This research examines how gendered referent objects in conflict contexts can express and negotiate their own security, focusing on the role of civil society organizations as mediators, advocates, and amplifiers of survivors’ voices in the pursuit of justice, recognition, and reparation. The case studies analyzed are the 1992-1995 conflict in Bosnia and Herzegovina and the ongoing war of aggression conducted by the Russian Federation in Ukraine since 2014. The study is structured in five chapters. Chapter I provides the theoretical foundation, tracing the evolution of the concept of gender in International Security Studies after the Cold War and examining how feminist and critical approaches have challenged state-centric paradigms. By identifying key variables, namely gender as a category or focus of the analysis, feminist orientation, and gendering of the referent object, the chapter develops an analytical framework to investigate the gender–security nexus. Chapter II offers a socio-political and philosophical analysis of rape, exploring its symbolic, structural, and cultural aspects. It positions rape as both a product and a tool of gendered domination, aiming to challenge the Foucaultian question of whether punching someone in the face is truly comparable to putting one’s penis into their sex. Chapter III explores the connections among gender, power, and violence during armed conflict, showing how warfare transforms sexual violence from a personal crime into a systematic mass weapon and a deliberate political tool used to terrorize, dominate, and destroy communities. The analysis situates two critical case studies within their historical and political contexts, namely the 1992-1995 conflict in Bosnia and Herzegovina, which established landmark legal precedents for prosecuting wartime rape as a crime against humanity and war crime, and the ongoing Russian aggression against Ukraine, which demonstrates the continued use of sexual violence as a strategy of domination and destabilization in contemporary warfare. The empirical core of the thesis lies in Chapters IV and V, which present findings from one year of fieldwork and in-depth interviews. Chapter IV focuses on Bosnia and Herzegovina, analyzing how CSOs help redefine victimhood, survival, and agency in post-conflict reconstruction. It emphasizes the intersection of gender and ethnicity in shaping both CRSV experiences and recognition patterns, while also examining the lights and shadows of cooperation between CSOs and national institutions at both political and legal levels. Chapter V applies a comparative lens to Ukraine, discussing the ongoing war’s implications for CRSV survivors and the evolving collaboration between grassroots initiatives and state institutions, highlighting their strengths and limitations. By juxtaposing Bosnia’s post-conflict experience with Ukraine’s current challenges, the thesis identifies opportunities for cross-context learning in legal, political, and social responses to CRSV. Ultimately, this research argues that gendered referent objects, and particularly women, are not merely passive recipients of security but active negotiators within security processes. Through their engagement with civil society, they exercise agency that reshapes dominant narratives of victimhood and security. By integrating feminist and constructivist insights with grounded empirical research, this work contributes to rethinking the gender–security nexus and to advancing a more inclusive understanding of post-conflict justice and peacebuilding. Gendered referent objects in Bosnia and Herzegovina and Ukraine frame security not through militarized or state-centric frameworks but as a lived experience rooted in dignity, justice, and social belonging. Survivors describe security as including economic stability, mental health, bodily autonomy, and public acknowledgment of harm, thereby challenging securitization theories that overlook their voices. While Bosnian women’s perspectives are shaped by persistent post-conflict divides and struggles for recognition, Ukrainian survivors, including women, men, and LGBTQIA+ individuals, face ongoing war and changing legal structures that increase visibility and rights. Across both settings, survivors demonstrate meaningful, though uneven, agency through advocacy, legal efforts, and collective action, even as stigma, institutional barriers, and political pressures limit their influence. CRSV functions as a strategic political tool that reinforces gendered and national hierarchies, but it also sparks new forms of solidarity and resistance. Overall, the findings show that agency is contextual, collective, and limited, yet essential in redefining how security is understood and negotiated in conflict and post-conflict situations.

