Il lavoro di ricerca ricostruire la storia dell’insegnamento della pedagogia e della didattica nell’Istituto magistrale tra il secondo dopoguerra e la fine del XX secolo, periodo cruciale non solo per la riorganizzazione del sistema scolastico italiano, ma anche particolarmente utile per comprendere i percorsi formativi di una larga parte della classe docente tuttora impegnata nell’attività educativa. Pur essendo stati condotti negli ultimi decenni diversi studi relativi alla generale impostazione di questi istituti e ai loro programmi, l’insegnamento della pedagogia e i relativi libri di testo sono stati finora poco esplorati; il presente lavoro si propone dunque di colmare questa lacuna storiografica, in linea con alcune ricerche che, a livello internazionale, hanno concentrato l’attenzione su questa disciplina così importante per l’impostazione di chi avrebbe poi operato nella scuola. Lo studio è stato condotto seguendo una metodologia di ricerca di tipo storico-educativa, con l’utilizzo di varie fonti primarie e secondarie. Oltre alla puntuale analisi della letteratura presente sull’argomento in campo nazionale e internazionale, l’attenzione si è concentrata su tre principali aspetti: la legislazione, il dibattito pedagogico e le prassi didattiche. Nel primo caso, sono state analizzate le numerose norme che hanno scandito l’evoluzione della legislazione scolastica dedicata all’insegnamento della Pedagogia in campo scolastico nel periodo compreso tra la fine del regime fascista e gli anni Novanta del Novecento. In particolare, sono stati consultati materiali archivistici e documenti ufficiali, tra cui circolari ministeriali e note tecniche, reperiti prevalentemente presso la Biblioteca del Ministero della Pubblica Istruzione, ubicata a Roma. A completamento di questo quadro normativo, si è dedicata attenzione anche al vasto e spesso trascurato corpus delle proposte legislative elaborate in sede parlamentare nel corso dei decenni, volte a riformare l’Istituto magistrale in termini strutturali e curricolari. La seconda parte della tesi ricostruisce il vasto dibattito pedagogico sulla formazione dei maestri nel secondo dopoguerra, concentrandosi sulle criticità dell’Istituto magistrale, il cui impianto – derivato dalla riforma Gentile del 1923 – era considerato troppo teorico e distante dalla pratica scolastica. Le prime critiche, già espresse da Giuseppe Lombardo Radice, denunciavano la debolezza del tirocinio e la scarsa integrazione tra teoria e pratica. Negli anni Trenta e Quaranta queste posizioni furono riprese anche nella Carta della scuola di Bottai, che valorizzava le esercitazioni didattiche. Nel dopoguerra il bisogno di una riforma strutturale divenne un tema centrale: pur senza giungere a una riforma organica – come dimostra il progetto incompiuto del ministro Gonella negli anni Cinquanta – vennero introdotti alcuni interventi parziali. Parallelamente si sviluppò un ampio confronto culturale animato da pedagogisti, docenti e riviste specializzate. Il dibattito attraversò le tre principali matrici culturali dell’epoca (cattolica, laico-liberale, marxista), pur con frequenti contaminazioni, e coinvolse autorevoli studiosi come Agazzi, Bertoni Jovine, Borghi e Lombardo Radice. L’analisi delle diverse posizioni mette in evidenza continuità, rotture e tensioni che hanno accompagnato il lungo processo di ripensamento della formazione magistrale, fino alla progressiva maturazione dell’idea di trasferire la preparazione dei maestri all’università. Tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta emersero infatti le prime proposte concrete di corsi universitari per futuri docenti della scuola primaria, anticipando la futura istituzione del corso universitario di Scienze della Formazione Primaria. L’indagine si è basata su un ampio corpus di riviste e interventi di personaggi illustri, immersi nella realtà scolastica e non, che testimoniano la complessità e la profondità del dibattito. La terza parte della tesi è dedicata all’analisi dei manuali di pedagogia utilizzati negli Istituti magistrali nel secondo Novecento. Attraverso una vasta campionatura di testi – manuali, guide, compendi e materiali per i concorsi – la ricerca ricostruisce i contenuti e l’evoluzione dell’insegnamento della pedagogia. I manuali si sono rivelati strumenti