La ricerca indaga l’invisibilità giuridica del lavoro di cura non retribuito svolto all’interno delle relazioni familiari, assumendola come una questione distributiva. Muove dalla constatazione che le attività necessarie alla riproduzione quotidiana e generazionale della vita continuano a essere distribuite in modo asimmetrico e prevalentemente affidate alle donne, con conseguenze che si estendono oltre la sfera familiare, incidendo sull’accesso al reddito, sulle traiettorie professionali e sull’autonomia economica. La domanda che attraversa il lavoro riguarda il ruolo del diritto nella produzione e nella riproduzione di tali squilibri: l’ipotesi di fondo è che l’ordinamento non si limiti a registrare l’invisibilità della cura, ma contribuisca a costruirla attraverso le proprie categorie, i propri istituti e le proprie scelte di intervento e non intervento. La tesi adotta una prospettiva critica e interdisciplinare, mettendo in dialogo l’analisi giuridica con la teoria giuridica femminista e, in particolare, con la Social Reproduction Theory e l’Etica della cura. Questa prospettiva consente di superare la rappresentazione della cura come questione esclusivamente privata e di considerarla come lavoro socialmente necessario, interrogando il modo in cui i suoi costi e le relative responsabilità vengono distribuiti tra famiglia, mercato e welfare. Su queste premesse, la tesi ricostruisce anzitutto le categorie attraverso cui il diritto distingue e gerarchizza lavoro e cura, mostrando come alla valorizzazione economica del lavoro produttivo corrisponda la persistente riconduzione della cura familiare alla solidarietà e alla gratuità. L’analisi si estende quindi al diritto del lavoro e al welfare, evidenziando come il progressivo riconoscimento delle esigenze di cura abbia prodotto strumenti di conciliazione e adattamento senza modificare pienamente un assetto che continua ad attribuire alla famiglia una quota significativa dei costi della riproduzione sociale. La ricostruzione storico-giuridica del diritto di famiglia italiano mostra, parallelamente, il passaggio da una disciplina che istituzionalizzava esplicitamente la divisione sessuale del lavoro a un modello formalmente egualitario nel quale, tuttavia, il lavoro di cura continua a ricevere un riconoscimento giuridico ed economico solo parziale. A partire da questa diagnosi, la parte conclusiva sposta l’attenzione sulle possibilità redistributive del diritto civile, interrogandosi sugli strumenti attraverso cui gli squilibri patrimoniali prodotti dalla cura possano acquisire rilevanza giuridica. L’analisi riguarda la funzione perequativo-compensativa dell’assegno divorzile e, anche attraverso la comparazione con gli ordinamenti francese, spagnolo e portoghese, le potenzialità dell’azione di ingiustificato arricchimento nelle relazioni non matrimoniali. La ricerca mostra così come l’invisibilità del lavoro di cura non costituisca una semplice lacuna di riconoscimento, ma sia il prodotto di un assetto giuridico che partecipa alla distribuzione dei costi della riproduzione sociale. Il problema viene pertanto ricondotto a una più ampia questione di redistribuzione, rispetto alla quale il diritto privato può offrire strumenti, necessariamente parziali, per rendere giuridicamente rilevanti gli squilibri prodotti all’interno delle relazioni familiari.

Il lavoro di cura e la sua invisibilità giuridica: una lettura redistributiva tra famiglia, mercato e welfare

MAIORANO, FRANCESCA
2026

Abstract

La ricerca indaga l’invisibilità giuridica del lavoro di cura non retribuito svolto all’interno delle relazioni familiari, assumendola come una questione distributiva. Muove dalla constatazione che le attività necessarie alla riproduzione quotidiana e generazionale della vita continuano a essere distribuite in modo asimmetrico e prevalentemente affidate alle donne, con conseguenze che si estendono oltre la sfera familiare, incidendo sull’accesso al reddito, sulle traiettorie professionali e sull’autonomia economica. La domanda che attraversa il lavoro riguarda il ruolo del diritto nella produzione e nella riproduzione di tali squilibri: l’ipotesi di fondo è che l’ordinamento non si limiti a registrare l’invisibilità della cura, ma contribuisca a costruirla attraverso le proprie categorie, i propri istituti e le proprie scelte di intervento e non intervento. La tesi adotta una prospettiva critica e interdisciplinare, mettendo in dialogo l’analisi giuridica con la teoria giuridica femminista e, in particolare, con la Social Reproduction Theory e l’Etica della cura. Questa prospettiva consente di superare la rappresentazione della cura come questione esclusivamente privata e di considerarla come lavoro socialmente necessario, interrogando il modo in cui i suoi costi e le relative responsabilità vengono distribuiti tra famiglia, mercato e welfare. Su queste premesse, la tesi ricostruisce anzitutto le categorie attraverso cui il diritto distingue e gerarchizza lavoro e cura, mostrando come alla valorizzazione economica del lavoro produttivo corrisponda la persistente riconduzione della cura familiare alla solidarietà e alla gratuità. L’analisi si estende quindi al diritto del lavoro e al welfare, evidenziando come il progressivo riconoscimento delle esigenze di cura abbia prodotto strumenti di conciliazione e adattamento senza modificare pienamente un assetto che continua ad attribuire alla famiglia una quota significativa dei costi della riproduzione sociale. La ricostruzione storico-giuridica del diritto di famiglia italiano mostra, parallelamente, il passaggio da una disciplina che istituzionalizzava esplicitamente la divisione sessuale del lavoro a un modello formalmente egualitario nel quale, tuttavia, il lavoro di cura continua a ricevere un riconoscimento giuridico ed economico solo parziale. A partire da questa diagnosi, la parte conclusiva sposta l’attenzione sulle possibilità redistributive del diritto civile, interrogandosi sugli strumenti attraverso cui gli squilibri patrimoniali prodotti dalla cura possano acquisire rilevanza giuridica. L’analisi riguarda la funzione perequativo-compensativa dell’assegno divorzile e, anche attraverso la comparazione con gli ordinamenti francese, spagnolo e portoghese, le potenzialità dell’azione di ingiustificato arricchimento nelle relazioni non matrimoniali. La ricerca mostra così come l’invisibilità del lavoro di cura non costituisca una semplice lacuna di riconoscimento, ma sia il prodotto di un assetto giuridico che partecipa alla distribuzione dei costi della riproduzione sociale. Il problema viene pertanto ricondotto a una più ampia questione di redistribuzione, rispetto alla quale il diritto privato può offrire strumenti, necessariamente parziali, per rendere giuridicamente rilevanti gli squilibri prodotti all’interno delle relazioni familiari.
16-set-2026
Inglese
LONG, Joelle
IZZI, Daniela
Università degli Studi di Torino
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/20.500.14242/381106
Il codice NBN di questa tesi è URN:NBN:IT:UNITO-381106