I 13.7 miliardi di anni di storia dell’Universo possono essere suddivisi in diverse fasi a partire dal Big Bang fino ad arrivare al giorno d’oggi. Dopo l’emissione della radiazione cosmica di fondo (CMB) avvenuta 370 000 anni dopo il Big Bang (z~1100), in seguito al disaccoppiamento fra materia e radiazione l’Universo e' divenuto trasparente a quest’ultima dando inizio alla fase chiamata eta' oscura (“Dark Ages”), durante cui non era presente alcuna sorgente di luce. Nello studio dell’Universo primordiale riveste un ruolo chiave lo studio della transizione di fase, nota come reionizzazione, avvenuta in seguito alla nascita delle prime stelle e galassie. Lo studio delle prime sorgenti di luce che hanno popolato l’Universo e', quindi, la chiave per scoprire l’Universo primordiale e capirne l’evoluzione. La ricerca di galassie ad alto redshift ha ottenuto una spinta fondamentale grazie alla fotometria e alle tecniche basate sull’acquisizione di immagini che, a differenza della spettroscopia, permettono lo studio simultaneo di piu` oggetti, ottimizzando il tempo di osservazione con i telescopi. In particolare le survey profonde, ottenute osservando la medesima regione di cielo per piu' giorni, sono la risposta alla necessita' di identificare il maggior numero possibile di oggetti. Questa tesi e' focalizzata sullo studio delle prime galassie, gia' formate a meno di 1.5 miliardi di anni dal Big Bang. Lo studio dell’Universo primordiale dipende fortemente sia dal limite in magnitudine delle survey che dalla brillanza superficiale delle galassie che vogliamo osservare. Per caratterizzare l’effetto di entrambi questi fattori, in questa tesi abbiamo analizzato dati ottenuti con il telescopio spaziale Hubble (HST) sia nelle bande ottiche, che in quelle del vicino infrarosso (IR). L’obiettivo del nostro studio e' stato capire come questi effetti influiscano e limitino l’identificazione e la caratterizzazione fotometrica delle galassie ad alto redshift. Il ruolo chiave giocato dalle prime galassie nell’ambito del processo di reionizzazione e' ormai assodato, ma studi recenti hanno mostrato come le galassie meno brillanti, e dunque al di sotto dell’attuale limite di osservabilita', possano aver avuto un’importanza maggiore rispetto alle galassie brillanti che sono state identificate fino ad ora. In attesa che il telescopio spaziale James Webb (JWST) possa osservare direttamente queste galassie poco brillanti, e' fondamentale trovare un modo alternativo per stimare quale sia il con- tributo di luce totale proveniente da questi oggetti. Proprio a tale scopo abbiamo sviluppato una tecnica, basata sull’utilizzo dello spettro di potenza, per analizzare le fluttuazioni del segnale di background. Basandoci su un approccio simile al tecnica del Lyman-break, utilizzata comunemente per l’identificazione di galassie ad alto redshift, abbiamo confrontato lo spettro di potenza del segnale di fondo in due bande adiacenti per isolare la luce prodotta da una popolazione di galassie deboli entro un ristretto intervallo di redshift. Grazie ad una serie di simulazioni di tipo Monte Carlo siamo riusciti a ricavare dall’eccesso di segnale nella banda piu' rossa un vincolo sulla pendenza α della funzione di luminosita' alle magnitudini piu' deboli. In particolare, utilizzando i dati del progetto UDF05, continuazione del programma Hubble Ultra Deep Field (HUDF), siamo riusciti ad ottenere un valore della pendenza α della funzione di luminosita' a magnitudini deboli a z~6 (corrispondente a 0.95 miliardi di anni dopo il Big Bang). I valori di α = −1.8 e α = −1.9 che abbiamo ottenuto tenendo o meno conto del clustering sono tali da permetterci di dire che la quantita' di fotoni ionizzanti prodotti da tutte le galassie