Questa ricerca analizza in che modo i soggetti genderizzati della sicurezza (gendered referent objects) nei contesti di conflitto armato riescono a esprimere e articolare le proprie richieste securitarie. In particolare, lo studio si concentra sul ruolo delle organizzazioni della società civile quali mediatrici, sostenitrici e amplificatrici delle voci dellə sopravvissutə nelle loro rivendicazioni di giustizia, riconoscimento pubblico e riparazioni, sia simboliche sia materiali. I casi di studio considerati sono il conflitto del 1992-1995 in Bosnia ed Erzegovina e la guerra di aggressione condotta dalla Federazione Russa in Ucraina dal 2014. Il lavoro si articola in cinque capitoli. Il Capitolo I costruisce il quadro teorico di riferimento, ripercorrendo l’evoluzione del concetto di genere nella cornice degli Studi sulla Sicurezza Internazionale, che si sono consolidati dopo la fine della Guerra Fredda, ed esaminando come gli approcci femministi e critici alla sicurezza ne abbiano sfidato i paradigmi stato-centrici. Il capitolo individua inoltre tre variabili chiave, ovvero il genere inteso come categoria o focus dell’analisi, l’intento esplicitamente femminista dell’approccio e la capacità dell’approccio stesso di genderizzare i soggetti della sicurezza, con l’obiettivo di sviluppare un framework analitico per indagare il nesso fra genere e sicurezza. Il Capitolo II propone un’analisi socio-politica e filosofica dello stupro, approfondendone le dimensioni simboliche, strutturali e culturali. Questo crimine viene così delineato sia come prodotto sia come principale strumento della dominazione di genere, mettendo in discussione la nota domanda foucaultiana secondo cui colpire qualcuno in faccia con un pugno sarebbe davvero paragonabile a introdurre il proprio pene nel corpo di un’altra persona. Il Capitolo III analizza le connessioni tra genere, potere e violenza nei contesti di conflitto armato, mostrando come la guerra trasformi la violenza sessuale da crimine individuale in un’arma sistematica di massa, nonché uno strumento politico volto a terrorizzare, dominare e distruggere intere comunità. L’analisi inserisce due casi di studio nei loro rispettivi contesti storici e politici: il conflitto del 1992-1995 in Bosnia ed Erzegovina, che ha prodotto precedenti giuridici decisivi per il riconoscimento dello stupro di guerra come crimine contro l’umanità e crimine di guerra; e l’attuale aggressione russa contro l’Ucraina, che evidenzia la persistente funzione dello stupro come strumento di dominazione e destabilizzazione nei conflitti contemporanei. A livello empirico, il cuore di questo lavoro si trova negli ultimi due capitoli, che presentano i risultati di un anno di ricerca sul campo e di interviste qualitative in profondità. Il Capitolo IV è dedicato alla Bosnia ed Erzegovina ed esamina il ruolo delle organizzazioni della società civile nel ridefinire le nozioni di vittima, di survivor e di agency nella ricostruzione post-conflitto. Sottolinea anche l’intersezione fra genere e appartenenza etnica nel plasmare tanto le esperienze di violenza sessuale legata ai conflitti quanto i processi per riconoscerla, esaminando al contempo le luci e le ombre della cooperazione tra la società civile e le istituzioni nazionali, tanto sul piano politico quanto su quello giuridico. Infine, il Capitolo V adotta una prospettiva comparativa sull’Ucraina, analizzando le implicazioni della guerra in corso per lə sopravvissutə agli stupri di guerra e l'evoluzione della collaborazione tra iniziative dal basso e istituzioni statali, con i suoi punti di forza e le sue limitazioni. Confrontando l'esperienza post-conflitto della Bosnia con le sfide attuali dell’Ucraina, la tesi individua opportunità di apprendimento reciproco nelle risposte legali, politiche e sociali alla violenza sessuale che si verifica nei teatri di guerra. In definitiva, questa ricerca dimostra che i soggetti genderizzati, e in particolare le donne, non sono semplici destinatariə passivə di sicurezza, ma negoziatorə attivə in tali processi. Attraverso il loro coinvolgimento con la società civile, esercitano un’agency che ridefinisce le narrative dominanti di vittimizzazione e sicurezza. Integrando prospettive femministe e costruttiviste con una ricerca empirica sul campo, il lavoro contribuisce a ripensare il nesso tra genere e sicurezza e a sviluppare una comprensione più inclusiva della giustizia post-conflitto e del peacebuilding. Sia in Bosnia che in Ucraina, i soggetti genderizzati concepiscono la sicurezza non attraverso schemi militarizzati o centrati sullo Stato, bensì come un’esperienza vissuta, radicata nella dignità, nella giustizia e nell’appartenenza sociale. Lə sopravvissutə descrivono la sicurezza come comprensiva di stabilità economica, benessere psicologico, autonomia corporea e riconoscimento pubblico del danno subito, sfidando così le teorie securitarie dominanti che trascurano le loro voci. Mentre le prospettive delle donne bosniache sono plasmate da persistenti divisioni post-conflitto e dalla lotta per il riconoscimento, lə sopravvissutə ucrainə, incluse donne, uomini e persone LGBTQIA+, affrontano una guerra in corso e strutture legali in evoluzione che ampliano visibilità e diritti. In entrambi i contesti, lə sopravvissutə mostrano di avere uno spazio di manovra significativo, sebbene disomogeneo, attraverso advocacy, iniziative legali e azioni collettive, nonostante stigma, barriere istituzionali e pressioni politiche ne limitino l’influenza. La violenza sessuale e di genere in contesti di conflitto funziona come strumento politico strategico, rafforzando gerarchie di genere e nazionali, ma al contempo stimola nuove forme di solidarietà e resistenza. Complessivamente, i risultati evidenziano come quest’agency sia contestuale, collettiva e limitata, ma essenziale per ridefinire il modo in cui la sicurezza viene intesa e negoziata in situazioni di conflitto e post-conflitto.

