I principi contabili internazionali IFRS prevedono la possibilità  di contabilizzare gli strumenti finanziari al loro valore equo, ossia al fair value (FV). Il presente elaborato analizza i potenziali rischi a cui sono esposti gli istituti che iscrivono a bilancio elevate quantità  di prodotti finanziari valutati al fair value e classificati con Gerarchia del FV di livello 2 (L2) e livello 3 (L3). Questi, infatti, a causa della loro struttura complessa e opaca, sono particolarmente illiquidi e non sempre ਠpossibile individuare tutti i fattori che hanno un ruolo nella formazione del loro prezzo. Nel primo capitolo sono esaminate le varie tipologie di prodotti finanziari esistenti, organizzati in base alla loro natura e alle caratteristiche che ne definiscono il valore. Sono quindi introdotte le direttive dello schema contabile internazionale IFRS 13 riguardanti la valutazione al fair value, che riporta sia le modalità  di attribuzione del livello di Gerarchia del FV, sia le tecniche pi๠comunemente utilizzate per valutare gli strumenti L2 e L3. Il secondo capitolo racchiude un excursus sui principali rischi incorporati dagli strumenti finanziari contabilizzati al FV. Ogni fattispecie di rischio ਠanalizzata in relazione alla normativa vigente, con particolare attenzione agli aggiornamenti regolamentari apportati dal Basilea 3 in merito ai requisiti minimi patrimoniali. Insieme a queste, vengono analizzate anche le prescrizioni del framework prudenziale in materia di struttura di governance aziendale e trasparenza informativa. Il terzo capitolo riguarda l'analisi dei limiti della regolamentazione precedentemente esposta: si indagano gli spazi di discrezionalità  e autonomia decisionale lasciati dai principi contabili; vengono quindi descritti due strumenti previsti dalla normativa prudenziale per garantire che le istituzioni di credito mantengano un'adeguata capitalizzazione rispetto ai rischi derivanti dalla valutazione tramite modelli interni (Additonal Valuation Adjustment, o AVA) e ai rischi di mercato (Financial Review of the Trading Book, o FRTB). In entrambi i casi sono considerati sia gli importanti passi avanti rappresentati dall'introduzione del provvedimento, sia le lacune ancora esistenti. Nella parte finale del capitolo si riportano alcune possibili aree di intervento individuate in letteratura. Il capitolo conclusivo riporta l'analisi quantitativa del fenomeno effettuata da un'indagine svolta da Banca d'Italia per un campione di Significant Institutions (SI) europee facenti parti del SSM. Lo studio dei dati conferma la rilevanza dell'argomento trattato, poichà© mostra che gli assets valutati al fair value costituiscono, in media per il campione osservato, il 30% del totale delle attività  a bilancio e che una riduzione del 5% del valore degli strumenti L2 e L3 si ripercuoterebbe negativamente sui coefficienti CET1, portandoli a valori mediamente inferiori al 11%. Le conclusioni principali a cui si giunge confermano la necessità  di un intervento normativo, al fine di limitare al minimo le conseguenze che un mispricing dei prodotti complessi puಠavere sui bilanci delle banche che ne possiedono in grande quantità .

Gli strumenti finanziari di Livello 2 e 3: analisi dei rischi della valutazione al Fair Value

2019

Abstract

I principi contabili internazionali IFRS prevedono la possibilità  di contabilizzare gli strumenti finanziari al loro valore equo, ossia al fair value (FV). Il presente elaborato analizza i potenziali rischi a cui sono esposti gli istituti che iscrivono a bilancio elevate quantità  di prodotti finanziari valutati al fair value e classificati con Gerarchia del FV di livello 2 (L2) e livello 3 (L3). Questi, infatti, a causa della loro struttura complessa e opaca, sono particolarmente illiquidi e non sempre ਠpossibile individuare tutti i fattori che hanno un ruolo nella formazione del loro prezzo. Nel primo capitolo sono esaminate le varie tipologie di prodotti finanziari esistenti, organizzati in base alla loro natura e alle caratteristiche che ne definiscono il valore. Sono quindi introdotte le direttive dello schema contabile internazionale IFRS 13 riguardanti la valutazione al fair value, che riporta sia le modalità  di attribuzione del livello di Gerarchia del FV, sia le tecniche pi๠comunemente utilizzate per valutare gli strumenti L2 e L3. Il secondo capitolo racchiude un excursus sui principali rischi incorporati dagli strumenti finanziari contabilizzati al FV. Ogni fattispecie di rischio ਠanalizzata in relazione alla normativa vigente, con particolare attenzione agli aggiornamenti regolamentari apportati dal Basilea 3 in merito ai requisiti minimi patrimoniali. Insieme a queste, vengono analizzate anche le prescrizioni del framework prudenziale in materia di struttura di governance aziendale e trasparenza informativa. Il terzo capitolo riguarda l'analisi dei limiti della regolamentazione precedentemente esposta: si indagano gli spazi di discrezionalità  e autonomia decisionale lasciati dai principi contabili; vengono quindi descritti due strumenti previsti dalla normativa prudenziale per garantire che le istituzioni di credito mantengano un'adeguata capitalizzazione rispetto ai rischi derivanti dalla valutazione tramite modelli interni (Additonal Valuation Adjustment, o AVA) e ai rischi di mercato (Financial Review of the Trading Book, o FRTB). In entrambi i casi sono considerati sia gli importanti passi avanti rappresentati dall'introduzione del provvedimento, sia le lacune ancora esistenti. Nella parte finale del capitolo si riportano alcune possibili aree di intervento individuate in letteratura. Il capitolo conclusivo riporta l'analisi quantitativa del fenomeno effettuata da un'indagine svolta da Banca d'Italia per un campione di Significant Institutions (SI) europee facenti parti del SSM. Lo studio dei dati conferma la rilevanza dell'argomento trattato, poichà© mostra che gli assets valutati al fair value costituiscono, in media per il campione osservato, il 30% del totale delle attività  a bilancio e che una riduzione del 5% del valore degli strumenti L2 e L3 si ripercuoterebbe negativamente sui coefficienti CET1, portandoli a valori mediamente inferiori al 11%. Le conclusioni principali a cui si giunge confermano la necessità  di un intervento normativo, al fine di limitare al minimo le conseguenze che un mispricing dei prodotti complessi puಠavere sui bilanci delle banche che ne possiedono in grande quantità .
2019
it
Dipartimento di Economia
Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia
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