Fulcro della ricerca dottorale svolta presso l’Università degli Studi della Basilicata da dicembre 2022 a novembre 2025 è stato il santuario della dea Marica a Minturno (provincia di Latina) e, nello specifico, lo studio ha riguardato la classificazione e l’interpretazione delle offerte fittili recuperate all’interno di una – o più verosimilmente diverse – stipi votive. Oggetto di scavo nel 1926 e di una ricca pubblicazione nel 1938 ad opera di Paolino Mingazzini, il santuario ha subìto, nei quasi cento anni successivi alla sua scoperta, una sorte alterna che a momenti di vivo interesse per il sito ha contrapposto spesso un vero e proprio deficit conoscitivo anche all’interno della stessa letteratura archeologica. Sorte simile è toccata al copiosissimo materiale votivo recuperato e conservato, a partire dal 1927, all’interno dei magazzini del Museo Archeologico Nazionale di Napoli: eccezion fatta per la pubblicazione di Mingazzini, che spesso costituisce – pure nella sua innegabile meritorietà – un semplice elenco di materiali, e di qualche altra pubblicazione che ha avuto ad oggetto singole classi di votivi (ceramica arcaica, teste fittili e così via), i circa 2250 reperti portati alla luce non sono più stati ristudiati sistematicamente nella loro complessità e secondo le metodologie adottate dall’archeologia del sacro, a partire dalla quale i materiali sono spesso considerati veri e propri media comunicativi per la ricostruzione delle complesse dinamiche religiose del mondo antico. Allo stesso modo, solo a partire dal 2021 parte del materiale è stato esposto nelle sale del Museo napoletano all’interno di una mostra dal titolo “La Piana Campana. Una terra senza confini”, che si propone di valorizzare maggiormente la ricchezza del patrimonio archeologico campano e nello specifico “indigeno”. È, dunque, a partire da tali premesse e dalla necessità di riscoprire e valorizzare maggiormente un contesto così complesso e interessante per una ricostruzione su larga scala della cultura religiosa antica che ha preso avvio il progetto triennale di ricerca; tale progetto ha, nello specifico, privilegiato al materiale ceramico lo studio delle offerte fittili votive con l’obiettivo dichiarato di migliorare la conoscenza relativa alle dinamiche religiose e delle azioni rituali che prevedevano proprio l’offerta di siffatto materiale, in un’ottica non solo archeologica e storica ma anche antropologica. Seguendo una chiara metodologia classificatoria, derivante dai moderni studi condotti sul materiale fittile votivo di altre stipi votive, il materiale – dopo una preliminare fase di pulizia e risistemazione – è stato analizzato per macrocategorie (piccola plastica lavorata a mano e a matrice, teste isolate, animali fittili, bambini in fasce, votivi anatomici), all’interno delle quali la classificazione gerarchica ha proceduto, come di consueto, attraverso l’individuazione di tipi, repliche, varianti, versioni. Per ogni reperto è stata approntata una scheda conservativa di dettaglio e una descrizione iconografica e stilistica con considerazioni di ordine cronologico; in coda a ogni macrocategoria, inoltre, si è scelto di affrontare un commento, di natura storica e interpretativa, per l’analisi di ogni singola classe di reperti. Tale lavoro, lungi dal voler essere un mero esercizio classificatorio e catalogico, ha in realtà costituito la solida base per affrontare questioni di più ampio respiro relativamente alle fasi di frequentazione del sito, al funzionamento dello spazio sacro, alle influenze culturali e stilistiche transregionali sviluppatesi in diacronia, fino alla diversa articolazione del culto con i relativi comportamenti rituali collettivi o individuali. L’analisi del materiale votivo ha posto l’attenzione sulla lunga vita del santuario, la cui frequentazione copre un arco cronologico assai vasto, dall’VIII al II sec. a.C., con una lieve flessione nel corso del V; nel corso di tutti questi secoli il sito di Minturno – ne sono testimonianza concreta, appunto, i materiali – riuscì ad essere ricettacolo di influenze esterne regionali e transregionali di matrice greca e poi romana, pur mantenendo, dal punto di vista culturale e stilistico, una propria spiccata personalità creativa aderente ai canoni dell’arte più propriamente “italica”. Il materiale fittile testimonia difatti una riuscita combinazione di stilemi iconografici diversificati che sono, a loro volta, il portato di vicende storiche, politiche, economiche e sociali all’interno delle quali l’antico centro ausone di Minturnae ebbe un ruolo di primo piano. Grazie all’analisi del materiale è stato altresì possibile individuare le linee di sviluppo di un’evoluzione del culto dal periodo arcaico a quello classico-ellenistico e poi romano-repubblicano: tale culto, di natura indubitabilmente curotrofica e con una sfera d’influenza in cui rientrano i riti di passaggio, la fertilità della donna e della terra, appare per esempio più complesso alla luce dell’offerta di statuine raffiguranti guerrieri in corta tunica o di statue femminili identificabili con la dea teanese “Popluna”, divenendo in tal senso un culto quasi “nazionale” degli Ausoni dalla valenza anche politica e sociale. Un dato particolarmente interessante risiede, inoltre, nella composizione qualitativa del deposito, le cui offerte emergono per una spiccata varietà tipologica: il cosiddetto “coefficiente di riduzione” tra le repliche di uno stesso tipo non è mai particolarmente distante, e questo prova verosimilmente una frequentazione – con apice nel corso del III sec. a.C. – sia individuale sia collettiva ma piuttosto ravvicinata nel tempo. A partire dalla classificazione del materiale, lo studio si è posto sin dall’inizio l’intento di ricostruire la frequentazione di un luogo di culto dalla fisionomia complessa ed eterogenea ma anche, su una scala più ampia, le articolazioni, le influenze, i rapporti e dunque l’intera storia di un’area – quella compresa tra il basso Lazio e la Campania settentrionale – particolarmente interessante e suscettibile di un continuo aggiornamento. All’interno di questo quadro il sito di Minturno, e in particolare il santuario della dea Marica alla foce del fiume Garigliano, anche a riprova della sua straordinaria e strategica posizione geografica emerge con il suo ruolo di “cerniera” tra nord e sud, tra le aree costiere della fascia tirrenica e quelle dell’interno.