essenziali non solo per comprendere come veniva insegnata la disciplina, ma anche come si configurava la professionalità docente e l’identità stessa della scuola magistrale. La ricerca ha sollevato numerose domande: come venivano usati i testi? Perché si preferivano certi manuali? Quali parti erano enfatizzate o tralasciate? Gli studenti arrivavano preparati ai concorsi? Per rispondere, è stato necessario un lavoro di ricognizione dei manuali e delle guide per i concorsi, ostacolato però dalla scarsità di documentazione, dalla cattiva conservazione dei volumi e dalla mancanza di catalogazioni sistematiche. Lo studio ha richiesto parallelamente l’analisi degli autori, spesso docenti universitari, pedagogisti o figure impegnate nella politica scolastica. I loro orientamenti culturali e pedagogici influenzavano fortemente l’impostazione dei manuali, molti dei quali erano utilizzati anche nei corsi universitari, segno dell’elevato livello culturale richiesto agli studenti degli Istituti magistrali. Inoltre, la collaborazione tra filosofi e pedagogisti era frequente, confermando il ruolo centrale della filosofia nella ricerca pedagogica del tempo. Per orientare lo studio, i manuali sono stati suddivisi in tre grandi stagioni: quelli della Riforma Gentile fino alla defascistizzazione; i testi successivi alla riforma del 1945 elaborata da Washburne; e i manuali risalenti agli anni Sessanta sino all’abolizione dell’Istituto magistrale, nel 1998. L’analisi mostra una significativa continuità dell’insegnamento della disciplina anche dopo il 1945, con la tradizione neoidealista degli anni Venti-Trenta, a causa dell’immobilismo ministeriale e della mancata riforma dell’Istituto magistrale. Ciò contribuì a mantenere un assetto formativo progressivamente inadeguato, mentre il dibattito culturale e professionale chiedeva con forza un aggiornamento dei programmi e un rafforzamento della dimensione tecnico-professionale. Dall’analisi dei testi emerge un duplice orientamento: un lato permane il modello storicistico e idealistico ereditato dalla Riforma Gentile, centrato sui classici della pedagogia e su una visione umanistica dell’insegnante; dall’altro emergono tentativi di rinnovamento che avvicinano la pedagogia alle scienze sociali e psicologiche, orientandola verso competenze didattiche più concrete. A partire dagli anni Cinquanta, i manuali cercano di colmare il divario tra la preparazione offerta dagli Istituti magistrali e le richieste dei concorsi, introducendo contenuti psicopedagogici, metodologici e organizzativi. Dagli anni Settanta, però, i programmi concorsuali iniziano a richiedere competenze sempre più distanti dalla formazione impartita negli istituti, accentuando la spinta alla professionalizzazione tecnica del maestro. Questa evoluzione, pur rispondendo ai bisogni della scuola di massa, comporta una progressiva marginalizzazione della dimensione storica e filosofica della pedagogia e una riduzione dello spazio dedicato ai classici nella formazione dei futuri insegnanti. In assenza di riforme strutturali, furono i concorsi e i programmi di abilitazione a spingere i futuri maestri a colmare le lacune dell’istituto. La tensione tra formazione umanistica e preparazione tecnico-professionale percorre tutto il secondo Novecento e permane fino alla chiusura dell’Istituto magistrale e alla nascita del corso universitario di Scienze della Formazione Primaria. Tuttavia, anche nel nuovo assetto universitario rimangono aperte questioni cruciali: l’equilibrio tra sapere culturale e competenze metodologiche, il significato profondo della formazione del maestro, il riconoscimento sociale della professione. Riemerge infatti un interrogativo decisivo: che cosa deve sapere e saper fare un maestro? La formazione non deve produrre un individuo genericamente colto, ma una personalità capace di educare alla maturità affettiva, morale e culturale. Il corso universitario avrebbe dovuto risolvere le antiche criticità, ma resta aperto il rischio di ridurre il maestro a semplice tecnico dell’insegnamento: solo un equilibrio tra filosofia, pedagogia, solide competenze e adeguato riconoscimento sociale potrà restituire pieno valore alla figura del maestro. Il dilemma tra “maestro di cultura” e “tecnico dell’insegnamento” rimane quindi ancora, in parte, irrisolto.

