Alfred Döblin è stato uno dei più grandi scrittori del XX secolo, paragonabile per la statura intellettuale e letteraria e per l’immensità della sua opera con altre personalità di spicco della letteratura tedesca di quel periodo come Thomas Mann, Robert Musil o Franz Kafka. Fu uno scrittore inventivo e provocatorio, la cui narrativa fu sostenuta da una volontà costante di sperimentazione che ha spesso lasciato, e continua tutt’oggi a lasciare, perplessi e frastornati non solo i suoi lettori, ma anche i critici. Tuttavia, proprio nella natura polifonica e caleidoscopica della sua opera sta la sua grandezza e la sua unicità. I dodici anni d’esilio, tra Europa e Stati Uniti, non rappresentarono una parentesi di vita, ma furono un’esperienza desolante e deleteria per Döblin, che divenne una vera e propria vittima della dimenticanza e dell’interruzione della continuità spirituale contro cui lui stesso cercò di combattere. La sua marcata posizione antinazista e la sua grande autorità letteraria e morale non gli valsero la riconoscenza del popolo tedesco. Nel 1960, a tre anni di distanza dalla sua morte, Günter Grass rivolse un accorato appello al «suo» maestro, un omaggio ad uno spirito unico e inarrestabile, che non doveva cadere nell’oblio. Döblin da parte sua «torna e non ritorna» dall’esilio: da figura centrale della discussione politico-letteraria durante la Repubblica di Weimar che lo vide anche a capo della Sektion für Dichtkunst della Preußische Akademie der Künste, egli si ritrovò ad aggirarsi come un predicatore nel deserto, non più ascoltato, al più vilipeso ed emarginato e costretto a riprendere la via dell’esilio. La presente ricerca nasce proprio dalla costatazione della scarsa risonanza dell’opera di Döblin dopo il suo ritorno dall’esilio. Nel 1946 Döblin riemigrò con l’intenzione di ricostruire la Germania postbellica e rieducare i Tedeschi, conducendo un severo esame di coscienza sulle responsabilità storiche per l’avvento del nazismo e combattendo contro la dilagante rimozione. Il pilastro della sua lotta era rappresentato dalla rivista «Das Goldene Tor», da lui fondata nello stesso anno. La «Porta d’Oro» della «libertà e solidarietà dei popoli», che si richiamava alla tradizione democratica della storia tedesca iniziata da Lessing, doveva essere il suo strumento di rieducazione e il mezzo per raggiungere la verità. Egli si trovò invece di fronte una Germania ed un popolo completamente cambiati. Inoltre la cosciente e fortemente vissuta conversione alla religione cattolica, avvenuta negli anni dell’esilio francese ed americano, contribuì definitivamente ad accrescere l’isolamento dello scrittore, che vedeva la sua opera e il suo ruolo relegati in una posizione sempre più marginale. In questo un clima sempre più ostile e restaurativo, il progetto della rivista fallì e lo scrittore si orientò ad una produzione sempre più religiosa che giunse alla trilogia November 1918 e allo stesso Hamlet, senza però mai abbandonarsi allo sconforto e alla rassegnazione. Alla luce del fallimento del suo progetto di rieducare il popolo tedesco e rigenerare l’intero paese attraverso la rivista, lo scrittore portò avanti un programma di rivoluzione etica, che non risultò in ultima analisi essere giunto ad esiti fatalisti o disfattisti, bensì giunse ad una riflettuta presa d’atto per concentrarsi sull’interiorità dell’uomo, per la quale si poteva ancora condurre una rivoluzione interiore. Ripercorrendo le vicende dei protagonisti dei due maggiori romanzi dell’ultimo periodo, Friedrich Becker in November 1918 e Edward Allison in Hamlet, Döblin prese coscienza dell’inevitabile presenza del male che si assolutizzava nelle vicende storiche e realizzò che solo attraverso un cammino di crisi e di dolore si poteva giungere alla redenzione e alla verità. Döblin giunse a questa rivelazione grazie anche alla filosofia di Kierkegaard e agli insegnamenti di Taulero, dai quali fu profondamente influenzato non solo nella sua opera ma anche nelle sue scelte di vita. La parte finale del quarto capitolo si concentra sulle ultime memorie autobiografiche di Döblin raccolte in Journal 1952/53 e in Vom Leben und Tod, le ultime tappe della sua lunga ricerca della verità.
