Insediamenti caratteristici della pianura Padana, dove costituiscono piccole colline artificiali che contrastano nettamente con il paesaggio della pianura circostante, le terramare, sono state scoperte all’inizio del XIX secolo perchè utilizzate come cave di marna fertilizzante, esplorate e indagate sistematicamente per tutta la seconda metà dell’Ottocento. L’interesse scientifico per questi siti, dopo un momento di pausa per tutta la prima metà del XX secolo, ha visto una notevole ripresa grazie anche a una serie di scavi sistematici e ricerche territoriali. Si tratta di abitati pluristratificati, di forma generalmente quadrangolare, le cui dimensioni sono comprese tra 1 e 20 ettari (con una media attorno ai 10), delimitati da un terrapieno e da un fossato. Le terramare sono l’esito di una società complessa e stratificata la cui sussistenza era basata sull’agricoltura, l’allevamento, la produzione artigianale e lo scambio. Sorte nella pianura alluvionale del Po attorno al XVI secolo a.C., sono oggetto di una progressiva crescita demografica durante la seconda metà del XV secolo a.C.; durante il loro apogeo, tra il XIV e XIII secolo a.C. si assiste ad un notevole ampliamento di alcuni siti e all’abbandono di altri. Improvvisamente, attorno al 1150 a.C., i siti vengono abbandonati e l’area si spopola; le cause di tale crollo ancora oggi non sono state completamente chiarite. La cultura terramaricola ha avuto un forte impatto sull’ambiente poiché costituisce la prima fase di gestione e organizzazione del territorio agricolo. Per la prima volta si assiste ad una attenta e programmata gestione delle acque volta a sostenere una agricoltura irrigua assai importante per la sopravvivenza degli abitati. Finora tuttavia le ricerche si sono concentrate sugli abitati, sulle necropoli e sui materiali da essi provenienti; minore attenzione è stata posta invece all’uso della risorsa idrica, su cui è incentrata questa ricerca. Acqua e terramare Fin dall’Ottocento è nota la stretta connessione che intercorre tra terramare e corsi d’acqua: essa era già stata evidenziata dal Chierici (1871) nel presentare la sua elaborata teoria che illustrava dettagliatamente le caratteristiche strutturali degli insediamenti terramaricoli. Tale correlazione, confermata anche da indagini geomorfologiche e dallo studio delle foto aeree, è stata recentemente discussa da numerosi Autori e avvalorata da nuove ricerche, che hanno evidenziato come la risorsa idrica sia stata oggetto di una attenta gestione in quanto fondamentale per la sopravvivenza degli insediamenti e per le attività di agricoltura e allevamento. Esemplare a questo proposito è lo scavo estensivo nella terramara Santa Rosa di Poviglio; qui, ricerche pluridecennali tuttora in corso, hanno messo in luce, al margine meridionale del Villaggio Grande un complesso sistema di ridistribuzione delle acque che si è evoluto nel tempo. Lo studio integrato di strutture e materiali ha permesso di proporre una serie di interpretazioni riguardo al loro funzionamento e a come siano cambiate nel corso della vita del villaggio. Le strutture della recinzione Un più antico gruppo di strutture è venuto alla luce in contiguità con la recinzione dell’insediamento; si tratta di trentasette pozzi di forma cilindrica, piuttosto profondi, che attingono acqua da due acquiferi corrispondenti ad altrettanti strati di sabbia, posti rispettivamente alla profondità di -2,40m e di -3,40m. Tali strutture presentano evidenti tracce di riescavo, riadattamenti e pulizia che indicano uno sfruttamento per un lungo arco di tempo. L’acqua dei pozzi era veicolata verso il fossato da una serie di canalette che ne assicuravano l’attraversamento del glacis. In base al materiale archeologico contenuto tali strutture appaiono sfruttate durante il BM3 e vengono sigillati dalla stratificazione di BR1. Contemporanei alle strutture della recinzione sono il canale adduttore e il canale ad esso parallelo, nell’area