La tesi presentata si costituisce di due sezioni: una relativa all’identificazione e descrizione delle fonti e degli autori trattati e l’altra concernente i risvolti ecclesiologici contenuti in queste opere. Il lavoro muove dalla necessità di sottolineare la diversità dell’elaborazione, omiletica e teologica, dei diversi frati, mettendone in evidenza l’ambiente di formazione, la cultura e il contesto interno all’Ordine in cui essi si inserirono al fine di comprenderne l’elaborazione teologica, e più in particolare ecclesiologica anche e soprattutto attraverso il loro diverso modo di rapportarsi alla Sacra Scrittura e alla natura formale del testo da loro proposto. La prima sezione dunque, separa in due capitoli distinti i frati italiani, a cui viene assimilati Antonio da Lisbona, da quelli d’Oltralpe, francesi e tedeschi. Nel primo capitolo ho svolto una breve trattazione delle questioni inerenti l’Ordine francescano in genere, e particolarmente nel suo sviluppo peninsulare, al fine di ricostruire i movimenti di idee e problematiche che diedero vita alle quattro raccolte di sermoni studiate. Dopo una breve prosopografia ho regolarmente proceduto all’individuazione degli scritti dei singoli autori e all’analisi strutturale delle loro opere. Ho dedicato molto spazio a tale compito in quanto ritengo che i sermoni, in quanto frutto di uno sforzo esegetico, riflettano il clima culturale e dottrinale in cui inserirli già al momento della loro scelta formale. Sono stata confortata in quest’impressione dalla varietà di combinazioni che ho potuto individuare nei sermoni italiani, certamente più indipendenti tra loro dei paralleli testi francesi. Antonio di Padova, per esempio, sceglie di comporre un vero e proprio trattato teologico e in quanto tale utilizza una struttura più simile a quella elaborata dai vittorini alla fine del XII secolo. Tale operazione, visibile soprattutto nei sermoni festivi, fa sì che anche l’immagine di Chiesa emergente dai testi antoniani rifletta uno stadio arcaico dell’elaborazione minoritica, in cui le dipendenze dall’ambiente canonicale e monastico sono spesso più evidenti delle innovazioni. Uno sguardo più approfondito al sermone per la ventiduesima domenica dopo Pentecoste, dedicato alla doppia trattazione del giorno del giudizio e delle mancanze dei membri della chiesa dei propri tempi, ha offerto l’occasione di illustrare i problemi, per lo più liturgici, ma non solo, contenuti nel testo del frate lusitano, come non avrebbe potuto essere fatto all’interno della seconda sezione della tesi, in cui le argomentazioni complessive appiattiscono necessariamente i sermoni a seconda delle domande a cui si intende farli rispondere. Grazie a questo lavoro, dunque, ho potuto notare il peso assunto nei sermoni antoniani dai prologhi concordanti, in cui, lungi dal limitarsi alla sola esortazione morale, spesso l’autore apre dei brevi trattati sui compiti del predicatore, e la differenza di struttura e di argomenti proposti dai sermoni festivi, più simili nel loro svolgiemnto ai testi che si stavano contemporaneamente scrivendo nei circoli culturali parigini guidati dal Cantore. Ho inoltre cercato di evidenziare come l’argomentazione ecclesiologica di Antonio, non possa essere in alcun modo trattata svincolandola dal suo contesto biblico, in quanto facente parte di una quadriga fondata su autorità tra loro concordate in modo da creare un continuum esegetico per tutta la durata della raccolta. Il secondo autore trattato nel capitolo è Luca da Bitonto, frate minore pugliese, morot probabilmente intorno al 1242. Egli ha lasciato una raccolta di sermoni festivi commissionatagli direttamente da un ministro generale dell’Ordine, che ho potuto ritenere essere Aimone da Faversham. La raccolta, dalla ricca intessitura escatologica, ha rivelato gli interessi “gioachimiti” del frate minore, e la sua attenzione per categorie sociali quali gli ebrei e i greci. A questo proposito ho preso le distanze dalla scarna bibliografia sull’autore, la quale ritiene tali preoccupazioni per la Chiesa orientale e per l’unità della Chiesa, un retaggio di un soggiorno dell’Apulus, negli anni ’30, in Grecia, credendo invece più probabile ed economico ritenere che le argomentazioni a favore delle due minoranze etniche e religiose citate sia dovuta più alle origini