Who Am I in War? How Civil Society Reclaims Voice and Security for Conflict-Related Sexual Violence Survivors in Bosnia and Herzegovina and Ukraine

BOTTI, LUCIA
2026

Abstract

This research examines how gendered referent objects in conflict contexts can express and negotiate their own security, focusing on the role of civil society organizations as mediators, advocates, and amplifiers of survivors’ voices in the pursuit of justice, recognition, and reparation. The case studies analyzed are the 1992-1995 conflict in Bosnia and Herzegovina and the ongoing war of aggression conducted by the Russian Federation in Ukraine since 2014. The study is structured in five chapters. Chapter I provides the theoretical foundation, tracing the evolution of the concept of gender in International Security Studies after the Cold War and examining how feminist and critical approaches have challenged state-centric paradigms. By identifying key variables, namely gender as a category or focus of the analysis, feminist orientation, and gendering of the referent object, the chapter develops an analytical framework to investigate the gender–security nexus. Chapter II offers a socio-political and philosophical analysis of rape, exploring its symbolic, structural, and cultural aspects. It positions rape as both a product and a tool of gendered domination, aiming to challenge the Foucaultian question of whether punching someone in the face is truly comparable to putting one’s penis into their sex. Chapter III explores the connections among gender, power, and violence during armed conflict, showing how warfare transforms sexual violence from a personal crime into a systematic mass weapon and a deliberate political tool used to terrorize, dominate, and destroy communities. The analysis situates two critical case studies within their historical and political contexts, namely the 1992-1995 conflict in Bosnia and Herzegovina, which established landmark legal precedents for prosecuting wartime rape as a crime against humanity and war crime, and the ongoing Russian aggression against Ukraine, which demonstrates the continued use of sexual violence as a strategy of domination and destabilization in contemporary warfare. The empirical core of the thesis lies in Chapters IV and V, which present findings from one year of fieldwork and in-depth interviews. Chapter IV focuses on Bosnia and Herzegovina, analyzing how CSOs help redefine victimhood, survival, and agency in post-conflict reconstruction. It emphasizes the intersection of gender and ethnicity in shaping both CRSV experiences and recognition patterns, while also examining the lights and shadows of cooperation between CSOs and national institutions at both political and legal levels. Chapter V applies a comparative lens to Ukraine, discussing the ongoing war’s implications for CRSV survivors and the evolving collaboration between grassroots initiatives and state institutions, highlighting their strengths and limitations. By juxtaposing Bosnia’s post-conflict experience with Ukraine’s current challenges, the thesis identifies opportunities for cross-context learning in legal, political, and social responses to CRSV. Ultimately, this research argues that gendered referent objects, and particularly women, are not merely passive recipients of security but active negotiators within security processes. Through their engagement with civil society, they exercise agency that reshapes dominant narratives of victimhood and security. By integrating feminist and constructivist insights with grounded empirical research, this work contributes to rethinking the gender–security nexus and to advancing a more inclusive understanding of post-conflict justice and peacebuilding. Gendered referent objects in Bosnia and Herzegovina and Ukraine frame