“Immagini votive e devozione tra vecchi dati e nuove ricerche: classificazione, analisi e interpretazione dei reperti coroplastici dalla stipe del santuario della dea Marica a Minturno (LT)”

CIOFFI, RITA
2026

Abstract

Fulcro della ricerca dottorale svolta presso l’Università degli Studi della Basilicata da dicembre 2022 a novembre 2025 è stato il santuario della dea Marica a Minturno (provincia di Latina) e, nello specifico, lo studio ha riguardato la classificazione e l’interpretazione delle offerte fittili recuperate all’interno di una – o più verosimilmente diverse – stipi votive. Oggetto di scavo nel 1926 e di una ricca pubblicazione nel 1938 ad opera di Paolino Mingazzini, il santuario ha subìto, nei quasi cento anni successivi alla sua scoperta, una sorte alterna che a momenti di vivo interesse per il sito ha contrapposto spesso un vero e proprio deficit conoscitivo anche all’interno della stessa letteratura archeologica. Sorte simile è toccata al copiosissimo materiale votivo recuperato e conservato, a partire dal 1927, all’interno dei magazzini del Museo Archeologico Nazionale di Napoli: eccezion fatta per la pubblicazione di Mingazzini, che spesso costituisce – pure nella sua innegabile meritorietà – un semplice elenco di materiali, e di qualche altra pubblicazione che ha avuto ad oggetto singole classi di votivi (ceramica arcaica, teste fittili e così via), i circa 2250 reperti portati alla luce non sono più stati ristudiati sistematicamente nella loro complessità e secondo le metodologie adottate dall’archeologia del sacro, a partire dalla quale i materiali sono spesso considerati veri e propri media comunicativi per la ricostruzione delle complesse dinamiche religiose del mondo antico. Allo stesso modo, solo a partire dal 2021 parte del materiale è stato esposto nelle sale del Museo napoletano all’interno di una mostra dal titolo “La Piana Campana. Una terra senza confini”, che si propone di valorizzare maggiormente la ricchezza del patrimonio archeologico campano e nello specifico “indigeno”. È, dunque, a partire da tali premesse e dalla necessità di riscoprire e valorizzare maggiormente un contesto così complesso e interessante per una ricostruzione su larga scala della cultura religiosa antica che ha preso avvio il progetto triennale di ricerca; tale progetto ha, nello specifico, privilegiato al materiale ceramico lo studio delle offerte fittili votive con l’obiettivo dichiarato di migliorare la conoscenza relativa alle dinamiche religiose e delle azioni rituali che prevedevano proprio l’offerta di siffatto materiale, in un’ottica non solo archeologica e storica ma anche antropologica. Seguendo una chiara metodologia classificatoria, derivante dai moderni studi condotti sul materiale fittile votivo di altre stipi votive, il materiale – dopo una preliminare fase di pulizia e risistemazione – è stato analizzato per macrocategorie (piccola plastica lavorata a mano e a matrice, teste isolate, animali fittili, bambini in fasce, votivi anatomici), all’interno delle quali la classificazione gerarchica ha proceduto, come di consueto, attraverso l’individuazione di tipi, repliche, varianti, versioni. Per ogni reperto è stata approntata una scheda conservativa di dettaglio e una descrizione iconografica e stilistica con considerazioni di ordine cronologico; in coda a ogni macrocategoria, inoltre, si è scelto di affrontare un commento, di natura storica e interpretativa, per l’analisi di ogni singola classe di reperti. Tale lavoro, lungi dal voler essere un mero esercizio classificatorio e catalogico, ha in realtà costituito la solida base per affrontare questioni di più ampio respiro relativamente