The research moves from a supposed parallelism between spolia and inutilia. In the former, a circularity of materials can be recognized, unconsciously ecological and economically sustainable: many traditional building materials can be reused and re-enter the production cycle. Contemporary practices, however, also produce inutilia, disposable voids destined to become waste. Hence the decision to investigate the inutilia par excellence: asbestos, an extreme case in the conservation of contemporary heritage. Celebrated and widely used in the past for its “eternal” qualities, such as non-deformability, resistance and incombustibility, it was also employed in cultural heritage. Today, legislation defines it as waste and directs its removal, without however providing specific tools for the cultural heritage field; conversely, the Cultural Heritage Code does not include dedicated protocols, as the issue is not yet fully understood. To bridge this knowledge and operational gap, therefore, in addition to bibliographic research on a path still partly to be developed, three case studies belonging to architectural, artistic and industrial archaeological heritage were selected. On- site surveys, micro-sampling and diagnostic analyses were carried out to qualitatively assess the risk of fiber exposure. It emerged that, depending on the degree to which asbestos contributes to the construction of the work’s form, it can also contribute to the aesthetic quality of the object: this marks a critical threshold for the restoration of twentieth-century heritage—finding solutions to preserve materials that contribute to an artwork’s image while potentially causing harm. The research does not aim to resolve these issues, but rather to outline a methodology of awareness for managing situations of conflict between the existence of a work of art and conditions of human sustainability. In practical terms, it proposes to “translate” Ministerial Decree 6/9/1994 into the field of cultural heritage. In this way, restoration can transform a material considered “waste” into a safely managed testimony, reconciling health and cultural responsibility, and suggesting an approach that, starting from the comparison between spolia and inutilia and taken to the extreme with asbestos, may be extended to the restoration of other complex and potentially harmful twentieth-century materials.

La ricerca nasce da un supposto parallelismo tra spolia e inutilia. Nei primi si riconosce una circolarità della materia, inconsapevolmente ecologica ed economicamente sostenibile: molti materiali del costruire tradizionale possono essere reimpiegati e rientrare nel ciclo produttivo. Il contemporaneo, invece, produce anche inutilia, vuoti a perdere destinati a divenire rifiuti. Da qui la scelta di indagare sull’inutilia per eccellenza: l’amianto, un caso estremo nel restauro del contemporaneo. Esaltato e largamente usato in passato per le sue qualità “eterne”, quali l’indeformabilità, la resistenza e l’incombustibilità, è stato impiegato anche nei beni culturali. Oggi, la normativa lo qualifica rifiuto, orienta alla bonifica dello stesso, senza però offrire all’ambito dei beni culturali strumenti specifici; di converso il Codice dei beni culturali non prevede protocolli dedicati, non essendo realmente noto il tema. Per colmare questo vuoto conoscitivo e operativo, perciò, oltre a ricerche bibliografiche su un percorso ancora in parte da intessere, sono stati scelti tre casi studio appartenenti al patrimonio architettonico, artistico e di archeologia industriale, svolgendo ricognizioni in situ, micro-campionamenti e analisi diagnostiche finalizzate ad una valutazione qualitativa del rischio di esposizione alle fibre. È emerso che, a seconda del diverso grado di partecipazione dell’amianto alla costruzione della forma dell’opera, esso può concorrere anche alla qualità estetica dell’oggetto: qui risiede una soglia critica del restauro del patrimonio del Novecento, trovare soluzioni per conservare materiali che contribuiscono all’immagine ma possono generare al contempo nocumento. La ricerca non intende colmare questi vuoti ma propone di tracciare una metodologia della consapevolezza nella gestione di situazioni di conflitto tra l’esistenza di un’opera d’arte e situazione di sostenibilità umana. Nell’atto pratico propone di “tradurre” il D.M. 6/9/1994 all’ambito dei beni culturali. In questo modo il restauro può trasformare una materia considerata “rifiuto” in testimonianza gestita in sicurezza, conciliando responsabilità sanitaria e culturale, suggerendo un approccio che, partito dal confronto tra spolia e inutilia e portato all’estremo con l’amianto, possa estendersi al restauro altri materiali complessi e potenzialmente nocivi del Novecento.