security not through militarized or state-centric frameworks but as a lived experience rooted in dignity, justice, and social belonging. Survivors describe security as including economic stability, mental health, bodily autonomy, and public acknowledgment of harm, thereby challenging securitization theories that overlook their voices. While Bosnian women’s perspectives are shaped by persistent post-conflict divides and struggles for recognition, Ukrainian survivors, including women, men, and LGBTQIA+ individuals, face ongoing war and changing legal structures that increase visibility and rights. Across both settings, survivors demonstrate meaningful, though uneven, agency through advocacy, legal efforts, and collective action, even as stigma, institutional barriers, and political pressures limit their influence. CRSV functions as a strategic political tool that reinforces gendered and national hierarchies, but it also sparks new forms of solidarity and resistance. Overall, the findings show that agency is contextual, collective, and limited, yet essential in redefining how security is understood and negotiated in conflict and post-conflict situations.
6-mar-2026
Inglese
Inglese
Questa ricerca analizza in che modo i soggetti genderizzati della sicurezza (gendered referent objects) nei contesti di conflitto armato riescono a esprimere e articolare le proprie richieste securitarie. In particolare, lo studio si concentra sul ruolo delle organizzazioni della società civile quali mediatrici, sostenitrici e amplificatrici delle voci dellə sopravvissutə nelle loro rivendicazioni di giustizia, riconoscimento pubblico e riparazioni, sia simboliche sia materiali. I casi di studio considerati sono il conflitto del 1992-1995 in Bosnia ed Erzegovina e la guerra di aggressione condotta dalla Federazione Russa in Ucraina dal 2014. Il lavoro si articola in cinque capitoli. Il Capitolo I costruisce il quadro teorico di riferimento, ripercorrendo l’evoluzione del concetto di genere nella cornice degli Studi sulla Sicurezza Internazionale, che si sono consolidati dopo la fine della Guerra Fredda, ed esaminando come gli approcci femministi e critici alla sicurezza ne abbiano sfidato i paradigmi stato-centrici. Il capitolo individua inoltre tre variabili chiave, ovvero il genere inteso come categoria o focus dell’analisi, l’intento esplicitamente femminista dell’approccio e la capacità dell’approccio stesso di genderizzare i soggetti della sicurezza, con l’obiettivo di sviluppare un framework analitico per indagare il nesso fra genere e sicurezza. Il Capitolo II propone un’analisi socio-politica e filosofica dello stupro, approfondendone le dimensioni simboliche, strutturali e culturali. Questo crimine viene così delineato sia come prodotto sia come principale strumento della dominazione di genere, mettendo in discussione la nota domanda foucaultiana secondo cui colpire qualcuno in faccia con un pugno sarebbe davvero paragonabile a introdurre il proprio pene nel corpo di un’altra persona. Il Capitolo III analizza le connessioni tra genere, potere e violenza nei contesti di conflitto armato, mostrando come la guerra trasformi la violenza sessuale da crimine individuale in un’arma sistematica di massa, nonché uno strumento politico volto a terrorizzare, dominare e distruggere intere comunità. L’analisi inserisce due casi di studio nei loro rispettivi contesti storici e politici: il conflitto del 1992-1995 in Bosnia ed Erzegovina, che ha prodotto precedenti giuridici decisivi per il riconoscimento dello stupro di guerra come crimine contro l’umanità e crimine di guerra; e l’attuale aggressione russa contro l’Ucraina, che evidenzia la persistente funzione dello stupro come strumento di dominazione e destabilizzazione nei conflitti contemporanei. A livello empirico, il