La tesi cerca di evidenziare cosa siano i stati di emergenza e in che modo sono diventati una vera "prassi" delle democrazie liberali odierne, in particolare in Francia e in Italia. Si comincia, nel primo capitolo, con il tentativo di distinguere a livello concettuale lo stato di emergenza dallo stato d’eccezione. A partire dall'analisi filologica e storico-concettuale dello stato di eccezione in Carl Schmitt, si cerca di mostrarne l'impostazione risolutamente antiliberale. Il concetto di Schmitt veste allora un ruolo strategico, visibile nella sempre più larga e prescrittiva interpretazione dell'articolo 48 della Costituzione di Weimar. I nuovi edifici costituzionali post-1945, in particolare quello italiano ma anche quello francese, hanno intenzionalmente cercato di evincere ogni potenziale stato di eccezione, nuovamente inteso come rischio d'istaurazione di regimi di concentrazione dei poteri. A confermare questa distinzione storico-concettuale è il secondo capitolo, che ritorna alla nascita degli stati di emergenza, traendo insegnamenti dal paragone tra la legge sull’état d’urgence in Algeria francese (1955) e i diversi decreti-leggi italiani sulla base dell’articolo 77 della Costituzione contro la lotta armata (1978-1979). Entrambi sono mezzi scelti apposto per evitare lo stato di assedio (riconducibile allo stato di eccezione), il trasferimento dell’autorità dal civile al militare e il riconoscimento politico degli indipendentisti algerini o dell’estrema sinistra. La profonda trasformazione del diritto implicato dalla legislazione d’emergenza italiana, e tuttora in vigore, permette poi di meglio capire la dinamica di normalizzazione o di perennizzazione dello stato di emergenza francese con la legge SILT (2017). Infine, proviamo nel terzo ed ultimo capitolo a raccogliere i principali problemi giuridici che pongono le legislazioni d’emergenza contemporanee. La loro banalizzazione e la loro normalizzazione testimonia della loro assenza di fine – sia nel senso temporale sia nel senso teleologico –, e dunque di efficienza, e rivela invece il carattere strumentale del ricorso agli stati di emergenza. Poi si evidenzia l’indebolimento del principio di separazione dei poteri contenuta in questa prassi politica dello stato di emergenza, mostrando quanto essa rivela e insieme accentua la tendenza del potere esecutivo ad arrogarsi il potere legislativo. Le democrazie liberali, per poter rispondere in modo efficiente e senza indebolire lo Stato di diritto alle minacce, devono abandonare questa prassi e avviare un costituzionalismo globale: il diritto pubblico deve diventare mondiale perché solo un diritto pubblico fondato in ragione sull’universalità dei diritti umani sarà in grado di sconfiggere pericoli per natura non-provisori e non-nazionali (terrorismo, pandemie, riscaldamento terrestre).

ÉTATS D’URGENCE ET THÉORIE DU DROIT : concept, histoire et problèmes juridiques d’une pratique contemporaine des démocraties libérales

BRUMELOT, TOM FRÉDO PABLO
2025

Abstract

La tesi cerca di evidenziare cosa siano i stati di emergenza e in che modo sono diventati una vera "prassi" delle democrazie liberali odierne, in particolare in Francia e in Italia. Si comincia, nel primo capitolo, con il tentativo di distinguere a livello concettuale lo stato di emergenza dallo stato d’eccezione. A partire dall'analisi filologica e storico-concettuale dello stato di eccezione in Carl Schmitt, si cerca di mostrarne l'impostazione risolutamente antiliberale. Il concetto di Schmitt veste allora un ruolo strategico, visibile nella sempre più larga e prescrittiva interpretazione dell'articolo 48 della Costituzione di Weimar. I nuovi edifici costituzionali post-1945, in particolare quello italiano ma anche quello francese, hanno intenzionalmente cercato di evincere ogni potenziale stato di eccezione, nuovamente inteso come rischio d'istaurazione di regimi di concentrazione dei poteri. A confermare questa distinzione storico-concettuale è il secondo capitolo, che ritorna alla nascita degli stati di emergenza, traendo insegnamenti dal paragone tra la legge sull’état d’urgence in Algeria francese (1955) e i diversi decreti-leggi italiani sulla base dell’articolo 77 della Costituzione contro la lotta armata (1978-1979). Entrambi sono mezzi scelti apposto per evitare lo stato di assedio (riconducibile allo stato di eccezione), il trasferimento dell’autorità dal civile al militare e il riconoscimento politico degli indipendentisti algerini o dell’estrema sinistra. La profonda trasformazione del diritto implicato dalla legislazione d’emergenza italiana, e tuttora in vigore, permette poi di meglio capire la dinamica di normalizzazione o di perennizzazione dello stato di emergenza francese con la legge SILT (2017). Infine, proviamo nel terzo ed ultimo capitolo a raccogliere i principali problemi giuridici che pongono le legislazioni d’emergenza contemporanee. La loro banalizzazione e la loro normalizzazione testimonia della loro assenza di fine – sia nel senso temporale sia nel senso teleologico –, e dunque di efficienza, e rivela invece il carattere strumentale del ricorso agli stati di emergenza. Poi si evidenzia l’indebolimento del principio di separazione dei poteri contenuta in questa prassi politica dello stato di emergenza, mostrando quanto essa rivela e insieme accentua la tendenza del potere esecutivo ad arrogarsi il potere legislativo. Le democrazie liberali, per poter rispondere in modo efficiente e senza indebolire lo Stato di diritto alle minacce, devono abandonare questa prassi e avviare un costituzionalismo globale: il diritto pubblico deve diventare mondiale perché solo un diritto pubblico fondato in ragione sull’universalità dei diritti umani sarà in grado di sconfiggere pericoli per natura non-provisori e non-nazionali (terrorismo, pandemie, riscaldamento terrestre).
31-ott-2025
Francese
VIALA, ALEXANDRE
SCALONE, ANTONINO
Università degli studi di Padova
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/20.500.14242/359790
Il codice NBN di questa tesi è URN:NBN:IT:UNIPD-359790