Occuparsi di Triennio repubblicano (1796-1799) implica incappare nella cosiddetta «questione del giacobinismo italiano», che vide impegnati gli storici e le storiche in un prolifico dibattito durante il secondo dopoguerra. A partire dalla fine degli anni ’90 del Novecento, l’aggettivo che si è attestato come il più adatto a descrivere il Triennio è «Repubblicano», ed è in effetti il più appropriato dal momento che in Italia non solo le Repubbliche sorelle erano di fatto modellate sulla Francia direttoriale, pur con alcuni elementi originali che tenevano conto delle singole particolarità territoriali e culturali, ma anche che tra chi prese parte all’esperienza del Triennio molti non si sarebbero definiti giacobini, e tantomeno guardavano con simpatia ai primi anni della Repubblica francese. Eppure, come hanno dimostrato diversi studi recenti, i giacobini durante il Triennio erano presenti, per quanto fossero una minoranza. Una minoranza però dal peso notevole, poiché erano un gruppo molto impegnato nella formazione delle nuove Repubbliche italiane, con ruoli anche istituzionali e militari. Insomma, il termine «giacobino» non potrà essere applicato a cuor leggero all’intero Triennio, ma sicuramente risulta opportuno se con esso si designa un gruppo di repubblicani che formarono un movimento unitario, per quanto composito al suo interno, e che si rifaceva a determinate caratteristiche care al giacobinismo francese, innanzitutto una volontà di cercare l’appoggio popolare nelle proprie azioni politiche e decisioni di governo. Risulta dunque ancora attuale la ricostruzione delle idee dei giacobini durante il Triennio. Per quanto riguarda le fonti scelte per saggiare le tracce di giacobinismo all’interno degli scritti del Triennio, la scelta è ricaduta sui progetti costituzionali che furono inviati dai partecipanti del cosiddetto «celebre Concorso» indetto a Milano nel settembre del 1796, edite a cura di Armando saitta nel 1964. Questo gruppo di fonti ha alcune caratteristiche che lo rendono particolarmente adatto ad un’analisi testuale delle idee politiche: una certa organicità argomentativa; una proposta in gran parte uniforme nel proporre una Repubblica a sovranità popolare, e che quindi permette di concentrarsi sul modo in cui questa sovranità venisse intesa; infine per l’importanza sia politica che simbolica che i testi costituzionali avevano assunto nella seconda metà del XVIII secolo, dove un corpus fondativo di leggi segnava un netto passaggio da un Ancien Régime monarchico assolutista ad uno Stato di diritto. Ed ecco che entra in gioco il popolo, che nella tesi diventa la lente fondamentale attraverso la quale indagare le opinioni di coloro che presero parte alla vita politica del Triennio. Il popolo è notoriamente un termine sfuggente e polisemico, ma proprio la polisemia del lemma può essere un vantaggio: una volta stabilita che nella Repubblica democratica la sovranità apparteneva al popolo, gli autori del Concorso non potevano sottrarsi alla necessità di specificare in che termini il popolo fosse il sovrano. La struttura della tesi segue la trattazione di problemi di ordine politico e sociale: una prima parte si concentra su garanzia, estensione dei diritti politici del popolo, e sui termini attraverso i quali poter esercitare la propria sovranità; una seconda analizza invece garanzie ed estensione dei diritti sociali, prendendo in considerazione come viene affrontata la differenza di ricchezze, la natura della rivoluzione, con i suoi afflati universalistici e/o patriottici, la religione, il ruolo delle donne, le magistrature a difesa del popolo e infine i metodi pratici per favorire la partecipazione popolare alla vita politica della Repubblica. La tesi è riuscita così a individuare le posizioni degli autori, riuscendo a dimostrare che il popolo è una lente proficua attraverso la quale indagare le idee politiche di chi partecipò al Triennio
Salus populi suprema lex esto? Popolo e giacobinismo nei progetti costituzionali del «celebre Concorso» del 1796
VADORI, VIRGINIA
2026
Abstract
