Tra filosofia e traduzione non sembra sufficiente individuare una relazione di inclusione – quella a pieno titolo della questione della traduzione nell’ambito filosofico oppure, reciprocamente, quella di un’opera di filosofia nel processo traduttivo. Sembra invece necessario indagare la loro intersezione e se qui i reagenti riceveranno una sostanziale riconfigurazione, ciò sarà strettamente condizionato dalla delimitazione del campo di indagine, ossia dalla scelta degli autori di riferimento sul versante filosofico: Martin Heidegger e Jacques Derrida. La prima ipotesi è che né l’uno né l’altro possano, nel loro discorso, fare del tutto a meno di tradurre e, dunque, di interrogarsi sulla traduzione e a partire da essa. Questa pratica traduttiva si mostra con una certa evidenza nell’attività che questi svolgono su concetti e testi della tradizione, sull’impalcatura della filosofia occidentale tentando di smarcarsi – nella misura in cui ciò è possibile – dalla “metafisica”. La seconda ipotesi è dunque che tanto la "Destruktion", quanto la "déconstruction" percorrano a più riprese la strada della traduzione, producendo notevoli e costanti effetti a partire da un riposizionamento mai definitivo e sempre bisognoso di una nuova traduzione. L’intero corpus testuale di ciascun autore viene dunque qui indagato alla ricerca dei luoghi dove la traduzione non soltanto viene esplicitamente tematizzata, ma anche effettivamente praticata.
Pensare la traduzione. A partire da Martin Heidegger e Jacques Derrida
NARDELLI, ELENA
2018
Abstract
Tra filosofia e traduzione non sembra sufficiente individuare una relazione di inclusione – quella a pieno titolo della questione della traduzione nell’ambito filosofico oppure, reciprocamente, quella di un’opera di filosofia nel processo traduttivo. Sembra invece necessario indagare la loro intersezione e se qui i reagenti riceveranno una sostanziale riconfigurazione, ciò sarà strettamente condizionato dalla delimitazione del campo di indagine, ossia dalla scelta degli autori di riferimento sul versante filosofico: Martin Heidegger e Jacques Derrida. La prima ipotesi è che né l’uno né l’altro possano, nel loro discorso, fare del tutto a meno di tradurre e, dunque, di interrogarsi sulla traduzione e a partire da essa. Questa pratica traduttiva si mostra con una certa evidenza nell’attività che questi svolgono su concetti e testi della tradizione, sull’impalcatura della filosofia occidentale tentando di smarcarsi – nella misura in cui ciò è possibile – dalla “metafisica”. La seconda ipotesi è dunque che tanto la "Destruktion", quanto la "déconstruction" percorrano a più riprese la strada della traduzione, producendo notevoli e costanti effetti a partire da un riposizionamento mai definitivo e sempre bisognoso di una nuova traduzione. L’intero corpus testuale di ciascun autore viene dunque qui indagato alla ricerca dei luoghi dove la traduzione non soltanto viene esplicitamente tematizzata, ma anche effettivamente praticata.File | Dimensione | Formato | |
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https://hdl.handle.net/20.500.14242/62455
URN:NBN:IT:UNITS-62455