cuore di questo lavoro si trova negli ultimi due capitoli, che presentano i risultati di un anno di ricerca sul campo e di interviste qualitative in profondità. Il Capitolo IV è dedicato alla Bosnia ed Erzegovina ed esamina il ruolo delle organizzazioni della società civile nel ridefinire le nozioni di vittima, di survivor e di agency nella ricostruzione post-conflitto. Sottolinea anche l’intersezione fra genere e appartenenza etnica nel plasmare tanto le esperienze di violenza sessuale legata ai conflitti quanto i processi per riconoscerla, esaminando al contempo le luci e le ombre della cooperazione tra la società civile e le istituzioni nazionali, tanto sul piano politico quanto su quello giuridico. Infine, il Capitolo V adotta una prospettiva comparativa sull’Ucraina, analizzando le implicazioni della guerra in corso per lə sopravvissutə agli stupri di guerra e l'evoluzione della collaborazione tra iniziative dal basso e istituzioni statali, con i suoi punti di forza e le sue limitazioni. Confrontando l'esperienza post-conflitto della Bosnia con le sfide attuali dell’Ucraina, la tesi individua opportunità di apprendimento reciproco nelle risposte legali, politiche e sociali alla violenza sessuale che si verifica nei teatri di guerra. In definitiva, questa ricerca dimostra che i soggetti genderizzati, e in particolare le donne, non sono semplici destinatariə passivə di sicurezza, ma negoziatorə attivə in tali processi. Attraverso il loro coinvolgimento con la società civile, esercitano un’agency che ridefinisce le narrative dominanti di vittimizzazione e sicurezza. Integrando prospettive femministe e costruttiviste con una ricerca empirica sul campo, il lavoro contribuisce a ripensare il nesso tra genere e sicurezza e a sviluppare una comprensione più inclusiva della giustizia post-conflitto e del peacebuilding. Sia in Bosnia che in Ucraina, i soggetti genderizzati concepiscono la sicurezza non attraverso schemi militarizzati o centrati sullo Stato, bensì come un’esperienza vissuta, radicata nella dignità, nella giustizia e nell’appartenenza sociale. Lə sopravvissutə descrivono la sicurezza come comprensiva di stabilità economica, benessere psicologico, autonomia corporea e riconoscimento pubblico del danno subito, sfidando così le teorie securitarie dominanti che trascurano le loro voci. Mentre le prospettive delle donne bosniache sono plasmate da persistenti divisioni post-conflitto e dalla lotta per il riconoscimento, lə sopravvissutə ucrainə, incluse donne, uomini e persone LGBTQIA+, affrontano una guerra in corso e strutture legali in evoluzione che ampliano visibilità e diritti. In entrambi i contesti, lə sopravvissutə mostrano di avere uno spazio di manovra significativo, sebbene disomogeneo, attraverso advocacy, iniziative legali e azioni collettive, nonostante stigma, barriere istituzionali e pressioni politiche ne limitino l’influenza. La violenza sessuale e di genere in contesti di conflitto funziona come strumento politico strategico, rafforzando gerarchie di genere e nazionali, ma al contempo stimola nuove forme di solidarietà e resistenza. Complessivamente, i risultati evidenziano come quest’agency sia contestuale, collettiva e limitata, ma essenziale per ridefinire il modo in cui la sicurezza viene intesa e negoziata in situazioni di conflitto e post-conflitto.
PRONTERA, ANDREA
MATTUCCI, NATASCIA
TRAPÈ, ANNA ILARIA
Università degli Studi di Macerata
251
File in questo prodotto:
File Dimensione Formato  
BOTTI_Tesi.pdf

embargo fino al 06/03/2027

Licenza: Creative Commons
Dimensione 1.69 MB
Formato Adobe PDF
1.69 MB Adobe PDF

I documenti in UNITESI sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.

Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/20.500.14242/360968
Il codice NBN di questa tesi è URN:NBN:IT:UNIMC-360968