La ricerca si propone di riflettere sul significato che i processi di educazione, partecipazione ed empowerment assumono nel paesaggio oggi. Claire Bishop sostiene che il tema della partecipazione emerge in situazioni di crisi e conflittualità. Come negli Stati Uniti le prime esperienze di Advocacy planning degli anni Sessanta e Settanta furono avviate in reazione all’emergenza ambientale , così negli ultimi quindici anni si è tornato a parlare di questo approccio in relazione alla crisi del paesaggio, come testimonia la Convenzione Europea del Paesaggio (Firenze, 2000). Le problematiche attuali sono di natura sociale, spaziale, politica ed economica: l’erosione e l’omologazione dello spazio pubblico; il consumo di suolo causato dalla diffusione urbana; l’esaurimento e l’inquinamento dei terreni; la dismissioni di interi comparti urbani industriali e ferroviari che con la crisi economica sono stati paralizzati nelle loro prospettive, etc. L’ipotesi centrale della ricerca è, allora, che l’interazione tra soggetti e il coinvolgimento degli abitanti possa essere una risorsa nel percorso di rinnovamento culturale delle politiche e nel processo di costruzione e rilancio del paesaggio, oltre che uno strumento per accompagnare la società e gli individui ad una presa di coscienza delle sue problematiche. Gli obiettivi del lavoro sono stati quelli di comprendere e definire: 1) Come ricostruire una responsabilità sociale attraverso processi di sensibilizzazione ed educazione in grado di portare ad un’elaborazione condivisa dei significati e dei valori legati al paesaggio (processi di educazione); 2) Come far emergere quadri conoscitivi nuovi e una creatività collaborativa, che mette in discussione il modello gerarchico della società, attraverso la definizione di un linguaggio e/o una produzione condivisa (processi di partecipazione) ; 3) Come accompagnare le comunità verso azioni di cura del loro paesaggio quotidiano e come emanciparli affinché possano determinare la propria realtà e sviluppare le capacità di cambiamento del proprio futuro, (processi di empowerment); 4) Quale ruolo il paesaggista riveste nel dialogo con i vari soggetti coinvolti nel processo - tale figura non va confusa con quella del facilitatore o del mediatore sociale - e attraverso quali dispositivi agisce, come egli traduce nello spazio i desideri e le istanze degli abitanti, ma anche gli interessi pubblici e privati degli altri stakeholders. La tesi è articolata su cinque livelli. 1) La prima parte sviluppa il campo teorico conoscitivo del tema, con uno sguardo extra-disciplinare. Si compie un’analisi di come i processi partecipativi sono stati modellati nel campo delle politiche urbane e della pianificazione mettendo in luce le tappe storiche di questo approccio, in Europa e negli Stati Uniti, i temi condivisi, quali l’ascolto attivo, l’apprendimento collettivo, la capacità di aspirare, etc.; si evidenziano poi le diverse modalità a cui ci si riferisce oggi con questo termine. Si definisce poi la problematica, la crisi del paesaggio in relazione alla nuova domanda sociale con un approfondimento su alcune esperienze innovative di politiche per il paesaggio. Ci si confronta nel contesto attuale europeo con l’emergere di una nuova richiesta di paesaggi di qualità e di partecipazione e azioni di cittadinanza attiva capaci di riattivare spazi abbandonati della città. Questi fenomeni obbligano a ridefinire il concetto di bene comune e suggeriscono nuove sfide per il paesaggio in termini culturali. Alcuni Osservatori del Paesaggio, come quello della Catalogna, nati a seguito della Convenzione Europea del Paesaggio, testimoniano il lavoro in tale direzione di alcune istituzioni. 