Abstract Il presente lavoro prende le mosse dalla collaborazione ad un progetto PRIN, chiuso due anni fa, volto ad indagare il rilievo assunto dal mezzo giornalistico nella diffusione della conoscenza artistica, anzitutto per quanto riguarda la produzione contemporanea e poi anche la storia dell’arte in generale. Nell’ambito di questi studi, il nostro lavoro si è proposto l’obiettivo di indagare in maniera più sistematica, di quanto fatto finora, il materiale primo-ottocentesco, il quale ci è parso particolarmente stimolante per la specificità dei periodici pubblicati in quegli anni, costituendo una sorta di fase embrionale della divulgazione artistica di massa: nel tardo affermarsi di una critica figurativa specifica, quasi assente nel panorama italiano della prima metà del XIX secolo, le riviste di letteratura o di intrattenimento, strenne, riviste militanti svolsero una fondamentale funzione supplente, con l’accentuazione di volta in volta degli aspetti dell’arte più fruibili per i diversi tipi di pubblico, cui esse si rivolgevano. Nella loro scarsa professionalità, queste testate garantiscono una pluralità di visuali, fondamentali per una considerazione unitaria del complesso universo culturale ottocentesco, aliena da preventive idiosincrasie monolitiche: esse non furono infatti semplici contenitori di idee e manifestazioni, che sarebbero potute figurare comunque altrove, bensì agirono quali precisi collettori di istanze, gusti e intenzioni didattiche in buona parte originali e generati appunto dal mezzo, sensibile agli umori del pubblico, ma guidato da esigenze di orientamento di tali umori secondo finalità diverse, previste dai vari compilatori. Osservatorio privilegiato per una valutazione dialettica del classico binomio di avanguardia e tradizione, tali periodici offrono dunque la possibilità di procedere allo studio del panorama artistico ottocentesco, da una molteplicità di prospettive, tali da intaccare uno sterile esclusivismo e sensibilizzare l’attenzione degli studiosi su aspetti altrimenti trascurati del moderno fare artistico, agevolando così i nostri tentativi di comprendere la modernità. La compresenza, in gran parte delle pubblicazioni esaminate, di argomenti legati alla letteratura, alle arti figurative ed a quelle sceniche e musicali, ci ha quindi posti di fronte alla necessità di considerare con una nuova prospettiva la controversa questione delle arti sorelle, pensata non più (o non semplicemente) nell’ottica del produrre artistico, bensì nei termini della ricezione e dell’interpretazione delle opere stesse: negli anni di passaggio da un sistema di produzione e consumo dell’opera d’arte interno a predeterminati circuiti informativi e culturali, entro i quali artefici e spettatori condividevano i medesimi valori e le stesse conoscenze basilari (peraltro reiterati attraverso un intenso scambio epistolare), ad un’inedita forma di relazione, delegittimante qualsivoglia predeterminazione del pubblico, cui il prodotto artistico si rivolgeva, la percezione della nuova, forse incolmabile distanza tra artista e consumatore incoraggiò lo studio comparato delle diverse tipologie espressive, stimolando un rinnovamento nella ricerca delle sollecitazioni reciproche, offerte dall’una all’altra forma artistica, ai fini del conseguimento di un sistema storico-critico più fruibile dal variegato pubblico moderno. Nel corso della nostra indagine è stato pertanto determinante raccogliere un quantitativo opportuno di documenti e testimonianze, atto ad evidenziare le modalità e le intenzioni, secondo cui nel corso dell’Ottocento si impostarono concretamente i rapporti fra arti sceniche e figurative, cercando di cogliere tutti i punti di volta della gestazione di quel pensiero, grazie all’interna dinamica di operazioni concettuali per loro natura estremamente sensibili alle attitudini, agli orientamenti od anche semplicemente al gusto del coevo milieu culturale: si è così chiarita l’importanza dei rapporti di mutuo soccorso, che le diverse forme critiche offrirono l’una all’altra nel momento in cui, entrando in crisi la tradizionale concezione mimetica, il consueto rapportarsi al reale, quale referente privilegiato della produzione artistica, sembrò incompiuto e carente dentro le forme tradizionali delle singole arti, oramai avviate ad una sintesi superiore. Abbiamo scelto di ordinare la documentazione attorno ad alcuni nuclei chiave della riflessione artistica ottocentesca, che, indagati in questa prospettiva unitaria di relazione tra le arti, ne ricevono nuova luce: innanzitutto il Classico, con la presenza più o meno costante e conduttrice del Bello Ideale, la Storia ed il Vero, temi, intorno a cui si mossero argomenti e discussioni, eventi artistici vecchi e nuovi. Nel renderne conto ed interagendo con essi, la pubblicistica ci offre la possibilità di mettere a fuoco aspetti trascurati circa le sollecitazioni reciproche tra le singole arti, coinvolte in un gioco di rimandi interpretativi, fondamentali per l’affinamento di un sistema critico, capace di riconoscere e rendere conto della qualità e