Il presente studio è volto ad esplorare le idee e le pratiche della tutela, nel periodo tra la fine del XIV secolo e tutto il XV secolo, nella città di Roma. Si può soffermare l'attenzione sul fatto che il processo di maturazione di una coscienza storica e critica nei confronti dei monumenti e della loro integrità materica è stato un fenomeno lungo, graduale, complesso e, a volte, contraddittorio. Ma proprio nell’età dell’Umanesimo esso ebbe una significativa epifania, la cui conseguente esigenza di tutela produsse una vasta codificazione legislativa in materia, un rilevante corpus, per impulso diretto dei pontefici e delle personalità culturali ad essi prossime. Roma e lo Stato pontificio detennero il primato nell’emanazione di questa normativa. Essa costituì la prima e più importante forma di difesa dei monumenti. Riegl affermava, riguardo le architetture antiche, che “…non esistendo una considerazione per i monumenti involontari, i monumenti intenzionali dovevano divenire preda di degrado e distruzione, non appena venivano a mancare coloro che avevano mantenuto un interesse costante per la loro conservazione.” Essi non rientravano più tra gli edifici di pubblica utilità. Nel solco di queste prime riflessioni il lavoro di ricerca si è focalizzato sulla salvaguardia delle fabbriche antiche e storiche indagando inoltre sia il sistema sociale sia il contesto culturale che ne rendeva possibile la conservazione. Si sono specificati, inoltre, i meccanismi di riorganizzazione giuridico-istituzionale e della gestione dell’attività urbanistico-edilizia operata dai pontefici. Si è approfondito, con una serie di documenti vaticani e con relative mirate traduzioni, un periodo interessante e poco indagato dalla storia del restauro, quello relativo al pontefice Bonifacio IX (1389-1404). Il suo operato merita attenzione per aver focalizzato ed anticipato alcune delle istanze che diverranno centrali nel corso del Quattrocento. Egli riuscì nell’intento di ridare unità politica allo Stato della Chiesa e di riorganizzarne la gestione finanziaria ed amministrativa. Ma in special modo riuscì nel reperire i fondi per eseguire un piano di restauri che interessò molte fabbriche ecclesiastiche e alcuni dei principali edifici civili e militari. Tra il 1395 ed il 1400 Bonifacio IX istituì varie commissioni per il restauro delle principali Basiliche tardoantiche. Le opere erano da pagare mediante il denaro ricevuto dalle oblazioni. Nelle commissioni vi era la presenza anche di mercanti fiorentini, che esercitarono il controllo nella gestione dei cantieri. La conservazione dei monumenti rappresentava per i pontefici il mezzo per mantenere ed accrescere la devozione dei sudditi. Essa risultava un'espressione ideologica. Sotto il profilo metodologico, lo studio è stato condotto tentando una lettura incrociata tra fonti dirette, gli interventi realizzati su alcuni edifici significativi per lo studio del rapporto con la conservazione dell’antico, e fonti indirette, attraverso l’indagine filologica delle fonti archivistiche e della letteratura specifica. Inoltre il vigore impresso agli studi di carattere umanistico, a partire dal XIV secolo, formò l'humus sul quale, dal secolo successivo, eruditi ed artisti redigeranno trattati, manuali, epistole e quanto altro, sviluppando una nuova visione dell'arte e dell'architettura. Anche la disputa filosofica sul "principium individuationis" fu foriera di ampie conseguenze per gli studi umanistici e la percezione dei monumenti. In sostanza cambiò il senso comune, cambiò il modo di percepire e collocare l'individuo nella società. Emerse una nuova visione dell'uomo e del mondo, si affermò il concetto dell'uomo "faber fortunae suae", cioè artefice del proprio destino e che determinava da sé la propria collocazione nel creato. Una nuova coscienza ed una nuova sensibilità si affacciarono a Roma, al volgere del XV secolo, nei confronti delle antiche vestigia monumentali, questa