L’argomento di questa tesi si colloca nell’ambito del “phytomanagement”, cioè di quell’insieme di tecniche che vengono utilizzate per ridurre il contenuto o la mobilità dei metalli pesanti nei terreni grazie a processi mediati da piante superiori. Il “phytomanagement” comprende numerose tecniche che sono classificate in base al tipo di processo utilizzato e all’obbiettivo perseguito. In questo lavoro sono state approfondite le tecniche di fitostabilizzazione dei metalli pesanti, prendendone in considerazione entrambi gli aspetti di fitostabilizzazione in-planta, attraverso l’accumulo degli inquinanti nei tessuti radicali di specie da biomassa, e fitostabilizzazione ex-planta, attraverso l’impiego di ammendanti organici. Entrambe le tecniche hanno come obiettivo la riduzione della mobilità dei metalli tramite insolubilizzazione allo scopo di ridurne la disponibilità per gli organismi viventi, ma si distinguono per la localizzazione dei processi, rispettivamente nei tessuti della radice e nel suolo. La sperimentazione sulla fitostabilizzazione in-planta è stata condotta con l’obiettivo di valutare la capacità di accumulo di metalli pesanti nelle radici fittonanti di una pianta modello (colza) e di definirne la dinamica di rilascio attraverso il processo di degradazione radicale. Sono stati valutati anche l’effetto di investimenti crescenti (22, 44 e 63 piante m-2), del tipo varietale (due ibridi CHH a taglia convenzionale, un ibrido seminano e una varietà a impollinazione libera) (primo anno) e di un diverso livello di inquinamento da metalli nel terreno (secondo anno) sulla dinamica degradativa dei fittoni. I risultati indicano che, in un terreno non inquinato, la degradazione della biomassa radicale avviene abbastanza velocemente (-83% in un anno), anche se ~10% di materiale vegetale rimane indegradato dopo 18 mesi e in grado quindi di mantenere immobilizzati i metalli al suo interno; a questa sostanza organica recalcitrante, può tuttavia essere aggiunta annualmente o con il ciclo di coltivazione successivo nuova biomassa incrementando il pool organico per la ritenzione degli inquinanti. È stato evidenziato che i metalli vengono accumulati maggiormente nei tessuti radicali fibrosi (cortex interno) e il loro rilascio può risultare, in funzione dello specifico metallo, più lento della degradazione delle sostanza organica, con concentrazioni finali che variano a seconda dell’elemento. Il ritmo degradativo dei fittoni è risultato indipendente dal genotipo e dalla densità di semina, ma sarebbero comunque da preferire cultivar più vigorose (ibridi CHH) e semine fitte in quanto garantirebbero una maggiore biomassa in campo (e.g., 1200 kg ha-1per Taurus, che aumenta a 1700 kg ha-1 per investimenti di 63 piante m-2) e un maggiore accumulo di metalli. L’inquinamento da metalli pesanti ha rallentato notevolmente la dinamica degradativa, a causa della minore attività microbica proteolitica (fasi iniziali) e cellulosolitica (fasi successive). La presenza di alte concentrazioni di metalli nel suolo ed elevati livelli di biodisponibilità (Cd, Co, Cu, Zn) può significativamente favorire l’adsorbimento degli stessi sul materiale organico in degradazione, determinando una dinamica temporale di accumulo nei fittoni in via di degradazione. Complessivamente, nonostante la degradazione della sostanza organica sia inevitabile, le radici fittonanti di una pianta annuale effettivamente consentono di stabilizzare i metalli nel lungo periodo, con livelli di efficienza maggiori nei terreni inquinati ai quali si rivolge questo tipo di tecnica. Le prove di fitostabilizzazione ex-planta avevano come obbiettivo la valutazione del potenziale apporto di metalli pesanti ai suoli e sulla loro biodisponibilità in seguito a fertilizzazione con ammendanti organici derivati da materiali di scarto. È stato valutato anche il potenziale trasferimento di inquinanti alle piante coltivate. Sono stati confrontate diverse tipologie di ammendanti, evidenziando importanti effetti sul suolo e su sorgo da foraggio in funzione dalle caratteristiche dell’ammendante stesso, e in particolare dal suo grado di maturazione. A parità di C organico apportato, infatti, ammendanti che hanno subito processi di stabilizzazione (compostaggio) e che sono quindi più ricchi di