Gli inutilia del Contemporaneo. Conservare l’amianto quale caso limite nel restauro del Novecento

CORTESI, MARIANNA
2026

Abstract

The research moves from a supposed parallelism between spolia and inutilia. In the former, a circularity of materials can be recognized, unconsciously ecological and economically sustainable: many traditional building materials can be reused and re-enter the production cycle. Contemporary practices, however, also produce inutilia, disposable voids destined to become waste. Hence the decision to investigate the inutilia par excellence: asbestos, an extreme case in the conservation of contemporary heritage. Celebrated and widely used in the past for its “eternal” qualities, such as non-deformability, resistance and incombustibility, it was also employed in cultural heritage. Today, legislation defines it as waste and directs its removal, without however providing specific tools for the cultural heritage field; conversely, the Cultural Heritage Code does not include dedicated protocols, as the issue is not yet fully understood. To bridge this knowledge and operational gap, therefore, in addition to bibliographic research on a path still partly to be developed, three case studies belonging to architectural, artistic and industrial archaeological heritage were selected. On- site surveys, micro-sampling and diagnostic analyses were carried out to qualitatively assess the risk of fiber exposure. It emerged that, depending on the degree to which asbestos contributes to the construction of the work’s form, it can also contribute to the aesthetic quality of the object: this marks a critical threshold for the restoration of twentieth-century heritage—finding solutions to preserve materials that contribute to an artwork’s image while potentially causing harm. The research does not aim to resolve these issues, but rather to outline a methodology of awareness for managing situations of conflict between the existence of a work of art and conditions of human sustainability. In practical terms, it proposes to “translate” Ministerial Decree 6/9/1994 into the field of cultural heritage. In this way, restoration can transform a material considered “waste” into a safely managed testimony, reconciling health and cultural responsibility, and suggesting an approach that, starting from the comparison between spolia and inutilia and taken to the extreme with asbestos, may be extended to the restoration of other complex and potentially harmful twentieth-century materials.
12-feb-2026
Italiano
La ricerca nasce da un supposto parallelismo tra spolia e inutilia. Nei primi si riconosce una circolarità della materia, inconsapevolmente ecologica ed economicamente sostenibile: molti materiali del costruire tradizionale possono essere reimpiegati e rientrare nel ciclo produttivo. Il contemporaneo, invece, produce anche inutilia, vuoti a perdere destinati a divenire rifiuti. Da qui la scelta di indagare sull’inutilia per eccellenza: l’amianto, un caso estremo nel restauro del contemporaneo. Esaltato e largamente usato in passato per le sue qualità “eterne”, quali l’indeformabilità, la resistenza e l’incombustibilità, è stato impiegato anche nei beni culturali. Oggi, la normativa lo qualifica rifiuto, orienta alla bonifica dello stesso, senza però offrire all’ambito dei beni culturali strumenti specifici; di converso il Codice dei beni culturali non prevede protocolli dedicati, non essendo realmente noto il tema. Per colmare questo vuoto conoscitivo e operativo, perciò, oltre a ricerche bibliografiche su un percorso ancora in parte da intessere, sono stati scelti tre casi studio appartenenti al patrimonio architettonico, artistico e di archeologia industriale, svolgendo ricognizioni in situ, micro-campionamenti e analisi diagnostiche finalizzate ad una valutazione qualitativa del rischio di esposizione alle fibre. È emerso che, a seconda del diverso grado di partecipazione dell’amianto alla costruzione della forma dell’opera, esso può concorrere anche alla qualità estetica dell’oggetto: qui risiede una soglia critica del restauro del patrimonio del Novecento, trovare soluzioni per conservare materiali che contribuiscono all’immagine ma possono generare al contempo nocumento. La ricerca non intende colmare questi vuoti ma propone di tracciare una metodologia della consapevolezza nella gestione di situazioni di conflitto tra l’esistenza di un’opera d’arte e situazione di sostenibilità umana. Nell’atto pratico propone di “tradurre” il D.M. 6/9/1994 all’ambito dei beni culturali. In questo modo il restauro può trasformare una materia considerata “rifiuto” in testimonianza gestita in sicurezza, conciliando responsabilità sanitaria e culturale, suggerendo un approccio che, partito dal confronto tra spolia e inutilia e portato all’estremo con l’amianto, possa estendersi al restauro altri materiali complessi e potenzialmente nocivi del Novecento.
SALVO, Simona Maria Carmela
GIORGI, Elisabetta
CAPERNA, Maurizio
Università degli Studi di Roma "La Sapienza"
168
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/20.500.14242/366343
Il codice NBN di questa tesi è URN:NBN:IT:UNIROMA1-366343