Oggetto della presente tesi di dottorato è il problema del libero arbitrio e dell'imputabilità, considerato in relazione alle scoperte neuroscientifiche sul funzionamento cerebrale e all'utilizzo di tecniche di neuroimaging. In particolare, ci si propone di indagare quali ricadute giusfilosofiche possa comportare una deriva riduzionista e determinista del sapere sul cervello. Dopo una ricostruzione introduttiva del dibattito in Italia e negli Stati Uniti, il percorso è stato articolato in due parti. Nella prima, si è posto in evidenza come in ambito giuridico esistono degli spazi entro cui le neuroscienze costituiscono una forma di sapere utile al fine di risolvere questioni alle quali altre branche della scienza non riescono a dare risposta. Si è riscontrato come il contesto penale sia il più fecondo per accogliere le nuove acquisizioni neuroscientifiche, e, più precisamente, in tema di imputabilità. L'accertamento dell'incapacità di intendere e di volere al momento del fatto, fino a qualche anno fa, era frutto dell'interpretazione delle emergenze processuali alla luce dei contenuti delle perizie psichiatriche e psicologiche. Nel 2005 la Cassazione penale a Sezioni Unite con la sentenza n. 9163 è intervenuta per mettere ordine all'interno del confuso panorama giurisprudenziale in tema di infermità mentali includendo tra queste i disturbi della personalità. Senonché, la crisi della psichiatria e la sua incapacità di fornire una definizione unitaria di anomalia psichica hanno aperto un varco per l'introduzione nelle aule di tribunale, mediante la perizia o la consulenza tecnica di parte, del contributo delle neuroscienze nell'individuazione della capacità conoscitiva e volitiva dell'imputato. In particolare, attraverso l'utilizzo di strumenti con i quali è possibile osservare il funzionamento in atto delle sinapsi che collegano il grandissimo numero di cellule che formano il cervello. Si sostiene che il riferimento al solo sapere neuroscientifico potrebbe condurre verso un rischio duplice: da un lato, deresponsabilizzare l'autore del reato, individuando nella struttura cerebrale il vero colpevole del delitto; dall'altro, sostituire il dialogo tra imputato e perito/consulente tecnico con l'imaging cerebrale, togliendo spazio alla narrazione soggettiva degli stati mentali, sostituita da una “fotografia” funzionale dell'encefalo. Nella seconda parte della tesi, per scongiurare il pericolo di una riduzione del presunto reo ad oggetto, ci si è posti l'obiettivo di definire e discutere le acquisizioni di questa nuova branca del sapere in tema di volontà e libero arbitrio, attraverso l'esposizione e il confronto delle tesi di due importanti autori in materia: Wegner e Libet. I due studiosi giungono a conclusioni divergenti: il primo sostiene l'illusorietà dell'esperienza consapevole della volontà, il secondo afferma che il libero arbitrio si esprime nel libero veto. Si è ritenuto necessario evocare una terza via offerta dalla sapienza classica della Grecia antica, in particolare dal sapere aristotelico e platonico, per individuare una possibilità diversa per la manifestazione della volontà e del “sé”. Alla luce di questo confronto tra neuroscienze e conoscenza offerta nella modernità e soprattutto classicità si è trovato un limite alla possibile deriva deterministica e riduzionistica del sapere sul cervello nella “cura del sé” e nel resoconto personale come via per riscoprire il valore autentico e originario della persona. Si è cercato, dunque, di recuperare il dato narrativo che da sempre contraddistingue la perizia, ripensando a come si possa strutturare la relazione tra esperto psichiatra e imputato, al fine di riportare l'equilibrio tra elementi empirico-scientifici ed elementi dialogici nel processo. Se il perito si pone in maniera neutra di fronte alle dichiarazioni del suo interlocutore, cercando di negarle e mettendo in evidenza le eventuali contraddizioni che emergono da questo dialogo di tipo oppositivo (oppositivo perché il perito non porta nella discussione le sue posizioni personali), allora è possibile dare contezza della soggettività dell'imputato. Ecco che per non dimenticare il carattere autentico e originario della psiche, nonché della libertà, è necessario riferirsi alla relazione con l'altro e alla dimensione non oggettivabile dell'uomo.

