Nelle pagine di questa tesi proverò ad avventurarmi nel tentativo di ricostruire una delle possibili storie di come sia nato un certo modo magico di fare architettura e urbanità a partire dai linguaggi artistici e quando sia emersa, invece, la separazione tra queste dimensioni un tempo unite in un fare relazionale e sensibile, strutturando la disincantata dicotomia tra estetica e politica. Si tratterà di prendere sul serio il ruolo che l’arte potrebbe avere nella possibilità di reincantare l’urbano immaginando e costruendo stati magici d’immanenza ovvero luoghi e momenti in cui fare esperienza delle forze della vita in sé (Deleuze e Guattari 1969). Per fuggire alla cattura tecno-capitalista e superare l’ontologia diabolica che si è imposta, nel presente, come unico modo trascendente di abitare il mondo, l’ipotesi avanzata è che la via più percorribile potrebbe essere proprio quella di ripartire dal punto in cui la forbice si è divaricata, ricostruendo il legame tra estetica e politica. L’idea che percorre l’intera tesi infatti è che, fin dalle origini, l’arte ha generato diversamente architettura e urbanità ricreando stati d’unione magici e che questa pratica progettuale, quasi del tutto dimenticata dagli architetti e dagli urbanisti ipnotizzati dalla trascendenza della tecnica, viene ciclicamente riattivata da artiste, filosofe e poeti capaci di vedere quello che c’è al di là delle separazioni imposte dal disincanto e di creare nuovi stati urbani d’immanenza. A questa possibilità, sempre destituente prima di farsi istituente, di salpare Pro Urbe Magica osservando il potenziale eversivo dell’arte nel disfare il presente e creare spazi di reincanto critico oltre la cattura tecno-capitalista, saranno dedicate le pagine di questa tesi.

Pro Urbe Magica. Quando l’arte disfa il presente tecno-capitalista attraverso il reincanto critico

AGATI, NATALIA
2024

Abstract

Nelle pagine di questa tesi proverò ad avventurarmi nel tentativo di ricostruire una delle possibili storie di come sia nato un certo modo magico di fare architettura e urbanità a partire dai linguaggi artistici e quando sia emersa, invece, la separazione tra queste dimensioni un tempo unite in un fare relazionale e sensibile, strutturando la disincantata dicotomia tra estetica e politica. Si tratterà di prendere sul serio il ruolo che l’arte potrebbe avere nella possibilità di reincantare l’urbano immaginando e costruendo stati magici d’immanenza ovvero luoghi e momenti in cui fare esperienza delle forze della vita in sé (Deleuze e Guattari 1969). Per fuggire alla cattura tecno-capitalista e superare l’ontologia diabolica che si è imposta, nel presente, come unico modo trascendente di abitare il mondo, l’ipotesi avanzata è che la via più percorribile potrebbe essere proprio quella di ripartire dal punto in cui la forbice si è divaricata, ricostruendo il legame tra estetica e politica. L’idea che percorre l’intera tesi infatti è che, fin dalle origini, l’arte ha generato diversamente architettura e urbanità ricreando stati d’unione magici e che questa pratica progettuale, quasi del tutto dimenticata dagli architetti e dagli urbanisti ipnotizzati dalla trascendenza della tecnica, viene ciclicamente riattivata da artiste, filosofe e poeti capaci di vedere quello che c’è al di là delle separazioni imposte dal disincanto e di creare nuovi stati urbani d’immanenza. A questa possibilità, sempre destituente prima di farsi istituente, di salpare Pro Urbe Magica osservando il potenziale eversivo dell’arte nel disfare il presente e creare spazi di reincanto critico oltre la cattura tecno-capitalista, saranno dedicate le pagine di questa tesi.
23-ott-2024
Italiano
ATTILI, Giovanni
DECANDIA, Lidia
CELLAMARE, Carlo
Università degli Studi di Roma "La Sapienza"
374
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/20.500.14242/367060
Il codice NBN di questa tesi è URN:NBN:IT:UNIROMA1-367060