro, segna la distanza di queste prime riflessioni dalla torsione semantica in senso storico-materialista degli anni Trenta inoltrati.

La Politica di Walter Benjamin: una metafisica materialistica del Profano

Albanese, Elena
2026

Abstract

La ricerca dottorale tematizza il pensiero filosofico-politico di Walter Benjamin che affiora dalla Politik: un’opera frammentaria e mai terminata, cui il filosofo lavorò a cavallo degli anni Venti e nelle cui categorie e argomentazioni principali il presente lavoro rintraccia l’esito di un processo di elaborazione teorica avviato almeno una decina di anni prima, nonché il marchio che contrassegnerà la sua speculazione matura. A fondamento della ricerca si colloca, innanzitutto, l’interesse per un’opera a lungo disconosciuta dalla critica nella sua omogeneità e, quand’anche considerata nella sua unitarietà, spesso declassata a opera giovanile, intrisa di anarchismo spirituale, poi abbandonata dal filosofo in seguito alla virata marxista. Su tale pregiudizio si è fondata un’interpretazione obsoleta dell’opera benjaminiana, che insiste sulla carica rivoluzionaria rappresentata dalla svolta del ’24 e che concepisce il materialismo del filosofo come l’esito del rifiuto dell’orientamento anarchico e idealista di gioventù — e non piuttosto come la condizione di possibilità stessa dell’approdo al marxismo. Di contro, la presente indagine mette in luce come il materialismo di Benjamin vada inteso come una posizione etico-filosofica che, insieme al messianismo anarchico e immanentista, connoterebbe da sempre la sua speculazione. L’aver provato a confutare tale lettura non costituisce certo un merito esclusivo del lavoro qui proposto. Attraverso il confronto con una consistente mole di bibliografia sul tema, esso si inscrive, piuttosto, in un determinato filone di studi, che negli ultimi vent’anni, in Germania e soprattutto in Italia, ha posto l’attenzione sull’arsenale della Politik, provando a conferire forma e dignità alla riflessione filosofico-politica consegnata ai testi frammentari che la compongono: tra questi si annoverano scritti più o meno noti come la Prima recensione al Lesabéndio di Scheerbart, la Critica della violenza, Capitalismo come religione, il Frammento Teologico-politico e alcune note sparse sulla filosofia della storia, sull’antropologia e la menzogna, oggi raccolte prevalentemente nel VI volume delle Gesammelte Schriften. Se è vero che la ricerca prende le mosse da un lacunoso stato dell’arte e dall’intenzione di addentrarsi più a fondo, tra le pieghe di testi e frammenti a lungo trascurati, il vero motore propulsore del lavoro è costituito da un intento tanto semplice quanto rischioso: tradurre in termini politici l’articolata e scivolosa riflessione benjaminiana che emerge dagli scritti degli anni Dieci e Venti; vale a dire, applicare a quel che egli stesso definiva la “totalità contraddittoria e mobile” del suo pensiero concetti, idee e problematiche, che caratterizzano tipicamente l’eterogenea tradizione filosofico-politica moderna. Suddetta operazione di traduzione in una concettualità definita teoricamente e storicamente, da una parte, aspira a rendere più accessibile un pensiero multiforme e oscuro, a esplorarlo, sondandone i confini e delineandone il profilo irregolare. Dall’altro lato, tale impresa nasconde il concreto rischio di risolversi, di fatto, in un tradimento ingenuo dell’idea originaria dell’autore. Per tali ragioni, nel corso dell’indagine si tenta di tenere fede all’accezione benjaminiana di “traduzione”, che traluce dalla sua peculiare metafisica del linguaggio: non una mera trasposizione dei significati di una lingua in quelli della lingua di destinazione, in cui si celerebbe il pericolo insidioso del tradimento. Piuttosto, una traduzione tra la lingua benjaminiana e le diverse lingue della filosofia politica moderna: vale a dire, traduzione come ricerca infaticabile del nome puro, in questo caso dell’idea originaria, benché destinata a cozzare con il simbolo del non-comunicabile — un nocciolo duro mai conoscibile fino in fondo. In questo senso, la presente impresa di traduzione non aspira a restituire tout court l’essenza del pensiero benjaminiano sul vero Politico e la vera Politica, oggi in parte oggettivamente inaccessibile; ma aspira a elaborare un discorso che, richiamandosi all’originale, riesca, a far emergere (vordrängen) in tale movimento alcuni suoi aspetti marginali o inesplorati, contribuendo, seppur in misura esigua, alla sopravvivenza di tale pensiero. Per realizzare i propri propositi, la ricerca si dispiega attraverso la ricostruzione del contesto storico e biografico-intellettuale, la disamina storico-concettuale dell’evoluzione delle principali categorie del vero Politico e, infine, l’illustrazione della peculiare relazione tra ordine del Profano e Regno di Dio, rivolta alla comprensione della vera Politica come teleologia senza scopo finale. A ben vedere, infatti, la speculazione benjaminiana sul politico risalente agli anni 1916-1923 non è rivolta a