esterna al fossato, entrambi destinati a portare acqua lungo il margine ed entrambi sigillati da una alluvione che ha presumibilmente interessato, seppure con esiti differenti, anche il fossato. Se infatti i due canali sono stati in seguito defunzionalizzati, il fossato è stato probabilmente ripulito per essere utilizzato, nella fase successiva, con uno scopo diverso. Le strutture dell’area esterna all’abitato Durante il BR dunque il sistema idraulico di Santa Rosa subisce un cambiamento radicale: le strutture della recinzione vengono abbandonate e completamente obliterate, il fossato cambia destinazione d’uso e vengono scavati nuovi pozzi. Almeno xxx pozzi vengono scavati sul fondo del fossato, alcuni isolati, altri a formare due veri e propri sistemi (Risalita Est e Risalita Ovest). Le nuove strutture attingono acqua da falde più profonde e irregolari, presenti tra i 4,50m e i 5,10m. Utilizzate per un breve intervallo di tempo, presentano riempimenti assai omogenei e non compaiono tracce di risistemazione o pulizia al loro interno. E’ probabile che il loro utilizzo più breve rispetto a quello dei pozzi della recinzione sia legato all’instabilità della falda: una volta aperti sono stati utilizzati fino a quando l’abbassamento della falda locale ne impediva il funzionamento e quindi sostituiti da nuovi pozzi. I materiali rinvenuti al loro interno permettono di attribuire queste strutture al BR2, testimoniando un marcato abbassamento della falda tra BR1 e BR2. Le periferie Se Poviglio costituisce il caso di maggiore entità in cui la stessa tipologia di indagine ha permesso di portare alla luce una serie di strutture per ampio tratto e di seguirle fino alla campagna circostante, una serie di ritrovamenti sporadici e distribuiti su ampia area esito di interventi di emergenza e archeologia preventiva ha contribuito a confermare l’esistenza di strutture idrauliche all’esterno o nelle immediate vicinanze degli insediamenti terramaricoli. Si tratta non soltanto di canalette destinate al trasporto idrico (La Braglia, Vicofertile, via Codro) ma anche di aree delimitate da fossi all’esterno dell’insediamento volte a delimitare veri e propri spazi agricoli (Case Cocconi). Ancor più interessante appare essere il ritrovamento di un vero e proprio spazio agricolo con campi divisi in parcelle da fossi irrigui presso Busseto e soprattutto a Cortile San Martino. Quest’ultimo ritrovamento è assai importante perchè attesta l’introduzione della coltura irrigua e la presenza di campi confinati fin dal BM1. Acqua e società L’importanza della risorsa idrica nel mondo terramaricolo fa si che questi siti si configurino come veri e propri centri per la gestione e la ridistribuzione delle acque a scopi agricoli. Indirettamente tuttavia, la presenza di strutture complesse, fornisce un quadro sulla società che li ha prodotti. Dal punto di vista sociale lavori così imponenti richiedono l’impiego di un gran numero di persone, movimento di uomini per l’impianto e la conservazione, capi che gestiscano tali gruppi mediante il consenso e li coinvolgano in queste attività, oltre naturalmente ad abili progettisti che sappiano sfruttare al meglio le risorse della zona. Se finora la società terramaricola è stata vista come una società a base comunitaria, in cui prevale la cooperazione tra gli individui, bisogna tuttavia presupporre l’esistenza di una élite (peraltro confermata dai ritrovamenti nelle necropoli) a capo di tali progetti. Il calo della disponibilità idrica Seppure marginalmente l’evoluzione delle strutture idrauliche della terramara Santa Rosa porta ad affrontare il problema della fine delle terramare. Le nuove strutture che vengono costruite nel corso del tempo attestano una continua ricerca di falde più profonde, a seguito dell’esaurimento di quelle superficiali, che fa pensare ad una vera e propria crisi. Ciò può forse essere messo in relazione con il successivo abbandono del sito e, a livello ancor più