L’oggetivazione sessuale si presenta tutte le volte in cui una persona è pensata e trattata come un oggetto, strumento, merce che serve scopi specifici dell’osservatore. Le parti del corpo o le sue funzioni sessuali sono separate dal resto della persona, ridotte allo status di mero strumento utile per l’uso e il piacere sessuale altrui (Bartky, 1990; Fredrickson & Roberts, 1997). In accordo con la letteratura, quando le persone diventano oggetti o strumenti per il raggiungimento di fini altrui, vengono percepite come meno umane, meno competenti e meno morali (e.g., Heflick, Goldenberg, Cooper, & Puvia, 2011; Loughnan, Haslam, Murnane, Vaes, Reynolds, & Suitner, 2010; Vaes, Paladino, & Puvia, 2011). Inoltre, secondo il modello teorico dell’oggettivazione, le esperienze di oggettivazione sessuale si traducono in problemi che minano il benessere psicologico (Fredrickson & Roberts, 1997). In accordo, precedenti studi dimostrano come esperienze sessualmente oggettivanti siano collegate a maggiore vergogna per il proprio corpo, all’ansia legata all’apparenza e all’insorgenza di depressione, disordini alimentari e sessuali (Moradi & Huang, 2008). Dal punto di vista della teoria dell'oggettivazione, il modo più insidioso in cui lo sguardo oggettivante infonde la cultura occidentale è attraverso i mass media (e.g., riviste, pubblicità, televisione, video musicali, film). Di fatto, ogni giorno, siamo costantemente circondati da immagini sessualmente oggettivate, per esempio, nella pubblicità in cui corpi maschili e femminili sono denudati per attirare e vendere prodotti (Zotos & Tsichla, 2014) oppure nei media che riportano notizie di molestie sessuali o stupri, in cui le vittime sono spesso ritratte in modo sessualizzato (Zanardo, 2010). Pertanto, il presente lavoro si propone di ampliare il quadro teorico dell’oggettivazione, analizzando empiricamente il ruolo causale dell'oggettivazione sessuale sia nel contesto della pubblicità sia in quello delle molestie sessuali. In primo luogo, nel primo capitolo è fornita una breve rassegna delle ricerche precedenti che hanno indagato il processo di oggettivazione sessuale. Nel secondo capitolo, sono presentati due studi che avevano come obiettivo generale quello di unire empiricamente l’area di ricerca dell'oggettivazione sessuale e quella delle molestie sessuali. Il nostro lavoro è iniziato notando che le due aree si sono sviluppate per lo più in modo indipendente l’una dall’altra. Infatti, sebbene in letteratura siano presenti numerose ricerche che hanno indagato le conseguenze negative dell'oggettivazione sessuale, molto meno numerose sono le ricerche che ne hanno indagato le conseguenze nel contesto della molestia sessuale. In particolare, abbiamo esaminato come l’aspetto sessualizzato della vittima possa influenzare le reazioni di potenziali testimoni a episodi di molestie sessuali in ambito lavorativo. I due studi hanno fornito forti evidenze a sostegno dell'idea che la sessualizzazione causa percezioni distorte, mostrando che la vittima sessualizzata (i.e., fotografata con abiti succinti) è percepita come più immorale e colpevole per essere stata sessualmente molestata rispetto alla vittima non sessualizzata (i.e., fotografata con jeans e maglione). Inoltre, i risultati hanno dimostrato, per la prima volta, che queste percezioni distorte riducono a loro volta la disponibilità dei testimoni a offrire il proprio aiuto e sostegno alla vittima sessualizzata (rispetto alla vittima non-sessualizzata). Successivamente, abbiamo dimostrato che l'approvazione di norme tradizionali maschili (i.e., sessismo ambivalente nei confronti delle donne e atteggiamenti non relazionali verso la sessualità) ha ulteriormente rafforzato la percezione distorta della vittima sessualizzata rispetto a quella non sessualizzata. Nel terzo capitolo, è presentata una serie di sei studi che hanno sistematicamente esaminato come uomini e donne reagiscono alla pubblicità sessualmente oggettivata. La premessa sottostante all'uso di immagini sessualizzate in pubblicità è che "il sesso vende". Infatti, benché sia stato dimostrato che la pubblicità sessualizzata agisce come catalizzatore di una moltitudine di comportamenti problematici (e.g., Groesz, Levine, & Murnen, 2002), il sesso è da tempo utilizzato nella pubblicità per vendere qualsiasi tipo di prodotto. Nonostante sia stato dimostrato che gli atteggiamenti verso il prodotto e