2) Nella seconda parte si costruisce invece una prospettiva storico-critica attraverso alcune figure cardine dell’architettura del paesaggio, quali Carl Theodor Sørensen, Lawrence Halprin e Bernard Lassus, per comprendere il rapporto tra paesaggista e abitanti, tra società e paesaggio, nell'ultimo secolo. Nonostante il valore culturale dell’esperienza di alcuni Osservatori, si rileva un vuoto nel dibattito interno alla disciplina del paesaggio. Come infatti diversi autori sottolineano, nelle pratiche partecipative in anni recenti vi è stata un'eccessiva fiducia nelle politiche e metodologie, dimenticando così l'importanza del progetto e delle pratiche di paesaggio. I temi messi in campo da questi autori - l'utopia realistica, il processo (vs progetto), il ruolo dell'architetto, la legittimazione dell'abitante, la battaglia contro la specializzazione dello spazio aperto, le relazioni (vs gli oggetti) tra gli individui all’interno di uno spazio comune, i paesaggi marginali, la dimensione del quotidiano e il riconoscimento della poesia nell'ordinario, la dimensione collettiva dell'opera, etc. - aiutano a delineare i caratteri che assume il processo partecipativo e a comprenderne le pratiche attuali. 3) La terza parte si confronta con la questione della crisi del paesaggio contemporaneo attraverso una rilettura e un’analisi comparativa di alcune pratiche e processi che hanno puntato a sviluppare quelle tensioni etiche intrinseche al paesaggio. Nel panorama attuale si struttura un modo alternativo di intendere il progetto: si agisce attraverso dispositivi di paesaggio, strutture relazionali che innescano processi naturali, sociali ed economici. Sono stati individuati tre differenti approcci: dispositivi di relazione, che mettono a sistema spazi frammentari per garantire una qualità diffusa nella città e nel territorio; dispositivi narrativi e simbolici che provano a ridefinire paesaggi compromessi attraverso la creazione di un tema o l’uso di singoli elementi; dispositivi di cura e di crescita che coinvolgono gli abitanti in processi di trasformazione e appropriazione dei loro paesaggi quotidiani. Nell’Atlante sono messe a confronto sei di queste esperienze europee (italiane, francesi, tedesche e danesi) ritenute più rappresentative di queste tendenze attraverso delle schede. Rispetto a contesti più tradizionali questi casi raccontano una realtà più complessa di soggetti coinvolti: cittadini, collettivi, paesaggisti, artisti, amministrazioni e fondazioni. 4) La quarta parte è dedicata la caso studio di Copenhagen. Nell'esperienza recente danese le questioni urbane, come i conflitti tra comunità diverse, la marginalizzazione di alcuni quartieri dovuta ai cambiamenti economici o a fenomeni di gentrification, sono state affrontate con politiche pubbliche che hanno dato all'architettura del paesaggio un ruolo strutturale nel rilancio dello spazio fisico e sociale di questi luoghi e, nello stesso tempo, questo è avvenuto con un costante dialogo con la comunità locale. Alcuni esempi, come Sønder e Prags Boulevard, North-West park e Superkilen, svelano operazione analoghe a quelle compiute da Sørensen, Halprin e Lassus. Si è lavorato sulla dimensione immaginativa e temporale del paesaggio, lasciando ampi spazi indeterminati che possono essere modificati dagli abitanti o definendo nuovi temi e simboli per ridare un’identità ai luoghi; in uno dei quartieri più complessi della città, Nørrebro, gli abitanti sono stati coinvolti in un progetto di creatività collettiva vero e proprio. 5) L'ultima parte conclude il lavoro di ricerca provando a definire il ruolo del paesaggista e i dispositivi con i quali agisce, dando alcune indicazioni propositive nel campo delle pratiche condivise di paesaggio per implementare, rigenerare e valorizzare i paesaggi in crisi. Da questa interpretazione sia storica che di critica contemporanea emerge una figura nuova del paesaggista, che grazie alla sua capacità di narrare storie da un altro punto di vista, attiva rappresentazioni inconsuete e introduce elementi di anomalia. Le esperienze europee come anche il caso danese dimostrano che trasformare il progetto di paesaggio in un'opera aperta sia al tempo che al dialogo, potrebbe definire la strategia per confrontarsi con la crisi.