generale, con la crisi del mondo terramaricolo che in un breve arco di tempo porterà al completo spopolamento dell’area. Aspetti rituali della risorsa idrica L’esistenza di un non meglio definibile “culto delle acque” è attestato in tutta l’Europa protostorica dalla deposizione di oggetti o gruppi di oggetti (armi, vasellame, figurine, ornamenti) integri o frammentari in laghi, paludi o corsi d’acqua. In Italia settentrionale, soprattutto nell’area nord-orientale ma anche nella zona terramaricola, per tutto il Bronzo Medio e Recente, ma ancora in alcuni casi nel Bronzo Finale è attestato l’uso di gettare alcuni oggetti metallici, soprattutto spade, nel letto dei fiumi. La terramara di Noceto, nota ai paletnologi del XIX secolo ma data per esaurita già in quel periodo a causa dello sfruttamento della marna, ha restituito una struttura di grandi dimensioni probabilmente connessa al culto delle acque. Si tratta di un’ampia vasca rettangolare della profondità di circa 3m, interamente foderata da assi di legno e pali verticali, tenuti insieme da travi orizzontali, un cassone ligneo di raffinata carpenteria. Tale vasca, scavata all’interno delle argille impermeabili, era alimentata da un acquifero sabbioso che ha garantito la disponibilità di acqua per un lungo periodo di tempo, permettendo una adeguata conservazione delle strutture lignee. La connessione con l’acqua, la rilevanza monumentale e la particolarità degli oggetti deposti al suo interno rende del tutto plausibile una sua particolare funzione rituale. Certo Noceto è un caso limite, di evidente importanza monumentale, ma è anche possibile che in strutture in cui è evidente uno scopo funzionale fosse presente una via di mezzo tra funzionalità e rito, meno facile da individuare poiché si tratta di un livello sovrastrutturale.

La risorsa idrica nella cultura terramaricola. Le acque tra funzionalità e rito

Pizzi, Chiara
2010

Abstract

Insediamenti caratteristici della pianura Padana, dove costituiscono piccole colline artificiali che contrastano nettamente con il paesaggio della pianura circostante, le terramare, sono state scoperte all’inizio del XIX secolo perchè utilizzate come cave di marna fertilizzante, esplorate e indagate sistematicamente per tutta la seconda metà dell’Ottocento. L’interesse scientifico per questi siti, dopo un momento di pausa per tutta la prima metà del XX secolo, ha visto una notevole ripresa grazie anche a una serie di scavi sistematici e ricerche territoriali. Si tratta di abitati pluristratificati, di forma generalmente quadrangolare, le cui dimensioni sono comprese tra 1 e 20 ettari (con una media attorno ai 10), delimitati da un terrapieno e da un fossato. Le terramare sono l’esito di una società complessa e stratificata la cui sussistenza era basata sull’agricoltura, l’allevamento, la produzione artigianale e lo scambio. Sorte nella pianura alluvionale del Po attorno al XVI secolo a.C., sono oggetto di una progressiva crescita demografica durante la seconda metà del XV secolo a.C.; durante il loro apogeo, tra il XIV e XIII secolo a.C. si assiste ad un notevole ampliamento di alcuni siti e all’abbandono di altri. Improvvisamente, attorno al 1150 a.C., i siti vengono abbandonati e l’area si spopola; le cause di tale crollo ancora oggi non sono state completamente chiarite. La cultura terramaricola ha avuto un forte impatto sull’ambiente poiché costituisce la prima fase di gestione e organizzazione del territorio agricolo. Per la prima volta si assiste ad una attenta e programmata gestione delle acque volta a sostenere una agricoltura irrigua assai importante per la sopravvivenza degli abitati. Finora tuttavia le ricerche si sono concentrate sugli abitati, sulle necropoli e sui materiali da essi provenienti; minore attenzione è stata posta invece all’uso della risorsa idrica, su cui è incentrata questa ricerca. Acqua e terramare Fin dall’Ottocento è nota la stretta connessione che intercorre tra terramare e