regnicole del frate che a sue esperienze estemporanee. L’analisis strutturale dei testi del bitontino ha portato alla luce la cultura canonicale dello stesso e la sua conoscenza del diritto ecclesiastico, fugando invece le voci di un suo possibile coinvolgimento nelle attività della Facoltà teologica parigina, non suffragata neppure a livello argomentativo dalle fonti. Dalla Puglia mi sono poi spostata nel milanese, studiando i sermoni in circulum anni di Sovramonte da Varese, autore da cui aveva preso il via la mia intera ricerca. Avvalendomi degli studi già compiuti sulla biografia del frate, ho potuto verificare l’autenticità della raccolta a lui attribuita. Ho poi proceduto nel rilevare le forme, vicine a quelle antoniane, sebbene molto più semplificate, dei sermoni. La struttura di questi si è poi rivelata utile a supportare l’ipotesi, ormai certezza, del carattere popolare dell’opera del varesino, rintracciandone il pubblico in un insieme di laici e religiosi probabilmente di area lombarda, in cui le presenze ereticali sembrano essere il motivo stesso per cui Sovramonte scrisse i suoi 56 sermoni. L’ultimo autore italiano di cui mi sono occupata è un frate anonimo, la cui opera è custodita presso la biblioteca antoniana di Padova, ms. 470, in cui ho ritenuto di poter individuare un frate minore attivo nell’Italia settentrionale negli anni 1255 -1260, correggendo quindi la precedente datazione del Gamboso. L’analisi della struttura e delle fonti di questa raccolta di sermoni de sanctis mi ha permesso, oltre all’identificazione detta, di mettere in luce la natura liturgica e unitaria del testo e il suo impiego mi è stato utile per un confronto tra italiani e contemporanei maestri parigini. Il secondo capitolo mi ha portata a varcare le Alpi e ad occuparmi dei francescani dal loro arrivo in Francia al loro coinvolgimento attivo nella querelle con i maestri secolari. Ho seguito, grazie ad una ricchissima bibliografia, i loro insediamenti, mettendo per lo più in luce i momenti di contrasto tra i nuovi venuti e le autorità religiose tradizionali al fine di creare un collegamento tra le vicende dell’Ordine e le preoccupazioni della sermonistica proveniente dai suoi studia. Mi sono dunque concentrata su Parigi, città nella quale fu più forte la concentrazione di frati minori e il cui ambiente universitario portò alla stesura di diversi tipi di trattati teologici e di raccolte di sermoni. Per il periodo studiato sono state ritenute tre raccolte: i sermoni de tempore e de sanctis di Giovanni de la Rochelle, i sermoni de tempore di Gilberto de Tournai e quelli di Bonaventura da Bagnoregio. Dei primi, dopo aver ripercorso la vita del loro autore, sono state messe in luce le problematiche compositive e autoritative, rinunciando a fare una panoramica completa dell’opera per la sua mancanza di unitarietà, mettendone invece in risalto la varietà di fonti, strutture e destinatari, legati per lo più al mondo ecclesiastico e accademico attivo intorno alla facoltà di teologia di Parigi. Ho poi proceduto all’analisi del sermone per la Sessagesima (exiit qui seminat) confrontandolo con le direttive date dallo stesso frate ai suoi confratelli per la stesura del sermone e trovandolo, caso abbastanza raro nel genere, in accordo con quel Processus negociandi themata sermonum. Questo, insieme con il reperimento delle fonti utilizzate nei testi, mi ha portato a ritenere l’opera del la Rochelle redatta in stretto contatto con le problematiche nate intorno alla metà degli anni ’30 del XIII secolo nella facoltà teologica parigina relativamente allo status del predicatore, non più considerato nel suo rapporto con l’esortazione per la confessione, come invece compare nei sermoni italiani, ma in quanto tale, attribuendo dunque alla predicazione uno statuto a sé stante in vista della salvezza del credente. Credo che Giovanni de la Rochelle sia uno degli autori in cui più è visibile l’importanza del connubio tra elaborazione dottrinale e sviluppo strutturale del sermone. Il Rupellense fu anche maestro del secondo e del terzo predicatore minorita di cui mi sono occupata: Gilberto da Tournai e Bonaventura da Bagnoregio. La produzione sermonistica di questi due autori è stata analizzata solo parzialmente, in quanto non tutta la loro opera rientra nei limiti cronologici