La ricerca indaga la radiofonia come pratica artistica, epistemica e politica nel contesto mediterraneo contemporaneo, interrogandola non solo come mezzo di trasmissione, ma come dispositivo di produzione di sapere, soggettività e relazione. Muovendo da una prospettiva interdisciplinare che intreccia sound studies, performance studies, teoria critica, femminismi e pensiero postcoloniale, la ricerca propone di concepire la radio come spazio di articolazione di epistemologie radicali, capaci di ridefinire le condizioni della presa di parola, dell’ascolto e della memoria. Attraverso una genealogia teorica che attraversa il Novecento — da Arnheim, Brecht e Benjamin alle pedagogie radicali e alle pratiche artistiche partecipative — la tesi analizza come la radio si configuri storicamente come mezzo estetico e pedagogico orientato alla trasformazione sociale. In dialogo con Spivak, Said, Gramsci, Freire e con le teorie della giustizia acustica, il lavoro esplora la radio come tecnologia di redistribuzione dell’udibile, capace di rendere percepibili soggettività marginalizzate e di attivare forme di contro-ascolto. Il Mediterraneo è assunto non come semplice spazio geografico, ma come categoria epistemica e politica: un campo di tensioni storiche, mobilità diasporiche e stratificazioni coloniali in cui la radio diventa infrastruttura di connessione, archivio vivente e pratica situata di resistenza culturale. Attraverso l’analisi di pratiche radiofoniche artistiche, comunitarie e sperimentali, la ricerca indaga il ruolo del suono nella costruzione di memorie diasporiche, archivi sensibili e forme di testimonianza.
Radio Epistemologie. Pratiche artistiche radicali da Sud
CRISCI, GIULIA
2026
Abstract
La ricerca indaga la radiofonia come pratica artistica, epistemica e politica nel contesto mediterraneo contemporaneo, interrogandola non solo come mezzo di trasmissione, ma come dispositivo di produzione di sapere, soggettività e relazione. Muovendo da una prospettiva interdisciplinare che intreccia sound studies, performance studies, teoria critica, femminismi e pensiero postcoloniale, la ricerca propone di concepire la radio come spazio di articolazione di epistemologie radicali, capaci di ridefinire le condizioni della presa di parola, dell’ascolto e della memoria. Attraverso una genealogia teorica che attraversa il Novecento — da Arnheim, Brecht e Benjamin alle pedagogie radicali e alle pratiche artistiche partecipative — la tesi analizza come la radio si configuri storicamente come mezzo estetico e pedagogico orientato alla trasformazione sociale. In dialogo con Spivak, Said, Gramsci, Freire e con le teorie della giustizia acustica, il lavoro esplora la radio come tecnologia di redistribuzione dell’udibile, capace di rendere percepibili soggettività marginalizzate e di attivare forme di contro-ascolto. Il Mediterraneo è assunto non come semplice spazio geografico, ma come categoria epistemica e politica: un campo di tensioni storiche, mobilità diasporiche e stratificazioni coloniali in cui la radio diventa infrastruttura di connessione, archivio vivente e pratica situata di resistenza culturale. Attraverso l’analisi di pratiche radiofoniche artistiche, comunitarie e sperimentali, la ricerca indaga il ruolo del suono nella costruzione di memorie diasporiche, archivi sensibili e forme di testimonianza.| File | Dimensione | Formato | |
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https://hdl.handle.net/20.500.14242/360448
URN:NBN:IT:IUAV-360448