della novità delle opere e delle tendenze, di cogliere insomma i punti caldi della produzione contemporanea e mettere in campo strumenti adatti ad evidenziare, in senso positivo o negativo, il loro peculiare significato. Se nel primo capitolo una dominante viene trovata nella scultura (paragrafo sulla fortuna di Canova) e parzialmente nel ballo pantomimo, la pittura di storia emerge nel secondo capitolo, dedicato agli anni Venti-Quaranta, quale nucleo propulsivo di intenzioni ed istanze civili e patriottiche, in stretto rapporto con il melodramma, che invade le scene con i nuovi contenuti emozionali: indagando il rapporto fra vero e verosimile, dove ancora il teatro fornisce un modello, ora acclamato ora fortemente paventato, per la qualità espressiva della pittura soprattutto, nel gioco conflittuale tra affetti (sentimenti invocati dal Purismo per svecchiare le convenzioni cristallizzate del passato) ed effetti (oltranze espressive, che forzano la misura delle possibilità comunicative delle immagini) sono ripercorse e contestualizzate le note relazioni fra Hayez ed il melodramma. Quindi, nel quarto capitolo vengono affrontate direttamente questioni critico-linguistiche, già presentatesi nelle precedenti campionature, mettendo a fuoco l’uso fatto dai commentatori dei diversi settori (figurativo, letterario, teatrale, musicale) delle relazioni fra i vari campi, cercando di collegarle con eventi che, in ciascuno di tali ambiti, avessero catturato l’attenzione del momento, fornendo elementi di novità, o di immediata percepibilità di emozioni, sentimenti, messaggi, promettenti ottimo materiale anche per gli altri: la verifica ivi compiuta delle commistioni attuate dai vari gazzettieri a diverso livello di pertinenza, ha permesso di controllare lo stimolo, che ne derivò per la creazione di uno strumento descrittivo e valutativo sempre più affilato, offrendo in ogni caso testimonianza del virtuale superamento in atto dei limiti chiusi in sé delle varie arti e del bisogno di allargarsi verso le tecniche e le possibilità delle altre, con effettive invasioni di campo, più o meno pertinenti, più o meno alla moda. All’esposizione descritta sono aggiunti una scheda relativa alle riviste consultate, con la menzione dei più importanti personaggi che vi scrissero, un cd-rom con i dati ricavati dagli spogli, un’antologia disposta per argomento dei pezzi più significativi.

La presenza delle arti figurative e sceniche nella stampa periodica lombardo-veneta (1800-1848)

MARIN, CHIARA
2008

Abstract

Abstract Il presente lavoro prende le mosse dalla collaborazione ad un progetto PRIN, chiuso due anni fa, volto ad indagare il rilievo assunto dal mezzo giornalistico nella diffusione della conoscenza artistica, anzitutto per quanto riguarda la produzione contemporanea e poi anche la storia dell’arte in generale. Nell’ambito di questi studi, il nostro lavoro si è proposto l’obiettivo di indagare in maniera più sistematica, di quanto fatto finora, il materiale primo-ottocentesco, il quale ci è parso particolarmente stimolante per la specificità dei periodici pubblicati in quegli anni, costituendo una sorta di fase embrionale della divulgazione artistica di massa: nel tardo affermarsi di una critica figurativa specifica, quasi assente nel panorama italiano della prima metà del XIX secolo, le riviste di letteratura o di intrattenimento, strenne, riviste militanti svolsero una fondamentale funzione supplente, con l’accentuazione di volta in volta degli aspetti dell’arte più fruibili per i diversi tipi di pubblico, cui esse si rivolgevano. Nella loro scarsa professionalità, queste testate garantiscono una pluralità di visuali, fondamentali per una considerazione unitaria del complesso universo culturale ottocentesco, aliena da preventive idiosincrasie monolitiche: esse non furono infatti semplici contenitori di idee e manifestazioni, che sarebbero potute figurare comunque altrove, bensì agirono quali precisi collettori di istanze, gusti e intenzioni didattiche in buona parte originali e generati appunto dal mezzo, sensibile agli umori del pubblico, ma guidato da esigenze di orientamento di tali umori secondo finalità diverse, previste dai vari compilatori. Osservatorio privilegiato per una valutazione dialettica del classico binomio di avanguardia e tradizione, tali periodici offrono dunque la possibilità di procedere allo studio del panorama artistico ottocentesco, da una molteplicità di prospettive, tali da intaccare uno sterile esclusivismo e sensibilizzare l’attenzione degli studiosi su aspetti altrimenti trascurati del moderno fare artistico, agevolando così i nostri tentativi di comprendere la modernità. La compresenza, in gran parte delle pubblicazioni esaminate, di argomenti legati alla letteratura, alle arti figurative ed a quelle sceniche e musicali, ci ha quindi posti di fronte alla necessità di considerare con una nuova prospettiva la controversa questione delle arti sorelle, pensata non più (o non semplicemente) nell’ottica del produrre artistico, bensì nei termini della ricezione e dell’interpretazione delle