Common landscape. Processi di educazione, partecipazione ed empowerment in paesaggi ordinari
GANGEMI, SARA
2014
Abstract
La ricerca si propone di riflettere sul significato che i processi di educazione, partecipazione ed empowerment assumono nel paesaggio oggi. Claire Bishop sostiene che il tema della partecipazione emerge in situazioni di crisi e conflittualità. Come negli Stati Uniti le prime esperienze di Advocacy planning degli anni Sessanta e Settanta furono avviate in reazione all’emergenza ambientale , così negli ultimi quindici anni si è tornato a parlare di questo approccio in relazione alla crisi del paesaggio, come testimonia la Convenzione Europea del Paesaggio (Firenze, 2000). Le problematiche attuali sono di natura sociale, spaziale, politica ed economica: l’erosione e l’omologazione dello spazio pubblico; il consumo di suolo causato dalla diffusione urbana; l’esaurimento e l’inquinamento dei terreni; la dismissioni di interi comparti urbani industriali e ferroviari che con la crisi economica sono stati paralizzati nelle loro prospettive, etc. L’ipotesi centrale della ricerca è, allora, che l’interazione tra soggetti e il coinvolgimento degli abitanti possa essere una risorsa nel percorso di rinnovamento culturale delle politiche e nel processo di costruzione e rilancio del paesaggio, oltre che uno strumento per accompagnare la società e gli individui ad una presa di coscienza delle sue problematiche. Gli obiettivi del lavoro sono stati quelli di comprendere e definire: 1) Come ricostruire una responsabilità sociale attraverso processi di sensibilizzazione ed educazione in grado di portare ad un’elaborazione condivisa dei significati e dei valori legati al paesaggio (processi di educazione); 2) Come far emergere quadri conoscitivi nuovi e una creatività collaborativa, che mette in discussione il modello gerarchico della società, attraverso la definizione di un linguaggio e/o una produzione condivisa (processi di partecipazione) ; 3) Come accompagnare le comunità verso azioni di cura del loro paesaggio quotidiano e come emanciparli affinché possano determinare la propria realtà e sviluppare le capacità di cambiamento del proprio futuro, (processi di empowerment); 4) Quale ruolo il paesaggista riveste nel dialogo con i vari soggetti coinvolti nel processo - tale figura non va confusa con quella del facilitatore o del mediatore sociale - e attraverso quali dispositivi agisce, come egli traduce nello spazio i desideri e le istanze degli abitanti, ma anche gli interessi pubblici e privati degli altri stakeholders. La tesi è articolata su cinque livelli. 1) La prima parte sviluppa il campo teorico conoscitivo del tema, con uno sguardo extra-disciplinare. Si compie un’analisi di come i processi partecipativi sono stati modellati nel campo delle politiche urbane e della pianificazione mettendo in luce le tappe storiche di questo approccio, in Europa e negli Stati Uniti, i temi condivisi, quali l’ascolto attivo, l’apprendimento collettivo, la capacità di aspirare, etc.; si evidenziano poi le diverse modalità a cui ci si riferisce oggi con questo termine. Si definisce poi la problematica, la crisi del paesaggio in relazione alla nuova domanda sociale con un approfondimento su alcune esperienze innovative di politiche per il paesaggio. Ci si confronta nel contesto attuale europeo con l’emergere di una nuova richiesta di paesaggi di qualità e di partecipazione e azioni di cittadinanza attiva capaci di riattivare spazi abbandonati della città. Questi fenomeni obbligano a ridefinire il concetto di bene comune e suggeriscono nuove sfide per il paesaggio in termini culturali. Alcuni Osservatori del Paesaggio, come quello della Catalogna, nati a seguito della Convenzione Europea del Paesaggio, testimoniano il lavoro in tale direzione di alcune istituzioni. 