The present work is the result of three years of research involving the archive of Teatro delle Albe, the historic company - still in full activity - founded in Ravenna in 1983 by Ermanna Montanari, Marco Martinelli, Marcella Nonni and Luigi Dadina. A company which has become, over the decades, one of the most important realities of contemporary research theater. A research that, thanks to a teamwork that has arisen in the last few years around the Albe archive, has first of all moved in the direction of a reconnaissance, a reorganization and a substantial enlargement of the archive itself, with the integration of a large amount of fundamental materials that until then were not part of it, and then proceeded with a study of the entire fund, aimed at tracing, through the different media and the different materials, the main directions of meaning, the nuclei of forces that the archive guards starting from the company's stage practice. Beginning with an investigation of the slippage of the very idea of the archive over the centuries, which, from being a repository and a space of mere preservation, has led it to be more and more a true device capable of re-signifying and reconfiguring the materials that compose it, the first chapter observes the way in which such a function takes on an even more fundamental value when an artist's archive and, in particular, a theatrical archive, is called into question. Indeed, theatrical art, among all others, entertains with the question of memory and the ephemeral the most problematic and at the same time most generative relations, so a truly effective idea of a theatrical archive cannot fail to consider the need to interrogate its own materials not so much as documents of what has been and can no longer be resurrected, but as resting traces of those energies that structure a poetics and an artistic practice and that survive individual works. After observing the structure of Teatro delle Albe's archive in the 13 different sections that, like the wings of a polyptych - an image that runs throughout the company's history - are separate and at the same time interconnected, autonomous and at the same time in profound relation, the work goes on to identify an aesthetic and operational principle that combines the poetics of the company and the dynamics of its archive, the creative processes on stage and the way in which the archival materials reverberate and revive them. In particular, turning to the alchemical imagery, also so fundamental to Albe's scenic and theoretical work, we identify that regulating principle in the dual movement of 'solve et coagula'. The second chapter, in particular, will observe the materials that populate the archive following the first principle of ‘solve’, that is, in this case, the dissolution of the human dimension as a closed, autonomous unity, as a presumed stable structure, through a questioning of its bodily, vocal and linguistic arrangements and, finally, of the idea of places, spaces and culture that such an idea brings with it. The third and final chapter, then, will follow the opposite movement of the ‘coagula’, which coincides with the reconstitution and re-aggregation of the human that was initially dissolved to its first elements, to find it again in its open form, as a wide-open threshold to the metamorphoses and transmutations that the scene allows, as 'becoming chorus' beyond itself and in its hybridization and dissipation in the animal, the vegetable and even the mineral. A patrol that, by reorganizing a significant selection of archival materials around the guidelines identified and traced in it, intends to pose itself as a research in the direction of an idea of theatrical archives that goes towards what Enrico Pitozzi shows as the need for an ‘art archive’: an archive that becomes preservation and making available of all the materials that a company has generated from its own work but that, above all, is configured at the same time as an ideal space of reconfiguration of those materials, of organization of them around the fundamental aesthetic principles that guide the artistic processes that gave rise to them. In short, an idea of the archive as a space of creation that is no less alive than that of the stage and that draws from it the guidelines that can unify the one and the other in the same configuration, even in their respective natures that are so different. A research, then, that - with a methodological approach that interweaves the archival sphere with the aesthetic one, the theatrological reading with the medial one - moves on the one hand in the direction of a different analysis and crossing of a theatrical archive, in particular of such a polymorphous and fundamental intangible heritage as the archive of Teatro delle Albe, on the other hand in that of an identification and structuring of possible strategies of valorization that make it a living archive, starting precisely from those nuclei of relationship between the company's scenic practices and the ways in which the archive relaunches and prolongs its action and life.

