Nel 2020 la pandemia da COVID-19 ha innescato una crisi sanitaria ed economica senza precedenti, rivelando le vulnerabilità dei sistemi sanitari a livello internazionale incapaci di fronteggiare un’emergenza di natura sistemica e prolungata. L’evento pandemico ha riportato la salute al centro del dibattito e delle decisioni pubbliche – riaffermandone la natura di diritto collettivo e di bene comune – ed ha evidenziato come l’efficacia e l’efficienza dei servizi sanitari siano strettamente correlate all’adeguatezza dell’assetto organizzativo, alla qualità delle infrastrutture e alla capacità di garantire una distribuzione equa e capillare delle prestazioni sanitarie sul territorio. Nel caso italiano, la crisi pandemica ha reso evidenti le criticità di un Servizio Sanitario Nazionale (SSN) segnato da decenni di politiche di contenimento della spesa pubblica. Sebbene finalizzate a perseguire la sostenibilità finanziaria del SSN, tali politiche hanno determinato una progressiva marginalizzazione dell’assistenza sanitaria territoriale, favorendo l’affermazione di un modello ospedalo-centrico nel quale l’erogazione delle cure è prevalentemente demandata ai presidi ospedalieri. Questo assetto si è rivelato strutturalmente inadeguato nel fronteggiare un’emergenza sanitaria di vasta scala: il sovraccarico delle strutture ospedaliere aggravato dalla carenza di posti letto, di personale sanitario e di tecnologie adeguate ha compromesso la tempestività e l’efficacia delle risposte cliniche, generando ritardi significativi anche nelle attività di prevenzione, diagnosi e trattamento di patologie non COVID. In questo contesto, la pandemia ha operato da catalizzatore di un necessario processo di trasformazione del SSN, evidenziando l’urgenza di rafforzarne la resilienza non solo rispetto alle emergenze acute, ma anche rispetto ai cambiamenti strutturali di natura demografica ed epidemiologica in atto. Si è affermata così la necessità di una riforma profonda dell’organizzazione del SSN orientata al potenziamento della sanità di prossimità, al riequilibrio territoriale dell’offerta e alla costruzione di un sistema più equo, integrato e centrato sui bisogni delle comunità. Le criticità descritte e l’esigenza di riforme strutturali sono questioni riconosciute anche a livello comunitario e l’Unione Europea, in uno scenario così delineato, ha adottato un insieme articolato di strumenti normativi e finanziari – tra cui il Next Generation UE – finalizzati a rafforzare la resilienza dei sistemi sanitari e a promuovere una maggiore coesione territoriale. In uno scenario così delineato, l’Italia ha declinato le politiche europee attraverso il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), articolato in sei Missioni, tra le quali la Missione 6 – Salute rappresenta il principale veicolo di attuazione della riforma sanitaria. La Missione 6 prevede un insieme coordinato di interventi volti a rafforzare il SSN, sia sul versante ospedaliero sia su quello territoriale. Tra le principali linee d’azione figura la costruzione delle reti di prossimità, ovvero il potenziamento dell’assistenza sanitaria primaria ed intermedia sul territorio nazionale. In tale ambito il D.M. 77/2022 definisce la cornice normativa e organizzativa della riforma dell’assistenza sanitaria territoriale e stabilisce modelli, standard e funzioni dei nuovi presidi sanitari tra cui le Case di Comunità (CdC). Il PNRR prevede la realizzazione di 1038 CdC: presidi sanitari di prossimità progettati per l’erogazione di assistenza sanitaria e sociosanitaria continuativa, in particolare a favore delle fasce di popolazione vulnerabile. Le CdC rappresentano un nodo fondamentale della riforma sanitaria in atto e sono concepite per alleviare la pressione che grava sui presidi ospedalieri poiché ridurranno le ospedalizzazioni evitabili e, al contempo, rafforzeranno la continuità assistenziale tra i diversi livelli di cura. La realizzazione della rete delle CdC non si configura unicamente come una questione clinico-organizzativa, ma coinvolge anche dimensioni infrastrutturali, logistiche e territoriali. La normativa vigente prevede che tali strutture siano realizzate ex novo oppure insediate nell’ambito di edifici esistenti, attivando eventualmente processi di rifunzionalizzazione del patrimonio immobiliare costruito in disuso. In un’ottica di economica circolare, quest’ultima opzione assume una rilevanza strategica poiché consente di contenere il consumo di suolo, attivare processi di rigenerazione urbana e ridurre i costi e i tempi di attuazione degli interventi. La pianificazione degli interventi, tuttavia, implica scelte complesse che coinvolgono una pluralità di attori istituzionali, tecnici e politici.