corsi d’acqua: essa era già stata evidenziata dal Chierici (1871) nel presentare la sua elaborata teoria che illustrava dettagliatamente le caratteristiche strutturali degli insediamenti terramaricoli. Tale correlazione, confermata anche da indagini geomorfologiche e dallo studio delle foto aeree, è stata recentemente discussa da numerosi Autori e avvalorata da nuove ricerche, che hanno evidenziato come la risorsa idrica sia stata oggetto di una attenta gestione in quanto fondamentale per la sopravvivenza degli insediamenti e per le attività di agricoltura e allevamento. Esemplare a questo proposito è lo scavo estensivo nella terramara Santa Rosa di Poviglio; qui, ricerche pluridecennali tuttora in corso, hanno messo in luce, al margine meridionale del Villaggio Grande un complesso sistema di ridistribuzione delle acque che si è evoluto nel tempo. Lo studio integrato di strutture e materiali ha permesso di proporre una serie di interpretazioni riguardo al loro funzionamento e a come siano cambiate nel corso della vita del villaggio. Le strutture della recinzione Un più antico gruppo di strutture è venuto alla luce in contiguità con la recinzione dell’insediamento; si tratta di trentasette pozzi di forma cilindrica, piuttosto profondi, che attingono acqua da due acquiferi corrispondenti ad altrettanti strati di sabbia, posti rispettivamente alla profondità di -2,40m e di -3,40m. Tali strutture presentano evidenti tracce di riescavo, riadattamenti e pulizia che indicano uno sfruttamento per un lungo arco di tempo. L’acqua dei pozzi era veicolata verso il fossato da una serie di canalette che ne assicuravano l’attraversamento del glacis. In base al materiale archeologico contenuto tali strutture appaiono sfruttate durante il BM3 e vengono sigillati dalla stratificazione di BR1. Contemporanei alle strutture della recinzione sono il canale adduttore e il canale ad esso parallelo, nell’area esterna al fossato, entrambi destinati a portare acqua lungo il margine ed entrambi sigillati da una alluvione che ha presumibilmente interessato, seppure con esiti differenti, anche il fossato. Se infatti i due canali sono stati in seguito defunzionalizzati, il fossato è stato probabilmente ripulito per essere utilizzato, nella fase successiva, con uno scopo diverso. Le strutture dell’area esterna all’abitato Durante il BR dunque il sistema idraulico di Santa Rosa subisce un cambiamento radicale: le strutture della recinzione vengono abbandonate e completamente obliterate, il fossato cambia destinazione d’uso e vengono scavati nuovi pozzi. Almeno xxx pozzi vengono scavati sul fondo del fossato, alcuni isolati, altri a formare due veri e propri sistemi (Risalita Est e Risalita Ovest). Le nuove strutture attingono acqua da falde più profonde e irregolari, presenti tra i 4,50m e i 5,10m. Utilizzate per un breve intervallo di tempo, presentano riempimenti assai omogenei e non compaiono tracce di risistemazione o pulizia al loro interno. E’ probabile che il loro utilizzo più breve rispetto a quello dei pozzi della recinzione sia legato all’instabilità della falda: una volta aperti sono stati utilizzati fino a quando l’abbassamento della falda locale ne impediva il funzionamento e quindi sostituiti da nuovi pozzi. I materiali rinvenuti al loro interno permettono di attribuire queste strutture al BR2, testimoniando un marcato abbassamento della falda tra BR1 e BR2. Le periferie Se Poviglio costituisce il caso di maggiore entità in cui la stessa tipologia di indagine ha permesso di portare alla luce una serie di strutture per ampio tratto e di seguirle fino alla campagna circostante, una serie di ritrovamenti sporadici e distribuiti su ampia area esito di interventi di emergenza e archeologia preventiva ha contribuito a confermare l’esistenza di strutture idrauliche all’esterno o nelle immediate vicinanze degli insediamenti terramaricoli. Si tratta non soltanto di canalette destinate al trasporto idrico (La