della tesi, riflettendo anche temi nati all’interno dell’Ordine a seguito del Capitolo di Narbona e della restrutturazione normativa del dottore Serafico. Ho quindi analizzato in dettaglio i sermoni de festiis e de sanctis di Gilberto da Tournai, alla ricerca in essi di dipendenze dottrinali e strutturali dal suo maestro e dal suo più famoso confratello, trovandole e dedicandovi un discreto spazio nel capitolo. Vicino a queste però ho potuto mettere in luce, grazie alle edizioni di singoli sermoni approntati da altri illustri studiosi, le dipendenze testuali e argomentative del frate minore da Iacopo da Vitr, i cui sermoni ad status e communes conobbero una straordinaria diffusione nella prima metà del XIII secolo. Questa serie di dipendenze, e spesso di copiature, è stata trattata per mettere in guardia il lettore della raccolta del turnacense dall’assumere come minorita molte delle sue parole, soprattutto quando si miri a fare qualche excursus nei sermones ad varios status (1280 circa), di cui si sono studiati, a titolo comparativo, solamente i due testi de ecclesia. Infine ho concluso la mia panoramica sui minori francesi inserendo tra di essi Bonaventura da Bagnoregio, italiano di nascita, ma francese di cultura. Di questo notissimo autore ho studiato principalmente i sermoni domenicali, gli unici raccolti e rielaborati dal Serafico in persona, mettendone in evidenza la strutturazione tripartita costante. Questo elemento è stato messo in collegamento sia con la diffusione, proprio da parte della normativa bonaventuriana, del sermo di tipo parigino all’interno degli studia minoritici, identificando dunque nella raccolta dei domenicali un modello volutamente perfetto da cui i frati dovevano attingere anche formalmente per i propri sermoni, sia come rispondente alle nuove esigenze di elaborazione ecclesiologica createsi a seguito degli attacchi di Guglielmo di Sant’Amore. Il secondo capitolo si chiude trattando la raccolta, isolata per la propria area, di Bertoldo da Ratisbona. Ho messo in luce le caratteristiche compositive dei Rusticani de Tempore di questo frate, al fine di rilevarne l’estraneità alle contemporanee elaborazioni francesi e la contemporanea vicinanza con i sermoni di Luca da Bitonto, dovuta probabilmente alle maggiori preoccupazioni escatologiche derivanti ai due autori dalla frequentazione dei testi di Gioacchino da Fiore. La seconda sezione della tesi si sviluppa su ulteriori due capitoli: uno relativo alle immagini e funzioni assegnate all’ecclesia militante nelle raccolte dei sermoni minoritici precedentemente presentati e uno sulla presentazione della teoria del primato papale all’interno dei sermoni per la festa di San Pietro in cathedra e di pochi altri testi in cui il discorso non si limitasse a brevi e fugaci accenni. Il primo capitolo di questa sezione prende le mosse dall’isolamento delle similitudini sull’Ecclesia militans presenti nelle raccolte dei frati minori, principalmente gli astri, il campo, la vigna e il buon pastore, rilevando la differente incidenza di queste immagini nelle raccolte degli anni ’30 e ’40 del secolo rispetto a quelli successivi. I frati Minori, a confronto soprattutto con la tradizione esegetica dei Padri, attraverso queste immagini presentano un’immagine della Chiesa terrena in cui la predicazione assume una posizione sempre più rilevante, e cambia la propria natura, già nel corso deli anni Trenta, da penitenziale, cioè a servizio della confessione, a dottrinale, cioè volta all’insegnamento delle dottrine evangeliche. L’analisi dei singoli membri introdotti, attraverso apposite distinzioni, in ciascuno dei sermoni, festività per festività, fa inoltre emergere una progressiva “clericalizzazione” del concetto di Ecclesia, in cui i laici vengono rapidamente messi ai margini di essa a favore di una categoria di persone organizzata e individuata all’interno di una visuale gerarchica: i penitenti. Negli anni ’50 del XIII secolo, però, si registra un cambiamento dell’utilizzo delle similitudines utilizzate per spiegare gli status perfectionis. Pur non eclissando totalmente le immagini precedenti, infatti, i frati Minori coinvolti nella querelle parigina, iniziata nel 1252 a seguito dell’attacco rivolto da Guglielmo di Saint-Amour e dai maestri secolari della Facoltà di teologia ai Mendicanti, fanno