tendenza nacque appunto dall'interesse per i monumenti e la topografia di Roma da parte dei primi umanisti. E non va dimenticato che un significativo anticipo allo sviluppo delle norme a cui si fa riferimento in questo studio fu costituito anche dagli Statuti emanati nel 1363, durante la fase politica del libero comune. Al tempo di Martino V (1417-1431) l'opera di restauro e di recupero delle chiese fu espressa attraverso una valutazione qualitativa a favore di alcuni edifici e a danno di altri, considerati secondari. Si operava una selezione che contemplava in alternativa la cura o lo spoglio delle chiese, di cui risultarono eliminate quelle in rovina. Emblematica e significativa è invece la vicenda del Colosseo al tempo di Eugenio IV (1431-1447), il quale emanò un Breve per proteggerlo dall'annientamento. Le novità di questo documento furono due: da un lato si introdusse il concetto di "utilizzazione selettiva" del sito come cava - infatti, pur proibendo di toccare l'edificio, si autorizzava lo scavo per prelevare elementi lapidei posti sottoterra e distanti dal monumento - e nel contempo si regolò anche l'attività archeologica effettuata per soddisfare le esigenze del mercato antiquario. Le pietre potevano essere sacrificate se prese da parti della struttura che non erano più in situ, ma le arcate esterne non erano sacrificabili. Si poteva parlare di “conservazione selettiva”. L'applicazione delle norme ed il controllo dei siti antichi, inoltre, serviva a rendere manifesto il potere pontificio nella città. Nelle Bolle vi è sempre un riferimento alla facoltà del vescovo di Roma di concedere, secondo il proprio volere, una eccezione alla norma. Egli soltanto poteva gestire il patrimonio monumentale e attingervi in caso di necessità. Il papa era l'arbitro supremo a Roma.
Conservazione e attività di tutela a Roma da Bonifacio IX ad Alessandro VI
AUSILIO, ALFONSO
2018
Abstract
Il presente studio è volto ad esplorare le idee e le pratiche della tutela, nel periodo tra la fine del XIV secolo e tutto il XV secolo, nella città di Roma. Si può soffermare l'attenzione sul fatto che il processo di maturazione di una coscienza storica e critica nei confronti dei monumenti e della loro integrità materica è stato un fenomeno lungo, graduale, complesso e, a volte, contraddittorio. Ma proprio nell’età dell’Umanesimo esso ebbe una significativa epifania, la cui conseguente esigenza di tutela produsse una vasta codificazione legislativa in materia, un rilevante corpus, per impulso diretto dei pontefici e delle personalità culturali ad essi prossime. Roma e lo Stato pontificio detennero il primato nell’emanazione di questa normativa. Essa costituì la prima e più importante forma di difesa dei monumenti. Riegl affermava, riguardo le architetture antiche, che “…non esistendo una considerazione per i monumenti involontari, i monumenti intenzionali dovevano divenire preda di degrado e distruzione, non appena venivano a mancare coloro che avevano mantenuto un interesse costante per la loro conservazione.” Essi non rientravano più tra gli edifici di pubblica utilità. Nel solco di queste prime riflessioni il lavoro di ricerca si è focalizzato sulla salvaguardia delle fabbriche antiche e storiche indagando inoltre sia il sistema sociale sia il contesto culturale che ne rendeva possibile la conservazione. Si sono specificati, inoltre, i meccanismi di riorganizzazione giuridico-istituzionale e della gestione dell’attività urbanistico-edilizia operata dai pontefici. Si è approfondito, con una serie di documenti vaticani e con relative mirate traduzioni, un periodo interessante e poco indagato dalla storia del restauro, quello relativo al pontefice Bonifacio IX (1389-1404). Il suo operato merita attenzione per aver focalizzato ed anticipato alcune delle istanze che diverranno centrali nel corso del Quattrocento. Egli riuscì nell’intento di ridare unità politica allo Stato della Chiesa e di riorganizzarne