l'intenzione di acquisto siano i due antecedenti cruciali del comportamento d’acquisto (Shimp & Gresham, 1983), un numero sorprendentemente esiguo di ricerche li ha analizzati empiricamente per testare se il sesso effettivamente vende. Pertanto, nei nostri studi, abbiamo esaminato sia l'attrattiva del prodotto sia l'intenzione di acquisto manifestate dai partecipanti (uomini e donne) dopo l'esposizione a pubblicità sessualmente oggettivate (sia maschili sia femminili) oppure neutre. Nel complesso, è interessante notare che i risultati ottenuti contraddicono le attuali strategie di marketing focalizzate sulla sessualizzazione. Infatti, le donne hanno reagito negativamente alle pubblicità sessualmente oggettivanti (indipendentemente dal genere del target), mostrando maggiori emozioni negative che, a loro volta, hanno diminuito le loro intenzioni di acquisto rispetto alle pubblicità neutre. Inaspettatamente, gli uomini si sono mostrati indifferenti, vale a dire che dopo l'esposizione a pubblicità femminili sessualmente oggettivate (anziché neutre) non hanno manifestato alcun incremento significativo né sull'attrazione verso il prodotto né sull'intenzione di acquisto. Ancora più importante, abbiamo mostrato risultati che suggeriscono che la pubblicità può creare un ambiente che induce implicitamente alla categorizzazione negativa di un target sessualizzato. I risultati dimostrano che l’esposizione a pubblicità femminili sessualmente oggettivate (anziché neutre) ha innescato negli uomini la credenza che alle donne piaccia essere sessualizzate. Inoltre, gli uomini esposti a pubblicità femminili sessualmente oggettivanti hanno mostrato livelli più alti di sessismo benevolo rispetto agli uomini esposti a pubblicità neutre. Altri dati hanno mostrato gli effetti che l’esposizione a specifiche immagini femminili sessualizzate può avere sulla deumanizzazione dell’intera categoria delle donne. Inoltre, mostriamo evidenze a sostegno dell’idea che l'esposizione a pubblicità femminili sessualmente oggettivanti non solo ha conseguenze negative su come le persone (in particolare gli uomini) percepiscono le donne, ma anche su come le donne percepiscono se stesse (i.e., pensando che l’aspetto fisico le rappresenti come persone). I risultati mostrano come l'esposizione a pubblicità femminili sessualmente oggettivate (anziché neutre) abbia portato le donne a monitorare maggiormente il proprio corpo (i.e., auto-oggettivazione) e ad interiorizzare maggiormente i canoni di bellezza socio-culturali. Infine, gli uomini con livelli più alti di sessismo ostile e gli uomini e le donne che hanno maggiormente interiorizzato credenze tradizionali sulle relazioni di genere (i.e., gli uomini sono guidati dal sesso e hanno difficoltà a essere fedeli) hanno mostrato maggiore intenzione d'acquisto nella condizione di oggettivazione sessuale rispetto alla neutra. Più in generale, i nostri risultati estendono i risultati delle ricerche precedenti dimostrando empiricamente il circolo vizioso dell’oggettivazione sessuale. Infine, nel quarto capitolo, discuteremo le implicazioni dei risultati ottenuti e le direzioni di ricerca future all'interno del quadro teorico dell'oggettivazione. I risultati dei nostri primi studi suggeriscono che la valutazione di episodi di molestia sessuale sulla base dell’aspetto sessualizzato delle vittime può avere gravi conseguenze. Conseguenze che sono state corroborate dal risultato sull’ulteriore aumento dell’interiorizzazione di norme tradizionali sui ruoli di genere. In primo luogo, le percezioni distorte causate dalla sessualizzazione possono essere pericolose per le vittime, diminuendo significativamente la probabilità reale di ricevere sostegno. In secondo luogo, i risultati sono preoccupanti a livello sociale, considerando la diffusa e quotidiana manifestazione sia della sessualizzazione che delle molestie sessuali, soprattutto in ambito lavorativo (e.g., Page & Pina, 2015). Inoltre, nella seconda serie di studi, i risultati mostrano il paradosso dell’oggettivazione sessuale in pubblicità: non solo ha conseguenze negative sulle donne, ma anche su quello che dovrebbe essere il suo fine ultimo, vale a dire vendere prodotti. I nostri risultati dovrebbero essere uno stimolo per riflettere su strategie di marketing alternative, forse più efficaci sul piano economico e sicuramente meno nocive sulle donne, rispetto all'utilizzo di immagini sessualizzate.

