Lo studio è relativo alle strategie insediative e allo sfruttamento delle risorse della montagna veneta, compresa tra lago di Garda a ovest e fiume Brenta a est, tra VI e II secolo a.C. Una prima osservazione è relativa ai cambiamenti nella strategia insediativa dell'area prealpina considerata al passaggio dall’età del Bronzo all’età del Ferro. Crolla infatti in modo deciso l'attestazione di rinvenimenti sporadici alle alte quote, che segnavano la via seguita per giungere dal Veneto ai bacini cupriferi del Trentino: è frutto del lavoro di ricerca -coordinato sul campo in questi anni da chi scrive- sulla dorsale delle Tre Croci e nelle zone limitrofe l'individuazione di un percorso di collegamento tra alte valli dell'Agno e del Chiampo, Val dei Ronchi e Trentino. Si desume dai dati raccolti anche grazie a una nuova campagna di ricerche di superficie e di scavo iniziata proprio quest'anno sulla dorsale che si distende tra le valli dell'Agno e del Leogra che nell'età del Ferro sia stato preferito lo sfruttamento delle risorse del bacino minerario Recoaro - Schio: infatti la zona del Civillina e le aree circostanti sono tra le prime sfruttate, con rinvenimenti precoci (IX-VII a.C.) indicativi di una frequentazione stagionale e poi tra le prime in cui si formarono insediamenti stabili. Un ulteriore significativo cambiamento tra età del Bronzo ed età del Ferro vede la stabilizzazione dell’insediamento al limite delle sedi permanenti: si sviluppano infatti una serie di siti recintati/ fortificati, proiettati sulla zona degli alti pascoli che dovevano controllare e sfruttare, ma con spostamenti quotidiani che potrebbero spiegare la povertà di rinvenimenti associabili a questa fase insediativa. Il lavoro etno-archeologico svolto, con un'equipe geografico-archeologica, sulle alte quote dei Lessini in questi anni offre il modello di questo sfruttamento a fini prevalentemente pastorali -ma anche legato all'utilizzo delle risorse del bosco o delle cave di pietra- indicandone le aree preferenziali ma rivelando anche la povertà delle tracce lasciate. Un'analisi analitica del popolamento nei secoli dal VI al II a.C. ha permesso una scansione cronologica di maggior dettaglio dei momenti di nascita -e in taluni casi della durata- dei siti dell'area pedemontana indagata. Ne è emerso un momento di ri-esplorazione e ri-occupazione nel VI secolo, attribuibile prevalentemente ai siti veneti di pianura, cui segue nel V secolo una vera fioritura del popolamento; il IV-III secolo segnano un momento di espansione e rafforzamento della presenza retica, collegati probabilmente anche all'indebolirsi e all'arretrare del confine occidentale del mondo veneto concomitante all'arrivo dei celti. Nascono o si rafforzano in questo periodo nuovi siti nell'area più occidentale del territorio indagato, mentre vi è una crisi del popolamento sulla dorsale del distretto minerario Schio- Recoaro, motivata probabilmente anche da episodi di frizione confinaria tra Reti e Veneti. Con la fase di romanizzazione non sembra casuale che proprio i due maggiori siti montani (Monte Loffa a occidente e Rotzo a oriente) vengano distrutti in modo violento: nell'alta Valpolicella, intorno a Monte Loffa si era formato tra III e II secolo un sistema insediativo fortificato. Dal punto di vista delle attività che si svolgevano nel territorio d'indagine, si segnalano indizi di specializzazione lanaria – con legami particolari con il Trentino- per il sito di Monte Loffa, al limite delle sedi permanenti. Vista la collocazione geografica del sito, dovevano essere necessari gli spostamenti pastorali per sostentare le greggi d'inverno, o comunque contatti programmati e collaborativi con i siti di pedemonte. Si postula la formazione di un “distretto” laniero, sicuramente di un sistema territoriale precoce (VI secolo) che si sviluppa nel V secolo e permane fino al I secolo con l'arrivo dei Romani. Ulteriori indizi di specializzazione -mineraria- si segnalano per la dorsale Agno-Leogra, dove si