a z~6 e' sufficiente a giustificare il processo di reionizzazione dell’idrogeno nell’Universo. L’analisi che abbiamo condotto successivamente e' indirizzata ad ottenere un valore di α a redshift piu' alto, nello specifico z~7-8 (corrispondenti, rispettivamente, a 0.64 e 0.77 miliardi di anni dopo il Big Bang). Con questo obiettivo abbiamo fatto uso delle osservazioni profonde ottenute nell’ambito del programma HUDF09 nel vicino infrarosso. Per quanto riguarda z~8, la qualita' delle immagini infrarosse non ci ha permesso di isolare alcun segnale prodotto dalle galassie deboli dal rumore di fondo e da segnali spuri. Sulla base del crollo della densita' del tasso di formazione stellare andando da z ~6 a redshift piu' alti il contributo, in termini di fotoni ionizzanti, delle galassie a z~7 dovrebbe essere maggiore rispetto a quello della popolazione a z~8 e quindi ci aspettavamo che isolare un segnale prodotto da quelle galassie fosse piu' facile che a z~8. In realta', pero', l’analisi a z~7 prevede il confronto di dati ottenuti con strumenti diversi, caratterizzati da problemi diversi ed effetti sistematici che non vengono eliminati semplicemente con- siderando il rapporto fra gli spettri di potenza, come accade, invece, nel caso di immagini ottenute con la stessa camera. Inoltre, al momento, la nostra conoscenza dei problemi della camera infrarossa Wide Field Camera 3 (WFC3/IR) di HST non e' ancora allo stesso livello di quella relativa alla camera Advanced Camera for Survey (ACS) ed e', quindi, necessario un ulteriore e piu' approfondito studio sugli effetti legati allo strumento prima di poter usare i dati infrarossi per lo studio delle fluttuazioni di background. Avendo constatato che una perfetta procedura di riduzione dei dati costituisce un requisito essenziale per poter studiare le fluttuazioni di background e, quindi, il segnale proveniente dalle galassie meno brillanti, il passo successivo e' stato ottenere una versione migliorata dell’immagine piu' profonda dell’Universo attualmente disponibile ottenuta nell’ambito del progetto eXtreme Deep Field (XDF). Il nostro obiettivo era di ottenere un’immagine tale da permetterci di verificare i nostri risultati sulla pendenza della funzione di luminosita' a z~6 dato che l’XDF non ci ha permesso di individuare alcuna fluttuazione nel segnale di fondo. Il nostro lavoro e' iniziato acquisendo dall’archivio le immagini non ridotte ottenute in di- versi progetti durante un arco temporale di 10 anni e creando i nostri hyperbias e hyperdark. In questo abbiamo potuto tenere in considerazione tutte le problematiche legate alla camera ACS, anche quelle minori, come l’herringbone effect, che spesso non vengono corrette dalla normale pipeline di riduzione dati. Successivamente abbiamo mascherato le tracce dei satelliti, allineato tutte le immagini e corretto per la differenze di livello di fondo esistenti fra un chip e l’altro. Al momento stiamo ancora lavorando su queste immagini, nello specifico con l’idea di modellare i ghost elettronici e correggere le immagini per questo problema. I test preliminari sulla fotometria delle nostre immagini sono promettenti e suggeriscono che ci sia un leggero guadagno in termini di rapporto segnale-rumore rispetto alla versione originale dell’XDF, ma solo un ulteriore lavoro ci permettera' di ottenere le immagini finali. La brillanza superficiale incide direttamente sull’identificazione di galassie primordiali in immagini profonde sulla base dall’effetto noto come dimming cosmologico. Questo consiste in una diminuzione della brillanza superficiale di tutti gli oggetti astronomici e- stesi che scala con il redshift stesso di un fattore (1+z)^4. La forte dipendenza dell’effetto dal redshift suggerisce un