From human beings to sexual objects: effects of sexualised portrayals of women (and men)

GRAMAZIO, SARAH
2018

Abstract

L’oggetivazione sessuale si presenta tutte le volte in cui una persona è pensata e trattata come un oggetto, strumento, merce che serve scopi specifici dell’osservatore. Le parti del corpo o le sue funzioni sessuali sono separate dal resto della persona, ridotte allo status di mero strumento utile per l’uso e il piacere sessuale altrui (Bartky, 1990; Fredrickson & Roberts, 1997). In accordo con la letteratura, quando le persone diventano oggetti o strumenti per il raggiungimento di fini altrui, vengono percepite come meno umane, meno competenti e meno morali (e.g., Heflick, Goldenberg, Cooper, & Puvia, 2011; Loughnan, Haslam, Murnane, Vaes, Reynolds, & Suitner, 2010; Vaes, Paladino, & Puvia, 2011). Inoltre, secondo il modello teorico dell’oggettivazione, le esperienze di oggettivazione sessuale si traducono in problemi che minano il benessere psicologico (Fredrickson & Roberts, 1997). In accordo, precedenti studi dimostrano come esperienze sessualmente oggettivanti siano collegate a maggiore vergogna per il proprio corpo, all’ansia legata all’apparenza e all’insorgenza di depressione, disordini alimentari e sessuali (Moradi & Huang, 2008). Dal punto di vista della teoria dell'oggettivazione, il modo più insidioso in cui lo sguardo oggettivante infonde la cultura occidentale è attraverso i mass media (e.g., riviste, pubblicità, televisione, video musicali, film). Di fatto, ogni giorno, siamo costantemente circondati da immagini sessualmente oggettivate, per esempio, nella pubblicità in cui corpi maschili e femminili sono denudati per attirare e vendere prodotti (Zotos & Tsichla, 2014) oppure nei media che riportano notizie di molestie sessuali o stupri, in cui le vittime sono spesso ritratte in modo sessualizzato (Zanardo, 2010). Pertanto, il presente lavoro si propone di ampliare il quadro teorico dell’oggettivazione, analizzando empiricamente il ruolo causale dell'oggettivazione sessuale sia nel contesto della pubblicità sia in quello delle molestie sessuali. In primo luogo, nel primo capitolo è fornita una breve rassegna delle ricerche precedenti che hanno indagato il processo di oggettivazione sessuale. Nel secondo capitolo, sono presentati due studi che avevano come obiettivo generale quello di unire empiricamente l’area di ricerca dell'oggettivazione sessuale e quella delle molestie sessuali. Il nostro lavoro è iniziato notando che le due aree si sono sviluppate per lo più in modo indipendente l’una dall’altra. Infatti, sebbene in letteratura siano presenti numerose ricerche che hanno indagato le conseguenze negative dell'oggettivazione sessuale, molto meno numerose sono le ricerche che ne hanno indagato le conseguenze nel contesto della molestia sessuale. In particolare, abbiamo esaminato come l’aspetto sessualizzato della vittima possa influenzare le reazioni di potenziali testimoni a episodi di molestie sessuali in ambito lavorativo. I due studi hanno fornito forti evidenze a sostegno dell'idea che la sessualizzazione causa percezioni distorte, mostrando che la vittima sessualizzata (i.e., fotografata con abiti succinti) è percepita come più immorale e colpevole per essere stata sessualmente molestata rispetto alla vittima non sessualizzata (i.e., fotografata con jeans e maglione). Inoltre, i risultati hanno dimostrato, per la prima volta, che queste percezioni distorte riducono a loro volta la disponibilità dei testimoni a offrire il proprio aiuto e sostegno alla vittima sessualizzata (rispetto alla vittima non-sessualizzata). Successivamente, abbiamo dimostrato che l'approvazione di norme tradizionali maschili (i.e., sessismo ambivalente nei confronti delle donne e atteggiamenti non relazionali verso la sessualità) ha ulteriormente rafforzato la percezione distorta della vittima sessualizzata rispetto a quella non sessualizzata. Nel terzo capitolo, è presentata una serie di sei studi che hanno sistematicamente esaminato come uomini e donne reagiscono alla pubblicità sessualmente oggettivata. La premessa sottostante all'uso di immagini sessualizzate in pubblicità è che "il sesso vende". Infatti, benché sia stato dimostrato che la pubblicità sessualizzata agisce come catalizzatore di una moltitudine di comportamenti problematici (e.g., Groesz, Levine, & Murnen, 2002), il sesso è da tempo utilizzato nella pubblicità per vendere qualsiasi tipo di prodotto. Nonostante sia stato dimostrato che gli atteggiamenti verso il prodotto e l'intenzione di acquisto siano i due antecedenti cruciali del comportamento