Lo scopo del presente lavoro è stato quello di ricostruire gli episodi d'arte che hanno interessato la chiesa del Carmine a Milano nel Rinascimento. Il lavoro, inevitabilmente, ha assunto fin da subito una forte connotazione archivistico-documentaria, dal momento che l'edificio, al presente, non conserva che sparute tracce della sua gloriosa fase quattrocentesca e primo-cinquecentesca e che, delle sue attuali dieci cappelle, non ve ne è nessuna che conservi alcunché di rinascimentale, essendo esse tutte da ascrivere ad interventi decorativi posteriori, barocchi, neoclassici e soprattutto neomedievali, quando non ai restauri otto-novecenteschi di Felice Pizzagalli e di Ambrogio Annoni. Il ricorso incrociato alle fonti si è imposto soprattutto nel tentativo di conseguire l'obbiettivo preliminare della ricerca, quello cioè di ripercorrere le vicende salienti del cantiere quattrocentesco e di capire quanto in esso abbiano contato, da una parte, l'iniziativa dei frati, dall'altra, quella dei privati. A questo scopo, obbligato e al contempo prezioso si è rivelato il ricorso reiterato a quattro principali serbatoi di notizie: la secentesca Cronica del Carmine di Milano (1685) di Giuseppe Maria Fornari, fonte primaria e di tradizionale riferimento fino ad oggi per gli studi sul Carmine, il Fondo di Religione e quello notarile conservati presso l'Archivio di Stato di Milano e la raccolta delle iscrizioni delle chiese di Milano di Vincenzo Forcella. Tale approccio, se da un lato ha consentito di formulare nuove ipotesi circa le personalità incaricate della direzione della fabbrica nelle due fasi del 1400-1446 e del 1446-1500, dall'altro ha consentito di integrare e/o correggere le informazioni fornite dal Fornari. Ciò ha fatto emergere importanti episodi di committenza, che dal cronista secentesco erano stati elusi o trattati in modo riduttivo e sommario. Pertanto, dopo una mappatura sistematica e diacronica dei patronati che sono stati di volta in volta esercitati presso le singole cappelle, ho potuto concentrare le ricerche sulle committenze d'arte note (che sono state approfondite) e ignote (che sono state trattate ex novo) di cui si sono resi protagonisti i personaggi e le famiglie titolari di giuspatronato nel contesto della dotazione e decorazione di dette cappelle. Decisivo è stato il ruolo di Angelo Simonetta, consigliere e segretario ducale per conto degli Sforza, zio del più noto Cicco Simonetta. Questi, dopo il crollo occorso alla chiesa nel 1446, è stato il principale fautore della ricostruzione dell'edificio, alla quale ha direttamente contribuito facendo erigere nel 1456 una cappella privata sotto il titolo dell'Annunziata

La chiesa del Carmine a Milano nel Rinascimento

Davide, Mirabile
2012

Abstract

Lo scopo del presente lavoro è stato quello di ricostruire gli episodi d'arte che hanno interessato la chiesa del Carmine a Milano nel Rinascimento. Il lavoro, inevitabilmente, ha assunto fin da subito una forte connotazione archivistico-documentaria, dal momento che l'edificio, al presente, non conserva che sparute tracce della sua gloriosa fase quattrocentesca e primo-cinquecentesca e che, delle sue attuali dieci cappelle, non ve ne è nessuna che conservi alcunché di rinascimentale, essendo esse tutte da ascrivere ad interventi decorativi posteriori, barocchi, neoclassici e soprattutto neomedievali, quando non ai restauri otto-novecenteschi di Felice Pizzagalli e di Ambrogio Annoni. Il ricorso incrociato alle fonti si è imposto soprattutto nel tentativo di conseguire l'obbiettivo preliminare della ricerca, quello cioè di ripercorrere le vicende salienti del cantiere quattrocentesco e di capire quanto in esso abbiano contato, da una parte, l'iniziativa dei frati, dall'altra, quella dei privati. A questo scopo, obbligato e al contempo prezioso si è rivelato il ricorso reiterato a quattro principali serbatoi di notizie: la secentesca Cronica del Carmine di Milano (1685) di Giuseppe Maria Fornari, fonte primaria e di tradizionale riferimento fino ad oggi per gli studi sul Carmine, il Fondo di Religione e quello notarile conservati presso l'Archivio di Stato di Milano e la raccolta delle iscrizioni delle chiese di Milano di Vincenzo Forcella. Tale approccio, se da un lato ha consentito di formulare nuove ipotesi circa le personalità incaricate della direzione della fabbrica nelle due fasi del 1400-1446 e del 1446-1500, dall'altro ha consentito di integrare e/o correggere le informazioni fornite dal Fornari. Ciò ha fatto emergere importanti episodi di committenza, che dal cronista secentesco erano stati elusi o trattati in modo riduttivo e sommario. Pertanto, dopo una mappatura sistematica e diacronica dei patronati che sono stati di volta in volta esercitati presso le singole cappelle, ho potuto concentrare le ricerche sulle committenze d'arte note (che sono state approfondite) e ignote (che sono state trattate ex novo) di cui si sono resi protagonisti i personaggi e le famiglie titolari di giuspatronato nel contesto della dotazione e decorazione di dette cappelle. Decisivo è stato il ruolo di Angelo Simonetta, consigliere e segretario ducale per conto degli Sforza, zio del più noto Cicco Simonetta. Questi, dopo il crollo occorso alla chiesa nel 1446, è stato il principale fautore della ricostruzione dell'edificio, alla quale ha direttamente contribuito facendo erigere nel 1456 una cappella privata sotto il titolo dell'Annunziata
31-gen-2012
Italiano
foppa
BALLARIN, ALESSANDRO
ROMANI, VITTORIA
Università degli studi di Padova
165
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Il codice NBN di questa tesi è URN:NBN:IT:UNIPD-121093