effetto di selezione per il quale si individuerebbero più' facilmente le galassie primordiali con un’alta brillanza superficiale rispetto a quelle piu' deboli. Va notato che, siccome l’effetto del dimming si ha soltanto su oggetti estesi, essendo legato alla brillanza superficiale, la ricerca di tracce di questo effetto puo' essere utilizzata per testare quale sia la distribuzione di luce nelle sorgenti ad alto redshift. Nello specifico il dimming puo' aiutare a capire se l’emissione di luce sia concentrata in strutture compatte o meno. Nel nostro studio abbiamo adottato un approccio empirico, confrontando dati provenienti da survey con profondita' diversa, ma ottenute tutte con lo stesso strumento, in particolare HST/ACS. Abbiamo concentrato la nostra attenzione su un campione di galassie a z~4 (corrispondente a 1.5 miliardi di anni dopo il Big Bang) identificate nelle immagini XDF, HUDF e GOODS e, confrontando le magnitudini totali derivate dalle diverse survey, non e' emerso alcun andamento nei dati che fosse imputabile al dimming cosmologico. Per completare il lavoro abbiamo, poi, effettuato delle simulazioni Monte Carlo per ricavare quale sarebbe il riscontro sui dati se il dimming fosse in atto a secondo del tipo di dis- tribuzione di luce nelle galassie ad alto redshift. Confrontando i risultati delle simulazioni con quelli ricavati dai dati e' stato possibile escludere i profili di brillanza superficiale caratteristici delle sorgenti estese. I nostri dati sono, quindi, in accordo con una distribuzione della formazione stellare ad alto redshift in strutture compatte, come sostenuto anche da altri gruppi di ricerca. In generale lo studio degli effetti del dimming cosmologico riveste un ruolo molto importante nella determinazione del tipo di oggetti che JWST potra' osservare. Essendo in grado di spingere il nostro orizzonte verso fasi della storia dell’Universo ancora piu' vicine al Big Bang, JWST permettera' di verificare in maniera piu' accurata sia la distribuzione della luce nelle galassie primordiali sia il contributo proveniente dalle sorgenti che al momento non riusciamo a vedere singolamente. Infine, per completare il nostro studio sulle galassie ad alto redshift abbiamo preso in considerazione gli oggetti a z~1-2 che possono contaminare i cataloghi di galassie primordiali. Lo spettro di questi oggetti mostra un break a 4000 A che puo' portarli ad avere dei colori molto simili a quelli delle vere galassie ad alto redshift. Cio' che distingue i contaminanti dalle vere galassie primordiali e' l’essere chiaramente identificabili nelle bande piu' blu del Lyman-break. Lo studio preliminare che e' stato condotto sulla base di due cataloghi pubblici multi- banda di tutte le sorgenti presenti nel campo GOODS-South mostra che la distribuzione del numero di contaminanti e delle vere galassie primordiali e' diversa nell’intervallo di redshift che abbiamo analizzato (z~4-5-6). Questo suggerisce che la popolazione contaminante abbia una funzione di luminosita' differente rispetto alle galassie ad alto redshift. Inoltre, si ricava dai dati che la distribuzione dei conteggi di contaminanti a basso red- shift mostra solo una leggera, se non assente, evoluzione. La popolazione contaminante e', quindi, sempre all’incirca la stessa, e questo e' confermato dal leggero spostamento del break a 4000 A richiesto perche' questi oggetti soddisfino i criteri di selezione in colore delle galassie a z ≥ 4. Anche i redshift fotometrici sono in accordo con l’ipotesi che i contaminanti siano oggetti a redshift piu' basso. Una piu' completa caratterizzazione della popolazione delle galassie che hanno colori simili a quelle primordiali sara' possibile quando nuovi cataloghi saranno resi disponibili.