emergere un’ecclesiologia sempre più legata all’utilizzo sistematico di una nuova interpretazione del De Hierarchia caelesti dello pseudo-Dionigi Areopagita e del paragone tra le schiere angeliche e le gerarchie ecclesiastiche. Proprio in questi autori, cioè Bonaventura da Bagnoregio e Gilberto da Tournai, emergono due importanti cambiamenti all’interno dell’Ecclesia: il ruolo del predicatore viene infatti diviso dalla figura del praelatus, di cui era precedentemente un semplice attributo, e assimilato invece al grado dei perfetti, come mediatore tra la contemplazione e la cura animarum. L’ultimo capitolo della tesi si è occupato della figura del pontefice. Essa non viene usualmente inserita all’interno di immagini complessive della Chiesa, oppure è solamente accennato il suo ruolo di guida nella similitudine del corpus ecclesiae, come nel caso dell’Anonimo antoniano 470, e dunque non poteva costituire un semplice paragrafo del capitolo precedente. L’analisi dei sermoni per la cattedra di san Pietro e di pochi altri passaggi concernenti il pontefice e il suo rapporto con la Chiesa, ha dimostrato come in quest’ambito i frati Minori si basino principalmente sulle teorie elaborate dagli autori precedenti, soprattutto Innocenzo III, almeno fino all’inizio della querelle parigina, in cui essi presero l’iniziativa per l’elaborazione di una nuova teologia del primato atta a difendere, attraverso l’esaltazione del potere pontificio, anche la posizione gerarchica degli ordini Mendicanti contro la concezione tradizionale, basata sull’interpretazione episcopalista, di cui erano interpreti i magistri saeculares dell’Universitas parigina. In appendice vengono presentate, in questa versione ancora in modo provvisorio, le trascrizioni si alcuni sermoni ritenuti significativi per la prospettiva ecclesiologica, degli autori la cui opera sia ancora inedita: Luca da Bitonto, Sovramonte da Varese, l’Anonimo antoniano 1470, Giovanni de la Rochelle, Gilberto da Tournai e Bertoldo da Ratisbona.
Ecclesia huius temporis. La Chiesa militante nelle prime raccolte dei sermoni dei frati minori (1225ca - 1260)
LOMBARDO, ELEONORA
2010
Abstract
La tesi presentata si costituisce di due sezioni: una relativa all’identificazione e descrizione delle fonti e degli autori trattati e l’altra concernente i risvolti ecclesiologici contenuti in queste opere. Il lavoro muove dalla necessità di sottolineare la diversità dell’elaborazione, omiletica e teologica, dei diversi frati, mettendone in evidenza l’ambiente di formazione, la cultura e il contesto interno all’Ordine in cui essi si inserirono al fine di comprenderne l’elaborazione teologica, e più in particolare ecclesiologica anche e soprattutto attraverso il loro diverso modo di rapportarsi alla Sacra Scrittura e alla natura formale del testo da loro proposto. La prima sezione dunque, separa in due capitoli distinti i frati italiani, a cui viene assimilati Antonio da Lisbona, da quelli d’Oltralpe, francesi e tedeschi. Nel primo capitolo ho svolto una breve trattazione delle questioni inerenti l’Ordine francescano in genere, e particolarmente nel suo sviluppo peninsulare, al fine di ricostruire i movimenti di idee e problematiche che diedero vita alle quattro raccolte di sermoni studiate. Dopo una breve prosopografia ho regolarmente proceduto all’individuazione degli scritti dei singoli autori e all’analisi strutturale delle loro opere. Ho dedicato molto spazio a tale compito in quanto ritengo che i sermoni, in quanto frutto di uno sforzo esegetico, riflettano il clima culturale e dottrinale in cui inserirli già al momento della loro scelta formale. Sono stata confortata in quest’impressione dalla varietà di combinazioni che ho potuto individuare nei sermoni italiani, certamente più indipendenti tra loro dei paralleli testi francesi. Antonio di Padova, per esempio, sceglie di comporre un vero e proprio trattato teologico e in quanto tale utilizza una struttura più simile a quella elaborata dai vittorini alla fine del XII secolo. Tale operazione, visibile soprattutto nei sermoni festivi, fa sì che anche l’immagine di Chiesa emergente dai testi antoniani rifletta uno stadio arcaico dell’elaborazione minoritica, in cui le dipendenze dall’ambiente canonicale e monastico sono spesso più evidenti delle innovazioni. Uno sguardo