Braglia, Vicofertile, via Codro) ma anche di aree delimitate da fossi all’esterno dell’insediamento volte a delimitare veri e propri spazi agricoli (Case Cocconi). Ancor più interessante appare essere il ritrovamento di un vero e proprio spazio agricolo con campi divisi in parcelle da fossi irrigui presso Busseto e soprattutto a Cortile San Martino. Quest’ultimo ritrovamento è assai importante perchè attesta l’introduzione della coltura irrigua e la presenza di campi confinati fin dal BM1. Acqua e società L’importanza della risorsa idrica nel mondo terramaricolo fa si che questi siti si configurino come veri e propri centri per la gestione e la ridistribuzione delle acque a scopi agricoli. Indirettamente tuttavia, la presenza di strutture complesse, fornisce un quadro sulla società che li ha prodotti. Dal punto di vista sociale lavori così imponenti richiedono l’impiego di un gran numero di persone, movimento di uomini per l’impianto e la conservazione, capi che gestiscano tali gruppi mediante il consenso e li coinvolgano in queste attività, oltre naturalmente ad abili progettisti che sappiano sfruttare al meglio le risorse della zona. Se finora la società terramaricola è stata vista come una società a base comunitaria, in cui prevale la cooperazione tra gli individui, bisogna tuttavia presupporre l’esistenza di una élite (peraltro confermata dai ritrovamenti nelle necropoli) a capo di tali progetti. Il calo della disponibilità idrica Seppure marginalmente l’evoluzione delle strutture idrauliche della terramara Santa Rosa porta ad affrontare il problema della fine delle terramare. Le nuove strutture che vengono costruite nel corso del tempo attestano una continua ricerca di falde più profonde, a seguito dell’esaurimento di quelle superficiali, che fa pensare ad una vera e propria crisi. Ciò può forse essere messo in relazione con il successivo abbandono del sito e, a livello ancor più generale, con la crisi del mondo terramaricolo che in un breve arco di tempo porterà al completo spopolamento dell’area. Aspetti rituali della risorsa idrica L’esistenza di un non meglio definibile “culto delle acque” è attestato in tutta l’Europa protostorica dalla deposizione di oggetti o gruppi di oggetti (armi, vasellame, figurine, ornamenti) integri o frammentari in laghi, paludi o corsi d’acqua. In Italia settentrionale, soprattutto nell’area nord-orientale ma anche nella zona terramaricola, per tutto il Bronzo Medio e Recente, ma ancora in alcuni casi nel Bronzo Finale è attestato l’uso di gettare alcuni oggetti metallici, soprattutto spade, nel letto dei fiumi. La terramara di Noceto, nota ai paletnologi del XIX secolo ma data per esaurita già in quel periodo a causa dello sfruttamento della marna, ha restituito una struttura di grandi dimensioni probabilmente connessa al culto delle acque. Si tratta di un’ampia vasca rettangolare della profondità di circa 3m, interamente foderata da assi di legno e pali verticali, tenuti insieme da travi orizzontali, un cassone ligneo di raffinata carpenteria. Tale vasca, scavata all’interno delle argille impermeabili, era alimentata da un acquifero sabbioso che ha garantito la disponibilità di acqua per un lungo periodo di tempo, permettendo una adeguata conservazione delle strutture lignee. La connessione con l’acqua, la rilevanza monumentale e la particolarità degli oggetti deposti al suo interno rende del tutto plausibile una sua particolare funzione rituale. Certo Noceto è un caso limite, di evidente importanza monumentale, ma è anche possibile che in strutture in cui è evidente uno scopo funzionale fosse presente una via di mezzo tra funzionalità e rito, meno facile da individuare poiché si tratta di un livello sovrastrutturale.
2010
Italiano
età del Bronzo, terramare, strutture idrauliche, culto delle acque
Leonardi, Giovanni
Università degli studi di Padova
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Il codice NBN di questa tesi è URN:NBN:IT:UNIPD-119461