Searching for High-redshift Galaxies in Hubble Space Telescope Deep Data
CALVI, VALENTINA
2014
Abstract
I 13.7 miliardi di anni di storia dell’Universo possono essere suddivisi in diverse fasi a partire dal Big Bang fino ad arrivare al giorno d’oggi. Dopo l’emissione della radiazione cosmica di fondo (CMB) avvenuta 370 000 anni dopo il Big Bang (z~1100), in seguito al disaccoppiamento fra materia e radiazione l’Universo e' divenuto trasparente a quest’ultima dando inizio alla fase chiamata eta' oscura (“Dark Ages”), durante cui non era presente alcuna sorgente di luce. Nello studio dell’Universo primordiale riveste un ruolo chiave lo studio della transizione di fase, nota come reionizzazione, avvenuta in seguito alla nascita delle prime stelle e galassie. Lo studio delle prime sorgenti di luce che hanno popolato l’Universo e', quindi, la chiave per scoprire l’Universo primordiale e capirne l’evoluzione. La ricerca di galassie ad alto redshift ha ottenuto una spinta fondamentale grazie alla fotometria e alle tecniche basate sull’acquisizione di immagini che, a differenza della spettroscopia, permettono lo studio simultaneo di piu` oggetti, ottimizzando il tempo di osservazione con i telescopi. In particolare le survey profonde, ottenute osservando la medesima regione di cielo per piu' giorni, sono la risposta alla necessita' di identificare il maggior numero possibile di oggetti. Questa tesi e' focalizzata sullo studio delle prime galassie, gia' formate a meno di 1.5 miliardi di anni dal Big Bang. Lo studio dell’Universo primordiale dipende fortemente sia dal limite in magnitudine delle survey che dalla brillanza superficiale delle galassie che vogliamo osservare. Per caratterizzare l’effetto di entrambi questi fattori, in questa tesi abbiamo analizzato dati ottenuti con il telescopio spaziale Hubble (HST) sia nelle bande ottiche, che in quelle del vicino infrarosso (IR). L’obiettivo del nostro studio e' stato capire come questi effetti influiscano e limitino l’identificazione e la caratterizzazione fotometrica delle galassie ad alto redshift. Il ruolo chiave giocato dalle prime galassie nell’ambito del processo di reionizzazione e' ormai assodato, ma studi recenti hanno mostrato come le galassie meno brillanti, e dunque al di sotto dell’attuale limite di osservabilita', possano aver avuto un’importanza maggiore rispetto alle galassie brillanti che sono state identificate fino ad ora. In attesa che il telescopio spaziale James Webb (JWST) possa osservare direttamente queste galassie poco brillanti, e' fondamentale trovare un modo alternativo per stimare quale sia il con- tributo di luce totale proveniente da questi oggetti. Proprio a tale scopo abbiamo sviluppato una tecnica, basata sull’utilizzo dello spettro di potenza, per analizzare le fluttuazioni del segnale di background. Basandoci su un approccio simile al tecnica del Lyman-break, utilizzata comunemente per l’identificazione di galassie ad alto redshift, abbiamo confrontato lo spettro di potenza del segnale di fondo in due bande adiacenti per isolare la luce prodotta da una popolazione di galassie deboli entro un ristretto intervallo di redshift. Grazie ad una serie di simulazioni di tipo Monte Carlo siamo riusciti a ricavare dall’eccesso di segnale nella banda piu' rossa un vincolo sulla pendenza α della funzione di luminosita' alle magnitudini piu' deboli. In particolare, utilizzando i dati del progetto UDF05, continuazione del programma Hubble Ultra Deep Field (HUDF), siamo riusciti ad ottenere un valore della pendenza α della funzione di luminosita' a magnitudini deboli a z~6 (corrispondente a 0.95 miliardi di anni dopo il Big Bang). I valori di α = −1.8 e α = −1.9 che abbiamo ottenuto tenendo o meno conto del clustering sono tali da permetterci di dire che la quantita' di fotoni ionizzanti prodotti