Negli ultimi trent’anni, gli studi ecocritici hanno conosciuto un profondo mutamento di prospettiva, passando da un’enfasi sull’impegno tematico ed etico nei confronti dei contenuti ambientali a una più attenta riflessione sulla forma e sulla mediazione. Se il primo ecocriticismo non era del tutto indifferente alle questioni formali, tendeva tuttavia a privilegiare letture di tipo morale e tematico, definendosi in opposizione al pan-testualismo poststrutturalista e diffidando di approcci che sembravano astrarre la letteratura dal suo ancoraggio al mondo naturale. All’inizio del nuovo millennio, tuttavia, gli studiosi hanno iniziato a porre in primo piano il modo in cui le strutture narrative e i modelli estetici partecipano alla formazione di una visione ecologica, sottolineando l’interazione reciproca tra natura e testo. In linea con questa svolta formalista, la presente tesi indaga come la forma letteraria medii la rappresentazione del cambiamento climatico, mettendone in risalto le dimensioni epistemologiche e affettive. In accordo con la critica neoformalista, la forma viene considerata non come un contenitore estetico autonomo, bensì come una struttura relazionale che modella la percezione, organizza il significato e connette l’esperienza testuale alla realtà materiale. Lo studio affronta così una lacuna rilevante nel discorso ecocritico, analizzando come le forme epistolari nella narrativa climatica contemporanea traducano la complessità del cambiamento climatico in un’esperienza narrabile e incarnata. Sebbene gli approcci eco-narratologici ed eco-cognitivi abbiano esplorato in modo produttivo le questioni di forma e di risposta del lettore, essi hanno spesso trascurato la rilevanza narrativa (ed esperienziale) dell’epistolarità. La presente tesi intende colmare tale lacuna analizzando come le forme epistolari e parzialmente epistolari contribuiscano alla configurazione formalista del romanzo sul cambiamento climatico, mediando tra la percezione individuale e il cambiamento climatico come sistema vasto e complesso. Le domande centrali che guidano l’indagine sono: come i romanzi britannici contemporanei rappresentano formalmente e tematicamente il cambiamento climatico, rendendolo pensabile, percepibile e affettivamente risonante? E più nello specifico, in che modo le forme epistolari e parzialmente epistolari permettono un coinvolgimento esperienziale con la complessità climatica e l’instabilità epistemologica? Combinando l’eco-narratologia, la narratologia cognitiva di seconda generazione e la teoria epistolare, lo studio esamina come le forme narrative di alcuni romanzi britannici del XXI secolo—Cloud Atlas (2004) di David Mitchell, The Still Point (2010) di Amy Sackville, The Year Without Summer (2020) di Guinevere Glasfurd e The Future (2023) di Naomi Alderman—medino le dimensioni multiscalari, eterogenee e cognitivamente complesse del cambiamento climatico. I risultati dimostrano che l’epistolarità funziona sia come strategia narrativa sia come principio strutturale centrale nella configurazione del romanzo, operando insieme ad altri dispositivi per rispecchiare le epistemologie del cambiamento climatico. Attraverso la frammentazione, la polifonia multispatiale e multitemporale e la mediazione autoriflessiva, questi romanzi mettono in scena le tensioni tra esperienza locale e astrazione globale, affrontando dislocazione temporale, non linearità e sovrapposizione per favorire un coinvolgimento incarnato del lettore, nonostante l’astrazione concettuale del fenomeno climatico. In ultima analisi, la tesi sostiene che queste opere riattivano la funzione storica del romanzo come luogo di sperimentazione epistemologica e immaginazione morale, rivelando che la forma letteraria, lungi dal limitarsi a rappresentare la trasformazione ambientale, partecipa attivamente alla configurazione della cognizione culturale di un mondo attraversato dalla crisi climatica.