attestano precocemente siti estrattivi e di prima lavorazione/smercio delle risorse estratte e siti di seconda lavorazione e finitura/ commercio dei prodotti minerari: il sistema sembra meno stabile, soffre una contrazione delle presenze venete nell'area meridionale della dorsale nel IV secolo mentre sembra salda più a nord l'organizzazione territoriale che fa capo a Santorso e Rotzo come due siti principali e controlla un sistema di confini. Focalizzando l'attenzione su alcune unità geo-topografiche più limitate, cioè le valli e le dorsali che costituivano nell'antichità, come costituiscono attualmente, sistemi unitari o comunque interrelati di controllo del passaggio dal territorio pedemontano a quello montano, ulteriori osservazioni divengono possibili. Analizzando in primo luogo il popolamento della valle del Chiampo e della dorsale tra Chiampo e Alpone, che vede alla sua testata fiorire l'importante insediamento di Montebello, si segnala una nascita precoce del sito di pedemonte. Esso è presente già nel VI secolo, e poi nel V, con un'occupazione chiaramente veneta e indizi di specializzazione artigianale e di differenziazione sociale, evidenti particolarmente nella necropoli di Cà del Lupo. Il centro di Montebello controlla la frequentazione stagionale dei siti di alta collina di Monte Calvarina, Monte Madarosa e Monte Parnese; d'altra parte gli indicatori di specializzazione artigianale rimandano a contatti con insediamenti più grandi della pianura veneta, le proto-città di Este o Vicenza. Ci troviamo quindi di fronte a una formazione proto-statale veneta in cui interagiscono siti di rango diverso; nel IV-III secolo il sistema si contrae, perdendo il controllo dell'alta collina (scomparsa dei siti di Monte Calvarina, Monte Madarosa e Monte Parnese). Se si analizza d'altra parte il popolamento della Valpolicella, esso potrebbe essere iniziato in modo analogo al sistema di insediamento che fa capo a Montebello: nasce infatti nel VI secolo con i siti di testata di S. Ambrogio e S. Giorgio e una frequentazione delle quote più alte (M. Loffa, Covolone del Valentin). Successivamente però (fine V- IV-III) evolvono due central places equiparabili, uno di pedemonte, uno di montagna: quest'ultimo, inizialmente solo di controllo o stagionale, potrebbe essersi sviluppato su impulso dell'interazione con i Reti, che sappiamo avevano in quest'area occidentale degli alti Lessini, tramite la Val Bona, una via di penetrazione sfruttata successivamente anche in età storica. Contemporaneamente è attestato in alta collina un sito con forte valenza rituale (Monte Castelon di Marano), che potremmo immaginare in funzione di mediatore tra i due central places; il ricorso frequente all'uso della scrittura è spiegabile per ratificare i ruoli dei due siti di rango comparabile, oltre che per ribadire un'identità fortemente sentita. Infine, nel II secolo, sembra svilupparsi un sistema di siti fortificati a quote montane, probabilmente indotto dalla presenza dei Romani. Si postula quindi nell'area prealpina indagata l’interazione di due organizzazioni sociali complesse. Da una parte il sistema veneto, identificato dalla distribuzione della ceramica veneta che individua un’area compatta a sud-est, non lontana dai centri di Este o Vicenza, di cui Montebello è un sito chiave. Tale sistema prevede in pianura città- stato con magistrati; centri di minore importanza in area pedemontana che controllano siti stagionali di media ed alta quota (M. Cornion, M Purga). In questo sistema si segnalano degli indicatori di confine, alcuni dei quali (il ciottolone di Costabissara in via Mascagni recante un'iscrizione venetica; l'importante cippo di Isola Vicentina) disposti lungo il torrente Orolo/ Bacchiglione, asse preferenziale di collegamento tra Vicenza (e Padova) e gli altipiani; altri sono stati posti dai romani. Nel 135 il cippo di Lobia stabilisce il confine tra Este e Vicenza ad opera del proconsole Sesto Attilio Sarano; tra Este e Padova vi sono i cippi di