opere stesse: negli anni di passaggio da un sistema di produzione e consumo dell’opera d’arte interno a predeterminati circuiti informativi e culturali, entro i quali artefici e spettatori condividevano i medesimi valori e le stesse conoscenze basilari (peraltro reiterati attraverso un intenso scambio epistolare), ad un’inedita forma di relazione, delegittimante qualsivoglia predeterminazione del pubblico, cui il prodotto artistico si rivolgeva, la percezione della nuova, forse incolmabile distanza tra artista e consumatore incoraggiò lo studio comparato delle diverse tipologie espressive, stimolando un rinnovamento nella ricerca delle sollecitazioni reciproche, offerte dall’una all’altra forma artistica, ai fini del conseguimento di un sistema storico-critico più fruibile dal variegato pubblico moderno. Nel corso della nostra indagine è stato pertanto determinante raccogliere un quantitativo opportuno di documenti e testimonianze, atto ad evidenziare le modalità e le intenzioni, secondo cui nel corso dell’Ottocento si impostarono concretamente i rapporti fra arti sceniche e figurative, cercando di cogliere tutti i punti di volta della gestazione di quel pensiero, grazie all’interna dinamica di operazioni concettuali per loro natura estremamente sensibili alle attitudini, agli orientamenti od anche semplicemente al gusto del coevo milieu culturale: si è così chiarita l’importanza dei rapporti di mutuo soccorso, che le diverse forme critiche offrirono l’una all’altra nel momento in cui, entrando in crisi la tradizionale concezione mimetica, il consueto rapportarsi al reale, quale referente privilegiato della produzione artistica, sembrò incompiuto e carente dentro le forme tradizionali delle singole arti, oramai avviate ad una sintesi superiore. Abbiamo scelto di ordinare la documentazione attorno ad alcuni nuclei chiave della riflessione artistica ottocentesca, che, indagati in questa prospettiva unitaria di relazione tra le arti, ne ricevono nuova luce: innanzitutto il Classico, con la presenza più o meno costante e conduttrice del Bello Ideale, la Storia ed il Vero, temi, intorno a cui si mossero argomenti e discussioni, eventi artistici vecchi e nuovi. Nel renderne conto ed interagendo con essi, la pubblicistica ci offre la possibilità di mettere a fuoco aspetti trascurati circa le sollecitazioni reciproche tra le singole arti, coinvolte in un gioco di rimandi interpretativi, fondamentali per l’affinamento di un sistema critico, capace di riconoscere e rendere conto della qualità e della novità delle opere e delle tendenze, di cogliere insomma i punti caldi della produzione contemporanea e mettere in campo strumenti adatti ad evidenziare, in senso positivo o negativo, il loro peculiare significato. Se nel primo capitolo una dominante viene trovata nella scultura (paragrafo sulla fortuna di Canova) e parzialmente nel ballo pantomimo, la pittura di storia emerge nel secondo capitolo, dedicato agli anni Venti-Quaranta, quale nucleo propulsivo di intenzioni ed istanze civili e patriottiche, in stretto rapporto con il melodramma, che invade le scene con i nuovi contenuti emozionali: indagando il rapporto fra vero e verosimile, dove ancora il teatro fornisce un modello, ora acclamato ora fortemente paventato, per la qualità espressiva della pittura soprattutto, nel gioco conflittuale tra affetti (sentimenti invocati dal Purismo per svecchiare le convenzioni cristallizzate del passato) ed effetti (oltranze espressive, che forzano la misura delle possibilità comunicative delle immagini) sono ripercorse e contestualizzate le note relazioni fra Hayez ed il melodramma. Quindi, nel quarto capitolo vengono affrontate direttamente questioni critico-linguistiche, già presentatesi nelle precedenti campionature, mettendo a fuoco l’uso fatto dai commentatori dei diversi settori (figurativo, letterario, teatrale, musicale) delle relazioni fra i vari campi, cercando di collegarle con eventi che, in ciascuno di tali ambiti, avessero catturato l’attenzione del momento, fornendo elementi di novità, o di immediata percepibilità di emozioni, sentimenti, messaggi, promettenti ottimo materiale anche per gli altri: la verifica ivi compiuta delle commistioni attuate dai vari gazzettieri a diverso livello di pertinenza, ha permesso di controllare lo stimolo, che ne derivò per la creazione di uno strumento descrittivo e valutativo sempre più affilato, offrendo in ogni caso testimonianza del virtuale superamento in atto dei limiti chiusi in sé delle varie arti e del bisogno di allargarsi verso le tecniche e le possibilità delle altre, con effettive invasioni di campo, più o meno pertinenti, più o meno alla moda. All’esposizione descritta sono aggiunti una scheda relativa alle riviste consultate, con la menzione dei più importanti personaggi che vi scrissero, un cd-rom con i dati ricavati dagli spogli, un’antologia disposta per argomento dei pezzi più significativi.
30-gen-2008
Italiano
Critica d'arte, stampa, pubblico, rapporti fra le arti
Università degli studi di Padova
634
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