2) Nella seconda parte si costruisce invece una prospettiva storico-critica attraverso alcune figure cardine dell’architettura del paesaggio, quali Carl Theodor Sørensen, Lawrence Halprin e Bernard Lassus, per comprendere il rapporto tra paesaggista e abitanti, tra società e paesaggio, nell'ultimo secolo. Nonostante il valore culturale dell’esperienza di alcuni Osservatori, si rileva un vuoto nel dibattito interno alla disciplina del paesaggio. Come infatti diversi autori sottolineano, nelle pratiche partecipative in anni recenti vi è stata un'eccessiva fiducia nelle politiche e metodologie, dimenticando così l'importanza del progetto e delle pratiche di paesaggio. I temi messi in campo da questi autori - l'utopia realistica, il processo (vs progetto), il ruolo dell'architetto, la legittimazione dell'abitante, la battaglia contro la specializzazione dello spazio aperto, le relazioni (vs gli oggetti) tra gli individui all’interno di uno spazio comune, i paesaggi marginali, la dimensione del quotidiano e il riconoscimento della poesia nell'ordinario, la dimensione collettiva dell'opera, etc. - aiutano a delineare i caratteri che assume il processo partecipativo e a comprenderne le pratiche attuali. 3) La terza parte si confronta con la questione della crisi del paesaggio contemporaneo attraverso una rilettura e un’analisi comparativa di alcune pratiche e processi che hanno puntato a sviluppare quelle tensioni etiche intrinseche al paesaggio. Nel panorama attuale si struttura un modo alternativo di intendere il progetto: si agisce attraverso dispositivi di paesaggio, strutture relazionali che innescano processi naturali, sociali ed economici. Sono stati individuati tre differenti approcci: dispositivi di relazione, che mettono a sistema spazi frammentari per garantire una qualità diffusa nella città e nel territorio; dispositivi narrativi e simbolici che provano a ridefinire paesaggi compromessi attraverso la creazione di un tema o l’uso di singoli elementi; dispositivi di cura e di crescita che coinvolgono gli abitanti in processi di trasformazione e appropriazione dei loro paesaggi quotidiani. Nell’Atlante sono messe a confronto sei di queste esperienze europee (italiane, francesi, tedesche e danesi) ritenute più rappresentative di queste tendenze attraverso delle schede. Rispetto a contesti più tradizionali questi casi raccontano una realtà più complessa di soggetti coinvolti: cittadini, collettivi, paesaggisti, artisti, amministrazioni e fondazioni. 4) La quarta parte è dedicata la caso studio di Copenhagen. Nell'esperienza recente danese le questioni urbane, come i conflitti tra comunità diverse, la marginalizzazione di alcuni quartieri dovuta ai cambiamenti economici o a fenomeni di gentrification, sono state affrontate con politiche pubbliche che hanno dato all'architettura del paesaggio un ruolo strutturale nel rilancio dello spazio fisico e sociale di questi luoghi e, nello stesso tempo, questo è avvenuto con un costante dialogo con la comunità locale. Alcuni esempi, come Sønder e Prags Boulevard, North-West park e Superkilen, svelano operazione analoghe a quelle compiute da Sørensen, Halprin e Lassus. Si è lavorato sulla dimensione immaginativa e temporale del paesaggio, lasciando ampi spazi indeterminati che possono essere modificati dagli abitanti o definendo nuovi temi e simboli per ridare un’identità ai luoghi; in uno dei quartieri più complessi della città, Nørrebro, gli abitanti sono stati coinvolti in un progetto di creatività collettiva vero e proprio. 5) L'ultima parte conclude il lavoro di ricerca provando a definire il ruolo del paesaggista e i dispositivi con i quali agisce, dando alcune indicazioni propositive nel campo delle pratiche condivise di paesaggio per implementare, rigenerare e valorizzare i paesaggi in crisi. Da questa interpretazione sia storica che di critica contemporanea emerge una figura nuova del paesaggista, che grazie alla sua capacità di narrare storie da un altro punto di vista, attiva rappresentazioni inconsuete e introduce elementi di anomalia. Le esperienze europee come anche il caso danese dimostrano che trasformare il progetto di paesaggio in un'opera aperta sia al tempo che al dialogo, potrebbe definire la strategia per confrontarsi con la crisi.I documenti in UNITESI sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.
https://hdl.handle.net/20.500.14242/111586
URN:NBN:IT:UNIROMA1-111586