d’acquisto (Shimp & Gresham, 1983), un numero sorprendentemente esiguo di ricerche li ha analizzati empiricamente per testare se il sesso effettivamente vende. Pertanto, nei nostri studi, abbiamo esaminato sia l'attrattiva del prodotto sia l'intenzione di acquisto manifestate dai partecipanti (uomini e donne) dopo l'esposizione a pubblicità sessualmente oggettivate (sia maschili sia femminili) oppure neutre. Nel complesso, è interessante notare che i risultati ottenuti contraddicono le attuali strategie di marketing focalizzate sulla sessualizzazione. Infatti, le donne hanno reagito negativamente alle pubblicità sessualmente oggettivanti (indipendentemente dal genere del target), mostrando maggiori emozioni negative che, a loro volta, hanno diminuito le loro intenzioni di acquisto rispetto alle pubblicità neutre. Inaspettatamente, gli uomini si sono mostrati indifferenti, vale a dire che dopo l'esposizione a pubblicità femminili sessualmente oggettivate (anziché neutre) non hanno manifestato alcun incremento significativo né sull'attrazione verso il prodotto né sull'intenzione di acquisto. Ancora più importante, abbiamo mostrato risultati che suggeriscono che la pubblicità può creare un ambiente che induce implicitamente alla categorizzazione negativa di un target sessualizzato. I risultati dimostrano che l’esposizione a pubblicità femminili sessualmente oggettivate (anziché neutre) ha innescato negli uomini la credenza che alle donne piaccia essere sessualizzate. Inoltre, gli uomini esposti a pubblicità femminili sessualmente oggettivanti hanno mostrato livelli più alti di sessismo benevolo rispetto agli uomini esposti a pubblicità neutre. Altri dati hanno mostrato gli effetti che l’esposizione a specifiche immagini femminili sessualizzate può avere sulla deumanizzazione dell’intera categoria delle donne. Inoltre, mostriamo evidenze a sostegno dell’idea che l'esposizione a pubblicità femminili sessualmente oggettivanti non solo ha conseguenze negative su come le persone (in particolare gli uomini) percepiscono le donne, ma anche su come le donne percepiscono se stesse (i.e., pensando che l’aspetto fisico le rappresenti come persone). I risultati mostrano come l'esposizione a pubblicità femminili sessualmente oggettivate (anziché neutre) abbia portato le donne a monitorare maggiormente il proprio corpo (i.e., auto-oggettivazione) e ad interiorizzare maggiormente i canoni di bellezza socio-culturali. Infine, gli uomini con livelli più alti di sessismo ostile e gli uomini e le donne che hanno maggiormente interiorizzato credenze tradizionali sulle relazioni di genere (i.e., gli uomini sono guidati dal sesso e hanno difficoltà a essere fedeli) hanno mostrato maggiore intenzione d'acquisto nella condizione di oggettivazione sessuale rispetto alla neutra. Più in generale, i nostri risultati estendono i risultati delle ricerche precedenti dimostrando empiricamente il circolo vizioso dell’oggettivazione sessuale. Infine, nel quarto capitolo, discuteremo le implicazioni dei risultati ottenuti e le direzioni di ricerca future all'interno del quadro teorico dell'oggettivazione. I risultati dei nostri primi studi suggeriscono che la valutazione di episodi di molestia sessuale sulla base dell’aspetto sessualizzato delle vittime può avere gravi conseguenze. Conseguenze che sono state corroborate dal risultato sull’ulteriore aumento dell’interiorizzazione di norme tradizionali sui ruoli di genere. In primo luogo, le percezioni distorte causate dalla sessualizzazione possono essere pericolose per le vittime, diminuendo significativamente la probabilità reale di ricevere sostegno. In secondo luogo, i risultati sono preoccupanti a livello sociale, considerando la diffusa e quotidiana manifestazione sia della sessualizzazione che delle molestie sessuali, soprattutto in ambito lavorativo (e.g., Page & Pina, 2015). Inoltre, nella seconda serie di studi, i risultati mostrano il paradosso dell’oggettivazione sessuale in pubblicità: non solo ha conseguenze negative sulle donne, ma anche su quello che dovrebbe essere il suo fine ultimo, vale a dire vendere prodotti. I nostri risultati dovrebbero essere uno stimolo per riflettere su strategie di marketing alternative, forse più efficaci sul piano economico e sicuramente meno nocive sulle donne, rispetto all'utilizzo di immagini sessualizzate.
11-gen-2018
Inglese
sexual objectification, sexual harassment, advertising
CADINU, MARIA ROSARIA
GALFANO, GIOVANNI
Università degli studi di Padova
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/20.500.14242/81209
Il codice NBN di questa tesi è URN:NBN:IT:UNIPD-81209