Il presente lavoro è il frutto di tre anni di ricerca che hanno coinvolto l’archivio del Teatro delle Albe, l’ormai storica compagnia – ancora in piena attività – fondata a Ravenna nel 1983 da Ermanna Montanari, Marco Martinelli, Marcella Nonni e Luigi Dadina e divenuta, nel corso dei decenni, una delle realtà più importanti del teatro di ricerca contemporaneo. Una ricerca che, grazie a un lavoro di squadra che è sorto negli ultimi anni proprio intorno all’archivio delle Albe, si è mossa innanzitutto nella direzione di una ricognizione, di un riordino e di un sostanziale ampliamento dell’archivio stesso, con l’integrazione di un’ampia quantità di materiali fondamentali che fino a quel momento non ne facevano parte, per poi procedere con uno studio dell’intero fondo, volto a rintracciare, attraverso i differenti media e i differenti materiali, le principali direttrici di senso, i nuclei di forze che l’archivio custodisce a partire dalla pratica scenica della compagnia. Partendo da una perlustrazione dello slittamento dell’idea stessa di archivio nel corso dei secoli che, da deposito e spazio di mera conservazione, lo ha condotto a essere sempre più un vero e proprio dispositivo in grado di risignificare e riconfigurare gli stessi materiali che lo compongono, il primo capitolo osserva il modo in cui una simile funzione assume un valore ancor più fondamentale quando a essere chiamato in causa è un archivio d’artista e, in particolare, un archivio teatrale. L’arte teatrale, infatti, tra tutte le altre, intrattiene con la questione della memoria e dell’effimero le relazioni più problematiche e insieme più generanti, dunque un’idea realmente efficace di archivio teatrale non può non considerare la necessità di interrogare i propri stessi materiali non tanto come documenti di ciò che è stato e che non può più risorgere, ma come tracce a riposo di quelle energie che strutturano una poetica e una pratica artistica e che sopravvivono alle singole opere. Dopo aver osservato la strutturazione dell’archivio del Teatro delle Albe nelle 13 differenti sezioni che, al pari delle ante di un polittico – immagine che corre carsica lungo tutta la storia della compagnia –, si presentano separate e insieme interconnesse, autonome e al contempo in profonda relazione, il lavoro prosegue individuando un principio estetico e operazionale che coniughi la poetica della compagnia e le dinamiche del suo archivio, i processi creativi sulla scena e il modo in cui i materiali di archivio li riverberano e rilanciano. In particolare, rivolgendoci all’immaginario alchemico, anch’esso tanto fondamentale per il lavoro scenico e teorico delle Albe, si è individuato quel principio regolatore nel doppio movimento del ‘solve et coagula’. Il secondo capitolo, in particolare, osserverà i materiali che popolano l’archivio seguendo il principio primo del ‘solve’, ossia, in questo caso, la dissoluzione della dimensione umana come unità chiusa, autonoma, come struttura presunta stabile, attraverso una messa in crisi del suo assetto corporeo, di quello vocale e linguistico e, infine, dell’idea di luoghi, di spazi e di cultura che una simile idea porta con sé. Il terzo e ultimo capitolo, poi, seguirà il movimento opposto del ‘coagula’, ossia il ricostituirsi e il riaggregarsi di quell’umano che era stato inizialmente dissolto ai suoi elementi primi, per ritrovarlo nella sua forma aperta, come soglia spalancata alle metamorfosi e alle trasmutazioni che la scena permette, come ‘farsi coro’ di là da se stesso e nella sua ibridazione e dissipazione nell’animale, nel vegetale e persino nel minerale. Una perlustrazione che, riorganizzando una significativa selezione di materiali d’archivio intorno alle direttrici in esso individuate e tracciate, intende porsi come ricerca nella direzione di un’idea di archivio teatrale che vada verso quella che Enrico Pitozzi mostra come necessità di un archivio d’arte, ossia di un archivio che si faccia preservazione, conservazione e messa a disposizione di tutti i materiali che una compagnia ha generato a partire dal proprio lavoro ma che, soprattutto, si configuri al contempo come spazio ideale di riconfigurazione di quei materiali, di organizzazione di essi intorno ai princìpi estetici fondamentali che guidano i processi artistici che li hanno fatti sorgere. Insomma, un’idea di archivio come spazio di creazione non meno vivo di quello della scena e che da quella tragga le direttrici che possano unificare l’uno e l’altra in una medesima configurazione, pur nelle rispettive nature tanto differenti. Ricerca, dunque, che – con un approccio metodologico che intreccia l’ambito archivistico a quello estetico, la lettura teatrologica a quella mediale – si muove da un lato nella direzione di un’analisi e di un attraversamento differente di un archivio teatrale, in particolare di un patrimonio immateriale tanto polimorfo e fondamentale come l’archivio del Teatro delle Albe, dall’altro in quella di una individuazione e strutturazione di possibili strategie di valorizzazione che ne facciano un archivio vivo, partendo proprio da quei nuclei di relazione tra le pratiche sceniche della compagnia e le modalità con le quali l’archivio ne rilancia e prolunga l’azione e la vita.