nutrienti, e di azoto in particolare, ma anche di sostanze umiche, hanno fornito risultati produttivi migliori, favorendo nello stesso tempo l’accrescimento radicale. Nella sperimentazione sono stati confrontati compost da RSU, frazione solida di digestato da scarti vegetali e separato solido di liquame suino, ma in tutti i casi l’apporto di metalli pesanti al suolo è stato trascurabile così come l’accumulo nel foraggio del sorgo, indicando che per ammendanti prodotti a partire da materiali di qualità il rischio nella catena alimentare sembra limitato. Tuttavia, nel medio periodo, l’apporto di ammendanti organici può aumentare la biodisponibilità di alcuni elementi come Ni e Zn, indipendentemente dalla qualità della sostanza organica, anche se generalmente i rischi maggiori sono stati riscontrati per ammendanti di origine animale (liquame suino). La mobilità dei metalli pesanti deve quindi dipendere dalla presenza di metalli in forme solubili negli ammendanti stessi, ma potrebbe anche essere influenzata dall’interazione specifica con il suolo. In generale, il compost è risultato l’alternativa migliore sia dal punto di vista strettamente agronomico (performance produttiva) che ambientale (apporto di metalli e biodisponibilità, stabilità della sostanza organica). Ammendanti stabilizzati come il biochar, che sono più inerti dal punto di vista biologico, nel medio periodo hanno invece esercitato scarsi effetti sulla produttività delle colture in sperimentazione (orzo, fagiolo). Anche gli effetti sul pH (aumento) sono risultati transitori, mentre sembrano più stabili gli effetti sulle proprietà fisiche del terreno (aerazione, densità) e sulla ripartizione dei metalli tra le diverse fasi del suolo. Il biochar infatti, ha favorito la ritenzione di Cu e Zn, mentre potrebbe aumentare la solubilità del Pb, con effetti che possono variare in funzione oltre che della dose anche dell’età del biochar. Infatti, l’ossidazione a carico dei gruppi aromatici del biochar ne modifica le caratteristiche chimiche e quindi le interazioni con i metalli e gli altri componenti del suolo. Anche il biochar comunque, se prodotto a partire da materiali non inquinati, non determina significativi aumenti delle concentrazioni di metalli totali nel suolo e nelle colture, e può quindi essere utilizzato, anche su una scala temporale relativamente ampia, per aumentare lo stock di carbonio dei suoli più che per aumentare la resa produttiva delle colture. I rischi di contaminazione del suolo sembrano scarsi dal momento che gli elementi, che divengono più solubili, sarebbero ridistribuiti verso orizzonti del suolo più profondi e quindi verrebbero diluiti. Quando invece negli ecosistemi agrari vengono introdotti ammendanti derivati da materiale inquinato, il rischio di contaminazione del suolo e della catena alimentare è concreto. Ammendanti come il biochar o correttivi come la cenere, infatti, a seguito dei processi rispettivamente di pirolisi e incenerimento si arricchiscono di metalli pesanti rispetto al materiale di partenza. In particolare, biochar e cenere prodotti a partire da legno trattato con conservanti a base di rame sono molto ricchi di questo elemento e hanno determinano un forte aumento delle concentrazioni di rame fogliare e nelle radici di girasole. L’aumento di pH conseguente all’aggiunta di biochar e cenere non è quindi in grado di limitare la biodisponibilità e l’accumulo del Cu nella pianta quando questo metallo è presente nell’ammendante in alte concentrazioni. È possibile inoltre che effetti simili siano riscontrabili anche in altre specie e per altri elementi (Cr, As), in caso questi fossero presenti nel biochar o nella cenere in concentrazioni anomale. La presenza di rame nei tessuti vegetali ha fortemente compromesso la crescita vegetale soprattutto nel caso della cenere derivante dallo stesso legno di partenza, probabilmente perché il Cu era più prontamente solubile, mentre per il biochar la biomassa epigea si è ridotta significativamente (-40%) senza causare moria di plantule. L’utilizzo di biochar e cenere contenenti alte concentrazioni di metalli è quindi da evitare in agricoltura, mentre sarebbe opportuno individuare impieghi alternativi che ne consentano l’utilizzo senza però determinare rischi per l’ambiente o la salute.  