più approfondito al sermone per la ventiduesima domenica dopo Pentecoste, dedicato alla doppia trattazione del giorno del giudizio e delle mancanze dei membri della chiesa dei propri tempi, ha offerto l’occasione di illustrare i problemi, per lo più liturgici, ma non solo, contenuti nel testo del frate lusitano, come non avrebbe potuto essere fatto all’interno della seconda sezione della tesi, in cui le argomentazioni complessive appiattiscono necessariamente i sermoni a seconda delle domande a cui si intende farli rispondere. Grazie a questo lavoro, dunque, ho potuto notare il peso assunto nei sermoni antoniani dai prologhi concordanti, in cui, lungi dal limitarsi alla sola esortazione morale, spesso l’autore apre dei brevi trattati sui compiti del predicatore, e la differenza di struttura e di argomenti proposti dai sermoni festivi, più simili nel loro svolgiemnto ai testi che si stavano contemporaneamente scrivendo nei circoli culturali parigini guidati dal Cantore. Ho inoltre cercato di evidenziare come l’argomentazione ecclesiologica di Antonio, non possa essere in alcun modo trattata svincolandola dal suo contesto biblico, in quanto facente parte di una quadriga fondata su autorità tra loro concordate in modo da creare un continuum esegetico per tutta la durata della raccolta. Il secondo autore trattato nel capitolo è Luca da Bitonto, frate minore pugliese, morot probabilmente intorno al 1242. Egli ha lasciato una raccolta di sermoni festivi commissionatagli direttamente da un ministro generale dell’Ordine, che ho potuto ritenere essere Aimone da Faversham. La raccolta, dalla ricca intessitura escatologica, ha rivelato gli interessi “gioachimiti” del frate minore, e la sua attenzione per categorie sociali quali gli ebrei e i greci. A questo proposito ho preso le distanze dalla scarna bibliografia sull’autore, la quale ritiene tali preoccupazioni per la Chiesa orientale e per l’unità della Chiesa, un retaggio di un soggiorno dell’Apulus, negli anni ’30, in Grecia, credendo invece più probabile ed economico ritenere che le argomentazioni a favore delle due minoranze etniche e religiose citate sia dovuta più alle origini regnicole del frate che a sue esperienze estemporanee. L’analisis strutturale dei testi del bitontino ha portato alla luce la cultura canonicale dello stesso e la sua conoscenza del diritto ecclesiastico, fugando invece le voci di un suo possibile coinvolgimento nelle attività della Facoltà teologica parigina, non suffragata neppure a livello argomentativo dalle fonti. Dalla Puglia mi sono poi spostata nel milanese, studiando i sermoni in circulum anni di Sovramonte da Varese, autore da cui aveva preso il via la mia intera ricerca. Avvalendomi degli studi già compiuti sulla biografia del frate, ho potuto verificare l’autenticità della raccolta a lui attribuita. Ho poi proceduto nel rilevare le forme, vicine a quelle antoniane, sebbene molto più semplificate, dei sermoni. La struttura di questi si è poi rivelata utile a supportare l’ipotesi, ormai certezza, del carattere popolare dell’opera del varesino, rintracciandone il pubblico in un insieme di laici e religiosi probabilmente di area lombarda, in cui le presenze ereticali sembrano essere il motivo stesso per cui Sovramonte scrisse i suoi 56 sermoni. L’ultimo autore italiano di cui mi sono occupata è un frate anonimo, la cui opera è custodita presso la biblioteca antoniana di Padova, ms. 470, in cui ho ritenuto di poter individuare un frate minore attivo nell’Italia settentrionale negli anni 1255 -1260, correggendo quindi la precedente datazione del Gamboso. L’analisi della struttura e delle fonti di questa raccolta di sermoni de sanctis mi ha permesso, oltre all’identificazione detta, di mettere in luce la natura liturgica e unitaria del testo e il suo impiego mi è stato utile per un confronto tra italiani e contemporanei maestri parigini. Il secondo capitolo mi ha portata a varcare le Alpi e ad occuparmi dei francescani dal loro arrivo in Francia al loro coinvolgimento attivo nella querelle con i maestri secolari. Ho seguito, grazie ad una ricchissima bibliografia, i loro insediamenti, mettendo per lo più in luce i momenti di contrasto tra i nuovi venuti e le autorità religiose tradizionali al fine di creare un collegamento tra le vicende dell’Ordine e le preoccupazioni