L'oggetto del presente lavoro è l'analisi della normativa italiana sulle modalità di affidamento dei servizi pubblici locali, alla luce della legislazione comunitaria e delle indicazioni fornite dalla Commissione Europea e della Corte di Giustizia. La novità contenuta nella riforma in materia di servizi pubblici locali, si sostanzia nel recepimento, da parte della normativa nazionale, della nozione di affidamento "in house", elaborata dalla Corte di Giustizia. Tale istituto consiste nell'affidamento diretto di un appalto di servizi a soggetti legati, in maniera strutturale e funzionale, alla stessa amministrazione aggiudicatrice, in deroga alle procedure di evidenza pubblica prescritte dalle Direttive CE. Secondo la Corte di Giustizia la normativa comunitaria in materia di appalti non si applica quando tra l'amministrazione aggiudicatrice ed il soggetto aggiudicatore non vi sia un rapporto intersoggettivo, bensì sussista solo un rapporto interorganico. In forza di tale rapporto si ha un mero affidamento in house, diverso da un vero e proprio rapporto contrattuale di appalto. Con la riserva di tornare diffusamente sulla normativa in questione, in questo momento si vogliono solo anticipare i requisiti fondamentali ai fini dell'affidamento in house come configurati dagli artt. 113 e 113bis del TUEL. A tal proposito è richiesto che sussista una "Partecipazione pubblica totalitaria, che il controllo esercitato dall'ente o dagli enti pubblici titolari del capitale sociale sia analogo a quello esercitato sui propri servizi, e che il soggetto controllato realizzi la parte più importante della propria attività con l'ente o gli enti pubblici controllati." Ciò permesso, si evidenzia come l'attuale normativa sia finalizzata a porre rimedio alle critiche rivolte alla Commissione Europea nei confronti dello Stato italiano, per violazione delle disposizioni comunitarie in tema di affidamento dei servizi pubblici. La procedura d'infrazione del diritto comunitario n. 21884/1999, intentata alla Commissione Europea contro lo Stato italiano, aveva infatti rilevato la contrarietà delle disciplina nazionale in tema di servizi pubblici locali, rispetto alle direttive CE sulle procedure di aggiudicazione degli appalti pubblici, e rispetto ai principi di imparzialità, trasparenza, e non discriminazione più volte richiamati dalla giurisprudenza comunitaria in materia di appalti pubblici.
L'affidamento in house nei servizi pubblici locali
Caterina, Condò
2009
Abstract
L'oggetto del presente lavoro è l'analisi della normativa italiana sulle modalità di affidamento dei servizi pubblici locali, alla luce della legislazione comunitaria e delle indicazioni fornite dalla Commissione Europea e della Corte di Giustizia. La novità contenuta nella riforma in materia di servizi pubblici locali, si sostanzia nel recepimento, da parte della normativa nazionale, della nozione di affidamento "in house", elaborata dalla Corte di Giustizia. Tale istituto consiste nell'affidamento diretto di un appalto di servizi a soggetti legati, in maniera strutturale e funzionale, alla stessa amministrazione aggiudicatrice, in deroga alle procedure di evidenza pubblica prescritte dalle Direttive CE. Secondo la Corte di Giustizia la normativa comunitaria in materia di appalti non si applica quando tra l'amministrazione aggiudicatrice ed il soggetto aggiudicatore non vi sia un rapporto intersoggettivo, bensì sussista solo un rapporto interorganico. In forza di tale rapporto si ha un mero affidamento in house, diverso da un vero e proprio rapporto contrattuale di appalto. Con la riserva di tornare diffusamente sulla normativa in questione, in questo momento si vogliono solo anticipare i requisiti fondamentali ai fini dell'affidamento in house come configurati dagli artt. 113 e 113bis del TUEL. A tal proposito è richiesto che sussista una "Partecipazione pubblica totalitaria, che il controllo esercitato dall'ente o dagli enti pubblici titolari del capitale sociale sia analogo a quello esercitato sui propri servizi, e che il soggetto controllato realizzi la parte più importante della propria attività con l'ente o gli enti pubblici controllati." Ciò permesso, si evidenzia come l'attuale normativa sia finalizzata a porre rimedio alle critiche rivolte alla Commissione Europea nei confronti dello Stato italiano, per violazione delle disposizioni comunitarie in tema di affidamento dei servizi pubblici. La procedura d'infrazione del diritto comunitario n. 21884/1999, intentata alla Commissione Europea contro lo Stato italiano, aveva infatti rilevato la contrarietà delle disciplina nazionale in tema di servizi pubblici locali, rispetto alle direttive CE sulle procedure di aggiudicazione degli appalti pubblici, e rispetto ai principi di imparzialità, trasparenza, e non discriminazione più volte richiamati dalla giurisprudenza comunitaria in materia di appalti pubblici.File | Dimensione | Formato | |
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https://hdl.handle.net/20.500.14242/195190
URN:NBN:IT:UNIROMA2-195190