Phytostabilization of heavy metals: role of plant roots and organic amendments

LUCCHINI, PAOLA
2013

Abstract

L’argomento di questa tesi si colloca nell’ambito del “phytomanagement”, cioè di quell’insieme di tecniche che vengono utilizzate per ridurre il contenuto o la mobilità dei metalli pesanti nei terreni grazie a processi mediati da piante superiori. Il “phytomanagement” comprende numerose tecniche che sono classificate in base al tipo di processo utilizzato e all’obbiettivo perseguito. In questo lavoro sono state approfondite le tecniche di fitostabilizzazione dei metalli pesanti, prendendone in considerazione entrambi gli aspetti di fitostabilizzazione in-planta, attraverso l’accumulo degli inquinanti nei tessuti radicali di specie da biomassa, e fitostabilizzazione ex-planta, attraverso l’impiego di ammendanti organici. Entrambe le tecniche hanno come obiettivo la riduzione della mobilità dei metalli tramite insolubilizzazione allo scopo di ridurne la disponibilità per gli organismi viventi, ma si distinguono per la localizzazione dei processi, rispettivamente nei tessuti della radice e nel suolo. La sperimentazione sulla fitostabilizzazione in-planta è stata condotta con l’obiettivo di valutare la capacità di accumulo di metalli pesanti nelle radici fittonanti di una pianta modello (colza) e di definirne la dinamica di rilascio attraverso il processo di degradazione radicale. Sono stati valutati anche l’effetto di investimenti crescenti (22, 44 e 63 piante m-2), del tipo varietale (due ibridi CHH a taglia convenzionale, un ibrido seminano e una varietà a impollinazione libera) (primo anno) e di un diverso livello di inquinamento da metalli nel terreno (secondo anno) sulla dinamica degradativa dei fittoni. I risultati indicano che, in un terreno non inquinato, la degradazione della biomassa radicale avviene abbastanza velocemente (-83% in un anno), anche se ~10% di materiale vegetale rimane indegradato dopo 18 mesi e in grado quindi di mantenere immobilizzati i metalli al suo interno; a questa sostanza organica recalcitrante, può tuttavia essere aggiunta annualmente o con il ciclo di coltivazione successivo nuova biomassa incrementando il pool organico per la ritenzione degli inquinanti. È stato evidenziato che i metalli vengono accumulati maggiormente nei tessuti radicali fibrosi (cortex interno) e il loro rilascio può risultare, in funzione dello specifico metallo, più lento della degradazione delle sostanza organica, con concentrazioni finali che variano a seconda dell’elemento. Il ritmo degradativo dei fittoni è risultato indipendente dal genotipo e dalla densità di semina, ma sarebbero comunque da preferire cultivar più vigorose (ibridi CHH) e semine fitte in quanto garantirebbero una maggiore biomassa in campo (e.g., 1200 kg ha-1per Taurus, che aumenta a 1700 kg ha-1 per investimenti di 63 piante m-2) e un maggiore accumulo di metalli. L’inquinamento da metalli pesanti ha rallentato notevolmente la dinamica degradativa, a causa della minore attività microbica proteolitica (fasi iniziali) e cellulosolitica (fasi successive). La presenza di alte concentrazioni di metalli nel suolo ed elevati livelli di biodisponibilità (Cd, Co, Cu, Zn) può significativamente favorire l’adsorbimento degli stessi sul materiale organico in degradazione, determinando una dinamica temporale di accumulo nei fittoni in via di degradazione. Complessivamente, nonostante la degradazione della sostanza organica sia inevitabile, le radici fittonanti di una pianta annuale effettivamente consentono di stabilizzare i metalli nel lungo periodo, con livelli di efficienza maggiori nei terreni inquinati ai quali si rivolge questo tipo di tecnica. Le prove di fitostabilizzazione ex-planta avevano come obbiettivo la valutazione del potenziale apporto di metalli pesanti ai suoli e sulla loro biodisponibilità in seguito a fertilizzazione con ammendanti organici derivati da materiali di scarto. È stato valutato anche il potenziale trasferimento di inquinanti alle piante coltivate. Sono stati confrontate diverse tipologie di ammendanti, evidenziando importanti effetti sul suolo e su sorgo da foraggio in funzione dalle caratteristiche dell’ammendante stesso, e in particolare dal suo grado di maturazione. A parità di C organico apportato, infatti, ammendanti che hanno subito processi di stabilizzazione (compostaggio) e che sono quindi più ricchi di nutrienti, e di azoto in particolare, ma anche di sostanze umiche, hanno fornito risultati