Dalla memoria della vita alla vita della memoria. Per una riconfigurazione e valorizzazione dell'archivio del Teatro delle Albe di Ravenna

SCIOTTO, MARCO
2023

Abstract

The present work is the result of three years of research involving the archive of Teatro delle Albe, the historic company - still in full activity - founded in Ravenna in 1983 by Ermanna Montanari, Marco Martinelli, Marcella Nonni and Luigi Dadina. A company which has become, over the decades, one of the most important realities of contemporary research theater. A research that, thanks to a teamwork that has arisen in the last few years around the Albe archive, has first of all moved in the direction of a reconnaissance, a reorganization and a substantial enlargement of the archive itself, with the integration of a large amount of fundamental materials that until then were not part of it, and then proceeded with a study of the entire fund, aimed at tracing, through the different media and the different materials, the main directions of meaning, the nuclei of forces that the archive guards starting from the company's stage practice. Beginning with an investigation of the slippage of the very idea of the archive over the centuries, which, from being a repository and a space of mere preservation, has led it to be more and more a true device capable of re-signifying and reconfiguring the materials that compose it, the first chapter observes the way in which such a function takes on an even more fundamental value when an artist's archive and, in particular, a theatrical archive, is called into question. Indeed, theatrical art, among all others, entertains with the question of memory and the ephemeral the most problematic and at the same time most generative relations, so a truly effective idea of a theatrical archive cannot fail to consider the need to interrogate its own materials not so much as documents of what has been and can no longer be resurrected, but as resting traces of those energies that structure a poetics and an artistic practice and that survive individual works. After observing the structure of Teatro delle Albe's archive in the 13 different sections that, like the wings of a polyptych - an image that runs throughout the company's history - are separate and at the same time interconnected, autonomous and at the same time in profound relation, the work goes on to identify an aesthetic and operational principle that combines the poetics of the company and the dynamics of its archive, the creative processes on stage and the way in which the archival materials reverberate and revive them. In particular, turning to the alchemical imagery, also so fundamental to Albe's scenic and theoretical work, we identify that regulating principle in the dual movement of 'solve et coagula'. The second chapter, in particular, will observe the materials that populate the archive following the first principle of ‘solve’, that is, in this case, the dissolution of the human dimension as a closed, autonomous unity, as a presumed stable structure, through a questioning of its bodily, vocal and linguistic arrangements and, finally, of the idea of places, spaces and culture that such an idea brings with it. The third and final chapter, then, will follow the opposite movement of the ‘coagula’, which coincides with the reconstitution and re-aggregation of the human that was initially dissolved to its first elements, to find it again in its open form, as a wide-open threshold to the metamorphoses and transmutations that the scene allows, as 'becoming chorus' beyond itself and in its hybridization and dissipation in the animal, the vegetable and even the mineral. A patrol that, by reorganizing a significant selection of archival materials around the guidelines identified and traced in it, intends to pose itself as a research in the direction of an idea of theatrical archives that goes towards what Enrico Pitozzi shows as the need for an ‘art archive’: an archive that becomes preservation and making available of all the materials that a company has generated from its own work but that, above all, is configured at the same time as an ideal space of reconfiguration of those materials, of organization of them around the fundamental aesthetic principles that guide the artistic processes that gave rise to them. In short, an idea of the archive as a space of creation that is no less alive than that of the stage and that draws from it the guidelines that can unify the one and the other in the same configuration, even in their respective natures that are so different. A research, then, that - with a methodological approach that interweaves the archival sphere with the aesthetic one, the theatrological reading with the medial one - moves on the one hand in the direction of a different analysis and crossing of a theatrical archive, in particular of such a polymorphous and fundamental intangible heritage as the archive of Teatro delle Albe, on the other hand in that of an identification and structuring of possible strategies of valorization that make it a living archive, starting precisely from those nuclei of relationship between the company's scenic practices and the ways in which the archive relaunches and prolongs its action and life.