definizioni sostanziali, ma si struttura attraverso concetti relazionali, afferenti cioè a classificazioni funzionali in ordini distinti: in altri termini, nella prospettiva del filosofo, la descrizione dell’ordine del profano è resa possibile attraverso un rapporto di mutua esclusione con l’ordine della giustizia divina. Ne deriva che l’idea messianica serve a configurare l’orizzonte del suo pensiero sul politico, ma non il concetto stesso di politico, al quale compete una totale mondanità. Per far fronte alla vastità e alla complessità del tema di ricerca e per rendere ragione della peculiarità della posizione benjaminiana, l’indagine presenta una struttura tripartita. La prima parte si focalizza sul contesto storico, politico e culturale, in cui l’elaborazione dei pensieri benjaminiani si radica: ovvero la congiuntura segnata dalla conflitto mondiale, il crollo della monarchia guglielmina, il turbolento biennio rosso del ’19-’20, il massacro degli spartachisti ad opera del governo di Weimar, dunque, le forti tensioni politiche ed economiche che sfociano nello scollamento tra gli intellettuali di sinistra e i partiti, nella radicalizzazione delle destre in senso nazionalista e antisemita, ma anche nella fioritura delle avanguardie artistiche di orientamento anarchico e socialista. Delineato il quadro generale, la prima sezione si volge, quindi, alla biografia intellettuale del filosofo, per esaminare genesi e sviluppo delle idee fondanti della sua speculazione filosofico-politica di questi anni: l’idea jugendbewegt, il rapporto con la politica e con l’ebraismo, il concetto di Ausdrucklosigkeit, gli studi sul concetto di esperienza, linguaggio e critica, così come la fascinazione per la dottrina e il mito, fino al binomio destino e carattere. La seconda parte introduce il progetto della Politik: tanto le motivazioni personali e teoretiche che l’hanno originato, quanto la costellazione antiteocratica in cui deve iscriversi. Dopo aver fornito una ricostruzione filologica della costellazione dei testi e una breve precisazione metodologica, questa sezione tenta di redigere una sorta di lemmario tecnico essenziale, che possa servire ad orientarsi all’interno del pensiero sul vero Politico. Nello spirito della convinzione benjaminiana secondo sui “ogni verità ha il suo palazzo avito nella lingua”, essa si volge, pertanto, all’analisi storico-concettuale delle categorie di Gemeinschaft, Geistleiblichkeit e Utopie: ovvero, per un verso, prova a tracciare una mappa delle principali fonti che hanno ispirato nel giovane Benjamin la genesi e l’elaborazione di ciascun concetto tra gli anni Dieci e gli anni Venti (come Nietzsche, Kant, Tolstoj, George, Wynecken, Simmel, Landauer, Sorel, Weber, Unger, Ball, Bloch, il neokantismo e la fenomenologia del tempo, ma anche il romanticismo tedesco e il messianismo ebraico ecc.). Dall’altro lato, tale sezione tenta di restituire, per quanto possibile, suddetti concetti allo spirito autentico della speculazione politica benjaminiana, constatando se sia appropriato considerarli categorie del vero Politico, senza scadere necessariamente nella “barbarie del linguaggio per formule”. La terza parte si avventura nel cuore della dialettica teologico-politica tra ordine del Profano e Messianico, per gettare luce sulla nozione chiave di Teleologia senza scopo finale attraverso il confronto indiretto con il modello schmittiano. Il significato della vera Politica emergerà grazie alla disamina di due movimenti simultanei e complementari messi in atto dalla speculazione benjaminiana: per un verso, la rivalutazione del concetto di “mezzo”, svincolato dall’accezione strumentale cui la razionalità moderna lo incatena, e restituito all’accezione di “mezzo puro” e di “medio”, che traluce invece dai testi di nostro interesse; dall’altro, la riconfigurazione del concetto di “fine”, attraverso la critica dell’identificazione della “teleologia” con lo “scopo ultimo”, per restituire l’umano alla libertà e all’autonomia di un’azione politica, che si dispiega come una lenta e capillare “innervazione degli organi tecnici della collettività” nel solo ordine del Profano. Delineato simile quadro, nell’epilogo si estende la prospettiva di indagine alla produzione benjaminiana degli anni Trenta: dapprima si rintraccia una certa continuità del suo pensiero sul politico nel connubio tra l’orientamento materialista in senso etico-filosofico e quel paradossale nichilismo messianico che si è cercato di definire in modo più appropriato messianismo anarchico. Tanto nella metafisica del profano dei primi anni Venti quanto nel processo di innervazione della massa indagato negli anni Trenta, tale miscela di materialismo e messianismo anarchico si traduce nella limitazione della sfera d’azione dell’umano all’ambito profano, dunque, nell’impossibilità per la politica di radicarsi in valori tradizionali inscalfibili, tantomeno in granitiche ideologie politiche. Parimenti, si traduce nell’importanza riservata ai temi del corpo, della collettività come soggetto