Teolo e Galzignano e l’iscrizione del Monte Venda. Se si analizzano queste indicazioni confinarie si può parlare di due tipi di confine: tra diverse proto-città stato (Este-Padova; Este-Vicenza) e tra diverse etnie (Venetkens sembra opporre i Veneti ad altri-da-Veneti) il che indica, pur in nuce, un’idea nascente di identità nazionale. Il sistema montano/ retico non presenta forse centri a livello di proto-città; ci sono però siti di pari dignità, con evidenze di specializzazione artigianale, stabili e fortificati che attestano la necessità di un forte investimento lavorativo e forse un clima di tensione, insicurezza o un'esigenza di affermazione identitaria. Tali siti si mostrano specializzati nella gestione delle risorse montane, che implicano una certa componente di rischio nell’economia (pascoli, miniere..), visto che in montagna il rischio cresce con il crescere della specializzazione. Infatti l'ipotesi di un distretto laniero in Valpolicella, per esempio, postula un surplus di produzione che implica la gestione di greggi numerose e il controllo di aree di pascolo ampie e dello spostamento tra queste aree, tutti elementi che spingerebbero alla presenza di una struttura gerarchica. Anche il numero notevole di iscrizioni retiche, soprattutto se confrontate con quelle venetiche, rimanda ad un'enfasi sulla scrittura come strumento che ribadisce l'identità in aree di attrito confinario (dorsale mineraria) ma anche esprime necessità di patti e accordi per la gestione del territorio. Non è certo un caso che i centri di culto (Magrè, Trissino, Monte Summano, S. Giorgio di Valpolicella e il pagus Arusnatium) siano numerosi, e i principali siano proprio sulla dorsale mineraria e in Valpolicella

Strategie di insediamento e gestione delle risorse della montagna veneta nell'età del Ferro. Un approccio archeologico e etnoarcheologico

MIGLIAVACCA, MARA GIOIA
2012

Abstract

Lo studio è relativo alle strategie insediative e allo sfruttamento delle risorse della montagna veneta, compresa tra lago di Garda a ovest e fiume Brenta a est, tra VI e II secolo a.C. Una prima osservazione è relativa ai cambiamenti nella strategia insediativa dell'area prealpina considerata al passaggio dall’età del Bronzo all’età del Ferro. Crolla infatti in modo deciso l'attestazione di rinvenimenti sporadici alle alte quote, che segnavano la via seguita per giungere dal Veneto ai bacini cupriferi del Trentino: è frutto del lavoro di ricerca -coordinato sul campo in questi anni da chi scrive- sulla dorsale delle Tre Croci e nelle zone limitrofe l'individuazione di un percorso di collegamento tra alte valli dell'Agno e del Chiampo, Val dei Ronchi e Trentino. Si desume dai dati raccolti anche grazie a una nuova campagna di ricerche di superficie e di scavo iniziata proprio quest'anno sulla dorsale che si distende tra le valli dell'Agno e del Leogra che nell'età del Ferro sia stato preferito lo sfruttamento delle risorse del bacino minerario Recoaro - Schio: infatti la zona del Civillina e le aree circostanti sono tra le prime sfruttate, con rinvenimenti precoci (IX-VII a.C.) indicativi di una frequentazione stagionale e poi tra le prime in cui si formarono insediamenti stabili. Un ulteriore significativo cambiamento tra età del Bronzo ed età del Ferro vede la stabilizzazione dell’insediamento al limite delle sedi permanenti: si sviluppano infatti una serie di siti recintati/ fortificati, proiettati sulla zona degli alti pascoli che dovevano controllare e sfruttare, ma con spostamenti quotidiani che potrebbero spiegare la povertà di rinvenimenti associabili a questa fase insediativa. Il lavoro etno-archeologico svolto, con un'equipe geografico-archeologica, sulle alte quote dei Lessini in questi anni offre il modello di questo sfruttamento a fini prevalentemente pastorali -ma anche legato all'utilizzo delle risorse del bosco o delle cave di pietra- indicandone le aree preferenziali ma rivelando anche la povertà delle tracce lasciate. Un'analisi analitica del