Un approccio integrato per la valorizzazione del patrimonio immobiliare dismesso: proposta di un indice sintetico a supporto della riconversione degli edifici per usi sanitari

ROMA, ANTONELLA
2026

Abstract

Nel 2020 la pandemia da COVID-19 ha innescato una crisi sanitaria ed economica senza precedenti, rivelando le vulnerabilità dei sistemi sanitari a livello internazionale incapaci di fronteggiare un’emergenza di natura sistemica e prolungata. L’evento pandemico ha riportato la salute al centro del dibattito e delle decisioni pubbliche – riaffermandone la natura di diritto collettivo e di bene comune – ed ha evidenziato come l’efficacia e l’efficienza dei servizi sanitari siano strettamente correlate all’adeguatezza dell’assetto organizzativo, alla qualità delle infrastrutture e alla capacità di garantire una distribuzione equa e capillare delle prestazioni sanitarie sul territorio. Nel caso italiano, la crisi pandemica ha reso evidenti le criticità di un Servizio Sanitario Nazionale (SSN) segnato da decenni di politiche di contenimento della spesa pubblica. Sebbene finalizzate a perseguire la sostenibilità finanziaria del SSN, tali politiche hanno determinato una progressiva marginalizzazione dell’assistenza sanitaria territoriale, favorendo l’affermazione di un modello ospedalo-centrico nel quale l’erogazione delle cure è prevalentemente demandata ai presidi ospedalieri. Questo assetto si è rivelato strutturalmente inadeguato nel fronteggiare un’emergenza sanitaria di vasta scala: il sovraccarico delle strutture ospedaliere aggravato dalla carenza di posti letto, di personale sanitario e di tecnologie adeguate ha compromesso la tempestività e l’efficacia delle risposte cliniche, generando ritardi significativi anche nelle attività di prevenzione, diagnosi e trattamento di patologie non COVID. In questo contesto, la pandemia ha operato da catalizzatore di un necessario processo di trasformazione del SSN, evidenziando l’urgenza di rafforzarne la resilienza non solo rispetto alle emergenze acute, ma anche rispetto ai cambiamenti strutturali di natura demografica ed epidemiologica in atto. Si è affermata così la necessità di una riforma profonda dell’organizzazione del SSN orientata al potenziamento della sanità di prossimità, al riequilibrio territoriale dell’offerta e alla costruzione di un sistema più equo, integrato e centrato sui bisogni delle comunità. Le criticità descritte e l’esigenza di riforme strutturali sono questioni riconosciute anche a livello comunitario e l’Unione Europea, in uno scenario così delineato, ha adottato un insieme articolato di strumenti normativi e finanziari – tra cui il Next Generation UE – finalizzati a rafforzare la resilienza dei sistemi sanitari e a promuovere una maggiore coesione territoriale. In uno scenario così delineato, l’Italia ha declinato le politiche europee attraverso il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), articolato in sei Missioni, tra le quali la Missione 6 – Salute rappresenta il principale veicolo di attuazione della riforma sanitaria. La Missione 6 prevede un insieme coordinato di interventi volti a rafforzare il SSN, sia sul versante ospedaliero sia su quello territoriale. Tra le principali linee d’azione figura la costruzione delle reti di prossimità, ovvero il potenziamento dell’assistenza sanitaria primaria ed intermedia sul territorio nazionale. In tale ambito il D.M. 77/2022 definisce la cornice normativa e organizzativa della riforma dell’assistenza sanitaria territoriale e stabilisce modelli, standard e funzioni dei nuovi presidi sanitari tra cui le Case di Comunità (CdC). Il PNRR prevede la realizzazione di 1038 CdC: presidi sanitari di prossimità progettati per l’erogazione di assistenza sanitaria e sociosanitaria continuativa, in particolare a favore delle fasce di popolazione vulnerabile. Le CdC rappresentano un nodo fondamentale della riforma sanitaria in atto e sono concepite per alleviare la pressione che grava sui presidi ospedalieri poiché ridurranno le ospedalizzazioni evitabili e, al contempo, rafforzeranno la continuità assistenziale tra i diversi livelli di cura. La realizzazione della rete delle CdC non si configura unicamente come una questione clinico-organizzativa, ma coinvolge anche dimensioni infrastrutturali, logistiche e territoriali. La normativa vigente prevede che tali strutture siano realizzate ex novo oppure insediate nell’ambito di edifici esistenti, attivando eventualmente processi di rifunzionalizzazione del patrimonio immobiliare costruito in disuso. In un’ottica di economica circolare, quest’ultima opzione assume una rilevanza strategica poiché consente di contenere il consumo di suolo, attivare processi di rigenerazione urbana e ridurre i costi e i tempi di attuazione degli interventi. La pianificazione degli interventi, tuttavia, implica scelte complesse che coinvolgono una pluralità di attori istituzionali, tecnici e politici.
26-mar-2026
Italiano
Locurcio, Marco; Di Liddo Felicia
GUARINI, Maria Rosaria
Università degli Studi di Roma "La Sapienza"
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/20.500.14242/363395
Il codice NBN di questa tesi è URN:NBN:IT:UNIROMA1-363395