In questi ultimi anni la produzione scientifica ha registrato una certa di reviviscenza di interesse nei confronti del concetto di tragico; parallelamente, sono rintracciabili alcuni testi di letteratura critica volti ad indagare il rapporto che in absentia si è costituito tra le speculazioni di Nietzsche e le successive scoperte freudiane. L’itinerario ermeneutico proposto si colloca all’incrocio di queste due linee di indagine, nel tentativo di declinarle in maniera il più possibile originale. Innanzitutto, la ricerca indica una connotazione specifica del concetto in esame, inteso come carattere essenziale del darsi dell’ente, piuttosto che come parola fondamentale dell’estetica: la formula utilizzata è quella di “frattura morfogenetica”, ovvero di una lacerazione che, nella profondità della fenditura che apre, dischiude lo spazio ad inedite conformazioni d’essere. Il prosieguo presenta una suddivisione in due macrosezioni. Nella prima parte viene “messa alla prova” la definizione di tragico precedentemente determinata e si rintraccia una triade di creazioni il cui sorgere risulta connesso ad una frattura, ovvero: l’uomo come individuo costretto alla sublimazione dei suoi impulsi, l’apparato psichico inteso come bacino di contenimento di una serie di desideri frustrati e, in terzo luogo, l’immagine medesima del mondo, concepito alla stregua di un riflesso su uno specchio deformante. La sezione “Passaggio” individua nella nozione nietzscheana di volontà di potenza l’elemento che permette la transizione dallo stato di opposizione improduttiva alla morfogenesi. La seconda macroarea affronta un problema scaturito dalla prima sezione del lavoro. Benché ogni progressione appaia derivata dall’attraversamento di una lacerazione, la nozione di morte, intesa come limite inaggirabile di qualsivoglia orizzonte creativo, sembra mettere in crisi l’associazione divenire-tragico, riducendo il secondo termine del binomio ad un errore temporaneo, una momentanea deviazione dal corso naturale dell’esistente. È il pensiero dell’eterno ritorno a ribaltare quest’ultima supposizione, permettendo al tragico di affermare la propria potenza annientatrice e creativa assieme. Nell’“Epicrisi” sono raccolti i risultati critici dell’indagine e dei medesimi viene comprovato il livello di distanza ovvero di affinità con una definizione del concetto che ancor oggi rappresenta un punto di riferimento imprescindibile, cioè la descrizione della tragedia fornita da Aristotele nella Poetica. La convinzione che, al di là della piega peculiare della ricerca, possa essere utile indicare una piattaforma testuale di riferimento per chi si voglia avvicinare agli autori e al problema presi in esame, ha guidato la compilazione dell’ampia “Appendice bibliografica”.
Sul tragico. Tra Nietzsche e Freud
CAPODIVACCA, SILVIA
2010
Abstract
In questi ultimi anni la produzione scientifica ha registrato una certa di reviviscenza di interesse nei confronti del concetto di tragico; parallelamente, sono rintracciabili alcuni testi di letteratura critica volti ad indagare il rapporto che in absentia si è costituito tra le speculazioni di Nietzsche e le successive scoperte freudiane. L’itinerario ermeneutico proposto si colloca all’incrocio di queste due linee di indagine, nel tentativo di declinarle in maniera il più possibile originale. Innanzitutto, la ricerca indica una connotazione specifica del concetto in esame, inteso come carattere essenziale del darsi dell’ente, piuttosto che come parola fondamentale dell’estetica: la formula utilizzata è quella di “frattura morfogenetica”, ovvero di una lacerazione che, nella profondità della fenditura che apre, dischiude lo spazio ad inedite conformazioni d’essere. Il prosieguo presenta una suddivisione in due macrosezioni. Nella prima parte viene “messa alla prova” la definizione di tragico precedentemente determinata e si rintraccia una triade di creazioni il cui sorgere risulta connesso ad una frattura, ovvero: l’uomo come individuo costretto alla sublimazione dei suoi impulsi, l’apparato psichico inteso come bacino di contenimento di una serie di desideri frustrati e, in terzo luogo, l’immagine medesima del mondo, concepito alla stregua di un riflesso su uno specchio deformante. La sezione “Passaggio” individua nella nozione nietzscheana di volontà di potenza l’elemento che permette la transizione dallo stato di opposizione improduttiva alla morfogenesi. La seconda macroarea affronta un problema scaturito dalla prima sezione del lavoro. Benché ogni progressione appaia derivata dall’attraversamento di una lacerazione, la nozione di morte, intesa come limite inaggirabile di qualsivoglia orizzonte creativo, sembra mettere in crisi l’associazione divenire-tragico, riducendo il secondo termine del binomio ad un errore temporaneo, una momentanea deviazione dal corso naturale dell’esistente. È il pensiero dell’eterno ritorno a ribaltare quest’ultima supposizione, permettendo al tragico di affermare la propria potenza annientatrice e creativa assieme. Nell’“Epicrisi” sono raccolti i risultati critici dell’indagine e dei medesimi viene comprovato il livello di distanza ovvero di affinità con una definizione del concetto che ancor oggi rappresenta un punto di riferimento imprescindibile, cioè la descrizione della tragedia fornita da Aristotele nella Poetica. La convinzione che, al di là della piega peculiare della ricerca, possa essere utile indicare una piattaforma testuale di riferimento per chi si voglia avvicinare agli autori e al problema presi in esame, ha guidato la compilazione dell’ampia “Appendice bibliografica”.File | Dimensione | Formato | |
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https://hdl.handle.net/20.500.14242/109893
URN:NBN:IT:UNIPD-109893