Neuroscienze e diritto. Possibilità e limiti di un'esperienza neuro-giuridica

ZUECH, VALENTINA
2013

Abstract

Oggetto della presente tesi di dottorato è il problema del libero arbitrio e dell'imputabilità, considerato in relazione alle scoperte neuroscientifiche sul funzionamento cerebrale e all'utilizzo di tecniche di neuroimaging. In particolare, ci si propone di indagare quali ricadute giusfilosofiche possa comportare una deriva riduzionista e determinista del sapere sul cervello. Dopo una ricostruzione introduttiva del dibattito in Italia e negli Stati Uniti, il percorso è stato articolato in due parti. Nella prima, si è posto in evidenza come in ambito giuridico esistono degli spazi entro cui le neuroscienze costituiscono una forma di sapere utile al fine di risolvere questioni alle quali altre branche della scienza non riescono a dare risposta. Si è riscontrato come il contesto penale sia il più fecondo per accogliere le nuove acquisizioni neuroscientifiche, e, più precisamente, in tema di imputabilità. L'accertamento dell'incapacità di intendere e di volere al momento del fatto, fino a qualche anno fa, era frutto dell'interpretazione delle emergenze processuali alla luce dei contenuti delle perizie psichiatriche e psicologiche. Nel 2005 la Cassazione penale a Sezioni Unite con la sentenza n. 9163 è intervenuta per mettere ordine all'interno del confuso panorama giurisprudenziale in tema di infermità mentali includendo tra queste i disturbi della personalità. Senonché, la crisi della psichiatria e la sua incapacità di fornire una definizione unitaria di anomalia psichica hanno aperto un varco per l'introduzione nelle aule di tribunale, mediante la perizia o la consulenza tecnica di parte, del contributo delle neuroscienze nell'individuazione della capacità conoscitiva e volitiva dell'imputato. In particolare, attraverso l'utilizzo di strumenti con i quali è possibile osservare il funzionamento in atto delle sinapsi che collegano il grandissimo numero di cellule che formano il cervello. Si sostiene che il riferimento al solo sapere neuroscientifico potrebbe condurre verso un rischio duplice: da un lato, deresponsabilizzare l'autore del reato, individuando nella struttura cerebrale il vero colpevole del delitto; dall'altro, sostituire il dialogo tra imputato e perito/consulente tecnico con l'imaging cerebrale, togliendo spazio alla narrazione soggettiva degli stati mentali, sostituita da una “fotografia” funzionale dell'encefalo. Nella seconda parte della tesi, per scongiurare il pericolo di una riduzione del presunto reo ad oggetto, ci si è posti l'obiettivo di definire e discutere le acquisizioni di questa nuova branca del sapere in tema di volontà e libero arbitrio, attraverso l'esposizione e il confronto delle tesi di due importanti autori in materia: Wegner e Libet. I due studiosi giungono a conclusioni divergenti: il primo sostiene l'illusorietà dell'esperienza consapevole della volontà, il secondo afferma che il libero arbitrio si esprime nel libero veto. Si è ritenuto necessario evocare una terza via offerta dalla sapienza classica della Grecia antica, in particolare dal sapere aristotelico e platonico, per individuare una possibilità diversa per la manifestazione della volontà e del “sé”. Alla luce di questo confronto tra neuroscienze e conoscenza offerta nella modernità e soprattutto classicità si è trovato un limite alla possibile deriva deterministica e riduzionistica del sapere sul cervello nella “cura del sé” e nel resoconto personale come via per riscoprire il valore autentico e originario della persona. Si è cercato, dunque, di recuperare il dato narrativo che da sempre contraddistingue la perizia, ripensando a come si possa strutturare la relazione tra esperto psichiatra e imputato, al fine di riportare l'equilibrio tra elementi empirico-scientifici ed elementi dialogici nel processo. Se il perito si pone in maniera neutra di fronte alle dichiarazioni del suo interlocutore, cercando di negarle e mettendo in evidenza le eventuali contraddizioni che emergono da questo dialogo di tipo oppositivo (oppositivo perché il perito non porta nella discussione le sue posizioni personali), allora è possibile dare contezza della soggettività dell'imputato. Ecco che per non dimenticare il carattere autentico e originario della psiche, nonché della libertà, è necessario riferirsi alla relazione con l'altro e alla dimensione non oggettivabile dell'uomo.
31-gen-2013
Italiano
neuroscienza/neuroscience diritto/law libero arbitrio/free will
KOSTORIS, ROBERTO
Università degli studi di Padova
248
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/20.500.14242/173364
Il codice NBN di questa tesi è URN:NBN:IT:UNIPD-173364