popolamento nei secoli dal VI al II a.C. ha permesso una scansione cronologica di maggior dettaglio dei momenti di nascita -e in taluni casi della durata- dei siti dell'area pedemontana indagata. Ne è emerso un momento di ri-esplorazione e ri-occupazione nel VI secolo, attribuibile prevalentemente ai siti veneti di pianura, cui segue nel V secolo una vera fioritura del popolamento; il IV-III secolo segnano un momento di espansione e rafforzamento della presenza retica, collegati probabilmente anche all'indebolirsi e all'arretrare del confine occidentale del mondo veneto concomitante all'arrivo dei celti. Nascono o si rafforzano in questo periodo nuovi siti nell'area più occidentale del territorio indagato, mentre vi è una crisi del popolamento sulla dorsale del distretto minerario Schio- Recoaro, motivata probabilmente anche da episodi di frizione confinaria tra Reti e Veneti. Con la fase di romanizzazione non sembra casuale che proprio i due maggiori siti montani (Monte Loffa a occidente e Rotzo a oriente) vengano distrutti in modo violento: nell'alta Valpolicella, intorno a Monte Loffa si era formato tra III e II secolo un sistema insediativo fortificato. Dal punto di vista delle attività che si svolgevano nel territorio d'indagine, si segnalano indizi di specializzazione lanaria – con legami particolari con il Trentino- per il sito di Monte Loffa, al limite delle sedi permanenti. Vista la collocazione geografica del sito, dovevano essere necessari gli spostamenti pastorali per sostentare le greggi d'inverno, o comunque contatti programmati e collaborativi con i siti di pedemonte. Si postula la formazione di un “distretto” laniero, sicuramente di un sistema territoriale precoce (VI secolo) che si sviluppa nel V secolo e permane fino al I secolo con l'arrivo dei Romani. Ulteriori indizi di specializzazione -mineraria- si segnalano per la dorsale Agno-Leogra, dove si attestano precocemente siti estrattivi e di prima lavorazione/smercio delle risorse estratte e siti di seconda lavorazione e finitura/ commercio dei prodotti minerari: il sistema sembra meno stabile, soffre una contrazione delle presenze venete nell'area meridionale della dorsale nel IV secolo mentre sembra salda più a nord l'organizzazione territoriale che fa capo a Santorso e Rotzo come due siti principali e controlla un sistema di confini. Focalizzando l'attenzione su alcune unità geo-topografiche più limitate, cioè le valli e le dorsali che costituivano nell'antichità, come costituiscono attualmente, sistemi unitari o comunque interrelati di controllo del passaggio dal territorio pedemontano a quello montano, ulteriori osservazioni divengono possibili. Analizzando in primo luogo il popolamento della valle del Chiampo e della dorsale tra Chiampo e Alpone, che vede alla sua testata fiorire l'importante insediamento di Montebello, si segnala una nascita precoce del sito di pedemonte. Esso è presente già nel VI secolo, e poi nel V, con un'occupazione chiaramente veneta e indizi di specializzazione artigianale e di differenziazione sociale, evidenti particolarmente nella necropoli di Cà del Lupo. Il centro di Montebello controlla la frequentazione stagionale dei siti di alta collina di Monte Calvarina, Monte Madarosa e Monte Parnese; d'altra parte gli indicatori di specializzazione artigianale rimandano a contatti con insediamenti più grandi della pianura veneta, le proto-città di Este o Vicenza. Ci troviamo quindi di fronte a una formazione proto-statale veneta in cui interagiscono siti di rango diverso; nel IV-III secolo il sistema si contrae, perdendo il controllo dell'alta collina (scomparsa dei siti di Monte Calvarina, Monte Madarosa e Monte Parnese). Se si analizza d'altra parte il popolamento della Valpolicella, esso potrebbe essere iniziato in modo analogo al sistema di insediamento che fa capo a Montebello: nasce infatti nel VI secolo con i siti di testata di S. Ambrogio e S. Giorgio e una frequentazione delle quote più alte (M. Loffa, Covolone del