L'ultimo Doeblin: Das Goldene Tor e la ricerca della verità << durch das Tor des Grauens und der Verzweiflung>>
CALGARO, ELISA
2016
Abstract
Alfred Döblin è stato uno dei più grandi scrittori del XX secolo, paragonabile per la statura intellettuale e letteraria e per l’immensità della sua opera con altre personalità di spicco della letteratura tedesca di quel periodo come Thomas Mann, Robert Musil o Franz Kafka. Fu uno scrittore inventivo e provocatorio, la cui narrativa fu sostenuta da una volontà costante di sperimentazione che ha spesso lasciato, e continua tutt’oggi a lasciare, perplessi e frastornati non solo i suoi lettori, ma anche i critici. Tuttavia, proprio nella natura polifonica e caleidoscopica della sua opera sta la sua grandezza e la sua unicità. I dodici anni d’esilio, tra Europa e Stati Uniti, non rappresentarono una parentesi di vita, ma furono un’esperienza desolante e deleteria per Döblin, che divenne una vera e propria vittima della dimenticanza e dell’interruzione della continuità spirituale contro cui lui stesso cercò di combattere. La sua marcata posizione antinazista e la sua grande autorità letteraria e morale non gli valsero la riconoscenza del popolo tedesco. Nel 1960, a tre anni di distanza dalla sua morte, Günter Grass rivolse un accorato appello al «suo» maestro, un omaggio ad uno spirito unico e inarrestabile, che non doveva cadere nell’oblio. Döblin da parte sua «torna e non ritorna» dall’esilio: da figura centrale della discussione politico-letteraria durante la Repubblica di Weimar che lo vide anche a capo della Sektion für Dichtkunst della Preußische Akademie der Künste, egli si ritrovò ad aggirarsi come un predicatore nel deserto, non più ascoltato, al più vilipeso ed emarginato e costretto a riprendere la via dell’esilio. La presente ricerca nasce proprio dalla costatazione della scarsa risonanza dell’opera di Döblin dopo il suo ritorno dall’esilio. Nel 1946 Döblin riemigrò con l’intenzione di ricostruire la Germania postbellica e rieducare i Tedeschi, conducendo un severo esame di coscienza sulle responsabilità storiche per l’avvento del nazismo e combattendo contro la dilagante rimozione. Il pilastro della sua lotta era rappresentato dalla rivista «Das Goldene Tor», da lui fondata nello stesso anno. La «Porta d’Oro» della «libertà e solidarietà dei popoli», che si richiamava alla tradizione democratica della storia tedesca iniziata da Lessing, doveva essere il suo strumento di rieducazione e il mezzo per raggiungere la verità. Egli si trovò invece di fronte una Germania ed un popolo completamente cambiati. Inoltre la cosciente e fortemente vissuta conversione alla religione cattolica, avvenuta negli anni dell’esilio francese ed americano, contribuì definitivamente ad accrescere l’isolamento dello scrittore, che vedeva la sua opera e il suo ruolo relegati in una posizione sempre più marginale. In questo un clima sempre più ostile e restaurativo, il progetto della rivista fallì e lo scrittore si orientò ad una produzione sempre più religiosa che giunse alla trilogia November 1918 e allo stesso Hamlet, senza però mai abbandonarsi allo sconforto e alla rassegnazione. Alla luce del fallimento del suo progetto di rieducare il popolo tedesco e rigenerare l’intero paese attraverso la rivista, lo scrittore portò avanti un programma di rivoluzione etica, che non risultò in ultima analisi essere giunto ad esiti fatalisti o disfattisti, bensì giunse ad una riflettuta presa d’atto per concentrarsi sull’interiorità dell’uomo, per la quale si poteva ancora condurre una rivoluzione interiore. Ripercorrendo le vicende dei protagonisti dei due maggiori romanzi dell’ultimo periodo, Friedrich Becker in November 1918 e Edward Allison in Hamlet, Döblin prese coscienza dell’inevitabile presenza del male che si assolutizzava nelle vicende storiche e realizzò che solo attraverso un cammino di crisi e di dolore si poteva giungere alla redenzione e alla verità. Döblin giunse a questa rivelazione grazie anche alla filosofia di Kierkegaard e agli insegnamenti di Taulero, dai quali fu profondamente influenzato non solo nella sua opera ma anche nelle sue scelte di vita. La parte finale del quarto capitolo si concentra sulle ultime memorie autobiografiche di Döblin raccolte in Journal 1952/53 e in Vom Leben und Tod, le ultime tappe della sua lunga ricerca della verità.File | Dimensione | Formato | |
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https://hdl.handle.net/20.500.14242/172999
URN:NBN:IT:UNIPD-172999