19-giu-2023
Italiano
Il presente lavoro è il frutto di tre anni di ricerca che hanno coinvolto l’archivio del Teatro delle Albe, l’ormai storica compagnia – ancora in piena attività – fondata a Ravenna nel 1983 da Ermanna Montanari, Marco Martinelli, Marcella Nonni e Luigi Dadina e divenuta, nel corso dei decenni, una delle realtà più importanti del teatro di ricerca contemporaneo. Una ricerca che, grazie a un lavoro di squadra che è sorto negli ultimi anni proprio intorno all’archivio delle Albe, si è mossa innanzitutto nella direzione di una ricognizione, di un riordino e di un sostanziale ampliamento dell’archivio stesso, con l’integrazione di un’ampia quantità di materiali fondamentali che fino a quel momento non ne facevano parte, per poi procedere con uno studio dell’intero fondo, volto a rintracciare, attraverso i differenti media e i differenti materiali, le principali direttrici di senso, i nuclei di forze che l’archivio custodisce a partire dalla pratica scenica della compagnia. Partendo da una perlustrazione dello slittamento dell’idea stessa di archivio nel corso dei secoli che, da deposito e spazio di mera conservazione, lo ha condotto a essere sempre più un vero e proprio dispositivo in grado di risignificare e riconfigurare gli stessi materiali che lo compongono, il primo capitolo osserva il modo in cui una simile funzione assume un valore ancor più fondamentale quando a essere chiamato in causa è un archivio d’artista e, in particolare, un archivio teatrale. L’arte teatrale, infatti, tra tutte le altre, intrattiene con la questione della memoria e dell’effimero le relazioni più problematiche e insieme più generanti, dunque un’idea realmente efficace di archivio teatrale non può non considerare la necessità di interrogare i propri stessi materiali non tanto come documenti di ciò che è stato e che non può più risorgere, ma come tracce a riposo di quelle energie che strutturano una poetica e una pratica artistica e che sopravvivono alle singole opere. Dopo aver osservato la strutturazione dell’archivio del Teatro delle Albe nelle 13 differenti sezioni che, al pari delle ante di un polittico – immagine che corre carsica lungo tutta la storia della compagnia –, si presentano separate e insieme interconnesse, autonome e al contempo in profonda relazione, il lavoro prosegue individuando un principio estetico e operazionale che coniughi la poetica della compagnia e le dinamiche del suo archivio, i processi creativi sulla scena e il modo in cui i materiali di archivio li riverberano e rilanciano. In particolare, rivolgendoci all’immaginario alchemico, anch’esso tanto fondamentale per il lavoro scenico e teorico delle Albe, si è individuato quel principio regolatore nel doppio movimento del ‘solve et coagula’. Il secondo capitolo, in particolare, osserverà i materiali che popolano l’archivio seguendo il principio primo del ‘solve’, ossia, in questo caso, la dissoluzione della dimensione umana come unità chiusa, autonoma, come struttura presunta stabile, attraverso una messa in crisi del suo assetto corporeo, di quello vocale e linguistico e, infine, dell’idea di luoghi, di spazi e di cultura che una simile idea porta con sé. Il terzo e ultimo capitolo, poi, seguirà il movimento opposto del ‘coagula’, ossia il ricostituirsi e il riaggregarsi di quell’umano che era stato inizialmente dissolto ai suoi elementi primi, per ritrovarlo nella sua forma aperta, come soglia spalancata alle metamorfosi e alle trasmutazioni che la scena permette, come ‘farsi coro’ di là da se stesso e nella sua ibridazione e dissipazione nell’animale, nel vegetale e persino nel minerale. Una perlustrazione che, riorganizzando una significativa selezione di materiali d’archivio intorno alle direttrici in esso individuate e tracciate, intende porsi come ricerca nella direzione di un’idea di archivio teatrale che vada verso quella che Enrico Pitozzi mostra come necessità di un archivio d’arte, ossia di un archivio che si faccia preservazione, conservazione e messa a disposizione di tutti i materiali che una compagnia ha generato a partire dal proprio lavoro ma che, soprattutto, si configuri al contempo come spazio ideale di riconfigurazione di quei materiali, di organizzazione di essi intorno ai princìpi estetici fondamentali che guidano i processi artistici che li hanno fatti sorgere. Insomma, un’idea di archivio come spazio di creazione non meno vivo di quello della scena e che da quella tragga le direttrici che possano unificare l’uno e l’altra in una medesima configurazione, pur nelle rispettive nature tanto differenti. Ricerca, dunque, che – con un approccio metodologico che intreccia l’ambito archivistico a quello estetico, la lettura teatrologica a quella mediale – si muove da un lato nella direzione di un’analisi e di un attraversamento differente di un archivio teatrale, in particolare di un patrimonio immateriale tanto polimorfo e fondamentale come l’archivio del Teatro delle Albe, dall’altro in quella di una individuazione e strutturazione di possibili strategie di valorizzazione che ne facciano un archivio vivo, partendo proprio da quei nuclei di relazione tra le pratiche sceniche della compagnia e le modalità con le quali l’archivio ne rilancia e prolunga l’azione e la vita.
RIMINI, STEFANIA
Università degli studi di Catania
Catania
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Il codice NBN di questa tesi è URN:NBN:IT:UNICT-74751