Occuparsi di Triennio repubblicano (1796-1799) implica incappare nella cosiddetta «questione del giacobinismo italiano», che vide impegnati gli storici e le storiche in un prolifico dibattito durante il secondo dopoguerra. A partire dalla fine degli anni ’90 del Novecento, l’aggettivo che si è attestato come il più adatto a descrivere il Triennio è «Repubblicano», ed è in effetti il più appropriato dal momento che in Italia non solo le Repubbliche sorelle erano di fatto modellate sulla Francia direttoriale, pur con alcuni elementi originali che tenevano conto delle singole particolarità territoriali e culturali, ma anche che tra chi prese parte all’esperienza del Triennio molti non si sarebbero definiti giacobini, e tantomeno guardavano con simpatia ai primi anni della Repubblica francese. Eppure, come hanno dimostrato diversi studi recenti, i giacobini durante il Triennio erano presenti, per quanto fossero una minoranza. Una minoranza però dal peso notevole, poiché erano un gruppo molto impegnato nella formazione delle nuove Repubbliche italiane, con ruoli anche istituzionali e militari. Insomma, il termine «giacobino» non potrà essere applicato a cuor leggero all’intero Triennio, ma sicuramente risulta opportuno se con esso si designa un gruppo di repubblicani che formarono un movimento unitario, per quanto composito al suo interno, e che si rifaceva a determinate caratteristiche care al giacobinismo francese, innanzitutto una volontà di cercare l’appoggio popolare nelle proprie azioni politiche e decisioni di governo. Risulta dunque ancora attuale la ricostruzione delle idee dei giacobini durante il Triennio. Per quanto riguarda le fonti scelte per saggiare le tracce di giacobinismo all’interno degli scritti del Triennio, la scelta è ricaduta sui progetti costituzionali che furono inviati dai partecipanti del cosiddetto «celebre Concorso» indetto a Milano nel settembre del 1796, edite a cura di Armando saitta nel 1964. Questo gruppo di fonti ha alcune caratteristiche che lo rendono particolarmente adatto ad un’analisi testuale delle idee politiche: una certa organicità argomentativa; una proposta in gran parte uniforme nel proporre una Repubblica a sovranità popolare, e che quindi permette di concentrarsi sul modo in cui questa sovranità venisse intesa; infine per l’importanza sia politica che simbolica che i testi costituzionali avevano assunto nella seconda metà del XVIII secolo, dove un corpus fondativo di leggi segnava un netto passaggio da un Ancien Régime monarchico assolutista ad uno Stato di diritto. Ed ecco che entra in gioco il popolo, che nella tesi diventa la lente fondamentale attraverso la quale indagare le opinioni di coloro che presero parte alla vita politica del Triennio. Il popolo è notoriamente un termine sfuggente e polisemico, ma proprio la polisemia del lemma può essere un vantaggio: una volta stabilita che nella Repubblica democratica la sovranità apparteneva al popolo, gli autori del Concorso non potevano sottrarsi alla necessità di specificare in che termini il popolo fosse il sovrano. La struttura della tesi segue la trattazione di problemi di ordine politico e sociale: una prima parte si concentra su garanzia, estensione dei diritti politici del popolo, e sui termini attraverso i quali poter esercitare la propria sovranità; una seconda analizza invece garanzie ed estensione dei diritti sociali, prendendo in considerazione come viene affrontata la differenza di ricchezze, la natura della rivoluzione, con i suoi afflati universalistici e/o patriottici, la religione, il ruolo delle donne, le magistrature a difesa del popolo e infine i metodi pratici per favorire la partecipazione popolare alla vita politica della Repubblica. La tesi è riuscita così a individuare le posizioni degli autori, riuscendo a dimostrare che il popolo è una lente proficua attraverso la quale indagare le idee politiche di chi partecipò al Triennio| File | Dimensione | Formato | |
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https://hdl.handle.net/20.500.14242/355006
URN:NBN:IT:UNITO-355006