La presente tesi analizza in prospettiva comparata le storie della Biennale di Venezia e della Biennale de Paris tra gli anni Sessanta e Novanta, assumendo le esposizioni biennali come osservatorio privilegiato per indagare l’evoluzione delle pratiche artistiche fondate sull’uso di materiali naturali. Attraverso l’analisi dei dispositivi espositivi, delle scelte curatoriali e dei contesti istituzionali, la ricerca mette in luce come la nozione di “natura” venga declinata in modo differente nei due ambiti culturali, riflettendo distinte strategie di produzione, legittimazione e storicizzazione dell’arte contemporanea. Alla Biennale di Parigi, fin dagli anni Sessanta, la natura si configura prevalentemente come materia povera, organica e concettuale, impiegata in chiave simbolica e processuale per interrogare il rapporto tra vita, linguaggio e artificio. Le pratiche riconducibili all’Arte Povera vengono qui presentate come espressione coerente e collettiva, in cui gli artisti italiani sono proposti come portatori di un’identità nazionale riconoscibile nel dibattito internazionale. Alla Biennale di Venezia, al contrario, la natura emerge soprattutto come spazio ambientale e territoriale. In particolare, attraverso la Land Art e gli interventi site-specific, spesso restituiti in forma documentaria, l’opera si confronta con la scala fisica del paesaggio e con la sua trasposizione museale. A partire dalla metà degli anni Settanta, il progressivo spostamento dell’asse curatoriale dalle partecipazioni nazionali alle grandi mostre tematiche favorisce un approccio più istituzionale, in cui la natura viene integrata in riflessioni più ampie sull’ambiente, sul corpo, sulla tecnologia e sull’ecologia. La tesi evidenzia come il ruolo dei curatori sia stato determinante nel definire tali traiettorie: a Parigi, l’azione critica contribuisce a legittimare l’Arte Povera come movimento identitario e sperimentale; a Venezia, le scelte curatoriali tendono invece a inscrivere le pratiche legate alla natura in un processo di immediata storicizzazione. Le Biennali emergono così come laboratori di costruzione del contemporaneo, in cui le dinamiche istituzionali e critiche orientano in modo decisivo la ricezione storica delle pratiche artistiche fondate sui materiali naturali.
La presenza dell’elemento naturale nelle esposizioni biennali tra Venezia e Parigi, 1960 - 1990
MONDINI, MARIA VITTORIA
2026
Abstract
La presente tesi analizza in prospettiva comparata le storie della Biennale di Venezia e della Biennale de Paris tra gli anni Sessanta e Novanta, assumendo le esposizioni biennali come osservatorio privilegiato per indagare l’evoluzione delle pratiche artistiche fondate sull’uso di materiali naturali. Attraverso l’analisi dei dispositivi espositivi, delle scelte curatoriali e dei contesti istituzionali, la ricerca mette in luce come la nozione di “natura” venga declinata in modo differente nei due ambiti culturali, riflettendo distinte strategie di produzione, legittimazione e storicizzazione dell’arte contemporanea. Alla Biennale di Parigi, fin dagli anni Sessanta, la natura si configura prevalentemente come materia povera, organica e concettuale, impiegata in chiave simbolica e processuale per interrogare il rapporto tra vita, linguaggio e artificio. Le pratiche riconducibili all’Arte Povera vengono qui presentate come espressione coerente e collettiva, in cui gli artisti italiani sono proposti come portatori di un’identità nazionale riconoscibile nel dibattito internazionale. Alla Biennale di Venezia, al contrario, la natura emerge soprattutto come spazio ambientale e territoriale. In particolare, attraverso la Land Art e gli interventi site-specific, spesso restituiti in forma documentaria, l’opera si confronta con la scala fisica del paesaggio e con la sua trasposizione museale. A partire dalla metà degli anni Settanta, il progressivo spostamento dell’asse curatoriale dalle partecipazioni nazionali alle grandi mostre tematiche favorisce un approccio più istituzionale, in cui la natura viene integrata in riflessioni più ampie sull’ambiente, sul corpo, sulla tecnologia e sull’ecologia. La tesi evidenzia come il ruolo dei curatori sia stato determinante nel definire tali traiettorie: a Parigi, l’azione critica contribuisce a legittimare l’Arte Povera come movimento identitario e sperimentale; a Venezia, le scelte curatoriali tendono invece a inscrivere le pratiche legate alla natura in un processo di immediata storicizzazione. Le Biennali emergono così come laboratori di costruzione del contemporaneo, in cui le dinamiche istituzionali e critiche orientano in modo decisivo la ricezione storica delle pratiche artistiche fondate sui materiali naturali.| File | Dimensione | Formato | |
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https://hdl.handle.net/20.500.14242/358112
URN:NBN:IT:UNIROMA1-358112