Questa tesi è dedicata all’approfondimento dell’istituto degli amministratori indipendenti e del ruolo che essi possono concretamente svolgere nelle società caratterizzate dalla concentrated ownership, con particolare riguardo alle società quotate e a quelle che svolgono attività bancaria. L’analisi inizia esaminando la nascita e l’evoluzione della figura dell’ amministratore indipendente negli ordinamenti di common law per metterne in luce le caratteristiche e la funzione di tutela degli interessi degli azionisti rispetto all’operato del management. Prosegue con l’analisi della disciplina italiana, focalizzandosi dapprima sulla nozione di indipendenza e, poi, sui compiti demandati agli amministratori indipendenti. Dalla disamina delle fonti si ricava la mancanza di una disciplina ad hoc quanto ai poteri e ai compiti specificamente affidati agli amministratori indipendenti di società che adottino il sistema di amministrazione tradizionale, confondendosi quindi tale categoria con quella più ampia degli amministratori non esecutivi. La previsione di compiti specifici affidati agli indipendenti si ha ad opera delle Autorità di Vigilanza, che ne esaltano il ruolo all’interno dei comitati costituiti in seno all’organo amministrativo, con ciò suggerendo che è all’interno di questi, più che nel plenum, che gli amministratori indipendenti possono esercitare un potere più pregnante nel processo decisionale della società. Nelle conclusioni si suggerisce che l’interesse tutelato da questa tipologia di amministratori nelle società quotate sui mercati regolamentati italiani e nelle società che svolgono attività bancaria e finanziaria sia più ampio rispetto all’interesse dei soci di minoranza – da alcuni individuato quale interesse che gli indipendenti devono perseguire per proteggere la minoranza dagli abusi della maggioranza in un sistema caratterizzato dal fenomeno della concentrated ownership – e coincida, piuttosto, con l’interesse degli stakeholders e della tutela del mercato in generale. Quanto al requisito dell’indipendenza, si suggerisce che esso sia, nella sostanza, l’autonomia di giudizio richiesta ai consiglieri, appunto, indipendenti, essenziale ad evitare di uniformarsi alle decisioni proposte dagli esecutivi e ad esercitare, rispetto a queste ultime, un’attività di “contrasto costruttivo”. L’autonomia di giudizio richiesta agli amministratori indipendenti va inoltre intesa quale sintesi dell’assenza dei legami che minano l’indipendenza di un soggetto e della presenza di competenze specifiche rispetto al business svolto dall’impresa.

Gli amministratori indipendenti nelle società quotate

DELLA VEDOVA, ILARIA
2014

Abstract

Questa tesi è dedicata all’approfondimento dell’istituto degli amministratori indipendenti e del ruolo che essi possono concretamente svolgere nelle società caratterizzate dalla concentrated ownership, con particolare riguardo alle società quotate e a quelle che svolgono attività bancaria. L’analisi inizia esaminando la nascita e l’evoluzione della figura dell’ amministratore indipendente negli ordinamenti di common law per metterne in luce le caratteristiche e la funzione di tutela degli interessi degli azionisti rispetto all’operato del management. Prosegue con l’analisi della disciplina italiana, focalizzandosi dapprima sulla nozione di indipendenza e, poi, sui compiti demandati agli amministratori indipendenti. Dalla disamina delle fonti si ricava la mancanza di una disciplina ad hoc quanto ai poteri e ai compiti specificamente affidati agli amministratori indipendenti di società che adottino il sistema di amministrazione tradizionale, confondendosi quindi tale categoria con quella più ampia degli amministratori non esecutivi. La previsione di compiti specifici affidati agli indipendenti si ha ad opera delle Autorità di Vigilanza, che ne esaltano il ruolo all’interno dei comitati costituiti in seno all’organo amministrativo, con ciò suggerendo che è all’interno di questi, più che nel plenum, che gli amministratori indipendenti possono esercitare un potere più pregnante nel processo decisionale della società. Nelle conclusioni si suggerisce che l’interesse tutelato da questa tipologia di amministratori nelle società quotate sui mercati regolamentati italiani e nelle società che svolgono attività bancaria e finanziaria sia più ampio rispetto all’interesse dei soci di minoranza – da alcuni individuato quale interesse che gli indipendenti devono perseguire per proteggere la minoranza dagli abusi della maggioranza in un sistema caratterizzato dal fenomeno della concentrated ownership – e coincida, piuttosto, con l’interesse degli stakeholders e della tutela del mercato in generale. Quanto al requisito dell’indipendenza, si suggerisce che esso sia, nella sostanza, l’autonomia di giudizio richiesta ai consiglieri, appunto, indipendenti, essenziale ad evitare di uniformarsi alle decisioni proposte dagli esecutivi e ad esercitare, rispetto a queste ultime, un’attività di “contrasto costruttivo”. L’autonomia di giudizio richiesta agli amministratori indipendenti va inoltre intesa quale sintesi dell’assenza dei legami che minano l’indipendenza di un soggetto e della presenza di competenze specifiche rispetto al business svolto dall’impresa.
30-gen-2014
Italiano
amministratori indipendenti, amministratori non esecutvi, corporate governance, indipendenza, autonomia di giudizio, sistema dei controlli interni, comitati, independent directors non executive directors, shareholders' interests, committees internal audit
DE POLI, MATTEO
KOSTORIS, ROBERTO
Università degli studi di Padova
270
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Il codice NBN di questa tesi è URN:NBN:IT:UNIPD-176674