L’insegnamento della pedagogia e della didattica nel sistema formativo italiano: il caso degli Istituti magistrali nel secondo dopoguerra (1940-1980)

CAOCCI, PIERA
2026

Abstract

Il lavoro di ricerca ricostruire la storia dell’insegnamento della pedagogia e della didattica nell’Istituto magistrale tra il secondo dopoguerra e la fine del XX secolo, periodo cruciale non solo per la riorganizzazione del sistema scolastico italiano, ma anche particolarmente utile per comprendere i percorsi formativi di una larga parte della classe docente tuttora impegnata nell’attività educativa. Pur essendo stati condotti negli ultimi decenni diversi studi relativi alla generale impostazione di questi istituti e ai loro programmi, l’insegnamento della pedagogia e i relativi libri di testo sono stati finora poco esplorati; il presente lavoro si propone dunque di colmare questa lacuna storiografica, in linea con alcune ricerche che, a livello internazionale, hanno concentrato l’attenzione su questa disciplina così importante per l’impostazione di chi avrebbe poi operato nella scuola. Lo studio è stato condotto seguendo una metodologia di ricerca di tipo storico-educativa, con l’utilizzo di varie fonti primarie e secondarie. Oltre alla puntuale analisi della letteratura presente sull’argomento in campo nazionale e internazionale, l’attenzione si è concentrata su tre principali aspetti: la legislazione, il dibattito pedagogico e le prassi didattiche. Nel primo caso, sono state analizzate le numerose norme che hanno scandito l’evoluzione della legislazione scolastica dedicata all’insegnamento della Pedagogia in campo scolastico nel periodo compreso tra la fine del regime fascista e gli anni Novanta del Novecento. In particolare, sono stati consultati materiali archivistici e documenti ufficiali, tra cui circolari ministeriali e note tecniche, reperiti prevalentemente presso la Biblioteca del Ministero della Pubblica Istruzione, ubicata a Roma. A completamento di questo quadro normativo, si è dedicata attenzione anche al vasto e spesso trascurato corpus delle proposte legislative elaborate in sede parlamentare nel corso dei decenni, volte a riformare l’Istituto magistrale in termini strutturali e curricolari. La seconda parte della tesi ricostruisce il vasto dibattito pedagogico sulla formazione dei maestri nel secondo dopoguerra, concentrandosi sulle criticità dell’Istituto magistrale, il cui impianto – derivato dalla riforma Gentile del 1923 – era considerato troppo teorico e distante dalla pratica scolastica. Le prime critiche, già espresse da Giuseppe Lombardo Radice, denunciavano la debolezza del tirocinio e la scarsa integrazione tra teoria e pratica. Negli anni Trenta e Quaranta queste posizioni furono riprese anche nella Carta della scuola di Bottai, che valorizzava le esercitazioni didattiche. Nel dopoguerra il bisogno di una riforma strutturale divenne un tema centrale: pur senza giungere a una riforma organica – come dimostra il progetto incompiuto del ministro Gonella negli anni Cinquanta – vennero introdotti alcuni interventi parziali. Parallelamente si sviluppò un ampio confronto culturale animato da pedagogisti, docenti e riviste specializzate. Il dibattito attraversò le tre principali matrici culturali dell’epoca (cattolica, laico-liberale, marxista), pur con frequenti contaminazioni, e coinvolse autorevoli studiosi come Agazzi, Bertoni Jovine, Borghi e Lombardo Radice. L’analisi delle diverse posizioni mette in evidenza continuità, rotture e tensioni che hanno accompagnato il lungo processo di ripensamento della formazione magistrale, fino alla progressiva maturazione dell’idea di trasferire la preparazione dei maestri all’università. Tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta emersero infatti le prime proposte concrete di corsi universitari per futuri docenti della scuola primaria, anticipando la futura istituzione del corso universitario di Scienze della Formazione Primaria. L’indagine si è basata su un ampio corpus di riviste e interventi di personaggi illustri, immersi nella realtà scolastica e non, che testimoniano la complessità e la profondità del dibattito. La terza parte della tesi è dedicata all’analisi dei manuali di pedagogia utilizzati negli Istituti magistrali nel secondo Novecento. Attraverso una vasta campionatura di testi – manuali, guide, compendi e materiali per i concorsi – la ricerca ricostruisce i contenuti e l’evoluzione dell’insegnamento della pedagogia. I manuali si sono rivelati strumenti