produttivi migliori, favorendo nello stesso tempo l’accrescimento radicale. Nella sperimentazione sono stati confrontati compost da RSU, frazione solida di digestato da scarti vegetali e separato solido di liquame suino, ma in tutti i casi l’apporto di metalli pesanti al suolo è stato trascurabile così come l’accumulo nel foraggio del sorgo, indicando che per ammendanti prodotti a partire da materiali di qualità il rischio nella catena alimentare sembra limitato. Tuttavia, nel medio periodo, l’apporto di ammendanti organici può aumentare la biodisponibilità di alcuni elementi come Ni e Zn, indipendentemente dalla qualità della sostanza organica, anche se generalmente i rischi maggiori sono stati riscontrati per ammendanti di origine animale (liquame suino). La mobilità dei metalli pesanti deve quindi dipendere dalla presenza di metalli in forme solubili negli ammendanti stessi, ma potrebbe anche essere influenzata dall’interazione specifica con il suolo. In generale, il compost è risultato l’alternativa migliore sia dal punto di vista strettamente agronomico (performance produttiva) che ambientale (apporto di metalli e biodisponibilità, stabilità della sostanza organica). Ammendanti stabilizzati come il biochar, che sono più inerti dal punto di vista biologico, nel medio periodo hanno invece esercitato scarsi effetti sulla produttività delle colture in sperimentazione (orzo, fagiolo). Anche gli effetti sul pH (aumento) sono risultati transitori, mentre sembrano più stabili gli effetti sulle proprietà fisiche del terreno (aerazione, densità) e sulla ripartizione dei metalli tra le diverse fasi del suolo. Il biochar infatti, ha favorito la ritenzione di Cu e Zn, mentre potrebbe aumentare la solubilità del Pb, con effetti che possono variare in funzione oltre che della dose anche dell’età del biochar. Infatti, l’ossidazione a carico dei gruppi aromatici del biochar ne modifica le caratteristiche chimiche e quindi le interazioni con i metalli e gli altri componenti del suolo. Anche il biochar comunque, se prodotto a partire da materiali non inquinati, non determina significativi aumenti delle concentrazioni di metalli totali nel suolo e nelle colture, e può quindi essere utilizzato, anche su una scala temporale relativamente ampia, per aumentare lo stock di carbonio dei suoli più che per aumentare la resa produttiva delle colture. I rischi di contaminazione del suolo sembrano scarsi dal momento che gli elementi, che divengono più solubili, sarebbero ridistribuiti verso orizzonti del suolo più profondi e quindi verrebbero diluiti. Quando invece negli ecosistemi agrari vengono introdotti ammendanti derivati da materiale inquinato, il rischio di contaminazione del suolo e della catena alimentare è concreto. Ammendanti come il biochar o correttivi come la cenere, infatti, a seguito dei processi rispettivamente di pirolisi e incenerimento si arricchiscono di metalli pesanti rispetto al materiale di partenza. In particolare, biochar e cenere prodotti a partire da legno trattato con conservanti a base di rame sono molto ricchi di questo elemento e hanno determinano un forte aumento delle concentrazioni di rame fogliare e nelle radici di girasole. L’aumento di pH conseguente all’aggiunta di biochar e cenere non è quindi in grado di limitare la biodisponibilità e l’accumulo del Cu nella pianta quando questo metallo è presente nell’ammendante in alte concentrazioni. È possibile inoltre che effetti simili siano riscontrabili anche in altre specie e per altri elementi (Cr, As), in caso questi fossero presenti nel biochar o nella cenere in concentrazioni anomale. La presenza di rame nei tessuti vegetali ha fortemente compromesso la crescita vegetale soprattutto nel caso della cenere derivante dallo stesso legno di partenza, probabilmente perché il Cu era più prontamente solubile, mentre per il biochar la biomassa epigea si è ridotta significativamente (-40%) senza causare moria di plantule. L’utilizzo di biochar e cenere contenenti alte concentrazioni di metalli è quindi da evitare in agricoltura, mentre sarebbe opportuno individuare impieghi alternativi che ne consentano l’utilizzo senza però determinare rischi per l’ambiente o la salute.  
31-gen-2013
Inglese
phytostabilization, heavy metals, organic amendments, biochar, dynamics of taproot degradation
VAMERALI, TEOFILO
BERTI, ANTONIO
Università degli studi di Padova
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Il codice NBN di questa tesi è URN:NBN:IT:UNIPD-82162