la gestione finanziaria ed amministrativa. Ma in special modo riuscì nel reperire i fondi per eseguire un piano di restauri che interessò molte fabbriche ecclesiastiche e alcuni dei principali edifici civili e militari. Tra il 1395 ed il 1400 Bonifacio IX istituì varie commissioni per il restauro delle principali Basiliche tardoantiche. Le opere erano da pagare mediante il denaro ricevuto dalle oblazioni. Nelle commissioni vi era la presenza anche di mercanti fiorentini, che esercitarono il controllo nella gestione dei cantieri. La conservazione dei monumenti rappresentava per i pontefici il mezzo per mantenere ed accrescere la devozione dei sudditi. Essa risultava un'espressione ideologica. Sotto il profilo metodologico, lo studio è stato condotto tentando una lettura incrociata tra fonti dirette, gli interventi realizzati su alcuni edifici significativi per lo studio del rapporto con la conservazione dell’antico, e fonti indirette, attraverso l’indagine filologica delle fonti archivistiche e della letteratura specifica. Inoltre il vigore impresso agli studi di carattere umanistico, a partire dal XIV secolo, formò l'humus sul quale, dal secolo successivo, eruditi ed artisti redigeranno trattati, manuali, epistole e quanto altro, sviluppando una nuova visione dell'arte e dell'architettura. Anche la disputa filosofica sul "principium individuationis" fu foriera di ampie conseguenze per gli studi umanistici e la percezione dei monumenti. In sostanza cambiò il senso comune, cambiò il modo di percepire e collocare l'individuo nella società. Emerse una nuova visione dell'uomo e del mondo, si affermò il concetto dell'uomo "faber fortunae suae", cioè artefice del proprio destino e che determinava da sé la propria collocazione nel creato. Una nuova coscienza ed una nuova sensibilità si affacciarono a Roma, al volgere del XV secolo, nei confronti delle antiche vestigia monumentali, questa tendenza nacque appunto dall'interesse per i monumenti e la topografia di Roma da parte dei primi umanisti. E non va dimenticato che un significativo anticipo allo sviluppo delle norme a cui si fa riferimento in questo studio fu costituito anche dagli Statuti emanati nel 1363, durante la fase politica del libero comune. Al tempo di Martino V (1417-1431) l'opera di restauro e di recupero delle chiese fu espressa attraverso una valutazione qualitativa a favore di alcuni edifici e a danno di altri, considerati secondari. Si operava una selezione che contemplava in alternativa la cura o lo spoglio delle chiese, di cui risultarono eliminate quelle in rovina. Emblematica e significativa è invece la vicenda del Colosseo al tempo di Eugenio IV (1431-1447), il quale emanò un Breve per proteggerlo dall'annientamento. Le novità di questo documento furono due: da un lato si introdusse il concetto di "utilizzazione selettiva" del sito come cava - infatti, pur proibendo di toccare l'edificio, si autorizzava lo scavo per prelevare elementi lapidei posti sottoterra e distanti dal monumento - e nel contempo si regolò anche l'attività archeologica effettuata per soddisfare le esigenze del mercato antiquario. Le pietre potevano essere sacrificate se prese da parti della struttura che non erano più in situ, ma le arcate esterne non erano sacrificabili. Si poteva parlare di “conservazione selettiva”. L'applicazione delle norme ed il controllo dei siti antichi, inoltre, serviva a rendere manifesto il potere pontificio nella città. Nelle Bolle vi è sempre un riferimento alla facoltà del vescovo di Roma di concedere, secondo il proprio volere, una eccezione alla norma. Egli soltanto poteva gestire il patrimonio monumentale e attingervi in caso di necessità. Il papa era l'arbitro supremo a Roma.File | Dimensione | Formato | |
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Tesi dottorato Ausilio
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https://hdl.handle.net/20.500.14242/93863
URN:NBN:IT:UNIROMA1-93863