Valentin). Successivamente però (fine V- IV-III) evolvono due central places equiparabili, uno di pedemonte, uno di montagna: quest'ultimo, inizialmente solo di controllo o stagionale, potrebbe essersi sviluppato su impulso dell'interazione con i Reti, che sappiamo avevano in quest'area occidentale degli alti Lessini, tramite la Val Bona, una via di penetrazione sfruttata successivamente anche in età storica. Contemporaneamente è attestato in alta collina un sito con forte valenza rituale (Monte Castelon di Marano), che potremmo immaginare in funzione di mediatore tra i due central places; il ricorso frequente all'uso della scrittura è spiegabile per ratificare i ruoli dei due siti di rango comparabile, oltre che per ribadire un'identità fortemente sentita. Infine, nel II secolo, sembra svilupparsi un sistema di siti fortificati a quote montane, probabilmente indotto dalla presenza dei Romani. Si postula quindi nell'area prealpina indagata l’interazione di due organizzazioni sociali complesse. Da una parte il sistema veneto, identificato dalla distribuzione della ceramica veneta che individua un’area compatta a sud-est, non lontana dai centri di Este o Vicenza, di cui Montebello è un sito chiave. Tale sistema prevede in pianura città- stato con magistrati; centri di minore importanza in area pedemontana che controllano siti stagionali di media ed alta quota (M. Cornion, M Purga). In questo sistema si segnalano degli indicatori di confine, alcuni dei quali (il ciottolone di Costabissara in via Mascagni recante un'iscrizione venetica; l'importante cippo di Isola Vicentina) disposti lungo il torrente Orolo/ Bacchiglione, asse preferenziale di collegamento tra Vicenza (e Padova) e gli altipiani; altri sono stati posti dai romani. Nel 135 il cippo di Lobia stabilisce il confine tra Este e Vicenza ad opera del proconsole Sesto Attilio Sarano; tra Este e Padova vi sono i cippi di Teolo e Galzignano e l’iscrizione del Monte Venda. Se si analizzano queste indicazioni confinarie si può parlare di due tipi di confine: tra diverse proto-città stato (Este-Padova; Este-Vicenza) e tra diverse etnie (Venetkens sembra opporre i Veneti ad altri-da-Veneti) il che indica, pur in nuce, un’idea nascente di identità nazionale. Il sistema montano/ retico non presenta forse centri a livello di proto-città; ci sono però siti di pari dignità, con evidenze di specializzazione artigianale, stabili e fortificati che attestano la necessità di un forte investimento lavorativo e forse un clima di tensione, insicurezza o un'esigenza di affermazione identitaria. Tali siti si mostrano specializzati nella gestione delle risorse montane, che implicano una certa componente di rischio nell’economia (pascoli, miniere..), visto che in montagna il rischio cresce con il crescere della specializzazione. Infatti l'ipotesi di un distretto laniero in Valpolicella, per esempio, postula un surplus di produzione che implica la gestione di greggi numerose e il controllo di aree di pascolo ampie e dello spostamento tra queste aree, tutti elementi che spingerebbero alla presenza di una struttura gerarchica. Anche il numero notevole di iscrizioni retiche, soprattutto se confrontate con quelle venetiche, rimanda ad un'enfasi sulla scrittura come strumento che ribadisce l'identità in aree di attrito confinario (dorsale mineraria) ma anche esprime necessità di patti e accordi per la gestione del territorio. Non è certo un caso che i centri di culto (Magrè, Trissino, Monte Summano, S. Giorgio di Valpolicella e il pagus Arusnatium) siano numerosi, e i principali siano proprio sulla dorsale mineraria e in Valpolicella
26-gen-2012
Italiano
età del Ferro, strategie insediative, montagna veneta, archeologia, etnoarcheologia / iron age, settlement strategies, Veneto mountain, archaeology, ethnoarchaeology
DE GUIO, ARMANDO
LEONARDI, GIOVANNI
ROSADA, GUIDO
Università degli studi di Padova
287
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Il codice NBN di questa tesi è URN:NBN:IT:UNIPD-82471