impersonale e della tecnica come corpo collettivo. Ne risulta un’accezione profana di politica, rivolta sì alla demolizione di qualsiasi istituzione umana si ascriva il monopolio della Gewalt in Terra; ma anche una politica che promuove indirettamente tanti fini naturali quanti i singoli individui, ricorrendo ai mezzi puri (sciopero proletario, menzogna) secondo modalità che non possono essere stabilite a priori e che sono dettate ogni volta dalla circostanza storica. Sarebbe questo il significato racchiuso dall’oscura definizione di politica come «compimento dell’umano non potenziato». In un secondo momento, le conclusioni finali mettono a fuoco come la riconfigurazione storico-materialistica successiva al ’24, pur in armonia con l’anarchismo giovanile, segnerebbe un innegabile cambio di approccio nella riflessione benjaminiana, a partire dal quale è possibile far emergere per contrasto diverse criticità attribuibili alla Metafisica materialistica del Profano, relegata alle pagine della Politik: a ben vedere, il termine “metafisica” alluderebbe qui all’intento originario di stilare una trattazione sistematica sull’ordine profano del politico e sulla dialettica storica che esso istituisce con il messianico. Allo stesso tempo, “metafisica” sottintende anche un’indiscussa oscurità dell’argomentazione, che non si cala a fondo nei problemi dell’attualità politica, come nel testo sopracitato del ’26, ma mantiene un certo distacco, restituito anche dal registro semantico impiegato, profondamente influenzato allora dall’idealismo post-kantiano di Wyneken e dal messianismo ebraico di Scholem. D’altra parte, la cifra materialistica di suddetta politica va intesa qui in senso etico-filosofico, nei termini di un radicamento in un’ottica prettamente umana, empirica, corporea ¬— al netto della doppia natura profana e messianica dell’umano (Leib/Körper). In tal senso, tale paradossale e provocatoria Metafisica materialistica del profano si articolerebbe attorno a tre principi: in primo luogo, la Menschhaftigkeit come peculiare soggettività politica, che allude a una tensione insolubile tra individualità e corporeità vivente; in secondo luogo, la separazione in tensione non solo tra diritto e morale, ma più generalmente tra politico e religione, dove il campo di applicazione del primo risulta l’ambito profano, il suo soggetto l’Umanità e il suo scopo la felicità; infine, un’idea di tecnica come estensione del corpo umano attraverso il coinvolgimento della natura, orientata al raggiungimento di suddetta felicità. Ne risulta, per un verso, un’accezione di politica prettamente distruttiva, su cui finora si è focalizzata la critica: non c’è qui un progresso, né un processo orientato, ma un agire fondato unicamente sulla felicità. In tale prospettiva, la politica come demolizione si presenterebbe quasi come una critica dell’agire profano, sua stessa condizione di possibilità. D’altro canto, dal fatto che l’azione della vera Politica si dispiega nella cornice dei moderni Stati civilizzati come annientamento del potere statale non se ne deduce, che ad essa competa solo la distruzione, ma solo che la Critica della violenza prevedeva di trattare unicamente questo aspetto. La questione non è di poco conto, dal momento che ne va di un’eventuale pars costruens della politica benjaminiana, teorizzata forse nelle altre sezioni programmate e solo parzialmente composte del progetto. Si tratta di una delle questioni nodali racchiuse nella vaga allusione benjaminiana al mito soreliano dello sciopero generale proletario: il mezzo puro attraverso cui si dispiega la distruzione dell’ordine del diritto e, parimenti, il medium in cui si organizza il soggetto collettivo stesso. A ben vedere, infatti, attraverso l’azione è lo stesso corpo politico collettivo a configurarsi, con i suoi desideri, bisogni e aspirazioni, nonostante questi siano impossibili da fissare in un programma o in una meta utopica da raggiungere e, dunque, destinati alla dissoluzione assieme al corpo dell’umanità stessa. Dissolto il vincolo con il fine ultimo (Endzweck), la vera Politica assume le sembianze di un’interrogazione sul modo in cui la soggettività politica si organizza autonomamente nell’ambito del profano, sulle modalità in si innerva negli organi tecnici della collettività. Essa solleva, cioè, la questione della funzione politica della tecnica, ma soprattutto della possibilità che la politica stessa costituisca una peculiare tecnica sul modello della lingua. Ma, più di ogni altra cosa, essa spalanca la questione della creazione intuitiva del collettivo che, per un verso, si pone in continuità con le successive formulazioni sullo spazio corporeo e sullo spazio immaginativo; dall’altro, segna la distanza di queste prime riflessioni dalla torsione semantica in senso storico-materialista degli anni Trenta inoltrati.
16-gen-2026
Italiano
Nicoletti, Michele
Università degli studi di Trento
TRENTO
379
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Il codice NBN di questa tesi è URN:NBN:IT:UNITN-355331