alle fasi di frequentazione del sito, al funzionamento dello spazio sacro, alle influenze culturali e stilistiche transregionali sviluppatesi in diacronia, fino alla diversa articolazione del culto con i relativi comportamenti rituali collettivi o individuali. L’analisi del materiale votivo ha posto l’attenzione sulla lunga vita del santuario, la cui frequentazione copre un arco cronologico assai vasto, dall’VIII al II sec. a.C., con una lieve flessione nel corso del V; nel corso di tutti questi secoli il sito di Minturno – ne sono testimonianza concreta, appunto, i materiali – riuscì ad essere ricettacolo di influenze esterne regionali e transregionali di matrice greca e poi romana, pur mantenendo, dal punto di vista culturale e stilistico, una propria spiccata personalità creativa aderente ai canoni dell’arte più propriamente “italica”. Il materiale fittile testimonia difatti una riuscita combinazione di stilemi iconografici diversificati che sono, a loro volta, il portato di vicende storiche, politiche, economiche e sociali all’interno delle quali l’antico centro ausone di Minturnae ebbe un ruolo di primo piano. Grazie all’analisi del materiale è stato altresì possibile individuare le linee di sviluppo di un’evoluzione del culto dal periodo arcaico a quello classico-ellenistico e poi romano-repubblicano: tale culto, di natura indubitabilmente curotrofica e con una sfera d’influenza in cui rientrano i riti di passaggio, la fertilità della donna e della terra, appare per esempio più complesso alla luce dell’offerta di statuine raffiguranti guerrieri in corta tunica o di statue femminili identificabili con la dea teanese “Popluna”, divenendo in tal senso un culto quasi “nazionale” degli Ausoni dalla valenza anche politica e sociale. Un dato particolarmente interessante risiede, inoltre, nella composizione qualitativa del deposito, le cui offerte emergono per una spiccata varietà tipologica: il cosiddetto “coefficiente di riduzione” tra le repliche di uno stesso tipo non è mai particolarmente distante, e questo prova verosimilmente una frequentazione – con apice nel corso del III sec. a.C. – sia individuale sia collettiva ma piuttosto ravvicinata nel tempo. A partire dalla classificazione del materiale, lo studio si è posto sin dall’inizio l’intento di ricostruire la frequentazione di un luogo di culto dalla fisionomia complessa ed eterogenea ma anche, su una scala più ampia, le articolazioni, le influenze, i rapporti e dunque l’intera storia di un’area – quella compresa tra il basso Lazio e la Campania settentrionale – particolarmente interessante e suscettibile di un continuo aggiornamento. All’interno di questo quadro il sito di Minturno, e in particolare il santuario della dea Marica alla foce del fiume Garigliano, anche a riprova della sua straordinaria e strategica posizione geografica emerge con il suo ruolo di “cerniera” tra nord e sud, tra le aree costiere della fascia tirrenica e quelle dell’interno.
2-feb-2026
Italiano
Minturno - Santuario - Dea Marica - relazioni greci/indigeni/romani - coroplastica votiva - relazioni artigianali e rapporti culturali transregionali
Santaniello, Emanuela
MONACO, MARIA CHIARA
Università degli studi della Basilicata
Università degli Studi della Basilicata- Via Nazario Sauro
File in questo prodotto:
File Dimensione Formato  
Tesi CIOFFI RITA.pdf

embargo fino al 28/02/2029

Licenza: Tutti i diritti riservati
Dimensione 72.59 MB
Formato Adobe PDF
72.59 MB Adobe PDF

I documenti in UNITESI sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.

Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/20.500.14242/358466
Il codice NBN di questa tesi è URN:NBN:IT:UNIBAS-358466