da tutte le galassie a z~6 e' sufficiente a giustificare il processo di reionizzazione dell’idrogeno nell’Universo. L’analisi che abbiamo condotto successivamente e' indirizzata ad ottenere un valore di α a redshift piu' alto, nello specifico z~7-8 (corrispondenti, rispettivamente, a 0.64 e 0.77 miliardi di anni dopo il Big Bang). Con questo obiettivo abbiamo fatto uso delle osservazioni profonde ottenute nell’ambito del programma HUDF09 nel vicino infrarosso. Per quanto riguarda z~8, la qualita' delle immagini infrarosse non ci ha permesso di isolare alcun segnale prodotto dalle galassie deboli dal rumore di fondo e da segnali spuri. Sulla base del crollo della densita' del tasso di formazione stellare andando da z ~6 a redshift piu' alti il contributo, in termini di fotoni ionizzanti, delle galassie a z~7 dovrebbe essere maggiore rispetto a quello della popolazione a z~8 e quindi ci aspettavamo che isolare un segnale prodotto da quelle galassie fosse piu' facile che a z~8. In realta', pero', l’analisi a z~7 prevede il confronto di dati ottenuti con strumenti diversi, caratterizzati da problemi diversi ed effetti sistematici che non vengono eliminati semplicemente con- siderando il rapporto fra gli spettri di potenza, come accade, invece, nel caso di immagini ottenute con la stessa camera. Inoltre, al momento, la nostra conoscenza dei problemi della camera infrarossa Wide Field Camera 3 (WFC3/IR) di HST non e' ancora allo stesso livello di quella relativa alla camera Advanced Camera for Survey (ACS) ed e', quindi, necessario un ulteriore e piu' approfondito studio sugli effetti legati allo strumento prima di poter usare i dati infrarossi per lo studio delle fluttuazioni di background. Avendo constatato che una perfetta procedura di riduzione dei dati costituisce un requisito essenziale per poter studiare le fluttuazioni di background e, quindi, il segnale proveniente dalle galassie meno brillanti, il passo successivo e' stato ottenere una versione migliorata dell’immagine piu' profonda dell’Universo attualmente disponibile ottenuta nell’ambito del progetto eXtreme Deep Field (XDF). Il nostro obiettivo era di ottenere un’immagine tale da permetterci di verificare i nostri risultati sulla pendenza della funzione di luminosita' a z~6 dato che l’XDF non ci ha permesso di individuare alcuna fluttuazione nel segnale di fondo. Il nostro lavoro e' iniziato acquisendo dall’archivio le immagini non ridotte ottenute in di- versi progetti durante un arco temporale di 10 anni e creando i nostri hyperbias e hyperdark. In questo abbiamo potuto tenere in considerazione tutte le problematiche legate alla camera ACS, anche quelle minori, come l’herringbone effect, che spesso non vengono corrette dalla normale pipeline di riduzione dati. Successivamente abbiamo mascherato le tracce dei satelliti, allineato tutte le immagini e corretto per la differenze di livello di fondo esistenti fra un chip e l’altro. Al momento stiamo ancora lavorando su queste immagini, nello specifico con l’idea di modellare i ghost elettronici e correggere le immagini per questo problema. I test preliminari sulla fotometria delle nostre immagini sono promettenti e suggeriscono che ci sia un leggero guadagno in termini di rapporto segnale-rumore rispetto alla versione originale dell’XDF, ma solo un ulteriore lavoro ci permettera' di ottenere le immagini finali. La brillanza superficiale incide direttamente sull’identificazione di galassie primordiali in immagini profonde sulla base dall’effetto noto come dimming cosmologico. Questo consiste in una diminuzione della brillanza superficiale di tutti gli oggetti astronomici e- stesi che scala con il redshift stesso di un fattore (1+z)^4. La forte dipendenza dell’effetto dal redshift suggerisce un effetto di selezione per il quale si individuerebbero più' facilmente