della sermonistica proveniente dai suoi studia. Mi sono dunque concentrata su Parigi, città nella quale fu più forte la concentrazione di frati minori e il cui ambiente universitario portò alla stesura di diversi tipi di trattati teologici e di raccolte di sermoni. Per il periodo studiato sono state ritenute tre raccolte: i sermoni de tempore e de sanctis di Giovanni de la Rochelle, i sermoni de tempore di Gilberto de Tournai e quelli di Bonaventura da Bagnoregio. Dei primi, dopo aver ripercorso la vita del loro autore, sono state messe in luce le problematiche compositive e autoritative, rinunciando a fare una panoramica completa dell’opera per la sua mancanza di unitarietà, mettendone invece in risalto la varietà di fonti, strutture e destinatari, legati per lo più al mondo ecclesiastico e accademico attivo intorno alla facoltà di teologia di Parigi. Ho poi proceduto all’analisi del sermone per la Sessagesima (exiit qui seminat) confrontandolo con le direttive date dallo stesso frate ai suoi confratelli per la stesura del sermone e trovandolo, caso abbastanza raro nel genere, in accordo con quel Processus negociandi themata sermonum. Questo, insieme con il reperimento delle fonti utilizzate nei testi, mi ha portato a ritenere l’opera del la Rochelle redatta in stretto contatto con le problematiche nate intorno alla metà degli anni ’30 del XIII secolo nella facoltà teologica parigina relativamente allo status del predicatore, non più considerato nel suo rapporto con l’esortazione per la confessione, come invece compare nei sermoni italiani, ma in quanto tale, attribuendo dunque alla predicazione uno statuto a sé stante in vista della salvezza del credente. Credo che Giovanni de la Rochelle sia uno degli autori in cui più è visibile l’importanza del connubio tra elaborazione dottrinale e sviluppo strutturale del sermone. Il Rupellense fu anche maestro del secondo e del terzo predicatore minorita di cui mi sono occupata: Gilberto da Tournai e Bonaventura da Bagnoregio. La produzione sermonistica di questi due autori è stata analizzata solo parzialmente, in quanto non tutta la loro opera rientra nei limiti cronologici della tesi, riflettendo anche temi nati all’interno dell’Ordine a seguito del Capitolo di Narbona e della restrutturazione normativa del dottore Serafico. Ho quindi analizzato in dettaglio i sermoni de festiis e de sanctis di Gilberto da Tournai, alla ricerca in essi di dipendenze dottrinali e strutturali dal suo maestro e dal suo più famoso confratello, trovandole e dedicandovi un discreto spazio nel capitolo. Vicino a queste però ho potuto mettere in luce, grazie alle edizioni di singoli sermoni approntati da altri illustri studiosi, le dipendenze testuali e argomentative del frate minore da Iacopo da Vitr, i cui sermoni ad status e communes conobbero una straordinaria diffusione nella prima metà del XIII secolo. Questa serie di dipendenze, e spesso di copiature, è stata trattata per mettere in guardia il lettore della raccolta del turnacense dall’assumere come minorita molte delle sue parole, soprattutto quando si miri a fare qualche excursus nei sermones ad varios status (1280 circa), di cui si sono studiati, a titolo comparativo, solamente i due testi de ecclesia. Infine ho concluso la mia panoramica sui minori francesi inserendo tra di essi Bonaventura da Bagnoregio, italiano di nascita, ma francese di cultura. Di questo notissimo autore ho studiato principalmente i sermoni domenicali, gli unici raccolti e rielaborati dal Serafico in persona, mettendone in evidenza la strutturazione tripartita costante. Questo elemento è stato messo in collegamento sia con la diffusione, proprio da parte della normativa bonaventuriana, del sermo di tipo parigino all’interno degli studia minoritici, identificando dunque nella raccolta dei domenicali un modello volutamente perfetto da cui i frati dovevano attingere anche formalmente per i propri sermoni, sia come rispondente alle nuove esigenze di elaborazione ecclesiologica createsi a seguito degli attacchi di Guglielmo di Sant’Amore. Il secondo capitolo si chiude trattando la raccolta, isolata per la propria area, di Bertoldo da Ratisbona. Ho messo in luce le caratteristiche compositive dei Rusticani de Tempore di questo frate, al fine di rilevarne l’estraneità alle contemporanee elaborazioni