Rilevare uno stimolo minaccioso nell’ambiente il più velocemente possibile è una funzione essenziale per gli esseri viventi, in quanto permette una risposta di difesa più efficace e comporta maggiori possibilità di sopravvivenza. Il fenomeno per cui gli stimoli minacciosi catturano attenzione in modo più efficace rispetto a stimoli neutri o piacevoli prende il nome di bias attentivo. Esistono numerose ipotesi in letteratura sui meccanismi attentivi alla base di questo bias. In particolare, vi sono due modelli: il primo sostiene che vi sia una facilitazione precoce nella codifica dell’informazione minacciosa, seguita da una difficoltà nello spostare l’attenzione da tale informazione verso altri stimoli (disingaggio ritardato); il secondo sostiene invece che l’iniziale orientamento dell’attenzione verso l’informazione minacciosa sia seguito da evitamento cognitivo, che ne inibisce una elaborazione più dettagliata (vigilanza-evitamento). Vi sono numerosi studi che hanno prodotto dati comportamentali ed elettrofisiologici a sostegno dell’esistenza di una elaborazione preferenziale degli stimoli minacciosi: ad esempio, gli stimoli di minaccia sono rilevati più velocemente, richiedono più risorse di elaborazione, interferiscono maggiormente nell’esecuzione di compiti concomitanti, mantengono l’attenzione per un periodo di tempo maggiore e rendono difficoltoso lo spostamento dell’attenzione su altri stimoli. Molteplici studi hanno inoltre dimostrato che gli individui con disturbi d’ansia, o con elevati livelli di ansia di tratto, presentano un bias attentivo più marcato, specificatamente nei confronti di stimoli legati al disturbo. E’ noto che nelle fobie specifiche l’elaborazione dell’informazione privilegia la detezione e l’analisi dello stimolo fobigeno. Tuttavia, questo non sembra verificarsi per la fobia di sangue-iniezioni-ferite. A livello elettrocorticale, nelle fobie specifiche si rileva solitamente un bias associato all’elaborazione dello stimolo fobico, che si riflette in compiti di visione passiva in una maggiore ampiezza della componente P300 dei potenziali evento-relati e in una maggiore positività tardiva (LPP). Questo effetto non è tuttavia emerso per la fobia del sangue. Questo disturbo d’ansia è infatti singolare da molteplici punti di vista: a livello soggettivo, è caratterizzato dall’emozione di disgusto, piuttosto che da quella di paura; a livello fisiologico, è caratterizzato da un pattern di attivazione cardiovascolare che spesso conduce allo svenimento; a livello comportamentale, è caratterizzato da un conflitto tra azione e inibizione motoria. Il presente lavoro di tesi descrive tre studi che avevano l’obiettivo di indagare la presenza di un bias attentivo nella fobia di sangue-iniezioni-ferite attraverso misure comportamentali ed elettrocorticali. Sono stati impiegati paradigmi sperimentali e categorie emozionali di controllo differenti al fine di testare la specificità del bias attentivo nei confronti del materiale fobigeno e di identificare i meccanismi attentivi coinvolti.
Correlati Elettrofisiologici del Bias Attentivo nella Fobia del Sangue
DEVIGILI, ANDREA
2011
Abstract
Rilevare uno stimolo minaccioso nell’ambiente il più velocemente possibile è una funzione essenziale per gli esseri viventi, in quanto permette una risposta di difesa più efficace e comporta maggiori possibilità di sopravvivenza. Il fenomeno per cui gli stimoli minacciosi catturano attenzione in modo più efficace rispetto a stimoli neutri o piacevoli prende il nome di bias attentivo. Esistono numerose ipotesi in letteratura sui meccanismi attentivi alla base di questo bias. In particolare, vi sono due modelli: il primo sostiene che vi sia una facilitazione precoce nella codifica dell’informazione minacciosa, seguita da una difficoltà nello spostare l’attenzione da tale informazione verso altri stimoli (disingaggio ritardato); il secondo sostiene invece che l’iniziale orientamento dell’attenzione verso l’informazione minacciosa sia seguito da evitamento cognitivo, che ne inibisce una elaborazione più dettagliata (vigilanza-evitamento). Vi sono numerosi studi che hanno prodotto dati comportamentali ed elettrofisiologici a sostegno dell’esistenza di una elaborazione preferenziale degli stimoli minacciosi: ad esempio, gli stimoli di minaccia sono rilevati più velocemente, richiedono più risorse di elaborazione, interferiscono maggiormente nell’esecuzione di compiti concomitanti, mantengono l’attenzione per un periodo di tempo maggiore e rendono difficoltoso lo spostamento dell’attenzione su altri stimoli. Molteplici studi hanno inoltre dimostrato che gli individui con disturbi d’ansia, o con elevati livelli di ansia di tratto, presentano un bias attentivo più marcato, specificatamente nei confronti di stimoli legati al disturbo. E’ noto che nelle fobie specifiche l’elaborazione dell’informazione privilegia la detezione e l’analisi dello stimolo fobigeno. Tuttavia, questo non sembra verificarsi per la fobia di sangue-iniezioni-ferite. A livello elettrocorticale, nelle fobie specifiche si rileva solitamente un bias associato all’elaborazione dello stimolo fobico, che si riflette in compiti di visione passiva in una maggiore ampiezza della componente P300 dei potenziali evento-relati e in una maggiore positività tardiva (LPP). Questo effetto non è tuttavia emerso per la fobia del sangue. Questo disturbo d’ansia è infatti singolare da molteplici punti di vista: a livello soggettivo, è caratterizzato dall’emozione di disgusto, piuttosto che da quella di paura; a livello fisiologico, è caratterizzato da un pattern di attivazione cardiovascolare che spesso conduce allo svenimento; a livello comportamentale, è caratterizzato da un conflitto tra azione e inibizione motoria. Il presente lavoro di tesi descrive tre studi che avevano l’obiettivo di indagare la presenza di un bias attentivo nella fobia di sangue-iniezioni-ferite attraverso misure comportamentali ed elettrocorticali. Sono stati impiegati paradigmi sperimentali e categorie emozionali di controllo differenti al fine di testare la specificità del bias attentivo nei confronti del materiale fobigeno e di identificare i meccanismi attentivi coinvolti.File | Dimensione | Formato | |
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https://hdl.handle.net/20.500.14242/110123
URN:NBN:IT:UNIPD-110123