Epistolary embodiment(s) in 21st-Century british climate change novels
BATTILORO, ASIA
2026
Abstract
Negli ultimi trent’anni, gli studi ecocritici hanno conosciuto un profondo mutamento di prospettiva, passando da un’enfasi sull’impegno tematico ed etico nei confronti dei contenuti ambientali a una più attenta riflessione sulla forma e sulla mediazione. Se il primo ecocriticismo non era del tutto indifferente alle questioni formali, tendeva tuttavia a privilegiare letture di tipo morale e tematico, definendosi in opposizione al pan-testualismo poststrutturalista e diffidando di approcci che sembravano astrarre la letteratura dal suo ancoraggio al mondo naturale. All’inizio del nuovo millennio, tuttavia, gli studiosi hanno iniziato a porre in primo piano il modo in cui le strutture narrative e i modelli estetici partecipano alla formazione di una visione ecologica, sottolineando l’interazione reciproca tra natura e testo. In linea con questa svolta formalista, la presente tesi indaga come la forma letteraria medii la rappresentazione del cambiamento climatico, mettendone in risalto le dimensioni epistemologiche e affettive. In accordo con la critica neoformalista, la forma viene considerata non come un contenitore estetico autonomo, bensì come una struttura relazionale che modella la percezione, organizza il significato e connette l’esperienza testuale alla realtà materiale. Lo studio affronta così una lacuna rilevante nel discorso ecocritico, analizzando come le forme epistolari nella narrativa climatica contemporanea traducano la complessità del cambiamento climatico in un’esperienza narrabile e incarnata. Sebbene gli approcci eco-narratologici ed eco-cognitivi abbiano esplorato in modo produttivo le questioni di forma e di risposta del lettore, essi hanno spesso trascurato la rilevanza narrativa (ed esperienziale) dell’epistolarità. La presente tesi intende colmare tale lacuna analizzando come le forme epistolari e parzialmente epistolari contribuiscano alla configurazione formalista del romanzo sul cambiamento climatico, mediando tra la percezione individuale e il cambiamento climatico come sistema vasto e complesso. Le domande centrali che guidano l’indagine sono: come i romanzi britannici contemporanei rappresentano formalmente e tematicamente il cambiamento climatico, rendendolo pensabile, percepibile e affettivamente risonante? E più nello specifico, in che modo le forme epistolari e parzialmente epistolari permettono un coinvolgimento esperienziale con la complessità climatica e l’instabilità epistemologica? Combinando l’eco-narratologia, la narratologia cognitiva di seconda generazione e la teoria epistolare, lo studio esamina come le forme narrative di alcuni romanzi britannici del XXI secolo—Cloud Atlas (2004) di David Mitchell, The Still Point (2010) di Amy Sackville, The Year Without Summer (2020) di Guinevere Glasfurd e The Future (2023) di Naomi Alderman—medino le dimensioni multiscalari, eterogenee e cognitivamente complesse del cambiamento climatico. I risultati dimostrano che l’epistolarità funziona sia come strategia narrativa sia come principio strutturale centrale nella configurazione del romanzo, operando insieme ad altri dispositivi per rispecchiare le epistemologie del cambiamento climatico. Attraverso la frammentazione, la polifonia multispatiale e multitemporale e la mediazione autoriflessiva, questi romanzi mettono in scena le tensioni tra esperienza locale e astrazione globale, affrontando dislocazione temporale, non linearità e sovrapposizione per favorire un coinvolgimento incarnato del lettore, nonostante l’astrazione concettuale del fenomeno climatico. In ultima analisi, la tesi sostiene che queste opere riattivano la funzione storica del romanzo come luogo di sperimentazione epistemologica e immaginazione morale, rivelando che la forma letteraria, lungi dal limitarsi a rappresentare la trasformazione ambientale, partecipa attivamente alla configurazione della cognizione culturale di un mondo attraversato dalla crisi climatica.| File | Dimensione | Formato | |
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https://hdl.handle.net/20.500.14242/356806
URN:NBN:IT:UNIROMA1-356806