La tesi, divisa in tre capitoli principali e un’appendice, affronta alcuni snodi fondamentali della carriera di Giovanni Antonio Amadeo (1447-1522), uno dei fautori, con un ruolo innovatore, del passaggio della scultura sforzesca dal Tardogotico al Rinascimento; il lavoro tenta di rileggere, alla luce del riesame condotto sui documenti e sulle opere eseguite dall’artista, alcuni momenti, in parte trascurati dagli studi, dell’attività dello scultore pavese. Il primo capitolo ripercorre la fortuna storica e letteraria dell’artista, a cominciare dalle fonti a lui contemporanee fino a giungere all’età romantica, quando, anche grazie alle ricerche degli eruditi sette-ottocenteschi, si ridefinisce la biografia artistica dell’Amadeo, il cui ricordo si era appannato già a pochi decenni dalla morte, ricostituendo quella che a grandi linee è ancor’oggi la fisionomia dello scultore tracciata dai moderni studi. Non manca il recupero di voci trascurate o addirittura ignorate nella fortuna critica dell’artista. Nel secondo capitolo è affrontato, riesaminando la cronologia delle opere dell’Amadeo e dei suoi comprimari, il periodo giovanile e di apprendistato, della durata di sei anni, che il giovane trascorre nella bottega di Giovanni Solari. Si va, quindi, dal primo gennaio 1460 ai primi lavori autonomi, toccando di sfuggita la commissione della Cappella e dei due mausolei colleoneschi di Bergamo, quelli del condottiero bergamasco e della giovane figlia Medea (1470-1476 circa). In questi anni lo scultore è coinvolto a vario titolo nei principali cantieri del Ducato sforzesco: a Milano (Ospedale maggiore; Cappella Portinari), e fuori (portale di San Francesco a Piacenza; Certosa di Pavia; chiese di San Lanfranco e Santa Maria del Carmine a Pavia; Duomo di Monza), dove con grande abilità riesce a guadagnarsi da subito un ruolo di assoluto rilievo. In quest’ottica il capitolo riaffronta la produzione della bottega Solari e soprattutto di Francesco, una figura di artista di cui gli studi più recenti hanno probabilmente troppo enfatizzato l’importanza, considerandolo il principale o l’unico maestro dell’Amadeo. L’appendice è dedicata a un problematico rilievo conservato a Piacenza, il monumento funebre del francescano francese Francesco Maironi (de Meyronnes), allievo di Giovanni Duns Scoto, morto nella città emiliana nel 1327. La scultura, che si conserva nella chiesa di San Francesco, la stessa in cui al momento della sua realizzazione era ancora in corso l’erezione del portale commissionato molti anni prima alla bottega Solari, fu fatta eseguire a un anonimo scultore lombardo, più di un secolo dopo la scomparsa del Maironi, per volontà del generale dell’Ordine francescano, il bresciano Francesco Sanson, che si fa ritrarre nel rilievo tra i discepoli dello studioso. La lastra tombale, oggi murata sul lato destro del presbiterio, reca un’iscrizione con la data 1477, già considerata quella di esecuzione dell’opera, ma più probabilmente commemorativa del riconoscimento, da parte di papa Sisto IV della Rovere, della festa dell’Immacolata Concezione di Maria (una grande vittoria per tutto l’Ordine francescano), del quale Maironi era stato in vita uno dei massimi propugnatori e teorici. L’opera riveste un notevole interesse per la storia della scultura lombarda del Quattrocento anche perché il suo stile, dagli ampi panneggi cartacei, richiama o si rifà a quello a lungo noto come “mantegazzesco”, che trova il suo primo visibile punto di arrivo soltanto dopo il 1477 nell’arca dei Martiri persiani, uno dei grandi monumenti della scultura lombarda del Rinascimento, commissionato nel 1479 alla bottega del milanese Giovanni Antonio Piatti, il vero iniziatore di questo stile “filoferrarese”, ma portato a termine dall’Amadeo, che vi appose la sua firma nel 1482. L’ultimo capitolo si occupa della fase finale di attività dell’Amadeo scultore. Giovanni Antonio, dopo avere trascorso il più prolifico decennio della sua carriera (gli anni Ottanta del Quattrocento) a scolpire e dirigere prestigiosi cantieri e a istruire numerosi allievi che hanno diffuso il suo stile, si concentra sulla professione di architetto e ingegnere civile e militare, tralasciando la fatica del lavoro meccanico svolto in prima persona. Negli anni Novanta, secondo i documenti, ha inizio un lungo periodo di inattività sul fronte della scultura, interrotto solo in occasione della commissione a Pavia dell’arca del vescovo Lanfranco, il cui corpo si conservava nell’omonima chiesa pavese, dove Amadeo già era stato attivo in gioventù. Il patriarca della scultura lombarda vi lavora per dieci anni (1498-1508 circa), guidando una schiera di ignoti collaboratori e dando vita a una grandiosa macchina, dall’aspetto innovativo ma che non avrà seguito, che presenta numerose incongruenze compositive e iconografiche che i pochi studi dedicati a quest’opera (1933 e 1993) non sono riusciti a spiegare.