le galassie primordiali con un’alta brillanza superficiale rispetto a quelle piu' deboli. Va notato che, siccome l’effetto del dimming si ha soltanto su oggetti estesi, essendo legato alla brillanza superficiale, la ricerca di tracce di questo effetto puo' essere utilizzata per testare quale sia la distribuzione di luce nelle sorgenti ad alto redshift. Nello specifico il dimming puo' aiutare a capire se l’emissione di luce sia concentrata in strutture compatte o meno. Nel nostro studio abbiamo adottato un approccio empirico, confrontando dati provenienti da survey con profondita' diversa, ma ottenute tutte con lo stesso strumento, in particolare HST/ACS. Abbiamo concentrato la nostra attenzione su un campione di galassie a z~4 (corrispondente a 1.5 miliardi di anni dopo il Big Bang) identificate nelle immagini XDF, HUDF e GOODS e, confrontando le magnitudini totali derivate dalle diverse survey, non e' emerso alcun andamento nei dati che fosse imputabile al dimming cosmologico. Per completare il lavoro abbiamo, poi, effettuato delle simulazioni Monte Carlo per ricavare quale sarebbe il riscontro sui dati se il dimming fosse in atto a secondo del tipo di dis- tribuzione di luce nelle galassie ad alto redshift. Confrontando i risultati delle simulazioni con quelli ricavati dai dati e' stato possibile escludere i profili di brillanza superficiale caratteristici delle sorgenti estese. I nostri dati sono, quindi, in accordo con una distribuzione della formazione stellare ad alto redshift in strutture compatte, come sostenuto anche da altri gruppi di ricerca. In generale lo studio degli effetti del dimming cosmologico riveste un ruolo molto importante nella determinazione del tipo di oggetti che JWST potra' osservare. Essendo in grado di spingere il nostro orizzonte verso fasi della storia dell’Universo ancora piu' vicine al Big Bang, JWST permettera' di verificare in maniera piu' accurata sia la distribuzione della luce nelle galassie primordiali sia il contributo proveniente dalle sorgenti che al momento non riusciamo a vedere singolamente. Infine, per completare il nostro studio sulle galassie ad alto redshift abbiamo preso in considerazione gli oggetti a z~1-2 che possono contaminare i cataloghi di galassie primordiali. Lo spettro di questi oggetti mostra un break a 4000 A che puo' portarli ad avere dei colori molto simili a quelli delle vere galassie ad alto redshift. Cio' che distingue i contaminanti dalle vere galassie primordiali e' l’essere chiaramente identificabili nelle bande piu' blu del Lyman-break. Lo studio preliminare che e' stato condotto sulla base di due cataloghi pubblici multi- banda di tutte le sorgenti presenti nel campo GOODS-South mostra che la distribuzione del numero di contaminanti e delle vere galassie primordiali e' diversa nell’intervallo di redshift che abbiamo analizzato (z~4-5-6). Questo suggerisce che la popolazione contaminante abbia una funzione di luminosita' differente rispetto alle galassie ad alto redshift. Inoltre, si ricava dai dati che la distribuzione dei conteggi di contaminanti a basso red- shift mostra solo una leggera, se non assente, evoluzione. La popolazione contaminante e', quindi, sempre all’incirca la stessa, e questo e' confermato dal leggero spostamento del break a 4000 A richiesto perche' questi oggetti soddisfino i criteri di selezione in colore delle galassie a z ≥ 4. Anche i redshift fotometrici sono in accordo con l’ipotesi che i contaminanti siano oggetti a redshift piu' basso. Una piu' completa caratterizzazione della popolazione delle galassie che hanno colori simili a quelle primordiali sara' possibile quando nuovi cataloghi saranno resi disponibili.File | Dimensione | Formato | |
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https://hdl.handle.net/20.500.14242/173691
URN:NBN:IT:UNIPD-173691