francesi e la contemporanea vicinanza con i sermoni di Luca da Bitonto, dovuta probabilmente alle maggiori preoccupazioni escatologiche derivanti ai due autori dalla frequentazione dei testi di Gioacchino da Fiore. La seconda sezione della tesi si sviluppa su ulteriori due capitoli: uno relativo alle immagini e funzioni assegnate all’ecclesia militante nelle raccolte dei sermoni minoritici precedentemente presentati e uno sulla presentazione della teoria del primato papale all’interno dei sermoni per la festa di San Pietro in cathedra e di pochi altri testi in cui il discorso non si limitasse a brevi e fugaci accenni. Il primo capitolo di questa sezione prende le mosse dall’isolamento delle similitudini sull’Ecclesia militans presenti nelle raccolte dei frati minori, principalmente gli astri, il campo, la vigna e il buon pastore, rilevando la differente incidenza di queste immagini nelle raccolte degli anni ’30 e ’40 del secolo rispetto a quelli successivi. I frati Minori, a confronto soprattutto con la tradizione esegetica dei Padri, attraverso queste immagini presentano un’immagine della Chiesa terrena in cui la predicazione assume una posizione sempre più rilevante, e cambia la propria natura, già nel corso deli anni Trenta, da penitenziale, cioè a servizio della confessione, a dottrinale, cioè volta all’insegnamento delle dottrine evangeliche. L’analisi dei singoli membri introdotti, attraverso apposite distinzioni, in ciascuno dei sermoni, festività per festività, fa inoltre emergere una progressiva “clericalizzazione” del concetto di Ecclesia, in cui i laici vengono rapidamente messi ai margini di essa a favore di una categoria di persone organizzata e individuata all’interno di una visuale gerarchica: i penitenti. Negli anni ’50 del XIII secolo, però, si registra un cambiamento dell’utilizzo delle similitudines utilizzate per spiegare gli status perfectionis. Pur non eclissando totalmente le immagini precedenti, infatti, i frati Minori coinvolti nella querelle parigina, iniziata nel 1252 a seguito dell’attacco rivolto da Guglielmo di Saint-Amour e dai maestri secolari della Facoltà di teologia ai Mendicanti, fanno emergere un’ecclesiologia sempre più legata all’utilizzo sistematico di una nuova interpretazione del De Hierarchia caelesti dello pseudo-Dionigi Areopagita e del paragone tra le schiere angeliche e le gerarchie ecclesiastiche. Proprio in questi autori, cioè Bonaventura da Bagnoregio e Gilberto da Tournai, emergono due importanti cambiamenti all’interno dell’Ecclesia: il ruolo del predicatore viene infatti diviso dalla figura del praelatus, di cui era precedentemente un semplice attributo, e assimilato invece al grado dei perfetti, come mediatore tra la contemplazione e la cura animarum. L’ultimo capitolo della tesi si è occupato della figura del pontefice. Essa non viene usualmente inserita all’interno di immagini complessive della Chiesa, oppure è solamente accennato il suo ruolo di guida nella similitudine del corpus ecclesiae, come nel caso dell’Anonimo antoniano 470, e dunque non poteva costituire un semplice paragrafo del capitolo precedente. L’analisi dei sermoni per la cattedra di san Pietro e di pochi altri passaggi concernenti il pontefice e il suo rapporto con la Chiesa, ha dimostrato come in quest’ambito i frati Minori si basino principalmente sulle teorie elaborate dagli autori precedenti, soprattutto Innocenzo III, almeno fino all’inizio della querelle parigina, in cui essi presero l’iniziativa per l’elaborazione di una nuova teologia del primato atta a difendere, attraverso l’esaltazione del potere pontificio, anche la posizione gerarchica degli ordini Mendicanti contro la concezione tradizionale, basata sull’interpretazione episcopalista, di cui erano interpreti i magistri saeculares dell’Universitas parigina. In appendice vengono presentate, in questa versione ancora in modo provvisorio, le trascrizioni si alcuni sermoni ritenuti significativi per la prospettiva ecclesiologica, degli autori la cui opera sia ancora inedita: Luca da Bitonto, Sovramonte da Varese, l’Anonimo antoniano 1470, Giovanni de la Rochelle, Gilberto da Tournai e Bertoldo da Ratisbona.File | Dimensione | Formato | |
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https://hdl.handle.net/20.500.14242/110128
URN:NBN:IT:UNIPD-110128