Ricerche intorno a Giovanni Antonio Amadeo e alla scultura del Rinascimento in Lombardia
CARA, ROBERTO
2015
Abstract
La tesi, divisa in tre capitoli principali e un’appendice, affronta alcuni snodi fondamentali della carriera di Giovanni Antonio Amadeo (1447-1522), uno dei fautori, con un ruolo innovatore, del passaggio della scultura sforzesca dal Tardogotico al Rinascimento; il lavoro tenta di rileggere, alla luce del riesame condotto sui documenti e sulle opere eseguite dall’artista, alcuni momenti, in parte trascurati dagli studi, dell’attività dello scultore pavese. Il primo capitolo ripercorre la fortuna storica e letteraria dell’artista, a cominciare dalle fonti a lui contemporanee fino a giungere all’età romantica, quando, anche grazie alle ricerche degli eruditi sette-ottocenteschi, si ridefinisce la biografia artistica dell’Amadeo, il cui ricordo si era appannato già a pochi decenni dalla morte, ricostituendo quella che a grandi linee è ancor’oggi la fisionomia dello scultore tracciata dai moderni studi. Non manca il recupero di voci trascurate o addirittura ignorate nella fortuna critica dell’artista. Nel secondo capitolo è affrontato, riesaminando la cronologia delle opere dell’Amadeo e dei suoi comprimari, il periodo giovanile e di apprendistato, della durata di sei anni, che il giovane trascorre nella bottega di Giovanni Solari. Si va, quindi, dal primo gennaio 1460 ai primi lavori autonomi, toccando di sfuggita la commissione della Cappella e dei due mausolei colleoneschi di Bergamo, quelli del condottiero bergamasco e della giovane figlia Medea (1470-1476 circa). In questi anni lo scultore è coinvolto a vario titolo nei principali cantieri del Ducato sforzesco: a Milano (Ospedale maggiore; Cappella Portinari), e fuori (portale di San Francesco a Piacenza; Certosa di Pavia; chiese di San Lanfranco e Santa Maria del Carmine a Pavia; Duomo di Monza), dove con grande abilità riesce a guadagnarsi da subito un ruolo di assoluto rilievo. In quest’ottica il capitolo riaffronta la produzione della bottega Solari e soprattutto di Francesco, una figura di artista di cui gli studi più recenti hanno probabilmente troppo enfatizzato l’importanza, considerandolo il principale o l’unico maestro dell’Amadeo. L’appendice è dedicata a un problematico rilievo conservato a Piacenza, il monumento funebre del francescano francese Francesco Maironi (de Meyronnes), allievo di Giovanni Duns Scoto, morto nella città emiliana nel 1327. La scultura, che si conserva nella chiesa di San Francesco, la stessa in cui al momento della sua realizzazione era ancora in corso l’erezione del portale commissionato molti anni prima alla bottega Solari, fu fatta eseguire a un anonimo scultore lombardo, più di un secolo dopo la scomparsa del Maironi, per volontà del generale dell’Ordine francescano, il bresciano Francesco Sanson, che si fa ritrarre nel rilievo tra i discepoli dello studioso. La lastra tombale, oggi murata sul lato destro del presbiterio, reca un’iscrizione con la data 1477, già considerata quella di esecuzione dell’opera, ma più probabilmente commemorativa del riconoscimento, da parte di papa Sisto IV della Rovere, della festa dell’Immacolata Concezione di Maria (una grande vittoria per tutto l’Ordine francescano), del quale Maironi era stato in vita uno dei massimi propugnatori e teorici. L’opera riveste un notevole interesse per la storia della scultura lombarda del Quattrocento anche perché il suo stile, dagli ampi panneggi cartacei, richiama o si rifà a quello a lungo noto come “mantegazzesco”, che trova il suo primo visibile punto di arrivo soltanto dopo il 1477 nell’arca dei Martiri persiani, uno dei grandi monumenti della scultura lombarda del Rinascimento, commissionato nel 1479 alla bottega del milanese Giovanni Antonio Piatti, il vero iniziatore di questo stile “filoferrarese”, ma portato a termine dall’Amadeo, che vi appose la sua firma nel 1482. L’ultimo capitolo si occupa della fase finale di attività dell’Amadeo scultore. Giovanni Antonio, dopo avere trascorso il più prolifico decennio della sua carriera (gli anni Ottanta del Quattrocento) a scolpire e dirigere prestigiosi cantieri e a istruire numerosi allievi che hanno diffuso il suo stile, si concentra sulla professione di architetto e ingegnere civile e militare, tralasciando la fatica del lavoro meccanico svolto in prima persona. Negli anni Novanta, secondo i documenti, ha inizio un lungo periodo di inattività sul fronte della scultura, interrotto solo in occasione della commissione a Pavia dell’arca del vescovo Lanfranco, il cui corpo si conservava nell’omonima chiesa pavese, dove Amadeo già era stato attivo in gioventù. Il patriarca della scultura lombarda vi lavora per dieci anni (1498-1508 circa), guidando una schiera di ignoti collaboratori e dando vita a una grandiosa macchina, dall’aspetto innovativo ma che non avrà seguito, che presenta numerose incongruenze compositive e iconografiche che i pochi studi dedicati a quest’opera (1933 e 1993) non sono riusciti a spiegare.| File | Dimensione | Formato | |
|---|---|---|---|
|
cara_roberto_tesi.pdf
accesso solo da BNCF e BNCR
Licenza:
Tutti i diritti riservati
Dimensione
50.28 MB
Formato
Adobe PDF
|
50.28 MB | Adobe PDF |
I documenti in UNITESI sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.
https://hdl.handle.net/20.500.14242/82036
URN:NBN:IT:UNIPD-82036