essenziali non solo per comprendere come veniva insegnata la disciplina, ma anche come si configurava la professionalità docente e l’identità stessa della scuola magistrale. La ricerca ha sollevato numerose domande: come venivano usati i testi? Perché si preferivano certi manuali? Quali parti erano enfatizzate o tralasciate? Gli studenti arrivavano preparati ai concorsi? Per rispondere, è stato necessario un lavoro di ricognizione dei manuali e delle guide per i concorsi, ostacolato però dalla scarsità di documentazione, dalla cattiva conservazione dei volumi e dalla mancanza di catalogazioni sistematiche. Lo studio ha richiesto parallelamente l’analisi degli autori, spesso docenti universitari, pedagogisti o figure impegnate nella politica scolastica. I loro orientamenti culturali e pedagogici influenzavano fortemente l’impostazione dei manuali, molti dei quali erano utilizzati anche nei corsi universitari, segno dell’elevato livello culturale richiesto agli studenti degli Istituti magistrali. Inoltre, la collaborazione tra filosofi e pedagogisti era frequente, confermando il ruolo centrale della filosofia nella ricerca pedagogica del tempo. Per orientare lo studio, i manuali sono stati suddivisi in tre grandi stagioni: quelli della Riforma Gentile fino alla defascistizzazione; i testi successivi alla riforma del 1945 elaborata da Washburne; e i manuali risalenti agli anni Sessanta sino all’abolizione dell’Istituto magistrale, nel 1998. L’analisi mostra una significativa continuità dell’insegnamento della disciplina anche dopo il 1945, con la tradizione neoidealista degli anni Venti-Trenta, a causa dell’immobilismo ministeriale e della mancata riforma dell’Istituto magistrale. Ciò contribuì a mantenere un assetto formativo progressivamente inadeguato, mentre il dibattito culturale e professionale chiedeva con forza un aggiornamento dei programmi e un rafforzamento della dimensione tecnico-professionale. Dall’analisi dei testi emerge un duplice orientamento: un lato permane il modello storicistico e idealistico ereditato dalla Riforma Gentile, centrato sui classici della pedagogia e su una visione umanistica dell’insegnante; dall’altro emergono tentativi di rinnovamento che avvicinano la pedagogia alle scienze sociali e psicologiche, orientandola verso competenze didattiche più concrete. A partire dagli anni Cinquanta, i manuali cercano di colmare il divario tra la preparazione offerta dagli Istituti magistrali e le richieste dei concorsi, introducendo contenuti psicopedagogici, metodologici e organizzativi. Dagli anni Settanta, però, i programmi concorsuali iniziano a richiedere competenze sempre più distanti dalla formazione impartita negli istituti, accentuando la spinta alla professionalizzazione tecnica del maestro. Questa evoluzione, pur rispondendo ai bisogni della scuola di massa, comporta una progressiva marginalizzazione della dimensione storica e filosofica della pedagogia e una riduzione dello spazio dedicato ai classici nella formazione dei futuri insegnanti. In assenza di riforme strutturali, furono i concorsi e i programmi di abilitazione a spingere i futuri maestri a colmare le lacune dell’istituto. La tensione tra formazione umanistica e preparazione tecnico-professionale percorre tutto il secondo Novecento e permane fino alla chiusura dell’Istituto magistrale e alla nascita del corso universitario di Scienze della Formazione Primaria. Tuttavia, anche nel nuovo assetto universitario rimangono aperte questioni cruciali: l’equilibrio tra sapere culturale e competenze metodologiche, il significato profondo della formazione del maestro, il riconoscimento sociale della professione. Riemerge infatti un interrogativo decisivo: che cosa deve sapere e saper fare un maestro? La formazione non deve produrre un individuo genericamente colto, ma una personalità capace di educare alla maturità affettiva, morale e culturale. Il corso universitario avrebbe dovuto risolvere le antiche criticità, ma resta aperto il rischio di ridurre il maestro a semplice tecnico dell’insegnamento: solo un equilibrio tra filosofia, pedagogia, solide competenze e adeguato riconoscimento sociale potrà restituire pieno valore alla figura del maestro. Il dilemma tra “maestro di cultura” e “tecnico dell’insegnamento” rimane quindi ancora, in parte, irrisolto.
24-giu-2026
Italiano
Bruni, Maria Elsa
Università degli Studi di Foggia
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/20.500.14242/382189
Il codice NBN di questa tesi è URN:NBN:IT:UNIFG-382189